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Persecuzione dei serbi durante la seconda guerra mondiale

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Territori nei quali si verificarono violenze ai danni della popolazione civile durante la seconda guerra mondiale:
In blu: violenze da parte delle forze tedesche
In rosa scuro: violenze da parte degli ustascia croati
In verde chiaro: violenze da parte degli italiani
In verde scuro: violenze da parte degli ungheresi
In rosa chiaro: violenze da parte degli albanesi
In marrone: violenze da parte dei bulgari

La persecuzione dei serbi durante la seconda guerra mondiale, indicata in ambito storiografico anche come genocidio dei serbi, consistette in una serie di sistematiche violenze, deportazioni e massacri compiuti nei confronti della popolazione di etnia serba (prevalentemente di confessione ortodossa) tra il 1941 e il 1945. Tali atti furono perpetrati principalmente dal regime collaborazionista degli Ustascia nello Stato Indipendente di Croazia, nonché dalle forze di occupazione nazifasciste e da altre milizie locali dell'Asse.

Le stime complessive sul numero delle vittime rimangono oggetto di dibattito storiografico. Secondo i dati del centro di ricerca dello Yad Vashem, durante il governo degli Ustascia furono uccisi tra i 330 000 e i 700 000 serbi, mentre circa 250 000 furono espulsi e altri 200 000 vennero costretti a convertirsi al cattolicesimo.[1]

Durante la seconda guerra mondiale, nello Stato Indipendente di Croazia (NDH) governato dal regime degli Ustascia, furono uccise tra 330 000 e 700 000 persone, mentre 250 000 furono espulse e altre 200 000 furono costrette a convertirsi al cattolicesimo. Le vittime furono tutte di etnia serba e tra esse vanno inclusi anche 37 000 ebrei.[2]

Lo United States Holocaust Memorial Museum (USHMM) restringe la stima delle vittime di etnia serba in Croazia e Bosnia a una cifra compresa tra i 330 000 e i 390 000 individui.[3] Una parte rilevante di questi eccidi si consumò nel campo di concentramento di Jasenovac, il cui ente scientifico memoriale ha identificato nominativamente 75 159 vittime.[4]

Il bilancio delle vittime serbe

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Nel contesto del più ampio dibattito storiografico sulle perdite umane nella Jugoslavia occupata, le cui stime complessive variano a seconda degli autori da circa 947 000 a 1 800 000 morti totali,[5] la determinazione del numero esatto di vittime di etnia serba è stata oggetto di approfondite ricerche demografiche.

Gli studi demografici comparati condotti negli anni ottanta e novanta hanno permesso di circoscrivere il bilancio delle vittime serbe attraverso calcoli scientifici sulle perdite dirette della guerra:

  • Bogoljub Kočović stimò le perdite totali jugoslave in 1 014 000 individui.
  • Vladimir Žerjavić calcolò complessivamente 1 027 000 morti.

I dati storici derivati dalle stime iniziali dell'immediato dopoguerra, che ipotizzavano cifre superiori a un milione e mezzo di perdite complessive (tra cui le prime proiezioni di Dolfe Vogelnik e Vladimir Stipetić, rispettivamente di 1 814 000 e 1 700 000 vittime), sono stati progressivamente ridimensionati dalla comunità scientifica internazionale, che tende a considerare i lavori di Kočović e Žerjavić come i punti di riferimento più accurati e metodologicamente affidabili.[5]

L'occupazione dell'Asse e la spartizione territoriale

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In seguito all'invasione della Jugoslavia nell'aprile 1941, il territorio del Regno jugoslavo fu smembrato e ripartito tra le potenze dell'Asse e i regimi collaborazionisti locali. Questa nuova configurazione geopolitica pose le basi per le successive politiche di persecuzione ai danni della popolazione serba, la quale si ritrovò frammentata sotto diverse amministrazioni occupanti.

I principali mutamenti territoriali che interessarono le aree a maggioranza o a forte presenza etnica serba inclusero:

  • Lo Stato Indipendente di Croazia (NDH): stato fantoccio guidato dal regime nazionalista degli Ustascia di Ante Pavelić. Il suo territorio inglobò l'intera Croazia calcidica, la Bosnia, l'Erzegovina e la Sirmia, regioni popolate da oltre due milioni di serbi ortodossi, che divennero il bersaglio principale delle politiche di sterminio e di conversione forzata.
  • La Serbia sotto occupazione militare tedesca: ridotta a un territorio privato delle regioni storiche del bacino danubiano e posta sotto il controllo diretto della Wehrmacht, che si avvalse in seguito del governo collaborazionista del generale Milan Nedić. In quest'area la popolazione subì dure rappresaglie civili da parte delle autorità naziste.
  • La Bačka e la Baranja: regioni storiche della Vojvodina caratterizzate da una forte componente serba, che vennero occupate e formalmente annesse dal Regno d'Ungheria.
  • Il Montenegro e il Sangiaccato: posti sotto l'occupazione militare del Regno d'Italia, che istituì un protettorato governato da un governatore militare.
  • Il Kosovo e le aree meridionali della Serbia staccate dal nucleo centrale: queste zone vennero annesse al protettorato italiano del Regno d'Albania o occupate militarmente dal Regno di Bulgaria.

La persecuzione nello Stato Indipendente di Croazia

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Sotto la guida del poglavnik Ante Pavelić, il regime ultranazionalista e fascista degli Ustascia avviò una sistematica politica di persecuzione e sterminio mirata a colpire la minoranza serba, la popolazione ebraica e i rom.[6][7][8] Le stime storiografiche sul numero complessivo di serbi uccisi nel territorio controllato dall'NDH variano da circa 500 000 a oltre 1 200 000 individui.[9]

A testimonianza dell'entità dei massacri, l'allora inviato speciale del ministero degli Esteri della Germania nazista nei Balcani, Hermann Neubacher, annotò nelle sue memorie:[10]

«Quando i principali capi ustascia affermano di aver ucciso un milione di serbi ortodossi (considerando neonati, bambini, vecchi e donne), per me è un'esagerazione. Sulla base dei documenti avuti, ritengo che la cifra si aggiri piuttosto intorno ai 750 000 civili indifesi»

Il sistema dei campi di concentramento

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Principali campi di concentramento nel paese.

La macchina repressiva dello Stato Indipendente di Croazia si articolò attraverso una fitta rete di campi di concentramento, di transito e di sterminio gestiti dal Comando di difesa degli Ustascia. I principali siti di internamento ed esecuzione inclusero:[5]

Al di fuori delle strutture concentrazionarie ufficiali dell'NDH, migliaia di civili serbi furono vittima di eccidi sommari perpetrati direttamente nei villaggi d'origine da parte delle milizie ustascia; i corpi delle vittime vennero spesso occultati in foibe, fiumi o pozzi carsici naturali diffusi nella regione montuosa della Lika e della Bosnia ed Erzegovina.

Le rappresaglie e i massacri nella Serbia occupata

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Nel territorio della Serbia sotto occupazione militare tedesca, la repressione contro la popolazione civile serba assunse i caratteri di una sistematica politica di rappresaglia, attuata dai comandi della Wehrmacht in risposta alle attività della resistenza partigiana e dei Cetnici. Nell'autunno del 1941, l'applicazione dell'ordine del feldmaresciallo Wilhelm Keitel, che prevedeva la fucilazione di cento ostaggi civili per ogni militare tedesco ucciso e di cinquanta per ogni ferito, portò a massacri di vaste proporzioni.

I due episodi più drammatici si verificarono nel mese di ottobre del 1941:

  • Il massacro di Kraljevo (15-21 ottobre 1941): le truppe d'occupazione tedesche fucilarono un numero di civili stimato dalla storiografia tra i 1 700 e i 2 200 individui, in massima parte operai e ferrovieri locali.
  • Il massacro di Kragujevac (20-21 ottobre 1941): le forze armate tedesche, coadiuvate da reparti del Corpo volontario serbo del regime collaborazionista di Dimitrije Ljotić, rastrellarono e uccisero circa 2 800 civili.[11]

A differenza del processo di sterminio etnico e religioso pianificato dal regime degli Ustascia nello Stato Indipendente di Croazia, le uccisioni di massa di civili serbi nel territorio della Serbia centrale risposero principalmente a logiche militari di controguerriglia e di terrore preventivo da parte dell'apparato militare nazista.[12]

La situazione in Voivodina

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Durante i quattro anni di occupazione, la regione della Voivodina subì una profonda frammentazione amministrativa che espose la popolazione civile a diverse politiche di repressione e crimini di guerra operati dalle forze occupanti. Secondo le stime della storiografia locale, nel corso del conflitto vennero uccise circa 50 000 persone, mentre altre 280 000 subirono l'arresto, l'internamento o la tortura; la comunità etnica più colpita fu quella serba, insieme alle minoranze ebraica e rom.[13]

Le dinamiche persecutorie variarono a seconda della zona d'occupazione:

  • Nella Bačka e nella Baranja, annesse dal Regno d'Ungheria, le autorità magiare avviarono una dura politica di denazionalizzazione e di espulsione dei coloni serbi insediatisi nel periodo interbellico. L'apice delle violenze si toccò nel gennaio del 1942 con i massacri noti come Raid della Bačka (in particolare il Massacro di Novi Sad), durante i quali reparti dell'esercito e della gendarmeria ungherese fucilarono migliaia di civili serbi ed ebrei gettando i corpi sotto il ghiaccio del Danubio.
  • Nel Banato, posto sotto diretta amministrazione militare tedesca ma governato di fatto dalla minoranza etnica locale dei Volksdeutsche, la popolazione serba venne sottoposta a un rigido regime di requisizioni, ostaggio e rappresaglie in risposta al sorgere dei primi nuclei di resistenza partigiana.

La situazione in Kosovo

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In seguito alla spartizione della Jugoslavia, la maggior parte del Kosovo e parte della Macedonia occidentale vennero occupate dal Regno d'Italia e annesse al protettorato del Regno d'Albania. Questo mutamento geopolitico fu seguito da un'ampia campagna di violenze, espropriazioni e persecuzioni mirate contro la popolazione non albanese, in particolare contro la minoranza serba e montenegrina, considerata dai nazionalisti locali come l'espressione del precedente dominio regio jugoslavo. Le stime sulle vittime di etnia serba in questa regione variano tra i 10 000 e i 30 000 morti, a cui si aggiunse l'espulsione forzata di circa 100 000 civili verso la Serbia occupata.[14] I principali attori della repressione sul campo furono le milizie irregolari dei Vulnetari (volontari albanesi orientati in senso anti-serbo), l'organizzazione nazionalista del Balli Kombëtar e, nelle fasi successive del conflitto, i reparti collaborazionisti della gendarmeria locale.[15][16][17][18][19][20]

Nel giugno del 1942, il primo ministro del governo albanese collaborazionista, Mustafa Merlika Kruja, si recò in visita in Kosovo e, durante un incontro istituzionale con le autorità locali a Pristina, delineò la linea d'azione nei confronti della popolazione serba, con particolare riferimento ai coloni insediatisi nella regione durante il periodo interbellico:[21][22]

«La popolazione serba del Kosovo deve essere allontanata il prima possibile. I coloni serbi devono essere considerati occupanti e immediatamente trasferiti nei campi di concentramento in Albania. Per quanto riguarda la popolazione autoctona, occorre agire per assicurarne lo sgombero.»

L'occupazione tedesca e la divisione SS Skanderbeg

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Dopo l'armistizio di Cassibile dell'settembre 1943 e il conseguente ritiro delle truppe italiane, il Kosovo passò sotto il controllo militare della Germania nazista. Nella primavera del 1944, su impulso del capo delle SS Heinrich Himmler, venne istituita la 21. Waffen-Gebirgs-Division der SS "Skanderbeg", un'unità di fanteria da montagna formata prevalentemente da reclute di etnia albanese e kosovara.[23]

La divisione venne impiegata in operazioni di controguerriglia contro i partigiani jugoslavi e in rastrellamenti contro i civili serbi locali, rendendosi responsabile di eccidi e della deportazione di centinaia di ebrei e serbi verso i campi di sterminio centrali dell'Asse,[24]. prima di essere sciolta nell'ottobre del 1944 a causa dell'alto tasso di diserzione.[23]

  1. Croatia (PDF), su www1.yadvashem.org, Shoah Resource Center - Yad Vashem. URL consultato il 4 gennaio 2010 (archiviato il 4 novembre 2013).
  2. Croatia (PDF), su www1.yadvashem.org, Shoah Resource Center - Yad Vashem. URL consultato il 4 gennaio 2010 (archiviato il 4 novembre 2013).
  3. Jasenovac, su ushmm.org, United States Holocaust Memorial Museum. URL consultato il 4 gennaio 2010 (archiviato il 16 settembre 2009).
  4. LIST OF INDIVIDUAL VICTIMS OF JASENOVAC CONCENTRATION CAMP, su jusp-jasenovac.hr, JUSP Jasenovac. URL consultato il 4 gennaio 2010 (archiviato il 26 giugno 2015).
  5. 1 2 3 Barry M. Lituchy, Jasenovac and the Holocaust in Yugoslavia, ISBN 1-84065-092-3.
  6. John Cornwell, Hitler's Pope, New York, Viking Penguin, 1999, p. 250.
  7. Ustaša: Croatian Separatism and European Politics 1929-1945, London, Lord Byron Foundation for Balkan Studies, 1998, pp. 144-145.
  8. Paris.
  9. Jasenovac, su ushmm.org, United States Holocaust Memorial Museum. URL consultato il 4 giugno 2026 (archiviato il 16 settembre 2009).
  10. Paris, p. 100.
  11. (EN) Miljan Milkić, Massacres in Kragujevac and Kraljevo in October 1941, Belgrado, Institute for Strategic Research, 2011.
  12. Walter Manoschek, Serbien ist judenfrei. Militärische Besatzungspolitik und Judenvernichtung in Serbien 1941/42, Monaco di Baviera, Oldenbourg, 1995, ISBN 3-486-56137-5.
  13. Enciklopedija Novog Sada, Sveska 5, Novi Sad, 1996, p. 196.
  14. (EN) Jozo Tomasevich, War and Revolution in Yugoslavia, 1941-1945: Occupation and Collaboration, Stanford University Press, 2001, p. 565-567, ISBN 978-0-8047-3615-2.
  15. Rastko project: Albanian Skenderbeg SS Division, su rastko.org.rs (archiviato dall'url originale il 27 marzo 2009).
  16. Нацистички ген оцид над Србима - Православље - НОВИНЕ СРПСКЕ ПАТРИЈАРШИЈЕ, su pravoslavlje.org.rs (archiviato dall'url originale il 22 febbraio 2012).
  17. www.glas-javnosti.rs, su arhiva.glas-javnosti.rs. URL consultato il 27 novembre 2010 (archiviato dall'url originale il 16 giugno 2013).
  18. Carl Savich,B.A. in Political Science from the University of Michigan, M.A. in History and a J.D. in Law. http://www.serbianna.com/columns/savich/054.shtml Archiviato il 17 giugno 2011 in Internet Archive.
  19. GlobalResistance.com. URL consultato il 27 novembre 2010 (archiviato dall'url originale il 29 giugno 2008).
  20. Pavle Dzeletovic Ivanov:21. SS-divizija Skenderbeg (Svedocanstva) http://www.booknear.com/Pavle-Dzeletovic-Ivanov-author_1.htm Archiviato l'8 luglio 2011 in Internet Archive.
  21. Bogdanović, Dimitrije: "The Book on Kosovo", 1990. Belgrade: Serbian Academy of Sciences and Arts, 1985, p. 2428.
  22. Genfer, Der Kosovo-Konflikt, Munich: Wieser, 2000, p. 158.
  23. 1 2 (EN) Bernd Jürgen Fischer, Albania at War, 1939-1945, Purdue University Press, 1999, p. 185-187, ISBN 978-1-55753-141-4.
  24. Williamson, G. The SS: Hitler's Instrument of Terror