Strage di Piazzale Loreto

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strage di Piazzale Loreto
Piazzale Loreto 10 ago 1944.jpg
Piazzale Loreto, 10 agosto 1944
Stato Italia Italia
Luogo Piazzale Loreto, Milano
Data 10 agosto 1944
06:10
Tipo fucilazione
Morti 15
Responsabili Theodor Saevecke
Motivazione rappresaglia per l'attentato in viale Abruzzi
« Il sangue di piazzale Loreto lo pagheremo molto caro »
(Benito Mussolini al vice-capo della Polizia della RSI, Eugenio Apollonio[1])

La strage di Piazzale Loreto fu un eccidio avvenuto in Italia, il 10 agosto 1944 in Piazzale Loreto a Milano, durante la seconda guerra mondiale.

Quindici partigiani furono fucilati da militi del gruppo Oberdan della Legione Autonoma Mobile Ettore Muti della RSI, per ordine del comando di sicurezza nazista, e i loro cadaveri vennero esposti al pubblico.

L'attentato di viale Abruzzi[modifica | modifica wikitesto]

attentato di viale Abruzzi
Stato Italia Italia
Luogo viale Abruzzi 77, Milano
Data 8 agosto 1944
08:15
Tipo Duplice esplosione
Morti 6, forse 7. In base alla documentazione dell'obitorio civico (scheda 577/44), la settima vittima potrebbe essere Enrico Masnata, il cui nome però non è tra i feriti ricoverati in ospedale nel verbale della GNR dell'8/8/44. Il dubbio non può essere sciolto, inoltre, perché nella scheda non c'è alcuna indicazione sul luogo ove fu ferito.
Feriti 11 secondo il Rapporto del capitano Formosa della GNR dell'8 agosto 1944. 5 di questi saranno ricoverati all'Ospedale di Niguarda
Responsabili I responsabili non furono mai individuati. L'attribuzione ai GAP - Gruppi di Azione Patriottica è sempre stata smentita da Pesce, anche nella sua testimonianza al processo Saevecke presso il Tribunale Militare di Torino[2]. Inoltre la Resistenza, che aveva sempre rivendicato i suoi attentati, non lo fece in questo caso.

L'8 agosto 1944 fu compiuto un attentato con due ordigni esplosivi contro un camion tedesco (targato WM 111092) parcheggiato in viale Abruzzi a Milano. In quell'attentato non rimase ucciso alcun soldato tedesco (solo l'autista Heinz Kuhn, che dormiva nella cabina di guida, riportò lievi ferite) ma provocò la morte di sei cittadini milanesi e il ferimento di altri undici.[3]

La strage[modifica | modifica wikitesto]

All'alba del 10 agosto 1944, a Milano, quindici partigiani vennero prelevati dal carcere di San Vittore e portati in Piazzale Loreto, dove furono fucilati da un plotone di esecuzione composto da militi fascisti del gruppo Oberdan della legione «Ettore Muti» guidati dal capitano Pasquale Cardella[4], che agiva agli ordini del comando tedesco, in particolare del capitano delle SS Theodor Saevecke, noto in seguito come boia di Piazzale Loreto, allora comandante del servizio di sicurezza (SD) di Milano e provincia (AK Mailand).

Nel comunicato del comando della sicurezza nazista[5], si afferma che la strage fu attuata per un insieme di «atti di sabotaggio» tra i quali è riconoscibile a fatica l'attentato di viale Abruzzi.

Il comandante dei Gap, Giovanni Pesce, negò sempre che quell'attentato potesse essere stato compiuto da qualche unità partigiana. Certi elementi anomali hanno fatto definire da alcuni l'attentato come controverso: il caporal maggiore Kuhn aveva parcheggiato il mezzo a poca distanza da un'autorimessa in via Natale Battaglia e dall'albergo Titanus, entrambi requisiti dalla Wehrmacht e a disposizione del personale militare nazista. Ma il bando di Kesselring, invocato dal comunicato e dalle alte gerarchie naziste[6], prevedeva la fucilazione di dieci italiani per ogni tedesco solo in caso di vittime naziste.

È dunque lecito supporre, come fece il Tribunale Militare di Torino nel processo Saevecke, che la strage di piazzale Loreto sia stata un atto deliberato di terrorismo che aveva lo scopo strategico di stroncare la simpatia popolare per la Resistenza al fine di evitare ogni forma di collaborazione e garantire alle truppe naziste la massima libertà di movimento verso il Brennero. Theodor Saevecke, il cui comando si trovava all'Hotel Regina in via Silvio Pellico, sede delle SS, dei servizi di sicurezza (SD) e della Polizia Politica (la Gestapo) e noto luogo di tortura, pretese ed ottenne, ciò nonostante, la fucilazione sommaria di quindici antifascisti, e compilò egli stesso la lista, come testimoniato da Elena Morgante[7], impiegata nell'ufficio delle SS, cui fu ordinato di batterla a macchina.

I corpi accatastati nel piazzale. Il cartello ne dava la definizione di «assassini».
Milite di guardia ai cadaveri esposti

Dopo la fucilazione - avvenuta alle 06:10 - a scopo intimidatorio i cadaveri scomposti furono lasciati esposti sotto il sole della calda giornata estiva, coperti di mosche, fino alle ore 20 circa. Un cartello li qualificava come "assassini". I corpi, sorvegliati dai militi della Muti che impedirono anche ai parenti di rendere omaggio ai defunti, furono pubblicamente vilipesi e oltraggiati in tutti i modi dai fascisti e dalle ausiliarie della RSI; inoltre, per intimidire la popolazione e togliere ogni appoggio alla Resistenza, i cittadini in transito, a piedi, in bicicletta o sui tram, furono obbligati, armi alla mano, ad assistere allo «spettacolo».

Il poeta Franco Loi, testimone della tragedia e allora abitante nella vicina Via Casoretto, ricorda:

« C'erano molti corpi gettati sul marciapiede, contro lo steccato, qualche manifesto di teatro, la Gazzetta del Sorriso, cartelli, banditi! Banditi catturati con le armi in pugno! Attorno la gente muta, il sole caldo. Quando arrivai a vederli fu come una vertigine: scarpe, mani, braccia, calze sporche; (...) ai miei occhi di bambino era una cosa inaudita: uomini gettati sul marciapiede come spazzatura e altri uomini, giovani vestiti di nero, che sembravano fare la guardia armati! »
(Franco Loi, da R. Cicala (a cura di), Con la violenza e la pietà. Poesia e resistenza, Interlinea, Novara, 1995. ISBN 88-86121-56-3.)

L'esecuzione e il vilipendio dei cadaveri impressionarono profondamente l'opinione pubblica tanto che il Prefetto di Milano e capo della Provincia[8] Piero Parini nel suo «Pro memoria urgente per il duce» annota «... il modo della fucilazione era stato quanto mai irregolare e contrario alle norme. I disgraziati non avevano neppure avuto l'assistenza del sacerdote, che non si nega neppure al più abbietto assassino. ... Alle mie rimostranze, i comandanti nazisti hanno risposto tutti allo stesso modo: l'esecuzione era stata un'applicazione del bando del Maresciallo Kesselring ... L'impressione in città perdura fortissima e l'ostilità verso i tedeschi è molto aumentata. Vi sono stati anche scioperi parziali in alcuni stabilimenti e corre voce che se ne prepari uno domani.... Non Vi nascondo che mi sento profondamente a disagio nella mia carica, giacché il modo di procedere dei tedeschi è tale da rendere troppo difficile il compito di ogni autorità e determina una crescente avversione da parte della popolazione verso la Repubblica».

A seguito del pro memoria, Mussolini comunicò all'ambasciatore tedesco presso la RSI, Rudolf Rahn, che i metodi utilizzati dai militari tedeschi «erano contrari ai sentimenti degli italiani e ne offendevano la naturale mitezza»[9]. Meno di un anno dopo, all'alba del 29 aprile 1945, sullo stesso piazzale furono esposti i cadaveri di Mussolini, di Claretta Petacci e di altre 15 persone, tutti alti gerarchi fascisti, giustiziati dopo la cattura a Dongo.

Le vittime[modifica | modifica wikitesto]

  1. Gian Antonio Bravin (28 febbraio 1908), commerciante, abitante in viale Monza 7 a Milano. Partigiano nel varesotto e capo del III gruppo dei GAP, fu arrestato dai fascisti il 29 luglio del 1944, imprigionato a S.Vittore a disposizione della Sicherheitspolizei-Sicherheitsdienst (SIPO-SD) tedesca.
  2. Giulio Casiraghi (Sesto San Giovanni, 17 ottobre 1899), tecnico della Ercole Marelli di Sesto San Giovanni, militante comunista. Nel 1930 viene condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a 5 anni di detenzione per costituzione del PCd'I, appartenenza al medesimo e propaganda. È il referente del movimento operaio degli stabilimenti "Ercole Marelli". Dopo l'8 settembre 1943 moltiplica il proprio impegno, collaborando alla fornitura di armi e rifornimenti alle formazioni partigiane, nonché supporto per la ricezione di radiomessaggi da Londra relativi all'esecuzione di aviolanci alleati volti ad approvvigionare la Resistenza. Nel marzo 1943 e nel marzo 1944, organizza gli scioperi nelle fabbriche sestesi insieme a Fogagnolo. Arrestato al ritorno dal lavoro, verso mezzogiorno del 12 luglio 1944 da fascisti e SS dipendenti dall'ufficio dello SS-Scharfuhrer Werning, responsabile della Sicherungskompanie di Monza. Trasferito a San Vittore l'8 agosto 1944.[10]
  3. Renzo del Riccio (Udine, 11 settembre 1923), operaio meccanico, socialista, soldato italiano di fanteria partecipò l'8 settembre 1943 a furiosi scontri contro i tedeschi. Unitosi ai partigiani (ad una formazione Matteotti operante nel Comasco?) e distintosi in azione, fu arrestato e inserito nelle liste del servizio obbligatorio del lavoro, nel giugno 1944 fuggì durante la deportazione in Germania. Nel luglio, in viale Monza, è nuovamente arrestato in seguito a delazione. Incarcerato a Monza e poi trasferito a San Vittore l'8 agosto 1944.
  4. Andrea Esposito (Trani, 26 ottobre 1898), operaio, militante comunista e partigiano della 113ª brigata Garibaldi, arrestato da membri dell'Ufficio politico investigativo della Guardia nazionale repubblicana, il 31 luglio 1944 in casa insieme al figlio Eugenio (renitente alla leva della fascista RSI), vennero rinchiusi nelle carceri di San Vittore a disposizione della SIPO-SD. Il figlio Eugenio, inizialmente inserito nella lista dei fucilandi, sarà invece trasferito prima al campo di concentramento di Gries (Bolzano) e successivamente deportato in Germania dapprima nel campo di concentramento di Flossenburg e poi in quello di Dachau, da dove ritornerà a guerra finita.
  5. Domenico Fiorani (Boron in Svizzera, 24 gennaio 1913), perito industriale, socialista, collaborò a giornali clandestini. Appartenente alle brigate Matteotti. Arrestato il 25 giugno 1944 dalla polizia politica a Busto Arsizio, mentre si reca dalla moglie degente in ospedale. Incarcerato a Monza e trasferito l'8 agosto 1944 a San Vittore.[11]
  6. Umberto Fogagnolo (Ferrara, 2 ottobre 1911), ingegnere alla Ercole Marelli di Sesto San Giovanni. Rappresentante del Partito d'Azione nel CLN di Sesto e responsabile dell'organizzazione clandestina nelle fabbriche; insieme a Casiraghi, è tra gli organizzatori dello sciopero generale del marzo 1944. Arrestato il 13 luglio 1944[12] nel suo ufficio, da fascisti e SS dipendenti dall'ufficio dello SS-Scharfuhrer Werning, responsabile della Sicherungskompanie di Monza, dove viene incarcerato ed è ripetutamente torturato. Trasferito a San Vittore l'8 agosto 1944. Medaglia d'argento al valore militare alla memoria.[13].
  7. Tullio Galimberti (Milano, 31 agosto 1922), impiegato. Appartenente alle formazioni Garibaldi con compiti di collegamento e raccolta di armi (membro della 3ª brigata d'assalto Garibaldi Gap "Egisto Rubini", secondo il martirologio compilato nell'immediato dopoguerra a cura dell'Anpi provinciale milanese). Arrestato durante un incontro clandestino in piazza San Babila alla fine del giugno 1944 da agenti della SS germanica e italiana. Tradotto alle carceri di San Vittore.
  8. Vittorio Gasparini (Ambivere, 30 luglio 1913), dottore in economia e commercio, capitano degli alpini, era responsabile di una missione dell'OSS (Office of Strategic Service) della V Armata americana che trasmetteva radiomessaggi clandestini. La stazione radio venne individuata dai tedeschi che lo arrestarono[14]. Interrogato a Brescia, nello stesso giorno è ricondotto a Milano e imprigionato nel carcere di San Vittore. Torturato per giorni senza riuscire a farlo parlare, fu infine fucilato (Medaglia d'oro al valore militare alla memoria).[15].
  9. Emidio Mastrodomenico (San Ferdinando di Puglia, 30 novembre 1922), agente di PS al commissariato di Lambrate. Collegato con il movimento resistenziale (capo dei GAP), è catturato il 29 luglio (il 16 aprile secondo l'Unità[16]) 1944 in piazza Santa Barbara da agenti della SIPO-SD e incarcerato a San Vittore.
  10. Angelo Poletti (Linate al Lambro, 20 giugno 1912) operaio presso l'Isotta Fraschini e militante socialista, dopo una breve esperienza partigiana in Val d'Ossola rientra a Milano dove dirige il gruppo da cui nascerà la 45ª Brigata Matteotti. Ferito ad una gamba e arrestato il 19 maggio 1944[17] da militi fascisti mentre si trovava al lavoro, subì sevizie e torture in carcere.[18]
  11. Salvatore Principato (Piazza Armerina, 29 aprile 1892), militante socialista e perseguitato politico sotto il fascismo, arrestato l'8 luglio 1944 dalle SS come aderente al PSIUP e membro della 33ª Brigata Matteotti. Incarcerato a Monza dove fu torturato, fu trasferito a S. Vittore il 7 agosto 1944. All'epoca dei fatti era docente presso la scuola elementare Leonardo da Vinci di Milano, sita a pochi metri da Piazza Loreto. Una lapide lo ricorda nell'atrio della scuola e un'altra in via Gran Sasso (presso la sua abitazione).[19]
  12. Andrea Ragni (Brescia, 5 ottobre 1921), partigiano appartenente alle formazioni Garibaldi, catturato e fuggito in data imprecisata dell'autunno 1943. Catturato nuovamente il 22/5/1944 da membri delle SS tedesca e imprigionato nel carcere di San Vittore.
  13. Eraldo Soncini (Milano 4 aprile 1901), operaio alla Pirelli Bicocca e militante socialista. Appartenente alla 107ª Brigata Garibaldi SAP. Arrestato il 9 luglio 1944 vicino a piazzale Loreto da SS della Sicherungskompanie di Monza. Imprigionato nel locale carcere e trasferito il 7 agosto 1944 a S. Vittore. In piazzale Loreto tenta la fuga lungo via Andrea Doria; ferito, tenta di nascondersi nel portone di via Palestrina 7[20]. Raggiunto da due militi fascisti, viene finito sul posto, trascinato in piazzale Loreto e gettato nel mucchio dei compagni fucilati. Nel dopoguerra, la Corte d'Assise Straordinaria di Milano, con sentenza del 23 maggio 1947, condannò per l'assassinio di Soncini i militi Giacinto Luisi e Luigi Campi, appartenenti al gruppo "Oberdan" di Porta Venezia della legione Ettore Muti.[21].
  14. Libero Temolo (Arzignano, 31 ottobre 1906), militante comunista, operaio alla Pirelli Bicocca, è partigiano organizzatore delle SAP. Arrestato nell'aprile 1944 a Milano a seguito di una delazione. Portato con gli altri in Piazzale Loreto, qui tentò di fuggire ma fu subito ucciso.[22]
  15. Vitale Vertemati (Niguarda, 26 marzo 1918), meccanico, partigiano della 3ª Brigata d'assalto Garibaldi Gap "Lombardia" (poi "E. Rubini"), arrestato il 1º maggio 1944 da agenti dell'Ufficio speciale dell'UPI mentre era impegnato come agente di collegamento tra i vari gruppi partigiani.

Il Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster inviò un giovane diacono per dare la benedizione ai martiri: il giovane riesce a comporre i cadaveri ammucchiati e cercare nelle tasche i messaggi che questi potevano aver scritto, in modo da recapitarli alle famiglie. Riesce a compiere questa opera di pietà prima che un tedesco lo tiri via. Il ragazzo tre giorni dopo sarà ordinato sacerdote[23]: egli era Giovanni Barbareschi.

I responsabili[modifica | modifica wikitesto]

Theodor Saevecke[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Theodor Saevecke.

Theodor Saevecke, detto il boia di Piazzale Loreto, fu processato dal Tribunale Militare di Torino e fu condannato all'ergastolo il 9 giugno 1999; tuttavia, non fu mai estradato né subì mai alcun processo in patria. È morto nel 2004 a 93 anni. Come altri criminali nazisti, nel dopoguerra venne arruolato dai servizi segreti statunitensi[senza fonte] e più tardi ricoprì importanti incarichi nella polizia del governo federale della Repubblica Federale Tedesca.

Nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

Il dipinto Martiri di Piazzale Loreto[modifica | modifica wikitesto]

Aligi Sassu, Martiri di Piazzale Loreto, (1944)

Aligi Sassu dipinse di getto i Martiri di Piazzale Loreto (titolo originale La guerra civile[24]), sotto l'impressione del brutale assassinio. Il quadro del 1944 (olio su tela 150 x 200 cm) fu esposto per la prima volta alla mostra veneziana del 1952, la Biennale del realismo, dove lo storico dell'arte Giulio Carlo Argan lo notò e fece acquisire dalla Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea di Roma, che ancora lo espone. Martiri di Piazzale Loreto propone una consuetudine della poetica di Sassu, ossia la dialettica tra la resa della realtà contemporanea e l'attualizzazione del mito.

Lo stesso artista, partigiano impegnato insieme a De Grada, Grosso e Guttuso, nella sua autobiografia "Un grido di colore" (Todaro editore, Lugano, 1998) ricorda: "Ho dipinto I martiri di Piazzale Loreto nell'agosto 1944, subito dopo aver visto il ludibrio che la canaglia repubblichina faceva dei corpi dei nostri fratelli. Eppure vi era in me, nel fuoco e nell'ansia che mi agitava, nel cercare di esprimere quello che avevo visto, una grande pace e non odio, ma una tristezza immensa per la lotta fratricida. Da quei corpi sanguinanti e inerti sorgeva un monito: pace, pace".

Il monumento in Piazzale Loreto[modifica | modifica wikitesto]

Il primo cippo commemorativo eretto esattamente sul luogo dell'eccidio

Alla fine della guerra, sul luogo della strage ed in memoria dei martiri ivi caduti fu eretto un cippo commemorativo. Tale cippo fu sostituito da un monumento eretto nell'agosto 1960, opera dello scultore Giannino Castiglioni (1884-1971), sito all'angolo tra il piazzale e viale Andrea Doria. Il monumento, sul fronte, reca un bassorilievo che rappresenta un martire sottoposto ad esecuzione sull'iconografia di San Sebastiano, sul retro reca la dicitura «ALTA/L'ILLUMINATA FRONTE/CADDERO NEL NOME/DELLA LIBERTÀ» cui segue l'elenco dei 15 caduti, la data dell'eccidio, 10 agosto 1944 ed i simboli della Repubblica Italiana e del Comune di Milano.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Frase che sarebbe stata pronunciata da Mussolini subito dopo la fucilazione dei partigiani a piazzale Loreto e l'oltraggio alle loro salme (cfr. Silvio Bertoldi, Piazzale Loreto, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 2004 ISBN 88-17-00070-1 pagg. 232.
  2. ^ TRIBUNALE MILITARE DI TORINO REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO: SENTENZA, difesa.it. URL consultato il 3 aprile 2016.
  3. ^ Nel verbale della Guardia Nazionale Repubblicana, reperibile nell'Archivio di Stato di Milano, Fondo Gnr, busta 64, c. 36, f. VII, sf. 8., si legge: «Oggetto: Attentato terroristico. Milano, li 8/8/1944. Ore 8,15 di oggi in viale Abruzzi all'altezza dello stabile segnato col N° 77 scoppiavano due ordigni applicati ad opera d'ignoti all'autocarro germanico con rimorchio targa W.M. 111092 li sostante dalle ore 3 di stamane e affidato all'autiere caporal Maggiore Kuhn Heinz, che dormiva nella cabina di guida. Decedute 6 persone e precisamente: 1- Zanini Edoardo di Pietro anni 31 - domiciliato a Milano- via Rusco N° 8 2- Giudici Giuseppe fu Carlo anni 60 - domic. a Milano v. Nicola De Puglie 3- Zanicotti Giuseppe fu Angelo anni 28 - dom. Milano via Gran Sasso 2 4- Brioschi Primo - domiciliato a Mezzago, v. del Pozzo 7 5- Moro Gianfranco fu Leonida anni 19 dom. Como, v. Chiesa d'Abbate 4 6- La sesta è una donna età apparente anni 35 priva di documenti. Ferite 11 persone e precisamente: 1- Milanesi Riccardo di Amedeo anni 17 via Baldarino 30 - Ric. Osped. di Niguarda 2- Castoldi Luigi di Carlo anni 29 - Monza, via Lecco 69 3- Brambilla Ettore di Riccardo anni 48, v. Gran Sasso 5 idem 4- Terrana Giorgio fu Sante anni 26, corso Buenos Aires 92 idem 5- De Ponti Ferruccio fu Luigi anni 28, v. Accademia 53 idem Feriti medicati e ritornati ai loro domicili 6- Passera Umberto fu Giuseppe, anni 51 - v. Friuli 65 - Milano 7- Passera Guido fu Giuseppe, anni 46 - v. Friuli 65 - Milano 8- Abbia Arnaldo fu Francesco, anni 29, corso Buenos Aires 25 - Milano 9- Cattaneo Luigi fu Giovanni, anni 14, viale Monza 9 - Milano 10- Robbiati Achille fu Carlo, anni 48 - viale Abruzzi 84 - Milano 11- Capol. [sic] Magg. Kuhn Heinz, ferito leggermente alla guancia destra.»
  4. ^ Report 78th SIB del 21/5/1946 (doc. n° 913) nelle carte del processo Saevecke, ora nell'archivio del Tribunale Militare di Verona e Silvio Bertoldi, Piazzale Loreto, citato, pag. 233.
  5. ^ Documento senza data (ma databile 11 agosto 1944) nelle carte del processo Saevecke, ora nell'archivio del Tribunale Militare di Verona. Il comandante della sicurezza che firma il comunicato era appunto il capitano delle SS Theodor Saevecke.
  6. ^ «Pro memoria urgente per il duce» del prefetto e capo della provincia Piero Parini. Archivio di Stato di Milano,Fondo CVL, Busta 40, fascicolo V, sottofascicolo 5.
  7. ^ Cfr. deposizione di Elena Morgante resa il 4 aprile 1946 (doc. 100-108) nelle carte del processo Saevecke, ora nell'archivio del Tribunale Militare di Verona.
  8. ^ Nella RSI le due cariche coincidevano.
  9. ^ Mimmo Franzinelli, Le stragi nascoste. L'armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti 1943-2001, Mondadori, Milano, 2003. ISBN 978-88-04-51974-4. pag. 67
  10. ^ Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, Giulio Casiraghi, italia-liberazione.it. URL consultato il 29-06-2008.
  11. ^ Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, Domenico Fiorani, italia-liberazione.it. URL consultato il 29-06-2008.
  12. ^ Archivio di Stato di Milano, Corte d'Assise Straordinaria, busta 64, Processo Girardelli, pag. 4.
  13. ^ Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, Umberto Fogagnolo, italia-liberazione.it. URL consultato il 13-12-2011.
  14. ^ cfr. l'Eco di Bergamo 11/8/1998
  15. ^ Ministero della Difesa - Marina Militare, Vittorio GASPARINI - Capitano degli Alpini', marina.difesa.it. URL consultato il 16-06-2009.
  16. ^ L'Unità, 11 ottobre 1964, Font. 18, 101.
  17. ^ Chi era costui, chieracostui.com, http://www.chieracostui.com/costui/docs/search/scheda.asp?ID=3822 . URL consultato il 16-06-2009.
  18. ^ Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, Angelo Poletti, anpi.it. URL consultato il 29-06-2008.
  19. ^ Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, Salvatore Principato, italia-liberazione.it. URL consultato il 29-06-2008.
  20. ^ Archivio di Stato di Milano, Corte d'Assise Straordinaria, busta 64, fascicolo 20/1947, Processo al gruppo Oberdan.
  21. ^ Si veda la nota precedente
  22. ^ Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, Libero Temolo, anpi.it. URL consultato il 29-06-2008.
  23. ^ [1] Corriere della Sera - 10 agosto 2004 - visto 13 febbraio 2009
  24. ^ La guerra civile (Piazzale Loreto).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]