Incidente di Vermicino

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Incidente di Vermicino
Alfredino Rampi.jpg
Alfredo Rampi
TipoIncidente
Data inizio10 giugno 1981
19:20
Data fine13 giugno 1981
5:00
LuogoVia Sant'Ireneo, tra Vermicino e Selvotta
StatoItalia Italia
Regione  Lazio
Provincia  Roma
ComuneFrascati
Coordinate41°50′53.22″N 12°39′53.72″E / 41.848117°N 12.664923°E41.848117; 12.664923
Causaviolazione delle norme di sicurezza per gli impianti idrici
Conseguenze
MortiAlfredo Rampi
Mappa di localizzazione
Mappa di localizzazione: Italia
Luogo dell'evento
Luogo dell'evento

L'incidente di Vermicino fu un avvenimento accaduto in Italia nel mese di giugno 1981 che causò la morte di un bambino, Alfredo Rampi detto Alfredino (Roma, 11 aprile 1975 - Frascati, 13 giugno 1981), di sei anni, caduto in un pozzo artesiano in via Sant'Ireneo, in località Selvotta, una frazione di Frascati, situata lungo la via di Vermicino, che collega via Casilina a via Tuscolana. Dopo quasi tre giorni di inutili tentativi di salvataggio, il bambino morì dentro il pozzo a una profondità di circa 60 metri. La vicenda ebbe un enorme impatto sulla stampa e nell'opinione pubblica italiana, anche grazie alla diretta televisiva della Rai durante le ultime 18 ore del caso. È ancora oggi uno dei casi mediatici più rilevanti della storia italiana.

La mancanza di organizzazione e coordinamento dei soccorsi, ai limiti dell'improvvisazione, fecero capire l'esigenza di una nuova struttura organizzativa per poter gestire le situazioni di emergenza e negli anni successivi portò alla nascita del Dipartimento della protezione civile, all'epoca ancora solo sulla carta.[1][2][3][4]

«Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all'ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi.»

(Giancarlo Santalmassi durante l'edizione straordinaria del TG2 del 13 giugno 1981.)

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'incidente[modifica | modifica wikitesto]

Nel mese di giugno 1981 la famiglia Rampi, composta dal padre Ferdinando, dalla madre Franca Bizzarri, dalla nonna paterna Veja e dai figli Alfredo e Riccardo, rispettivamente di 6 e 2 anni, stava trascorrendo un periodo di vacanza nella loro seconda casa, in località Selvotta, nel comune di Frascati (Roma), in vicinanza della località di Vermicino.

La sera di mercoledì 10 giugno, Ferdinando Rampi, due suoi amici e il figlio Alfredino erano a passeggio nella campagna circostante. Al momento di tornare indietro, alle ore 19:20, Alfredino chiese al padre di poter continuare il cammino verso casa da solo, attraverso i prati; Ferdinando acconsentì, ma quando giunse a sua volta a casa, verso le ore 20, scoprì che il bambino non era arrivato. Dopo circa mezz'ora, i genitori cominciarono a cercarlo nei dintorni e, non trovandolo, alle 21:30 circa allertarono le forze dell'ordine.[5] Nel giro di 10 minuti giunsero sul posto Polizia, Vigili urbani e Vigili del fuoco, oltre ad alcuni abitanti del posto, attratti dal viavai. Tutti insieme si unirono ai genitori nelle ricerche, che vennero portate avanti anche con l'ausilio di unità cinofile. Fin dai primi minuti si palesò improvvisazione e mancanza di metodo: le prime squade di soccorso erano infatti giunte alle ultime luci del crepuscolo ed erano sprovviste di lampade portatili, mentre i cani da ricerca arrivarono solo dopo diversi minuti da Nettuno.

La nonna ipotizzò per prima che Alfredino fosse caduto in un pozzo che sapeva essere stato recentemente scavato in un terreno adiacente, dove si stava edificando una nuova abitazione; tale pozzo venne tuttavia trovato coperto da una lamiera tenuta ferma da sassi. Il brigadiere della Polizia di Stato Giorgio Serranti volle comunque ispezionarlo e, fatta rimuovere la lamiera, infilò la sua testa nell'imboccatura, riuscendo ad udire i flebili lamenti di Alfredino. Si scoprì poi che la voragine era stata chiusa con la lastra metallica alle ore 21, senza minimamente immaginare che all'interno fosse caduto un bambino[5] e dopo che erano già iniziate le ricerche. Il proprietario del terreno era Amedeo Pisegna, abruzzese di Tagliacozzo, 44 anni, insegnante di applicazioni tecniche a Frascati, che verrà in seguito arrestato con l’accusa di omicidio colposo e con l’aggravante della violazione delle norme di prevenzione degli infortuni.

I soccorsi[modifica | modifica wikitesto]

I soccorritori quindi si radunarono all'imboccatura del pozzo e vi calarono una lampada, tentando invano di localizzare Alfredino. La prima stima rilevò che il bambino era bloccato a 36 metri di profondità e la sua caduta era stata arrestata da una curva o da una rientranza del cunicolo.

Le operazioni di soccorso si rivelarono subito estremamente difficili, in quanto la voragine presentava un'imboccatura larga 28 cm, una profondità complessiva di 80 metri e pareti irregolari e frastagliate, piene di sporgenze e rientranze. Giudicando impossibile calarvi dentro una persona, il primo tentativo di salvataggio consistette nel calare nell'imboccatura una tavoletta legata a corde, allo scopo di consentire al bimbo di aggrapparvisi per sollevarlo; tale scelta si rivelò un grave errore, in quanto la tavoletta si incastrò nel pozzo a 24 metri, ben al di sopra del bambino, e non fu più possibile rimuoverla, poiché la corda che teneva la tavoletta si spezzò e di conseguenza il condotto venne quasi completamente ostruito.[5] Attorno all'una di notte alcuni tecnici della Rai, allertati allo scopo, calarono nel budello roccioso un'elettrosonda a filo, per consentire ai soccorritori in superficie di comunicare con il bambino, il quale rispose lucidamente quando gli si rivolse la parola. Un'ora dopo, alle 2 del mattino, l'ANSA lanciò per prima la notizia dell'incidente, che passò però sostanzialmente inosservata.

Si pensò quindi di scavare un tunnel parallelo al pozzo, da cui aprire un cunicolo orizzontale lungo 2 metri, che consentisse di penetrare nella cavità poco sotto il punto in cui si supponeva si trovasse il bambino. Per far ciò occorreva una sonda di perforazione: il comandante dei Vigili del fuoco di Roma, Elveno Pastorelli, che fin dalle prime ore si era interessato al caso, provò infruttuosamente a fare alcune telefonate per il reperimento urgente di mezzi d'escavazione, per poi decidere di fare un appello pubblico attraverso alcune emittenti televisive private laziali. A rendersi disponibile fu la ditta Tecnopali di Roma, che alle ore 6:00 provvide a impiantare l'apparecchiatura.

Fu proprio uno di questi appelli per il reperimento di mezzi di scavo, trasmesso da Tele Roma 56, a essere visto casualmente dall'inviato del TG2 Pierluigi Pini, appena rientrato a casa dopo un turno di lavoro notturno. Il giornalista telefonò al numero indicato nelle sovrimpressioni, si fece dire dove era avvenuto l'incidente e quindi chiamò il proprio operatore dicendogli di portarsi subito a Vermicino: la troupe iniziò così a inviare agli studi di via Teulada le prime immagini e i primi servizi dal luogo dell'incidente.

Alle ore 4:00 dell'11 giugno giunse sul posto un gruppo di giovani speleologi del Soccorso alpino, che si offrirono come volontari per calarsi nel sottosuolo. Il caposquadra, il ventiduenne Tullio Bernabei,[6] di corporatura sufficientemente magra, fu il primo a scendere nel pozzo e, calato a testa in giù, tentò di rimuovere la tavoletta che era rimasta incastrata. I restringimenti del pozzo però gli consentirono di arrivare solo a un paio di metri da questa, sotto la quale disse di aver intravisto il bambino e di avergli parlato. Dopo di lui si calò un secondo speleologo, Maurizio Monteleone,[7] ma anch'egli arrivò a pochissima distanza dalla tavoletta, non riuscendo a prenderla. Nel frattempo i Vigili del fuoco avevano incominciato a pompare ossigeno nel pozzo, allo scopo di evitare l'asfissia del bambino. Anche uno speleologo del gruppo Cai di Latina, Fabio Pironi di Bondeno, giovanissimo e molto magro, tentò l'impresa calato, sempre a testa in giù, dai pompieri; anch'egli però non potè avvicinarsi ad Alfredino.

Il comandante Pastorelli ordinò allora di sospendere i tentativi degli speleologi e concentrare gli sforzi nella perforazione del "pozzo parallelo". Una geologa lì presente, Laura Bortolani, ipotizzando i substrati di terreno molto duri (peperino e rocce laviche) che si sarebbero incontrati in profondità, fece notare a Pastorelli che sarebbe occorso un lungo tempo per la perforazione e pertanto propose di proseguire anche con gli altri tentativi. Secondo Tullio Bernabei tale suggerimento sarebbe stato respinto da Pastorelli, il quale avrebbe ribadito il divieto di ulteriori discese, ordinando pertanto agli speleologi di sgomberare.[5]

Alle ore 8:30 la sonda cominciò a scavare e il terreno si rivelò friabile, riuscendo a scavare 2 metri in due ore; verso le 10:30 tuttavia, come previsto dalla Bortolani, venne intercettato uno strato di roccia granitica difficile da scalfire. Nel frattempo Alfredino sembrava ancora pienamente cosciente, lamentandosi per il forte rumore, alternando momenti di veglia a colpi di sonno e chiedendo da bere: per giustificare i forti colpi e allo stesso tempo per rincuorarlo e confortarlo, gli venne detto che stava arrivando a salvarlo Jeeg Robot d'Acciaio.

Alle 10:30, per non interferire con le comunicazioni via etere dei soccorritori e con l'elettrosonda nel pozzo, la Rai e le stazioni radiofoniche laziali disattivarono i loro ponti radio in onde medie.[5]

Verso le 13:00, su specifica richiesta dei soccorritori, arrivò sul posto un'altra perforatrice, più grande e potente della prima. All'incirca alla stessa ora andavano in onda le edizioni di mezza giornata del TG1 e del TG2: fu a questo punto che la Rai incominciò a occuparsi con vivo interesse del fatto, già affrontato con alcuni servizi nei bollettini delle ore precedenti.

Il giornalista Piero Badaloni affermò che il comandante Pastorelli aveva diramato la previsione che nel giro di poche ore la perforazione si sarebbe conclusa e l'operazione di salvataggio sarebbe andata a buon fine; per questa ragione il TG1 decise a sua volta di collegarsi con la troupe del TG2 (che era rimasta sul posto), auspicando di poter trasmettere il salvataggio in tempo reale.[5][8] Poco dopo anche il TG3 decise di unirsi alla cronaca dei fatti, che dai semplici servizi si era ormai tramutata in una diretta a flusso continuo e a reti unificate, il tutto appoggiandosi alla ridotta strumentazione del notiziario della seconda rete.

La risonanza mediatica alimentò la curiosità del pubblico, non solo televisivo: attorno al pozzo finì quindi per raccogliersi una folla di circa 10 000 persone e incominciarono ad arrivare anche venditori ambulanti di cibo e bevande. Probabilmente anche questo colossale assembramento (la zona non era transennata e chiunque poteva arrivare praticamente fino all'imboccatura della cavità) ebbe un ruolo rilevante nel rallentare la macchina dei soccorsi.

Intorno alle 16:00 entrò in azione una seconda perforatrice, più efficace, dopo che la prima era riuscita a scavare un pozzo di 20 metri di profondità e 50 cm di diametro. I tecnici operatori di questa nuova macchina, a causa del sottosuolo duro e compatto, ipotizzarono non meno di 8-12 ore di lavoro per arrivare alla profondità richiesta.

Alle 18:22 il pozzo parallelo aveva raggiunto una profondità di 21 metri e lo scavo procedeva con difficoltà. Interpellato allo scopo, Evasio Fava, primario di rianimazione all'ospedale San Giovanni, si dedicò a controllare le condizioni di salute del bambino, che era affetto da una cardiopatia congenita che avrebbe dovuto essere operata nel successivo mese di settembre.

Alle ore 20:00 entrò in funzione un terzo impianto di perforazione, più piccolo e agile; al contempo fu calata nel pozzo una flebo di acqua e zucchero per tentare di dissetare il bambino. Ritenendo non più necessario lasciare libere le frequenze e a fronte di numerose telefonate degli ascoltatori, preoccupati che il silenzio radio fosse legato a situazioni eversive, le emittenti locali ripresero le trasmissioni in onde medie.[5][8]

Sandro Pertini tenta di dialogare con Alfredino Rampi all'imboccatura del pozzo

Alle 21:30 si rese necessaria una pausa nella perforazione; alle 23:00 fu autorizzato a scendere nel pozzo un volontario, il manovale siciliano Isidoro Mirabella (1929-2011), 52 anni, dal fisico minuto e subito ribattezzato "l'Uomo Ragno". Egli però, a causa di ostacoli tecnici, non riuscì ad avvicinarsi a sufficienza al bambino, anche se poté parlargli.[9]

Alle 7:30 del 12 giugno la perforatrice era scesa soltanto a 25 metri di profondità.[10] Un'ora e mezzo dopo incontrò un terreno più morbido, che le consentì di accelerare la discesa; nel frattempo i soccorritori continuavano a parlare col bambino (che aveva cominciato a piangere dicendo di essere stanco) tramite l'elettro-sonda.

Alle 10:10 lo scavo parallelo era arrivato a una profondità di 30 metri e 5 centimetri e un ingegnere dei vigili del fuoco rivide al ribasso la stima della profondità cui si trovava il bambino: 32,5 m invece di 36. Si decise pertanto di accelerare i lavori e di incominciare immediatamente a scavare il raccordo orizzontale fra i due pozzi, prevedendo di sbucare un paio di metri sopra il bambino. Alle 11:00 giunse sul posto una scavatrice a pressione per scavare il tunnel di connessione, che tuttavia si bloccò poco dopo l'accensione. Tre vigili del fuoco incominciarono quindi a scavare a mano. Nel frattempo Alfredino aveva smesso di rispondere ai soccorritori e i medici presenti sul posto, che ascoltavano il suo respiro, riferirono che stava rallentando, registrando circa 48 espirazioni al minuto.

Alle 16:30 giunse sul posto il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che si fece porgere il microfono per poter parlare con il bambino; l'arrivo del presidente (che si trattenne per tutta la serata e la notte, fino alle 7 di mattina dell'indomani[11]) fu altresì determinante nel convincere le redazioni dei telegiornali a non interrompere la diretta, ma al contempo complicò ulteriormente la già caotica situazione circostante.

Alle 19:00 il cunicolo orizzontale fu completato e il pozzo del bambino fu posto in comunicazione con quello parallelo, a 34 metri di profondità. Si dovette tuttavia prendere atto del fatto che il bambino non era nelle vicinanze del foro appena aperto in quanto, probabilmente anche a causa delle vibrazioni causate dalla perforazione, era scivolato molto più in basso, a una profondità imprecisata. Pastorelli richiamò gli speleologi e chiese a Bernabei di calarsi nel secondo pozzo: il soccorritore si affacciò quindi dal cunicolo orizzontale di raccordo e calò una torcia legata a una cimetta per calcolare la posizione del bambino, che risultò a circa una trentina di metri. In seguito si accertò che il bambino si trovava a circa 60 metri dalla superficie.

L'unica possibilità rimasta era la discesa di qualche volontario lungo il pozzo. Il primo a prestarsi fu uno speleologo, Claudio Aprile,[12] che tentò di introdursi nel pozzo artesiano dal cunicolo orizzontale; tuttavia, l'apertura di comunicazione si rivelò troppo stretta per permettere la calata ed il giovane speleologo dovette desistere.

Angelo Licheri portato a braccia dopo essere riemerso dal tunnel

Un altro coraggioso volontario, Angelo Licheri (1944-2021)[13], 36 anni, tipografo di origine sarda, piccolo di statura e molto magro, chiese ed ottenne di farsi calare nel pozzo originario per tutti i 60 metri di profondità.[14][15] Licheri si tolse gli abiti che aveva indosso, rimanendo solo con la biancheria intima in modo da non riscontrare troppo attrito nello stretto tunnel; da qui cominciò la discesa poco dopo la mezzanotte fra il 12 ed il 13 giugno. Al fine di superare i vari ostacoli durante la discesa, attraverso i quali egli stesso temeva di rimanere incastrato a sua volta, più volte chiese di farsi tirare su per almeno un paio di metri in modo che chi teneva l'altro capo della fune la mollasse di colpo, cosicché Licheri poté sfondare i punti di ostruzione e riportando sul corpo delle notevoli ferite da taglio, delle quali portò i segni per tutta la vita. In questo modo riuscì a raggiungere Alfredino ed a dialogare con lui; il bambino però non riusciva più a parlare ed aveva iniziato ad emanare dei rantoli, segno di una respirazione che stava peggiorando. Prima di tutto, Licheri rimosse con le dita il fango dagli occhi e dalla bocca di Alfredino, dopodiché riuscì a liberargli le mani e le braccia che si erano portate dietro le anche; non riuscì però a disincastrarlo completamente, in quanto il bambino si presentava rannicchiato con le ginocchia che gli schiacciavano il petto. A questo punto, tentò di allacciargli l'imbracatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l'imbracatura s'aprì; tentò allora di prenderlo di forza prima sotto le ascelle e poi per le braccia, ma il bambino continuava a scivolare per via del fango che lo ricopriva. Per di più, involontariamente, Licheri gli spezzò anche il polso sinistro. In tutto, Licheri rimase a testa in giù 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza in posizione corporea capovolta.[16][17] Resosi conto dell'impossibilità di liberare il bambino in quella posizione innaturale, Licheri s'arrese e ritornò in superficie senza Alfredino, non prima di avergli mandato un bacio. Uscito dal pozzo, sanguinante, ricoperto di fango e non in grado di reggersi in piedi, Licheri chiese un bicchiere d'acqua ed una coperta per il freddo che avvertiva e da qui trasportato d'urgenza in ospedale; si riprese completamente alcune settimane dopo.

Dopo Licheri cominciarono ad offrirsi vari altri volontari, fra cui nani, esperti di pozzi e persino un contorsionista circense soprannominato "Denis Rock". Intorno alle ore 3:00, venne imbracato per un altro tentativo Pietro Molino, un ragazzo di 16 anni originario di Napoli, anch'egli di corporatura esile e giunto sul posto accompagnato da un cugino; quando si scoprì che era minorenne e che quindi non poteva scendere nel pozzo senza il consenso dei genitori, in quel momento non presenti, il ragazzo venne fermato dal magistrato presente sul posto.

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Verso le 5:00 del mattino ebbe inizio il tentativo di un altro speleologo, Donato Caruso, 22 anni, di Avezzano.[18] Anch'egli raggiunse il bambino e provò a imbracarlo, ma le fettucce da contenzione psichiatrica che aveva usato affinché fungessero da cappio scivolarono via al primo strattone. Caruso si fece ritirare su fino al cunicolo di collegamento, dove si fermò per riposare, poi venne nuovamente calato giù e fece altri tentativi con delle manette, metodo molto più rischioso anche per il soccorritore perché queste erano legate alla stessa sua corda di sicurezza. Alla fine anche Caruso tornò in superficie senza esser riuscito nell'intento, riportando inoltre la notizia della probabile morte del bambino.

Dopo che la signora Franca chiamò per molte volte invano il figlio, verso le 9:00 del 13 giugno venne calato nel pozzo uno stetoscopio, al fine di percepire il battito cardiaco del bambino. Non registrando nulla, verso le ore 16:00 venne calata nella buca una piccola telecamera fornita da alcuni tecnici della Rai, che a circa 55 metri individuò la sagoma immobile di Alfredino, che non si muoveva e non respirava più. Venne quindi eseguita la dichiarazione di morte presunta e, per assicurare la conservazione del corpo, il magistrato competente ordinò che fosse immesso nel pozzo del gas refrigerante (azoto liquido a −200 °C). Il cadavere fu poi recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano l'11 luglio seguente, 28 giorni dopo la morte del bambino.

I funerali si svolsero mercoledì 15 luglio 1981 nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura; la salma venne trasportata dagli stessi volontari che avevano tentato di salvarlo, fra cui Angelo Licheri e Donato Caruso. Alfredino è sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma, accanto al fratello Riccardo, morto nel 2015 a soli 36 anni per un improvviso infarto.

Risonanza mediatica[modifica | modifica wikitesto]

«Era diventato un reality show terrificante»

(Piero Badaloni[5][19])

«In quel momento poteva succedere qualunque cosa [...] un colpo di Stato, ammesso che ce ne fosse l'atmosfera, l'aria o le intenzioni da parte di qualcuno, e la gente avrebbe risposto: «Va bene, fammi sentire però che sta succedendo a Vermicino»»

(Emilio Fede[5])

La vicenda ebbe una notevole risonanza mediatica e fu il primo evento in Italia oggetto di una diretta televisiva non stop, organizzata dalla Rai de facto a reti unificate, durata ben 18 ore (certo favorita dalla facilità di accesso al sito ─ nell'hinterland romano ─ per i giornalisti e gli operatori della radiotelevisione pubblica) e che catturò l'attenzione di circa 21 milioni di persone, rimaste per ore davanti al televisore per seguirne lo svolgimento.[5]

Nel 1981 la Rai non disponeva ancora di tecnologie adatte per gestire una diretta in esterna di lunga durata e intrapresa senza preavviso: generalmente le trasmissioni su eventi di cronaca erano mandate in onda in sintesi e in differita, anche per la riluttanza dei giornalisti televisivi dell'epoca nel presenziare in tempo reale ad eventi tragici e dolorosi, dovuta al pudore ed al rispetto sia delle vittime sia degli spettatori. La cronaca audiovisiva della tragedia di Vermicino finì per sovvertire gli stilemi della copertura mediatica delle tragedie private e portò alla nascita dell'espressione "tv del dolore".[20]

Il tutto avvenne in modo piuttosto casuale: la diretta fu avviata a seguito dell'incauta dichiarazione resa dal capo dei Vigili del Fuoco Elveno Pastorelli, il quale attorno alle 13.00 affermò che l'incidente si sarebbe risolto positivamente in poco tempo. I mezzi di ripresa e trasmissione erano quelli, piuttosto ridotti, della piccola troupe del TG2 guidata da Pierluigi Pini, sufficienti per una diretta relativamente breve e dedicata ad un solo telegiornale. Essi tuttavia finirono per essere sfruttati a oltranza da tutti e tre i telegiornali nazionali, quando a loro volta decisero di collegarsi, nel convincimento di poter documentare e commentare il salvataggio.

Col passare delle ore, a dispetto delle aspettative, la situazione non si risolse e anzi si andò via via aggravando, ma ormai l'attenzione suscitata presso i telespettatori era tale da rendere impossibile l'interruzione della trasmissione in diretta; oltretutto il giornalista Emilio Fede, all'epoca direttore del TG1, dichiarò che Antonio Maccanico, il Segretario generale alla Presidenza della Repubblica dell'epoca, avrebbe esercitato pressioni per proseguire senza interruzioni il collegamento, a maggior ragione dopo aver appreso che anche il presidente Pertini si stava per recare sul luogo.[21]

A riprova del grande interesse manifestato dal pubblico per la sorte del bambino, il giornalista Giancarlo Santalmassi riferì che la diretta venne interrotta sulla Rete 1 solamente alle 20:40 di venerdì 12 giugno, per trasmettere una tribuna politica con ospite l'esponente socialdemocratico Pietro Longo. Il collegamento proseguì sugli altri canali, ma tanto bastò a scatenare centinaia di telefonate ai centralini della Rai, nelle quali gli spettatori chiedevano che anche il primo canale ripristinasse la diretta da Vermicino. Tutti i giornalisti della TV di Stato coinvolti nella cronaca del fatto concordarono di aver provato grande disagio a cospetto dell'evolversi della vicenda, citando in particolare come motivo di particolare ignominia sia l'aver trasmesso i lamenti del bambino, sia anche un frangente nel quale qualcuno arrivò a strattonare la madre di Alfredo per far sì che rivolgesse il proprio volto verso la telecamera.

Nel maggio 1995 la RAI pubblicò parte della registrazione della diretta televisiva dei tentativi di salvataggio, integralmente custodita negli archivi della radiotelevisione di Stato, all'interno della collana di videocassette Grandi emozioni TV (dedicate agli avvenimenti notevoli della storia contemporanea italiana), distribuite nelle edicole in collaborazione con le Edizioni Bramante[22]; a seguito di un ricorso d'urgenza della famiglia Rampi (i cui membri hanno sempre rifiutato di intervenire in televisione per parlare della vicenda) e a un'interrogazione in Commissione di Vigilanza Rai, il nastro fu ritirato dal commercio nel giro di una settimana[23][24]. In seguito il Tribunale civile di Roma decretò il divieto di pubblicazione delle sequenze filmate in cui Alfredo Rampi «piange o singhiozza», «chiama la mamma o i soccorritori» e quelle in cui «i genitori e altri soccorritori cercano di tranquillizzarlo», facenti parte della registrazione della diretta. In occasione del ventennale della tragedia, nel 2001, l'allora direttrice delle teche Rai Barbara Scaramucci emise una nota di servizio all'attenzione dei giornalisti, concernente il divieto tassativo di mostrare tali spezzoni[25]. Di fatto però tale divieto venne contraddetto in occasione del trentennale dell'incidente, nel 2011, poiché il programma La storia siamo noi trasmise ampi spezzoni delle registrazioni in oggetto. Sempre nel 2011, il 29 maggio, la trasmissione Cosmo su Rai 3 ricostruì la vicenda con alcune importanti testimonianze, tra cui quella dello speleologo Tullio Bernabei che si calò nel pozzo.[26]

Nel 2021, in occasione dei quarant'anni, Franco Di Mare condusse su Rai 3 uno speciale del programma Frontiere intitolato L'Italia nel pozzo, nel corso del quale peraltro ribadì l'esistenza del divieto, per i giornalisti Rai, di far uso delle registrazioni con i lamenti del bambino.

Controversie[modifica | modifica wikitesto]

Esaminando le fotografie del corpo del bambino, si notò una fettuccia che lo avvolgeva; Angelo Licheri disse che era stato lui a metterla al bambino quando si era calato per il tentativo di salvataggio. Questa tesi fu però contestata dai Vigili del Fuoco, i quali sostennero che una simile imbracatura non poteva assolutamente esser stata assicurata al corpo del bambino nel ristrettissimo spazio disponibile dentro il pozzo artesiano. Fu allora ascoltato il caposquadra del soccorso speleologico del Club Alpino Italiano (CAI) Tullio Bernabei, il quale riconobbe la fettuccia come appartenente al gruppo di speleologi e dichiarò, come tutti gli altri soccorritori, che era la stessa utilizzata nel tentativo di salvataggio.

Durante le indagini vennero interpellati i costruttori del pozzo, i quali affermarono che, data la complessità della sua apertura, era praticamente impossibile che un bambino vi fosse caduto accidentalmente. Vi furono però opinioni discordanti relative al diametro del pozzo all'imboccatura, considerato che i primi volontari vi si erano calati senza troppa difficoltà. I costruttori in seguito cambiarono versione riguardo alla copertura del pozzo, cosicché non si poté risalire a eventuali responsabilità per il fatto di averlo lasciato aperto.

Ad aumentare il mistero furono le parole pronunciate da Alfredino, il quale dimostrava di non aver assolutamente capito dove si trovava e come vi fosse arrivato e che riteneva di agevole esecuzione il suo salvataggio; a un certo punto disse "sfondate la porta ed entrate nella stanza buia". Questo atteggiamento potrebbe essere spiegato con la poca lucidità data dalla mancanza di ossigeno e dalla permanenza prolungata nel pozzo.

Il sostituto procuratore della Repubblica Giancarlo Armati formulò l'ipotesi che il bambino non fosse caduto accidentalmente nel pozzo, ma vi fosse stato calato - dopo essere stato addormentato - utilizzando l'imbracatura trovata sul suo corpo;[27] le indagini da lui condotte, tuttavia, non consentirono di raccogliere prove univoche sufficienti per suffragare tale ipotesi di reato, cosicché lo stesso pubblico ministero chiese l'archiviazione.

Quanto al cui prodest? di un eventuale omicidio doloso con premeditazione, taluni ipotizzarono addirittura che la lunga agonia del bambino, oggetto di una copertura mediatica senza precedenti in Italia, potesse essere servita a sviare l'attenzione dell'opinione pubblica da notizie di particolare rilievo politico (quali la scoperta, in quegli stessi giorni, dei primi elenchi degli iscritti alla loggia massonica segreta P2) in un difficile momento di transizione per il Paese.[5]

Altri ipotizzarono invece che la falsa prospettazione di un possibile omicidio doloso potesse servire ai Vigili del Fuoco per distogliere l'attenzione da eventuali colpe gravi da loro commesse nelle operazioni di salvataggio (con riferimento in particolare alla scelta, rivelatasi infelice, di scavare un pozzo parallelo). Si è tuttavia obiettato che la scelta di scavare un tunnel parallelo era inevitabile, non essendovi soluzioni alternative praticabili, e che la durezza degli strati litologici sottostanti, e quindi la durata dello scavo e l'entità delle vibrazioni da esso prodotte, non era ragionevolmente prevedibile.[28]

Il volontario del soccorso alpino Tullio Bernabei continuò del resto ad affermare, come sostenuto dagli speleologi del CAI, da Angelo Licheri e dalla stessa famiglia Rampi: "L'imbracatura trovata sul corpo del bambino era il frutto dei nostri tentativi di salvataggio, in particolare quello di Licheri. Purtroppo quella di Vermicino è una storia abbastanza semplice".

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

  • I Baustelle dedicano ad Alfredo Rampi la canzone Alfredo inclusa nell'album Amen del 2008 che ne critica soprattutto l'aspetto mediatico.
  • Aldo Nove, nella sua raccolta di racconti Superwoobinda, pone l'accento sulla morte che diventa bene di consumo. Nel capitolo Vermicino, il racconto della tragedia è sottomesso all'imperio dell'immagine televisiva, che del tragico non lascia sopravvivere che il riflesso iconico, nient'altro che il fantasma-ricordo lucido e patinato della visione televisiva intervallata dagli spot pubblicitari:[29] «Questo Vermicino, io lo ricordo. Perché forse è stato il momento più bello della mia vita, te lo racconto così come è successo, con la luce spenta tutti alzati assieme a guardarlo. (…) Eravamo milioni di persone e lui giù, lì da solo (…) Vermicino era un programma davvero spontaneo».[30]
  • L'artista milanese Akab scrive e disegna una breve storia Alfredino Vermicino, raccontata dal punto di vista del bambino.
  • Nel romanzo di Pierluigi Vito I prigionieri, la lunga diretta televisiva da Vermicino viene raccontata dal punto di vista dei militanti delle Brigate Rosse che in quei giorni erano impegnati nel rapimento di Giuseppe Taliercio.[31]
  • La vicenda viene raccontata nella miniserie televisiva del 2021 Alfredino - Una storia italiana.
  • Alcuni comuni italiani hanno dedicato delle strade alla memoria del bambino: Aci Catena (CT); Buccinasco (MI); Cagliari (nella municipalità di Pirri); Canicattì (AG); Favara (AG); Force (AP); Lusciano (CE); San Marco Evangelista (CE); Selegas (CA) Surbo (LE); Trieste (nel rione di Rozzol Melara - Chiadino).

Vicende simili[modifica | modifica wikitesto]

  • L'8 aprile 1949 a San Marino, California, Kathy Fiscus (una bambina di poco meno di 4 anni) cadde in un pozzo. Nonostante il grande dispiegamento di mezzi, la bambina morì nella voragine nel giro di poche ore. La sua vicenda ha ispirato vari film, fra i quali Radio Days (1987) di Woody Allen, L'asso nella manica di Billy Wilder (1951) e probabilmente La bambina nel pozzo (1951)[senza fonte].
  • Il 14 ottobre 1987, a Midland in Texas, la piccola Jessica McClure, di diciotto mesi, cadde in un pozzo. Fu estratta viva il 16 ottobre. Dalla vicenda fu tratto un film TV, prodotto dalla ABC, dal titolo Una bambina da salvare (1989).
  • Il 20 aprile 1996 Nicola Silvestri di Scerni, un bambino di tre anni, cadde in un pozzo artesiano in località Colle Marrollo e venne trovato morto annegato la sera stessa.[32]
  • Il 20 giugno 2012, in un villaggio vicino a Masnesar, a 40 chilometri da Delhi, una bambina di nome Mahi cadde in un pozzo profondo 25 metri nel giorno del suo quinto compleanno. Venne estratta oltre 80 ore dopo, ma era ormai troppo tardi.[33]
  • Il 13 gennaio 2019, un bambino di due anni, Julen Roselló, cadde in un pozzo profondo oltre 70 metri e non segnalato all'interno di un terreno a Totalán, un piccolo paese a circa 20 km da Malaga, in Spagna. Il corpo senza vita del bambino venne individuato e recuperato il 26 gennaio, 13 giorni dopo l’incidente. L'autopsia rivelerà che Julen aveva subìto un "grave trauma alla testa" a causa della caduta, morendo all'istante.
  • Il 1º febbraio 2022 un bambino marocchino di 5 anni, Rayan Ourram, cadde in un pozzo profondo 32 metri inciampando mentre giocava. I soccorritori riuscirono ad alimentarlo e, nel pomeriggio del 5 febbraio, a liberarlo, ma le gravi ferite riportate ne causarono il decesso.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Antonio Marchetta, Alfredino Rampi, a 30 anni dall'orrore del pozzo artesiano di Vermicino, in Corriere Informazione, 9 giugno 2011. URL consultato il 19 giugno 2011 (archiviato dall'url originale il 13 giugno 2011).
  2. ^ Trent'anni fa la tragedia di Alfredino Rampi, in Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2011. URL consultato il 19 giugno 2011 (archiviato il 21 febbraio 2020).
  3. ^ Napolitano ricorda Alfredino Rampi: la tragedia creò le condizioni per l'istituzione della Protezione civile, in Il Sole 24 Ore, 11 giugno 2011. URL consultato il 19 giugno 2011 (archiviato il 21 febbraio 2020).
  4. ^ Raffaella Troili, Vermicino, il pozzo di Alfredino Rampi è rimasto come trent'anni fa, in Il Messaggero, Roma, 10 giugno 2011. URL consultato il 19 giugno 2011 (archiviato dall'url originale il 15 novembre 2011).
  5. ^ a b c d e f g h i j k La storia siamo noi: L'Italia di Alfredino, Rai 2, 16 giugno 2011 (archiviato dall'url originale il 24 giugno 2011).
  6. ^ Raffaella Scuderi, Julen come Alfredino. Parla Tullio Bernabei che nell'81 si calò nel pozzo a Vermicino: "Una ferita ancora aperta", su la Repubblica, 19 gennaio 2019. URL consultato il 29 febbraio 2020 (archiviato il 29 febbraio 2020).
  7. ^ Maurizio Bonardo, 35° anniversario della tragedia di Vermicino, un pompiere racconta..., su ANVVF. URL consultato il 29 febbraio 2020 (archiviato il 29 febbraio 2020).
  8. ^ a b Piero Badaloni era, all'epoca dei fatti, giornalista televisivo, e condusse da studio la diretta del TG1.
  9. ^ Gianluca Nicoletti, Addio piccolo eroe di Vermicino. Morto a Roma il primo volontario che nell’81 si calò nel pozzo per salvare Alfredo Rampi (PDF), in La Stampa, 13 gennaio 2011, p. 26. URL consultato il 18 marzo 2013 (archiviato dall'url originale il 16 aprile 2014).
  10. ^ Dato appreso dalla diretta del TG2.
  11. ^ Agenda del presidente Sandro Pertini del - archivio.quirinale.it
  12. ^ Giugno 1981: Alfredino, vittima del pozzo in diretta, su Corriere della Sera. URL consultato il 29 febbraio 2020 (archiviato il 29 febbraio 2020).
  13. ^ E' morto Angelo Licheri, tentò di salvare Alfredino, 18 ottobre 2021.
  14. ^ Giovanni Maria Sedda, Gavoi vuole aiutare l'eroe di Vermicino, in La Nuova Sardegna, 10 aprile 2011 (archiviato dall'url originale l'11 agosto 2014).
  15. ^ Emilio Orlando, «Di notte ancora sogno quel pozzo maledetto», su il Giornale.it, 9 agosto 2005. URL consultato il 29 febbraio 2020 (archiviato il 19 agosto 2017).
  16. ^ Elio Pirari, Angelo Licheri: "Non sono mai uscito dal pozzo di Alfredino Rampi", in La Stampa, Gavoi, 11 luglio 2019 (archiviato il 13 febbraio 2020).
  17. ^ Circa i tempi ammissibili di permanenza in posizione capovolta (a testa in giù), si veda la testimonianza dello speleologo Tullio Bernabei, il primo calatosi nel pozzo, nella citata trasmissione La Storia siamo noi.
  18. ^ Vermicino, Donato Caruso. L'ultimo tentativo di salvare la vita ad Alfredino: Lo legai ma scivolò via, su corrierediviterbo.corr.it, Corriere di Viterbo, 9 giugno 2021. URL consultato il 10 giugno 2021.
  19. ^ Dichiarazione di Badaloni, fatta sua anche da Giovanni Minoli
  20. ^ Andrea Bacci. Alfredino nel pozzo. Tutta la storia della tragedia di Vermicino e la nascita della Tv del dolore, Bradipolibri, 2007
  21. ^ Angelo Licheri, l’eroe di Vermicino, intervistato dai microfoni di Mattino Cinque, su universy.it, 8 aprile 2011 (archiviato il 20 aprile 2011).
  22. ^ Vermicino, l'orrore diventa show, in La Stampa, 6 maggio 1995.
  23. ^ La Rai cancella l'urlo di Alfredino, in La Stampa, 7 maggio 1995.
  24. ^ Vermicino, Rai bocciata, in La Stampa, 13 maggio 1995.
  25. ^ Dino Martirano, Vermicino, i tre giorni che sconvolsero l'Italia, in Corriere della Sera, 1º giugno 2001, p. 19. URL consultato il 7 luglio 2010 (archiviato dall'url originale il 25 settembre 2010).
  26. ^ Ritorno a Vermicino, trent'anni dopo. Prevenzione e sicurezza sotto i nostri piedi, su cosmo.rai.it, Rai Tre Cosmo, 29 maggio 2011 (archiviato il 4 marzo 2016).
  27. ^ Si veda al riguardo il dettagliato articolo Archiviato il 4 aprile 2009 in Internet Archive. del quotidiano La Repubblica, dell'8 febbraio 1987.
  28. ^ «C’è un bambino in un pozzo!» Vermicino, la prima tragedia tv, in Il Giornale, Roma, 13 giugno 2006.
  29. ^ Andrea Amoroso, Gli oggetti consueti nella scrittura-zapping : Aldo Nove, in Scrittori in corso : osservatorio sul racconto contemporaneo, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2011, pp. 219-226.
  30. ^ Aldo Nove, Superwoobinda, Milano, Einaudi, 1998, pp. 23-24.
  31. ^ Pierluigi Vito, I prigionieri, Viterbo, Augh!, 2021, pp. 146-152.
  32. ^ Simonetta Cotellessa, Scompare bimbo di 3 anni, lo trovano morto nel pozzo, in la Repubblica, Scerne, 21 aprile 1996 (archiviato il 4 marzo 2016).
  33. ^ Dopo 86 ore muore bimba nel pozzo. Il tragico epilogo che ricorda Vermicino, in la Repubblica, Nuova Delhi, 24 giugno 2012. URL consultato il 24 giugno 2012 (archiviato il 3 febbraio 2014).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Maurizio Costanzo, Alfredino. Il pozzo dei troppi misteri, Milano, A. Mondadori, 1987.
  • Pino Corrias, A Vermicino, quando la TV uscì dal pozzo in cambio di una vita, in Luoghi comuni. Dal Vajont a Arcore, la geografia che ha cambiato l'Italia, Milano, Rizzoli, 2006, pp. 87–101. ISBN 978-88-17-01080-1
  • Massimo Gamba, Vermicino. L'Italia nel pozzo, Sperling & Kupfer, 2007.
  • Andrea Bacci, Alfredino nel pozzo. Tutta la storia della tragedia di Vermicino e la nascita della Tv del dolore, Bradipolibri, 2007.
  • Maurizio Monteleone, Vermicino. L'incubo del pozzo, Graphic novel., 001 Edizioni, 2011.
  • Walter Veltroni, L'inizio del buio, 2011.
  • Annie Mignard, La fête sauvage, 2012, Chemin de fer

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