Legge elettorale italiana del 1953

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La legge elettorale del 1953, meglio nota come legge truffa dall'appellativo usato durante la campagna elettorale[1], fu una legge che modificò la legge proporzionale pura vigente dal 1946 introducendo un premio di maggioranza consistente nell'assegnazione del 65% dei seggi della Camera dei deputati alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse superato la metà dei voti validi.[2]

La legge, promulgata il 31 marzo 1953 (n. 148/1953) ed in vigore per le elezioni politiche del 3 giugno di quello stesso anno sia pure senza che desse effetti, venne abrogata con la legge 615 del 31 luglio 1954.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Voluta dal governo di Alcide De Gasperi, venne proposta al Parlamento e fu approvata con i soli voti della maggioranza, dopo lunghe discussioni e con voto di fiducia,[1] nonostante i forti dissensi manifestati dalle formazioni politiche di opposizione, e anche da parte di molte personalità appartenenti all'area della maggioranza.

Vi furono grandi proteste contro la legge, sia per la procedura di approvazione che per il suo merito.

Il passaggio parlamentare della legge vide un lungo dibattito alla Camera[3], ma una lettura fulminea al Senato, i cui presidenti Paratore e Gasparotto in sequenza si dimisero quando capirono che la maggioranza aveva intenzione di forzare la mano – utilizzando la questione di fiducia[4] – per ottenere la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale in tempo per svolgere le elezioni in primavera con la nuova legge.

Il nuovo Presidente del Senato, Meuccio Ruini, approfittò della sospensione domenicale dei lavori per la domenica delle Palme del 1953 per riaprire la seduta e votare l'articolo unico della legge: ne scaturì un tumulto d'aula, che secondo Roberto Lucifero produsse l'uscita dall'aula del segretario generale Domenico Galante alla testa dei funzionari parlamentari[5]. Il gruppo del PCI contestò la regolarità della seduta, preannunciando che non avrebbe mai votato a favore del processo verbale di quella seduta[6]: non ve ne fu bisogno, perché il giorno dopo il Presidente della repubblica Luigi Einaudi firmò il decreto di scioglimento delle Camere ed il Senato si riconvocò solo nella nuova legislatura.

Genesi dell'espressione[modifica | modifica wikitesto]

Varia è l'attribuzione della genesi del nome, secondo alcuni da attribuire agli oppositori della legge[7], anche se secondo Indro Montanelli l'utilizzo della parola "truffa" andrebbe attribuito allo stesso Mario Scelba, all'epoca Ministro dell'Interno, [8] in una fase anteriore allo scontro pubblico[9].

Le reazioni alla legge[modifica | modifica wikitesto]

Nel tentativo di ottenere il premio di maggioranza, per le elezioni politiche di giugno, effettuarono fra loro l'apparentamento la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Democratico Italiano, il Partito Liberale Italiano, il Partito Repubblicano Italiano, la Südtiroler Volkspartei e il Partito Sardo d'Azione.

Con l'obiettivo contrario si mossero importanti uomini politici[10], tra i quali Ferruccio Parri, proveniente dal Partito Repubblicano che, insieme a Piero Calamandrei e Tristano Codignola, provenienti dal Partito Socialdemocratico, partecipò alla fondazione di Unità Popolare: tale movimento aveva proprio lo scopo di avversare la nuova legge elettorale[11]. Non mancarono infatti, all'interno dei partiti che appoggiarono la nuova norma, forti contrarietà. Da una scissione nel partito liberale si costituì Alleanza Democratica Nazionale.

Le forze apparentate ottennero il 49,8% dei voti: per circa 54.000 voti il meccanismo previsto dalla legge non scattò[12]. Unità Popolare e Alleanza Democratica Nazionale raggiunsero l'1% dei voti riuscendo entrambe nel loro principale proposito. Rispetto alle elezioni del 1948 si constata una riduzione dei voti verso i partiti che avevano voluto e approvato la legge: la DC perse l'8,4%; i repubblicani arretrarono dello 0,86%, più di 200.000 voti; perdendo circa 34.000 voti il Partito Sardo d'Azione dimezzò il suo consenso, anche liberali e socialdemocratici dovettero registrare perdite. Il Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista Italiano aumentarono i consensi ottenendo 35 seggi in più; il Partito Nazionale Monarchico aumentò da 14 a 40 deputati e il Movimento Sociale Italiano aumentò da 6 a 29 deputati.

Il 31 luglio dell'anno successivo la legge fu abrogata.

Il giudizio storico[modifica | modifica wikitesto]

Quanto al merito, la polemica s'è riaperta negli ultimi anni[13]. Secondo gli oppositori l'applicazione della riforma elettorale avrebbe introdotto una distorsione inaccettabile del responso elettorale[14]. I fautori invece vedevano la possibilità di assicurare al Paese dei governi stabili non ritenendo praticabili alleanze più ampie con i partiti di sinistra o con i monarchici e i missini.

Si noti che la legge andava a innovare una materia che, almeno nell'Europa di diritto latino, era tradizionalmente regolata secondo le elaborazioni di alcuni giuristi, principalmente Hans Kelsen, i quali vedevano in un sistema elettorale strettamente proporzionale (e con pochi correttivi o aggiustamenti) la corretta rappresentatività politica in Stati di democrazia. Se anche appare scorretto sostenere che la Costituzione del 1948 recepisse un favore per il proporzionale, è però vero che già da allora il sistema del premio di maggioranza era considerato assai rudimentale, per conseguire le esigenze di governabilità delle democrazie moderne, da buona parte della dottrina politologica[15].

Queste critiche sono riemerse, a cinquant'anni di distanza, nei confronti della legge n. 270 del 2005 (il cosiddetto «Porcellum», dall'epiteto denigratorio rivoltole dal suo stesso proponente, l'allora ministro Roberto Calderoli), che contiene al suo interno un premio di maggioranza nazionale alla Camera e regionale al Senato.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Elezione. Elezioni politiche, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  2. ^ Alessandro Chiaramonte,Il premio di maggioranza: cosa è, come varia, dove è (stato) applicato, pagina 3.
  3. ^ La maratona oratoria dell'ostruzionismo delle opposizioni fu infervorata dall'esistenza di un cordone di questurini nei pressi di largo Chigi: Pietro Ingrao fu tra coloro che entrarono nell'Aula di Montecitorio con i segni delle manganellate, come raccontò al Manifesto del 30 marzo 2015.
  4. ^ Rodotà, Carla. 1992. Storia della "legge truffa"; introduzione di Paolo Barile. Roma : Edizioni associate, 1992.
  5. ^ Atti parlamentari,III legislatura, Camera dei deputati, Assemblea, resoconto stenografico della seduta pomeridiana del 7 agosto 1962, p. 32646.
  6. ^ In ogni caso, quel processo verbale non fu mai approvato: Giampiero Buonomo, Come il Senato si scoprì vaso di coccio, in L'Ago e il filo, 2014.
  7. ^ Nel corso del seminario sul tema: "Dal voto del cittadino alla formazione del parlamento: quale legge elettorale?", svoltosi a Pisa il 20 marzo 2009, il professor Andrea Pertici ascrisse la nascita dell'espressione a Piero Calamandrei; secondo CORDES, Quel "truffa" l'invento' Pajetta, Corriere della Sera, 25 giugno 1997, la genesi invece va ascritta a Giancarlo Pajetta.
  8. ^ In primissima battuta, egli la respinse quando si accorse che il margine di successo era troppo risicato, prevedendo una forte reazione delle opposizioni: ciò secondo Indro Montanelli, C'era una volta, il Giornale, 30 ottobre 1991.
  9. ^ Quando ancora si valutava se il Governo avesse dovuto proporla, egli avrebbe detto ai colleghi: «L'idea è buona, ma se noi proponiamo una simile legge questa legge sarà chiamata "truffa" e noi saremo chiamati "truffatori"»: v. La Storia d'Italia di Indro Montanelli – 03 – Dalla proclamazione della Repubblica al Trattato di pace
  10. ^ Nenni, P. (1953). Legge truffa e costituzione; ragioni dell'ostruzionismo socialista. Milano, [Avanti], 1953.
  11. ^ Colozza, Roberto. 2011. Ferruccio Parri, la 'legge truffa' e la nascita di Unità popolare 1952 - 1953. n.p.: 2011. Italia contemporanea / Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia. Roma. 2011, S. 217 - 238.
  12. ^ Secondo Bruno Vespa (L'Italia spezzata-Un paese a metà tra Prodi e Berlusconi, Mondadori, 2006)«i voti non validi furono una valanga: 1.317.583, il 4,6% dei votanti, il doppio delle elezioni del 1948», in particolare c'erano «436.534 bianche e 881.049 nulle». Vespa citò poi una dichiarazione che Vincenzo Longi, ai tempi funzionario della Camera, avrebbe reso nel 1995 a Giancarlo Loquenzi: «Se fossi interrogato nel tribunale della Storia, direi in piena coscienza che delle circa 800.000 schede contestate, moltissime erano più che valide e che, quindi, il quorum del 50% più uno si sarebbe abbondantemente superato»(Andreotti con il cestino della carta straccia in testa, Corriere della Sera, 2 novembre 2006). In effetti, secondo Gaetano Quagliariello, La legge elettorale del 1953, Il Mulino, 2003, pagina 130, "Vincenzo Longi, allora giovane funzionario della Camera dei deputati, della quale sarebbe poi divenuto il Segretario generale, alcuni anni più tardi, nel 1957, condusse un'inchiesta privata sulle schede annullate e sui verbali delle elezioni".
  13. ^ Orlando, Federico. Ma non fu una legge truffa. n.p.: Ed. Cinque Lune, 1989.
  14. ^ Cfr. Lucio Lombardo Radice, La matematica non è un’opinione, in «L’Unità», 10 maggio 1953.
  15. ^ Maria Serena, Piretti. 2004. "Tra legittimità e coazione. Il caso della "legge truffa." Scienza & Politica : Per Una Storia Delle Dottrine no. 30.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Andreotti Giulio, 1953. Fu legge truffa?, Rizzoli, Milano, 2007
  • Quagliariello Gaetano, La legge elettorale del 1953, Il Mulino, Bologna, 2003
  • Ginsborg Paul, "Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi", Einaudi, Torino, 1989
  • M.S. Piretti, "La legge truffa", Bologna, Il Mulino, 2003.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]