Silvio Pellico

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« Chi mente, se anche non scoperto, ha la punizione in sé medesimo; egli sente che tradisce un dovere e si degrada. »
(Silvio Pellico, da Dei doveri degli uomini.)
Silvio Pellico

Silvio Pellico (Saluzzo, 25 giugno 1789Torino, 31 gennaio 1854) è stato uno scrittore, poeta e patriota italiano, noto soprattutto come autore di Le mie prigioni.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Vita pubblica[modifica | modifica wikitesto]

Nasce il 25 giugno[1] 1789 a Saluzzo, cittadina attualmente in provincia di Cuneo, secondogenito del commerciante piemontese Onorato Pellico (1763-1838) e della savoiarda Margherita Tournier (1763-1837), originaria di Chambery. Sia Silvio che i quattro fratelli ricevono un'educazione cattolica dalla devota madre. Uno dei suoi fratelli, Francesco, diventò prete gesuita; anche le sorelle Giuseppina e Maria Angiola presero i voti. Il primogenito Luigi (1788-1841) tentò la carriera politica, condividendo le idee di Silvio e le sue stesse passioni letterarie, e fu anche un aspirante scrittore.

Dopo gli studi a Pinerolo, dove suo padre nel 1792 aveva rilevato un negozio da gestire, nel 1799 in seguito al fallimento dell'attività paterna va a vivere con la famiglia a Torino. Nella capitale sabauda, appena annessa alla Francia napoleonica, il padre però contrae numerosi debiti e si trova costretto a scappare dai creditori. Silvio viene così inviato dai genitori in Francia, a Lione, per fare pratica nel settore commerciale presso il benestante cugino materno monsieur De Rubod. Nella città francese Silvio Pellico dimostra subito scarsa inclinazione per gli affari appassionandosi invece agli studi classici, alle lingue e agli autori contemporanei, quali Foscolo e Vittorio Alfieri di cui diventa un fervente ammiratore. Al rientro in Italia, nel 1809, si stabilisce con la famiglia a Milano, dove il padre, finalmente abbandonato il mondo degli affari, aveva trovato un impiego pubblico al Ministero della Guerra del Regno d'Italia. A Milano Silvio riesce a trovare lavoro come insegnante di francese presso il collegio militare. Giovane entusiasta della poesia neoclassica, frequenta Vincenzo Monti e Ugo Foscolo legando in particolare con quest'ultimo. Comincia allora a scrivere, specialmente per il teatro, tragedie in versi di impianto classico, come Laodamia (1813) ed Eufemio di Messina.

L'arresto di Silvio Pellico e Piero Maroncelli, accusati di appartenere alla Carboneria

Nello stesso periodo tra il 1812 e il 1816 è precettore del piccolo Odoardo Briche, figlio del conte Andrea Briche, il quale si suiciderà nel 1817 con un colpo di fucile, anche se il fatto ne Le mie prigioni per pietà umana verrà presentato come un incidente di caccia[2]. Alla caduta del regime napoleonico (1814) perde la cattedra di francese. Il 18 agosto 1815 a Milano viene rappresentata la sua tragedia Francesca da Rimini[3]. La tragedia reinterpreta l'episodio dantesco alla luce delle influenze romantiche e risorgimentali del periodo lombardo. Dato che i magri compensi di casa Briche non bastano per il suo sostentamento, Pellico cerca occupazione in un'altra famiglia nobile più generosa.

Nel 1816 si trasferisce quindi ad Arluno, nella casa del conte Porro Lambertenghi, dove assume l'incarico di istitutore dei figli Domenico (Mimino) e Giulio Porro Lambertenghi. Stringe relazioni con personaggi della cultura europea, come Madame de Staël e Friedrich von Schlegel, e italiana, come Federico Confalonieri[4], Gian Domenico Romagnosi e Giovanni Berchet. In questi circoli venivano sviluppate idee tendenzialmente risorgimentali, rivolte alla possibilità di indipendenza nazionale: in questo clima, nel 1818 viene fondata la rivista Il Conciliatore, di cui Pellico è redattore e direttore.

Sentenza di condono della pena di morte per Pellico e Maroncelli, 1822, Museo del Risorgimento di Milano.

Pellico e gran parte degli amici facevano parte della setta segreta dei cosiddetti "Federati". Scoperti dalla polizia austriaca che era riuscita ad intercettare alcune lettere compromettenti di Maroncelli, il 13 ottobre 1820, Pellico, lo stesso Piero Maroncelli, Melchiorre Gioia e altri vennero arrestati. Da Milano Pellico fu condotto alla prigione dei Piombi di Venezia, e poi in quella dell'isola di Murano, dove rimase fino al 20 febbraio 1821. Romagnosi fu prosciolto dalle accuse. A Venezia venne letta pubblicamente il 21 febbraio 1821 la sentenza del celebre Processo Maroncelli-Pellico.

I due imputati furono condannati alla pena di morte. Per entrambi, poi, la pena fu commutata: venti anni di carcere duro per Maroncelli, quindici per Pellico. A fine marzo i condannati vennero condotti nella fortezza austriaca di Spielberg. Partiti la notte fra il 25 e il 26 marzo, attraverso Udine e Lubiana giunsero alla prigione, situata a Brünn, l'odierna Brno, in Moravia. La dura esperienza carceraria costituì il soggetto del libro di memorie Le mie prigioni, scritto dopo la scarcerazione che ebbe grande popolarità ed esercitò notevole influenza sul movimento risorgimentale. Metternich ammise che il libro danneggiò l'Austria più di una battaglia persa.[5] Pellico scrisse anche le Memorie dopo la scarcerazione, testo andato perduto.

Dopo il ritorno alla libertà (1830) Silvio Pellico pubblicò altre tragedie: Gismonda da Mendrisio, Leoniero, Erodiade, Tommaso Moro e Corradino. Pubblicò anche il libro morale I doveri degli uomini (1834) e Poesie di genere romantico. In procinto di emigrare per l'ostracismo degli intransigenti cattolici che vedevano in lui sempre un carbonaro, fu presentato ai marchesi di Barolo da Cesare Balbo. Venne assunto come segretario e bibliotecario di Giulia Colbert Faletti e rimase a Palazzo Barolo fino alla morte. Nel 1838 Re Carlo Alberto di Savoia lo beneficiò con una pensione annua di 600 lire. Travagliato da problemi familiari e fisici, negli ultimi anni della sua vita interruppe la produzione letteraria. Silvio Pellico morì il 31 gennaio 1854. È sepolto nel Cimitero monumentale di Torino (Campo primitivo Ovest, edicola n. 266).

Vita sentimentale[modifica | modifica wikitesto]

Silvio Pellico ebbe due storie d'amore importanti nella sua vita[6]. La prima fu con l'attrice Teresa (Gegia) Marchionni: la relazione, contrastata dalla famiglia di Pellico (che non voleva vederlo unito a un'attrice) e sofferta (perché all'inizio non ricambiata), si concluse bruscamente nell'ottobre del 1820 a causa dell'arresto dello scrittore[7]. La seconda fu con la nobildonna Cristina Archinto Trivulzio: Pellico si innamorò della dama nell'estate del 1819 ma ella sposò nel novembre dello stesso anno il conte milanese Giuseppe Archinto[8]. I due innamorati si rividero solamente nel 1836[9], ma dovettero passare altri 11 anni prima di ritrovarsi definitivamente.

Religiosità[modifica | modifica wikitesto]

Durante la prigionia in carcere (durata dal 1820 al 1830) iniziò per Silvio Pellico un periodo di profonda riflessione personale che lo portò a riabbracciare la fede cristiana, che aveva abbandonato durante il periodo francese trascorso a Lione. Un compagno di prigionia, il conte Antonio Fortunato Oroboni[10] lo avvicinò nella fede religiosa.

« "E se, per accidente poco sperabile, ritornassimo nella società” diceva Oroboni “saremmo noi così pusillanimi da non confessare il Vangelo? da prenderci soggezione, se alcuno immaginerà che la prigione abbia indebolito i nostri animi, e che per imbecillità siamo divenuti più fermi nella credenza?"

"Oroboni mio” gli dissi “la tua dimanda mi svela la tua risposta, e questa è anche la mia. La somma delle viltà è d'esser schiavo de' giudizi altrui, quando hassi la persuasione che sono falsi. Non credo che tal viltà né tu né io l'avremmo mai. »

(Silvio Pellico, Le mie prigioni, cap. LXX.)

Durante i lunghi dieci anni di prigionia, il Pellico partecipò regolarmente alla messa domenicale. Dal carcere scrisse al padre nel 1822: Tutti i mali mi sono diventati leggeri dacché ho acquistato qui il massimo dei beni, la religione, che il turbine del mondo m'aveva quasi rapito[11]. Pellico ringraziò la Provvidenza dedicandole le ultime righe de Le mie prigioni:

« "Ah! delle mie passate sciagure e della contentezza presente, come di tutto il bene e il male che mi sarà ancora serbato, sia benedetta la Provvidenza, della quale gli uomini e le cose, si voglia o non si voglia, sono mirabili stromenti [sic] ch'ella sa adoprare a fini degni di sé. »
(Silvio Pellico, Le mie prigioni, cap. IC.)

Tornato in libertà, fu assunto dai marchesi di Barolo (Torino), Carlo Tancredi Falletti e Giulia Colbert[12], collaborando alle loro attività benefiche e religiose. Nel 1851 Pellico e Giulia Colbert Faletti entrarono nel laicato francescano come terziari.

Percorso letterario[modifica | modifica wikitesto]

La prima tragedia di successo del Pellico fu la Francesca da Rimini. Composta tra il 1813 e il 1815, fu revisionata più volte dall'autore sulla base dei suggerimenti e delle critiche di Ugo Foscolo e Ludovico Di Breme. Fu rappresentata per la prima volta al Teatro Re di Milano il 18 agosto 1815 con Luigi Domeniconi nella parte di Paolo e Carlotta Marchionni, allora giovane attrice in ascesa, nella parte di Francesca [13]. Il testo è ispirato all'episodio dantesco ma presentava anche caratteri nuovi: infatti, pur mantenendo le tradizionali unità di tempo, luogo ed azione, presentava alcune delle caratteristiche della tragedia romantica nelle tematiche patriottiche e sentimentali. La tragedia ebbe un successo non solo italiano, ma di respiro europeo come dimostrano le traduzioni in francese ed in inglese [14].

Prima della Francesca, Silvio Pellico aveva composto un Turno ed una Laodamia di cui parla nelle lettere agli amici Foscolo e Stanislao Marchisio, ma i cui manoscritti conservati attualmente nell'archivio della Civiltà Cattolica non sono disponibili in nessuna edizione critica recente, rendendo dunque difficile dare un giudizio su queste due tragedie e quindi anche sugli esordi teatrali del Pellico.

Negli anni seguenti Pellico lavorò a diverse tragedie, senza riuscire, però, a terminarle, a causa del suo lavoro di segretario e precettore presso il conte Porro, ma anche dei tredici mesi piuttosto intensi in cui era stato caporedattore e mediatore tra tutte le anime della redazione della rivista «Il Conciliatore» ed infine del progetto di un romanzo storico, Cola di Rienzo, che lo impegnò particolarmente e il cui manoscritto è stato recuperato nell'archivio della rivista «La Civiltà Cattolica» e pubblicato solo negli anni sessanta del '900 a cura di Mario Scotti. [15] Nel 1820 Pellico riuscì, tuttavia, a pubblicare, ma non a portare in scena a causa del divieto della censura austriaca, una seconda tragedia di ambientazione medievale, Eufemio da Messina.

Negli anni del processo Pellico compose alcuni poemetti di argomento medievale e altre tragedie che vennero pubblicate a Torino tra il 1830 e il 1832. Di queste andarono, però, in scena solo Ester d'Engaddi e Gismonda da Mendrisio[16] nelle interpretazioni di Amalia Bettini e Carlotta Marchionni. Entrambe, però, dopo poche rappresentazioni andarono incontro al divieto posto dalla censura; questa difficoltà, unita all'insuccesso del Corradino del 1834, portò Pellico a riconsiderare tutta la sua attività di autore teatrale[17], forse con una severità anche eccessiva nei riguardi della propria produzione. Nei tre anni durante i quali decise di non scrivere né romanzi né tragedie, Pellico compose un'autobiografia di cui restano solo alcuni frammenti conservati nell'archivio storico del comune di Saluzzo e numerose cantiche raccolte in due volumi del 1837 intitolati "Poesie inedite". A questi volumi seguì una nuova pausa nel lavoro letterario, giustificata non tanto dalle critiche ricevute sulle riviste di settore o nell'ambiente letterario piemontese, quanto al susseguirsi di una serie di lutti personali: dalla morte dei genitori e del fratello fino alla perdita improvvisa del marchese Tancredi Di Barolo.

Nell'inverno 1830/31 Pellico aveva lavorato anche ad un romanzo: Raffaella, o Rafaella, una storia di due amici coinvolti nelle lotte medievali tra papato ed impero in Piemonte contenente diverse allusioni politiche ed autobiografiche. L'opera venne pubblicata solo postuma con un finale non composto dall'autore, ma aggiunto per dare una conclusione alla vicenda con un intento morale[18].

Silvio Pellico non amava scrivere poesie d'occasione su richiesta di qualche mecenate o committente. Uscito dal carcere, aveva scritto con affettuosa ironia in una lettera, datata 1834 e indirizzata alla contessa Ottavia Di Masino (di cui frequentava il salotto), che avrebbe preferito tornare in carcere piuttosto che essere costretto a scrivere versi su ordinazione. A conferma di questo, Silvio scrisse in una lettera al fratello Luigi datata 1839 che, arrivato a cinquant'anni, non era facile per un poeta trovare ancora nuove idee e nuovi spunti e che Vincenzo Monti a quell'età continuava ad essere ancora capace di comporre versi in quantità perché su di lui agiva la sollecitazione di Napoleone, che lo ricompensava per le sue lodi. Date queste premesse risulta insolito il fatto che nel 1842, per le nozze del futuro re Vittorio Emanuele II con Maria Adelaide d'Austria, il comune di Torino abbia commissionato due composizioni poetiche a Felice Romani, e allo stesso Pellico, poesie che vennero recitate di fronte agli sposi: la prima dallo stesso Romani e la seconda da una fanciulla di famiglia nobile, "madamigella Di Pollone", come racconta Luigi Cibrario nel suo libro sulle "Feste torinesi del 1842". Sempre su commissione, Pellico scrisse anche una poesia per la nascita del futuro re Umberto I (1844) e un canto funebre per la duchessa Maria Adelaide, sorella della moglie di Vittorio Emanuele II ed amica della marchesa Di Barolo. Di questa seconda composizione esistono due versioni: la prima pubblicata in appendice all'edizione dell'epistolario di Pellico del 1856 e la seconda inedita, il cui manoscritto è attualmente conservato nell'archivio storico del comune di Saluzzo.

Intitolazioni[modifica | modifica wikitesto]

Silvio Pellico è una piccola località di 1500 abitanti in Argentina, nel dipartimento di San Martino, nel sud-est della provincia di Cordoba fondata nel 1894 da emigranti originari di Saluzzo[19]. A Fiume (oggi Croazia), in Via dei gelsi, fino alla fine della II Guerra mondiale a Silvio Pellico era intestata una scuola elementare. Con il passaggio della sovranità sulla città alle autorità jugoslave all'istituto venne cambiato nome: Moše Albahari e poi Podmurvice (letteralmente sotto i gelsi).

Molte istituzioni portano il nome di Silvio Pellico, ispirate dall'amore per la patria e la fede che caratterizzò la vita dello scrittore. Tra esse, l'istituto professionale per il commercio di Saluzzo (CN), una scuola media a La Spezia, la scuola media di Chioggia (VE), una scuola elementare a Udine e un'altra a Santhià (VC), a Carpeneto (AL), a Pachino (SR) e a Serramanna (VS), un liceo classico a Cuneo ed anche alcuni teatri, come quello di Trieste. A Imola e Lugo (nella Diocesi di Imola) i due circoli cattolici sono intitolati alla memoria di Silvio Pellico. La via che circonda la collina su cui sorge la fortezza dello Spielberg, a Brno, si chiama Pellicova, in onore di Silvio Pellico.[20]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il 25 giugno è battezzato nel Duomo di Saluzzo. Cfr. Ilario Rinieri, "Della vita e delle opere di Silvio Pellico", Internet Archive: Details: Della vita e delle opere di Silvio Pellico
  2. ^ Cristina Contilli (a cura di), Bibliografia ragionata delle opere di Silvio Pellico, Lulu.com, 2013, pag. 66
  3. ^ L'opera fu composta nel 1813 nel castello di Murisengo.
  4. ^ Pellico ritroverà Confalonieri nel carcere dello Spielberg.
  5. ^ In via Barbaroux n. 20, Silvio Pellico scrisse “Le Mie Prigioni”
  6. ^ Le relazioni sentimentali sono ricostruibili sia attraverso le "Lettere milanesi" (a cura di Mario Scotti, Torino, Loescher-Chiantore, 1963), sia attraverso la raccolta "Poesie inedite" (Torino, Tipografia Chirio e Mina, 1837), vissute entrambe quando viveva a Milano (1810-1820).
  7. ^ Per Teresa Marchionni, il Pellico scrisse nel 1820 una commedia vaudeville intitolata La festa di Bussone.
  8. ^ V. Monti, "Il ritorno d'amore al cespuglio delle quattro rose per le nozze della signora D. Cristina Trivulzio col signor conte D. Giuseppe Archinto", Milano, Tipografia Silvestri, 1819.
  9. ^ S. Pellico, "Epistolario, raccolto e pubblicato a cura di G. STEFANI, Firenze, Le Monnier, 1856; lettera al conte Luigi Porro del gennaio 1836.
  10. ^ Morì in carcere, il 13 giugno 1823, di consunzione per fame a soli 29 anni.
  11. ^ Epistolario di Silvio Pellico, libreria editrice di educazione e d'istruzione di Paolo Carrara, Milano, 1874.
  12. ^ Oggi Servi di Dio della Chiesa cattolica.
  13. ^ "Allora non usavano i posti chiusi e potei sedermi vicino all'orchestra. Le parti erano sostenute da Carlotta Marchionni (Francesca), Ferdinando Meraviglia (Lanciotto), Luigi Domeniconi (Paolo), Antonio Belloni (Guido da Polenta)." da Antonio Colomberti, Memorie di un artista drammatico, 2004, p. 279
  14. ^ "Hobhouse's Francesca is his translation of Silvio Pellico's Francesca da Rimini, a tragedy based on the episode in Canto V of Dante's" da E.R. Vincent, Byron, Hobhouse and Foscolo: New Documents in the History of a Collaboration, 2013
  15. ^ Cola di Rienzo (romanzo storico composto tra il 1817 e il 1820), in S. Pellico, Lettere milanesi, a cura di Mario Scotti, 1963.
  16. ^ Silvio Pellico, Gismonda, tragedia, edizione critica a cura di Cristina Contilli, 2015.
  17. ^ Ignazio Castiglia, Sull'orme degli eroi. Silvio Pellico e il teatro romantico, 2015.
  18. ^ Il libro è disponibile gratuitamente in formato kindle nell'edizione ottocentesca: https://www.amazon.it/Rafaella-Silvio-Pellico-ebook/dp/B00AQM7QY0/ref=sr_1_8?s=books&ie=UTF8&qid=1473189460&sr=1-8 ma è stato anche ripubblicato di recente con un'introduzione storica e l'intento di definire dove si ferma la parte effettivamente composta dal Pellico: https://www.amazon.it/Raffaella-Romanzo-Storico-DAmbientazione-Medievale/dp/1326469991/ref=sr_1_62?s=books&ie=UTF8&qid=1473189594&sr=1-62
  19. ^ Silvio Pellico - Departamento General San Martín
  20. ^ Si faccia una ricerca per Pellicova, Brno su Google Maps

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Edizioni originali[modifica | modifica wikitesto]

in italiano
  • Eufemio di Messina tragedia di Silvio Pellico, Milano, Tip. di Vincenzo Ferrario, 1820.
  • Opere di Silvio Pellico da Saluzzo, Bologna, Tipografia delle Muse nel Mercato di Mezzo, 1821.
  • Opere di Silvio Pellico, Parigi, dai torchi di Amedeo Gratiot, presso Thiériot libraio, 1841.
  • Cantiche, Bologna, Presso il Nobili e Comp., 1831.
  • Le mie prigioni: memorie di Silvio Pellico da Saluzzo, Torino, Giuseppe Bocca, 1832.
    • Traduzioni francesi: Mes prisons: memoires de Silvio Pellico de Saluces, traduits de l'italien et precedes d'une introduction biographique par A. De Latour, ed. ornee du portrait de l'auteur et augmentee de notes historiques par P. Maroncelli, Paris, H. Fournier jeune, 1833. - Mes prisons: memoires de Silvio Pellico, traduction nouvelle, Bruxelles, Societé dis Beauxaris, 1839.
    • Traduzioni inglesi: My prisons: memoirs of Silvio Pellico, Cambridge, Folsom, 1836. - My imprisonment: memoirs of Silvio Pellico da Saluzzo, translated from the italian by Thomas Roscoe, Paris, Thieriot, 1837.
    • Traduzione spagnola: Mis prisiones: memorias de Silvio Pellico natural de Saluzo, traducidas del italiano por D. A. Rotondo, precedidas de una introduccion biografica y aumentadas con notas de d. P. Maroncelli, 2ª ed., Madrid, Libreria extrangera de Denne y C., 1838.
  • Alle mie prigioni di Silvio Pellico addizioni di Piero Maroncelli, Parigi, Baudry Libreria Europea, 1833.
  • Tommaso Moro: tragedia di Silvio Pellico da Saluzzo, Torino, Giuseppe Bocca, 1833.
  • Dei doveri degli uomini: discorso ad un giovane di Silvio Pellico da Saluzzo, Torino, Giuseppe Bocca - A spese dell'Autore, 1834. Riproduzione digitale interamente accessibile in Google Books.
  • Eugilde della Roccia, Torino, Stamperia Reale, 1834.
  • Il voto a Maria, Torino: Tipografia eredi Botta, 1836 - In occasione dell'epidemia di colera del 1835 la città di Torino era stata consacrata alla Madonna e Pellico aveva scritto una poesia su questa vicenda anche come ringraziamento: infatti dopo il voto l'epidemia si era esaurita in breve tempo.
  • Il Sacro monte di Varallo: carme, Varallo, coi tipi di Teresa Rachetti ved. Caligaris, 1836.
  • Poesie inedite di Silvio Pellico da Saluzzo, Parigi, Presso Baudry Libreria Europea (dalla stamperia di Crapelet), 1837.
  • La morte di Dante, 1837.
  • Per l'opera della propagazione della fede. Inni di Silvio Pellico, [Torino], Dalla stamperia Racca ed Enrici, 1841 - Contiene gli inni Per l'invenzione di Santa Croce; Per la festa di San Francesco Saverio protettore dell'opera.
  • Ai reali sposi: omaggio della città di Torino, Torino: Tipografia eredi Botta, 1842 (i reali sposi sono Vittorio Emanuele II e la prima moglie).
  • Canto funebre in morte dell'arciduchessa Maria Carolina sorella della duchessa di Savoia Maria Adelaide, commento in una lezione di eloquenza da Guglielmo Audisio, Torino: Stamperia sociale degli artisti tipografi, 1844
  • Poesia inedita, Sulla p. [ 7 ] fac-simile del carattere della poesia 'Augurio' il cui autografo si conserva in Roma presso Giovanni Torlonia, Roma, [s.n.], 1845.
  • Morale e letteratura. Scritti di Silvio Pellico e di Giuseppe Baretti, Padova, A. Sicca e figlio, 1848.
  • Opere complete di Silvio Pellico da Saluzzo, nuova ed. diligentemente corretta, Firenze, Le Monnier, 1852.
  • Notizie intorno alla beata Panasia pastorella valsesiana nativa di Quarona raccolte e scritte da Silvio Pellico, Torino, P. De Agostini, 1854 ("Collezione di buoni libri a favore della cattolica religione").
  • Epistolario di Silvio Pellico, raccolto e pubblicato per cura di Guglielmo Stefani, Firenze, Le Monnier, 1856.
    • Traduzione francese Lettres de Silvio Pellico, recueillies et mises en ordre par m. Guillaume Stefani, traduites et precedées d'une introduction par m. Antoine de Latour, 2ª ed., Paris, E. Dentu, 1857.
in francese
  • Trois nouvelles piémontaises par Silvio Pellico; le comte De *** et M. De ***, Paris, Ladvocat, 1835 (contiene tre racconti ambientati nel Piemonte del medioevo, Pellico pubblicò in questa raccolta una versione in prosa della sua Eugilde, gli altri due autori erano il conte Balbo e il marchese De Barante).
  • Poésies catholiques de Silvio Pellico, traduites par C. Rossignol, Lyon, chez Pélagaud et Lesne, 1838.

Edizioni postume e moderne[modifica | modifica wikitesto]

  • Adelaide o la fanciulla muta, cantica - L'opera fu composta intorno al 1839, come risulta da una lettera al fratello Luigi in cui vengono riportati alcuni versi che Pellico aveva corretto, seguendo i suggerimenti del fratello.
  • Adella, tragedia - La data di composizione è difficile da ricostruire perché l'opera non risulta citata nelle lettere del Pellico.
  • Un'ottava inedita che inizia con i versi Vuoi tu l'ama aver contenta pubblicata nella Revue contemporaine del 1854 - Il testo si trova all'interno di un articolo che ricostruisce la vita del Pellico, citando molte lettere indirizzate dallo scrittore all'amico Gian Gioseffo Boglino, all'epoca ancora inedite (la prima edizione dell'epistolario del Pellico uscirà, infatti, due anni dopo). Questa ricostruzione della biografia del Pellico uscì sulla rivista in tre puntate firmata M. Marchese.
  • Le educatrici infantili in «Il fiore», strenna poetica per l'anno 1855 - Si tratta di un poemetto che si riferisce senza dubbio alle suore dell'asilo per bambini poveri ospitato a palazzo Barolo di cui Silvio Pellico era responsabile.
  • In morte di Napoleone in Rivista nazionale contemporanea italiana, volume 8 del 1856.
  • Epistolario, raccolto e pubblicato per cura di Guglielmo Stefani, 1ª ed. napoletana, Napoli, Tommaso Guerrero, 1857.
  • Raffaella (romanzo storico, composto probabilmente nell'inverno 1830-1831), Torino, Collegio degli artigianelli, tip. e libreria, 1877.
  • Pensieri religiosi e morali, raccolti dalle sue lettere dal prof. Luigi Fabiani, Napoli, Tip. Napoletana, 1897.
  • Prose e tragedie, scelte con proemio di Francesco D'Ovidio, Milano, Ulrico Hoepli, 1898.
  • Lettere alla donna gentile, pubblicate a cura di Laudomia Capineri-Cipriani, Roma, Società editrice Dante Alighieri, 1901.
  • Laodamia, tragedia (composta nel 1813), Turno, tragedia (composta nel 1813), Boezio, tragedia (composta nel 1831). Le tre opere furono pubblicate in I. Rinieri Della vita e delle opere di Silvio Pellico, Terzo volume, Torno, Libreria di Renzo Streglio, 1901.
  • Cola di Rienzo (romanzo storico composto tra il 1817 e il 1820), in S. Pellico, Lettere milanesi, a cura di M. Scotti, Torino, Loescher-Chiantore, 1963.
  • Lettere milanesi (1815-21), a cura di Mario Scotti, Torino, Loescher-Chiantore, 1963 (Supplemento al "Giornale storico della letteratura italiana").
  • Breve soggiorno in Milano di Battistino Barometro, cura di Mario Ricciardi; con una appendice di articoli dal "Conciliatore", Napoli, Guida, 1983.
  • Giulia di Barolo, Viaggio per l'Italia: lettere d'amicizia a Silvio Pellico (1833-1834) - Silvio Pellico, Piccolo diario, Casale Monferrato, Piemme, 1994.
  • Vita della beata Panacea, con note storico-critiche a cura di Mario Perotti, Novara, Interlinea, 1994.
  • Silvio Pellico, Versi d'amore a cura di Cristina Contilli, Lulu.com, 2015.
  • Silvio Pellico, Gismonda Tragedia Edizione critica a cura di Cristina Contilli, Lulu.com, 2015.
  • Silvio Pellico, Ester D'Engaddi, Edizione critica a cura di Cristina Contilli, Lulu.com, 2015.

Opere derivate[modifica | modifica wikitesto]

Manoscritti[modifica | modifica wikitesto]

  • Saluzzo, Biblioteca Civica.
  • Le mie prigioni: memorie di Silvio Pellico da Saluzzo, a cura di Aldo A. Mola, introduzione di Giovanni Rabbia, manoscritto fotografato da Giancarlo Durante, Saluzzo, Fondazione Cassa di risparmio di Saluzzo (stampa: Foggia, Bastogi) 2004.
  • Alessandra Ferlenga, Un originale di Silvio Pellico nell'Archivio Storico di Busalla [Memoria di Silvio Pellico al cav. Cibrario per la Storia di Torino], Alta Valle Scrivia.
  • Cristina Contilli, Silvio Pellico: lettere inedite (1830-1853), tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, discussa il primo marzo 2006.

Studi e contributi critici[modifica | modifica wikitesto]

  • Aleksandr Sergeevič Puškin, Su "I doveri degli uomini" di Silvio Pellico, l'articolo apparve sul Sovremennik nel 1836 (Cfr. Aleksandr S. Puškin, Opere, Mondadori, Milano, 1990-2006, pp. 1259-1261 ISBN 88-04-56255-2)
  • Pietro Giuria, Silvio Pellico e il suo tempo: considerazioni corredate da molte lettere inedite, poesie ed opinioni dello stesso Pellico, Voghera, Tip. di Giuseppe Gatti, 1854.
  • Alessandro Luzio, Il processo Pellico-Maroncelli secondo gli atti officiali segreti, Milano, Cogliati, 1903.
  • Giovanni Sforza (storico), Silvio Pellico a Venezia, 1820-1822, Venezia, R. Dep. Veneta di Storia Patria, 1917.
  • Raffaello Barbiera, Silvio Pellico, Milano, Alpes, 1926.
  • Marino Parenti, Bibliografia delle opere di Silvio Pellico, Firenze, Sansoni antiquariato, 1952.
  • Saluzzo e Silvio Pellico nel 150º de "Le mie prigioni", atti del Convegno di studio (Saluzzo, 30 ottobre 1983), a cura di Aldo A. Mola, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1984.
  • Giancarla Bertero (a cura di), Rassegna bibliografica di opere di Silvio Pellico: 1818-1910, Saluzzo, Edelweis, 1989 ("Quaderni di attività divulgativa dell'Assessorato per la Cultura della Città di Saluzzo" 1).
  • Miriam Stival, Un lettore del Risorgimento: Silvio Pellico, presentazione di Anna Maria Bernardinis, Pisa, Istituti editoriali e poligrafici internazionali, 1996 ("Biblioteca di studi e ricerche sulla lettura" 1).
  • Elvio Ciferri, Pellico Silvio, in «Encyclopedia of the Romantic Era», New York-London, Fitzroy Dearborn, 2004
  • Cristina Contilli, Composizione, pubblicazione e diffusione de Le mie prigioni. Un percorso attraverso l'epistolario di Silvio Pellico, Firenze, Edizioni Polistampa, 2004.
  • Giovanna Zavatti, Vita di Silvio Pellico e di Juliette Colbert marchesa di Barolo, Milano, Simonelli Editore, 2004.
  • Aldo A. Mola, Silvio Pellico: carbonaro, cristiano e profeta della nuova Europa, postfazione di Giovanni Rabbia, Milano, Tascabili Bompiani, 2005.
  • Cristina Contilli, Le passioni di Silvio Pellico, Torino, Edizioni Carta e Penna, 2006.
  • Gabriele Federici, I Santuarii di Silvio Pellico, in "Otto/Novecento", a. XXXV, n. 1, gennaio/aprile 2011, pp. 125–129.
  • Oddone Camerana, “Le mie prigioni”, il libro più famoso scritto in Torino, in I cattolici che hanno fatto l’Italia. Religiosi e cattolici piemontesi di fronte all’Unità d’Italia, a cura di L. Scaraffia, Torino 2011.
  • Cristina Contilli, Bibliografia ragionata delle opere di Silvio Pellico (1816-2011), Seconda edizione, Lulu.com, 2013
  • Ignazio Castiglia, Sull'orme degli eroi. Silvio Pellico e il teatro romantico, 2015.
  • Cristina Contilli, Silvio Pellico Poeta ufficiale di casa Savoia (1842-1844), Lulu.com, 2016.
  • Cristina Contilli, I manoscritti in gergo di Silvio Pellico conservati nell'archivio storico del comune di Saluzzo, Seconda edizione, Lulu.com, 2016.

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