Arditi distruttori della Regia Aeronautica

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Battaglione "Arditi Distruttori della Regia Aeronautica"
Descrizione generale
NazioneItalia Italia
ServizioLesser coat of arms of the Kingdom of Italy (1929-1943).svg Regia Aeronautica
Tiporeparto speciale
Compitiincursori su installazioni militari a terra
Dimensionebattaglione
SedeTarquinia
MottoCielo, terra marique.
Parte di
dapprima autonomo, dal 16 novembre 1942 inquadrato nel 1º Reggimento d'assalto, poi ancora autonomo
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Il battaglione Arditi Distruttori della Regia Aeronautica (ADRA) fu un reparto di incursori della Regia Aeronautica.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Durante la seconda guerra mondiale era necessario disporre di unità altamente specializzate addirittura per una sola operazione per volta. A tale scopo furono creati gli ADRA.

Formazione[modifica | modifica wikitesto]

Gli ADRA (Arditi Distruttori della Regia Aeronautica), precursori dell'odierno 17º Stormo Incursori, furono istituiti il 28 luglio 1942 con gli specifici compiti di effettuare azioni di sabotaggio su installazioni nemiche, aviotrasportate, anfibie o con altri mezzi[2]. La forza iniziale era di 300 uomini[2]. Quando il colonnello pilota paracadutista Giuseppe Baudoin era diventato il padre spirituale di tutti i paracadutisti italiani, dalla scuola militare di Tarquinia uscivano pronti alle prime operazioni i paracadutisti della Folgore, del Battaglione P e del Battaglione ADRA.

Il primo obiettivo dell'ADRA doveva essere:

«Agire su determinati campi d'aviazione nemici, in concomitanza con le truppe terrestri, per l'occupazione dei campi stessi e per il loro riattamento, necessario per l'atterraggio dei reparti aerei destinati al trasporto delle truppe aviotrasportabili

(Trasmesso dallo stato maggiore della R.A.)

Il battaglione[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre 1942 il battaglione ADRA, inizialmente autonomo, venne incorporato nel 1º Reggimento d'assalto "Amedeo d'Aosta" della Regia Aeronautica, insieme al 1º Battaglione paracadutisti e al Battaglione "Loreto", che doveva presidiare le installazioni aeree occupate, con una forza complessiva di 1.500 uomini [2]; entrambi erano stati creati in occasione dell'Operazione C3 su Malta. Sfumata, tornò autonomo alle dirette dipendenze dello stato maggiore.

Nel giugno del 1943, poco prima dell'armistizio, il battaglione compì la sua prima missione per le forze dell'Asse. L'incarico era quello di paracadutarsi in pattuglie di nove uomini, precisamente dieci pattuglie affiancate da altre quattro del 10º Reggimento Arditi, su vari aeroporti alleati nell'Africa settentrionale, e distruggere il maggior numero possibile di velivoli[3].

La missione ebbe inizio il 13 giugno, quando le pattuglie presero il volo da vari aeroporti di Sicilia, Sardegna, Provenza e Creta[4]. Due pattuglie non poterono partire, e le altre incontrarono varie difficoltà venendo quasi tutte neutralizzate. Le due pattuglie che avevano come obiettivo Bengasi riuscirono, con forti perdite, a far saltare 25 quadrimotori B-24 Liberator il 18 giugno; i due superstiti vennero catturati dagli arabi e poi consegnati agli inglesi[4].

«Le pattuglie Comis e Balmas, erano le uniche ad aver effettuato un atterraggio in prossimità dell'obiettivo, guastato però da una serie di infortuni e dalla dispersione degli aerorifornitori. Condussero una condotta elusiva per un paio di giorni ma, prive di acqua, erano costrette ad una serie di scontri a fuoco ravvicinati ed alla resa. Ma due arditi, il 1º aviere Vito Procida e l'aviere Francesco Cargnel, inviati in perlustrazione erano riusciti a sottrarsi alla cattura. Intuita la resa dei commilitoni, decisero di avviarsi verso gli obiettivi assegnati. Dopo 3 notti e 2 giorni di marcia per evitare la sorveglianza nemica e gli arabi, particolarmente stimolati dalle ricompense promesse dagli Inglesi, raggiungevano il punto stabilito per l'inizio dell'azione. L'ingestione di compresse di simpamina sopperì alla stanchezza fisica e alla sete che attanagliavano gli arditi e consentì il mantenimento della concentrazione necessaria per osservare l'area dell'obiettivo e le ronde di vigilanza. L'aeroporto era a circa 7 km dal punto di osservazione ed era sovraffollato di quadrimotori americani a pieno carico di bombe. Il 18 giugno 1943, sopraggiunta l'oscurità e verificate le armi individuali e le 10 cariche di ciascuno in dotazione, iniziarono l'azione: alla mezzanotte erano sotto la rete di recinzione. Apertisi un varco con le cesoie, si portarono a ridosso degli aerei, talmente numerosi da essere allineati ala contro ala e innescarono tutte le cariche a disposizione. L'azione portò alla distruzione di circa 25 quadrimotori con relativo carico bellico e all'uccisione di una quarantina di membri degli equipaggi di volo, alloggiati nelle tende, oltre numerosissimi feriti. I due avieri, dopo essere riusciti a rifocillarsi ed a dissetarsi grazie allo spontaneo aiuto di un pastore arabo, ex soldato delle nostre truppe coloniali, ripresero la marcia verso la zona dove era stato previsto un tentativo di recupero a mezzo aereo. Traditi da un altro arabo, vennero catturati dagli Inglesi. Fabrizio Storti»

Uno di questi gruppi combatté a lungo contro le forze alleate presso Gebel Abiod senza abbandonare mai la posizione. Dopo essersi paracadutati presso Philippeville (Algeria) e dopo una marcia forzata, il ponte di Beni Mansur dal quale sarebbero passate alcune truppe anglo-americane venne fatto saltare e distruggere da altri parà AM. Successivamente si infiltrarono nel vicino campo d'aviazione ed innescarono cariche esplosive. Dovevano recarsi nei pressi di El Carruba, ma nessuno arrivò per imbarcarsi e tornare in Italia. Così riportò allora il comando che li catturò allo Stato maggiore della Royal Air Force:

«Air Force: on November 1942 the Air Force grouped its 1st Parachutist Unit (renamed "Battalion") with the "Loreto" Battalion (an air-transportable ground-crews and engineers unit expecialy trained to operate captured enemy airfield) in the 1st Air Force Assault Regiment "Amedeo d'Aosta". A 3rd Battalion of Parachutist Demolition Engineers was planned but never formed. At the moment of the Armistice (September 8th 1943) the 2nd Battalion ADRA had just begun the training of its first elements.»

(Trasmesso dal Comando-Philippeville della R.A.F.)

Dopo la missione, come indicato anche dalla citazione precedente, il 2º battaglione continuò a costituirsi a Viterbo, ma non venne impiegato operativamente[4].

Sicilia, luglio 1943, l'ultima missione[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso dello sbarco alleato in Sicilia, due pattuglie ADRA furono lanciate oltre le linee nemiche, nella parte dell'isola occupata dagli alleati, per compiere missioni di sabotaggio, fra il 21 e il 26 luglio 1943.

Dei 10 Arditi Distruttori lanciati, 5 riuscirono a rientrare nelle linee nazionali dopo aver compiuto la missione e furono decorati di Medaglia d'argento al valor militare "sul campo" [5].

I cinque arditi rientrati nelle linee e decorati con Medaglia d'Argento erano:

  • Sergente maggiore ardito paracadutista Sebastiano Urso, da Catania
  • Aviere governo ardito paracadutista Raimondo Carlini, da Cagliari
  • Aviere scelto governo ardito paracadutista Franco Costanzo, da Cuneo
  • Aviere scelto elettricista ardito paracadutista Guido Esposti, da Roma
  • Aviere governo ardito paracadutista Dionisio Scalco, da Brescia

Gli arditi distruttori proseguirono la loro attività dopo l'8 settembre 1943 nella RSI, ad opera del loro comandante, ten. col. Edvino Dalmas, nell'Aeronautica Nazionale Repubblicana, mutando nome in ADAR (Arditi Distruttori Aeronautica Repubblicana), con sede a Tradate.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ ADRA in azione in Libia e nord Africa nel giugno 1943.
  2. ^ a b c Enciclopedia "Corpi d'elite delle forze armate italiane"- Hachette fascicolo 1 - pag. 8.
  3. ^ Enciclopedia "Corpi d'elite delle forze armate italiane"- Hachette fascicolo 1 - pagg. 9,10.
  4. ^ a b c Enciclopedia "Corpi d'elite delle forze armate italiane"- Hachette fascicolo 1 - pag. 10.
  5. ^ Bollettino Ufficiale 1943, suppl, I, pagina 1, registrato alla Corte dei Conti il 10 giugno 1946, registro n. 8 Aeronautica, foglio n. 187

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV. Corpi d'elite delle forze armate italiane, Fascicolo 1. Hachette Fascicoli, 2010

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]