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Ghetto di Leopoli

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Il ghetto di Leopoli[1] (tedesco: Ghetto Lemberg; polacco: getto we Lwowie) fu un ghetto ebraico istituito e gestito dalla Germania nazista nella città di Leopoli (oggi in Ucraina) nel territorio del Governatorato Generale amministrato dai Nazisti nella Polonia occupata dai Tedeschi, durante la Seconda guerra mondiale.

Il ghetto di Leopoli fu uno dei più grandi ghetti ebraici istituiti dalla Germania nazista dopo l'invasione nazi-sovietica congiunta della Polonia. La città ospitava oltre 110.000[1] Ebrei prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale nel 1939, e al tempo in cui i Nazisti occuparono la città nel 1941 quel numero era salito a oltre 220.000,[2] in quanto gli Ebrei fuggivano per salvarsi la vita dalla Polonia occidentale occupata dai Nazisti nella relativa sicurezza della Polonia orientale occupata dai Sovietici, che includeva Leopoli. Il ghetto, allestito nella seconda metà del 1941 dopo l'arrivo dei Tedeschi, fu liquidato nel giugno 1943 con tutti i suoi abitanti, che erano sopravvissuti alle precedenti uccisioni, mandati a morire su carri bestiame nel campo di sterminio di Bełżec e nel campo di concentramento di Leopoli.[3]

Prima della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, la città di Leopoli aveva la terza più grande popolazione ebraica in Polonia, dopo Varsavia e Łódź, 99.600 nel 1931 (32%) in base a criteri confessionali (percentuale di persone di fede ebraica) e ammontanti a 75.300 (24%) in base a criteri linguistici language criteria (percentuale di persone che parlano yiddish o ebraico come loro madrelingua), secondo il censimento ufficiale polacco del 1931.[4] Gli Ebrei assimilati, quelli che percepivano sé stessi come Polacchi di fede ebraica, costituiscono la discrepanza tra quei numeri. Verso il 1939, quei numeri erano, rispettivamente, maggiori di parecchie migliaia. Gli Ebrei erano coinvolti in particolare nella rinomata industria tessile della città e avevano istituito un fiorente centro di educazione e cultura, con un'ampia gamma di attività religiosa e politica di tipo secolare, che comprendeva i partiti e i movimenti giovanili degli ortodossi e dei Chassidisti, i Sionisti, l'Unione dei lavoratori e i comunisti. Gli Ebrei assimilati costituivano una parte significativa dell'intellighenzia e delle élites accademiche polacche di Leopoli, inclusi alcuni notabili come Marian Auerbach, Maurycy Allerhand e molti altri, e contribuivano grandemente allo status di centro culturale di Leopoli.

Zona di occupazione sovietica all'avvio della Seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Tre settimane dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, la città fu annessa all'Unione Sovietica in conformità ai termini del Patto Molotov-Ribbentrop insieme al resto della regione polacca di Kresy. La popolazione ebraica di Leopoli si dilatò a circa 200.000-220.000 persone, in quanto assorbì un afflusso di rifugiati che fuggivano verso est dalla parte occidentale della Polonia occupata dai Nazisti (Stefan Szende da il numero di 180.000 Ebrei).[5] Sotto il dominio sovietico alcuni degli Ebrei di Leopoli furono repressi insieme al resto della popolazione. Nel 1940 l'NKVD deportò 10.000 Ebrei locali in Siberia insieme a centinaia di migliaia di cittadini polacchi. I residenti deportati nel profondo dell'URSS che sopravvissero nei climi più freddi e rigidi furono quasi i soli che sopravvissero anche alla catastrofe dell'Olocausto.[6]

La conquista nazista e i pogrom[modifica | modifica wikitesto]

L'esercito tedesco entrò nella zona di occupazione sovietica il 22 giugno 1941 con il nome in codice Operazione Barbarossa e una settimana dopo, il 30 giugno 1941, invase la città di Leopoli. Quando la 1ª Divisione di montagna del 49º Corpo d'armata tedesco si impadronì della città, furono aperti i cancelli di tutte le prigioni dell'NKVD e, nel giro di poche ore, furono svelate le dimensioni degli omicidi sovietici. Fu formata una commissione speciale sotto il giudice delle SS Hans Tomforde per stilare un rapporto. Agli Ebrei fu ordinato di iniziare a rimuovere i corpi in decomposizione dalle celle e dalle cantine nei cortili della prigione. Furono contati 1.500 morti a Brygidki. In alcune prigioni, le montagne di corpi in putrefazione che raggiungevano i soffitti delle cantine costrinsero i Tedeschi a fermare la conta e a murare le porte con i mattoni. La propaganda tedesca addossò la colpa delle uccisioni ai commissari ebraici e incoraggiò gli Ucraini del luogo a vendicarsi; secondo testimonianze raccolte dai Tedeschi, i membri dell'OUN-UPA erano tra la maggioranza dei prigionieri. All'inizio del luglio 1941 gli squadroni della morte paramilitari delle SS organizzarono il primo pogrom contro gli Ebrei con l'aiuto della Polizia ausiliaria ucraina. Circa 4.000 Ebrei furono massacrati dai nazionalisti ucraini. Alla fine di luglio, un altro pogrom (noto come Giorni di Petliura), tolse la vita a più di 2.000 Ebrei.[2][7][8] Alcuni, principalmente studiosi ucraini, sostengono che i pogrom furono una rappresaglia per i massacri da parte dell'NKVD, da 2.000[9] ad approssimativamente 7.000[10] prigionieri (inclusi intellettuali polacchi, ebraici e ucraini, attivisti politici e criminali comuni condannati) in tre prigioni di Leopoli (prigione di Brygidki, prigione di via Łąckiego e prigione di via Zamarstynowska). Secondo gli studiosi ucraini il 75-80% di queste vittime erano ucraini.[9] Gli Ebrei che sopravvissero ai pogrom come testimoni oculari e vittime della violenza presentano una visione di gran lunga più diretta nei loro ricordi. Si stima che l'intera popolazione ebraica di Leopoli prima della Seconda guerra mondiale fosse di 150.000 persone; meno di 1.000 sopravvissero.

Sebbene anche gli Ebrei fossero stati tra le vittime del massacro perpetrato dall'NKVD e dai Sovietici in ritirata, essi furono collettivamente accusati come gruppo dai Nazisti di esserne in qualche modo responsabili.[7] Una teoria avanzata per "giustificare" il successivo pogrom antiebraico comunemente noto come il "Massacro della prigione" e l'assassinio di massa di parecchie migliaia di Ebrei è che gli Ucraini avessero fatto una rappresaglia contro di loro"perché alcuni Ebrei avevano accolto volentieri l'occupazione sovietica". Gli storici ucraini hanno postulato anche altre teorie, e questa è solo una tra le molte sul perché si sia verificato il Massacro della prigione degli Ebrei.[7]

Secondo i sopravvissuti ebraici del ghetto – testimoni oculari di questi eventi – la sola ragione per il cosiddetto Massacro della prigione erano centinaia di anni di odio ucraino represso per la popolazione ebraica,[11] che era andato macerandosi dai giorni in cui gli Ucraini erano ancora Ruteni, soggetti all'autorità del Kaiser Franz Josef I durante il periodo in cui Leopoli era la capitale della Galizia nell'ex Impero austroungarico, scrisse Jakob Weiss. Agli occhi dei sopravvissuti ebraici, l'omicidio dei prigionieri ucraini diede un impulso allo spostamento della colpa sugli Ebrei con conseguenze ragionevolmente prevedibili (cioè favorire quella che sarebbe stata presto chiamata la "Soluzione finale"). Essa fu messa in moto astutamente utilizzando i nazionalisti ucraini come "strumenti" (o in vista dei crimini commessi contro l'innocente popolazione civile ebraica, "accessori") dopo l'invasione nazista.[7]

Durante questa invasione, secondo le fotografie probatorie nonché i resoconti dei testimoni oculari, i nazionalisti ucraini marciarono fianco a fianco delle Einsatzgruppen "C" tedesche e del "Gruppo d'armata Sud" della Wehrmacht quando entrarono a Leopoli. I nazionalisti ucraini, la OUN, e i civili accolsero volentieri gli invasori. Alcuni stavano portando ghirlande, sventolando il Trizub (la bandiera ucraina) insieme allo stendardo nazista. Gli Ucraini (civili e "nazionalisti" allo stesso modo) accolsero gli invasori con le braccia morte, le bandiere e gli addobbi floreali.[12] Gli uomini fecero il saluto "Heil Hitler" con il braccio alzato, mentre i Nazisti ricevettero abbracci e baci da giovani donne vestite con i costumi tradizionali ucraini.

Gli stessi Sovietici come pure altri testimoni (per la maggior parte i pochi Ebrei sopravvissuti), in particolare il rabbino David Kahane, autore di Lvov Ghetto Diary (Diario del ghetto di Leopoli) ed ex membro del Comitato per gli affari religiosi dello Judenrat di Leopoli, hanno asserito che furono in realtà gli stessi Nazisti che perpetrarono il massacro, e poi ne incolparono l'NKVD. Ma per quanto riguarda il pretesto, dopo aver filmato la devastazione che "essi" stessi avevano inflitto, usarono il "massacro della prigione" come pretesto per montare un'accusa contro gli Ebrei di Leopoli; in effetti per fornire una "causa" affinché gli Ucraini dessero sfogo al loro odio. Così, se accettiamo la versione degli eventi dei Sovietici e delle vittime ebraiche piuttosto che la versione avanzata dagli Ucraini (che furono i veri rivoltosi e perpetrarono gli omicidi), furono i Nazisti che "diedero licenza" all'OUN (ossia i nazionalisti ucraini), alla milizia ucraina (che sarebbe presto diventata la Polizia ausiliaria ucraina) e alla cittadinanza ucraina (identificata semplicemente dalle fasce gialle al braccio), di condurre un vero e proprio massacro nel quale furono uccisi almeno 2.000 uomini ebrei. Si noti che in questo stadio iniziale dell'"Olocausto con le pallottole" (così chiamato recentemente) in Ucraina (tecnicamente il Distretto della Galizia all'interno del Governatorato Generale, iniziato nell'agosto 1941), le donne erano ancora solo molestate e picchiate. Il massacro completo di uomini, donne e bambini ebrei sarebbe seguito presto (vedi la voce di Wikipedia Soluzione finale, specificamente la sezione sui ghetti orientali per ulteriori riferimenti).

Un secondo pogrom ebbe luogo negli ultimi giorni del luglio 1941 e fu chiamato i "Giorni di Petlura", dal nome del leader e pogromista ucraino assassinato Symon Petliura.[13][14] Questo pogrom fu organizzato dai Nazisti, ma eseguito dagli Ucraini, come prologo al totale annientamento della popolazione ebraica di Leopoli. All'incirca tra 5.000–7.000 Ebrei furono brutalmente picchiati e più di 2.000 assassinati[2] in questo massacro.[15] In aggiunta, circa 3.000 persone, per la maggior parte Ebrei, furono giustiziati nello stadio municipale dall'esercito tedesco.[15]

Il ghetto[modifica | modifica wikitesto]

Ebrei del ghetto di Leopoli, circa 1941

L'8 novembre 1941, i Tedeschi fondarono un ghetto che chiamarono Jüdischer Wohnbezirk ("zona residenziale ebraica") nella parte settentrionale di Leopoli. Tutti gli Ebrei della città ricevettero l'ordine di trasferirsi lì entro il 15 dicembre 1941 e tutti i Polacchi e gli Ucraini quello di uscirne. La zona designata per formare il quartiere ebraico era Zamarstynów (oggi ucraino Замарстинів). Prima della guerra era uno dei sobborghi più poveri e miserabili costruiti a Leopoli. La polizia tedesca cominciò anche una serie di "selezioni" in un'operazione chiamata "Azioni sotto il ponte" - 5.000 Ebrei anziani e malati furono selezionati e uccisi con un colpo d'arma da fuoco quando passarono sotto il ponte ferroviario su Via Pełtewna (che fu chiamato ponte della morte dagli Ebrei), mentre si stavano trasferendo nel ghetto. Entro dicembre, tra 110.000 e 120.000 Ebrei stavano vivendo nel ghetto di Leopoli. Le condizioni di vita nel ghetto sovraffollato erano estremamente misere. Ad esempio si stimava che le razioni di cibo fornite fossero uguali al 10% delle razioni tedesche e al 50% di quelle ucraine o polacche.[16]

I Tedeschi istituirono una forza di polizia ebraica chiamata Jüdischer Ordnungsdienst Lemberg ("Servizio d'ordine ebraico di Leopoli") che indossavano uniformi blu scure della polizia polacca ma con le insegne polacche sostituite da una stella di David e dalle lettere J.O.L. in varie posizioni sulla loro uniforme. Furono dati loro manganelli di gomma. I loro ranghi contavano da 500 a 750 poliziotti.[16] La forza di polizia ebraica rispondeva al consiglio municipale nazionale ebraico noto come Judenrat, che a sua volta rispondeva alla Gestapo.

Il ghetto di Leopoli fu uno dei primi a far trasportare gli Ebrei nei campi di morte come parte dell'Operazione Reinhard. Tra il 16 marzo il 1º aprile 1942, 15.000 Ebrei furono portati nella stazione ferroviaria di Kleparów e deportati nel campo di sterminio di Belzec. In seguito a queste deportazioni iniziali, e alla morte per la malattia e le uccisioni casuali, circa 86.000 Ebrei rimanevano ufficialmente nel ghetto, benché ce ne fossero molti altri non registrati. Durante questo periodo, molti Ebrei furono anche costretti a lavorare per la Wehrmacht e per l'amministrazione tedesca del ghetto, specialmente nel vicino campo di lavoro di Janowska. Il 24–25 giugno 1942, 2.000 Ebrei furono portati nel campo di lavoro; solo 120 furono usati per i lavori forzati, e tutti gli altri furono fucilati.

Fra il 10–31 agosto 1942, fu portata a termine la "Grande Azione" (Grosse Aktion) nella quale furono raccolti fra 40.000 e 50.000 Ebrei, radunati nel punto di transito posto nel campo di Janowska e poi deportati a Belzec. Molti che non furono deportati, compresi orfani locali e pazienti degli ospedali, furono fucilati. Il 1º settembre 1942, la Gestapo impiccò il capo dello Judenrat di Leopoli e i membri della forza di polizia ebraica del ghetto ai balconi dell'edificio dello Judenrat all'angolo di via Łokietka e via Hermana. Circa 65.000 Ebrei rimasero senza riscaldamento e servizi igienici mentre si avvicinava l'inverno, portando a un'epidemia di tifo.

Tra il 5–7 gennaio 1943, altri 15.000-20.000 Ebrei, inclusi gli ultimi membri dello Judenrat, furono fucilati fuori della città. Dopo questa aktion nel gennaio 1943 lo Judenrat fu disciolto, ciò che rimaneva del ghetto fu rinominato Judenlager Lemberg (Campo ebraico di Leopoli), così formalmente riprogettato come campo di lavoro con circa 12.000 Ebrei legali, in grado di lavorare nell'industria bellica tedesca e parecchie migliaia di Ebrei illegali (principalmente donne, bambini e anziani) che vi si nascondevano.[16]

All'inizio del giugno 1943 i Tedeschi decisero infine mettere fine all'esistenza del quartiere ebraico e dei suoi abitanti. Quando i Nazisti entrarono nel ghetto incontrarono qualche sporadico atto di resistenza armata, ma la maggior parte degli Ebrei stavano tentando di nascondersi in rifugi preparati anteriormente (i cosiddetti "bunker"). In realtà molti edifici furono cosparsi di benzina e bruciati al fine di "stanare" gli Ebrei dai loro nascondigli. Alcuni Ebrei riuscirono a fuggire quando nascondersi nel sistema fognario.

Al tempo in cui l'Armata Rossa sovietica entrò a Leopoli il 26 luglio 1944, solo poche centinaia di Ebrei rimanevano in città. Il numero varia da 200 a 900 (823 secondo i dati dal Comitato provvisorio ebraico a Leopoli, polacco: Tymczasowy Komitet Żydowski we Lwowie dal 1945).

Tra i suoi abitanti più importanti vi era Chaim Widawski, che diffondeva notizie sulla guerra captate con una radio illegale.[17] Il cacciatore di Nazisti Simon Wiesenthal fu uno dei più noti abitanti ebraici del ghetto di Leopoli a sopravvivere alla guerra (come indicano le sue memorie (I carnefici tra noi), fu salvato dall'esecuzione da un poliziotto ucraino), anche se in seguito fu trasportato in un campo di concentramento, piuttosto che rimanere nel ghetto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Geoffrey P. Megargee (a cura di), The United States Holocaust Memorial Museum encyclopedia of camps and ghettos, 1933–1945, Volume II: Ghettos in German-occupied Eastern Europe, Bloomington, Indiana University Press, 2009, pp. 802–805, ISBN 978-0-253-35599-7.
  2. ^ a b c Lvov, in Holocaust Encyclopedia, United States Holocaust Memorial Museum, Washington, D.C.. URL consultato il 4 aprile 2012.
  3. ^ Dati statistici compilati sulla base del "Glossary of 2,077 Jewish towns in Poland" Archiviato il 8 febbraio 2016 in Internet Archive. del Virtual Shtetl del POLIN Museo della storia degli ebrei polacchi (EN) , nonché del "Getta Żydowskie," di Gedeon,  (PL) e della "Ghetto List" di Michael Peters su www.deathcamps.org/occupation/ghettolist.htm  (EN) . Consultato il 12 luglio 2011.
  4. ^ Mały Rocznik Statystyczny 1939 (Annuario statistico polacco del 1939), Varsavia, GUS, 1939.
  5. ^ Stefan Szende, The Promise Hitler Kept, Londra, 1945, p. 124. OCLC: 758315597.
  6. ^ (PLRUUK) Dr Filip Friedman, Zaglada Zydow Lwowskich [L'annientamento della comunità ebraica di Leopoli], in Wydawnictwa Centralnej Zydowskiej Komisji Historycznej przy Centralnym Komitecie Zydow Polskich Nr 4, Mankurty.com, 2014. URL consultato il 16 aprile 2014 (archiviato dall'url originale il 6 novembre 2010).
  7. ^ a b c d Lemberg/Lvov massacre "Deutsche Wochenschau" Newsreel, in Archives database, U.S. Holocaust Memorial Museum, luglio 1941. URL consultato il 4 aprile 2012.
  8. ^ Społeczność żydowska przed 1989 – Ukraina / Львівська область (obwód lwowski), in Lwów, Muzeum Historii Żydów Polskich Virtual Shtetl. URL consultato il 4 aprile 2012.
  9. ^ a b Nakonechnyj Ye. Shoa u Lvovi - Lviv, 2006, p. 99.
  10. ^ Jerzy Węgierski, Lwów pod okupacją sowiecką 1939-1941, Varsavia, Editions Spotkania, 1991, p. 273. ISBN 83-85195-15-7.
  11. ^ Jakob Weiss, The Lemberg Mosaic, Alderbrook Press, 2011, p. 207, ISBN 0983109109.
  12. ^ David Bankier, Israel Gutman, Nazi Europe and the Final Solution, Berghahn Books. URL consultato il 4 aprile 2012.
  13. ^ Lwów, in Holocaust Encyclopedia, United States Holocaust Memorial Museum. URL consultato il 2006.
  14. ^ July 25: Pogrom in Lwów, in Chronology of the Holocaust, Yad Vashem, 2004. URL consultato il 2006 (archiviato dall'url originale l'11 marzo 2005).
  15. ^ a b Richard Breitman, "Himmler and the 'Terrible Secret' among the Executioners", Journal of Contemporary History, vol. 26, n. 3/4, The Impact of Western Nationalisms: Essays Dedicated to Walter Z. Laqueur on the Occasion of His 70th Birthday (sett. 1991), pp. 431-451.
  16. ^ a b c Filip Friedman, Zagłada Żydów lwowskich (Sterminio degli Ebrei di Leopoli).
  17. ^ Isaiah Trunk e Robert Moses Shapiro, Łódź Ghetto: a history, Indiana University Press, 2006, p. lvi, ISBN 978-0-253-34755-8.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Aharon Weiss, Encyclopaedia of the Holocaust, vol. 3, pp. 928–931. Mappa, foto
  • Filip Friedman, Zagłada Żydów lwowskich (Sterminio degli Ebrei di Leopoli) - in linea in polacco, ucraino e russo

Ulteriori letture[modifica | modifica wikitesto]

  • Marek Herman, From the Alps to the Red Sea, Tel Aviv: Hakibbutz Hameuchad Publishers and Beit Lohamei Haghetaot, 1985, pp. 14–60
  • David Kahane, Lvov Ghetto Diary, Amherst, University of Massachusetts Press, 1990. ISBN 0-87023-726-8 (Pubblicato in ebraico come Yoman getto Lvov, Gerusalemme, Yad Vashem, 1978)
  • Dr Filip Friedman, Zagłada Żydów lwowskich, Centralna Żydowska Komisja Historyczna, Centralny Komitet Żydów Polskich, Nr 4, Łódź, 1945
  • Jakob Weiss, The Lemberg Mosaic, New York, Alderbrook Press, 2010.
  • Krystyna Chiger, The Girl in the Green sweater: A life in Holocaust's Shadow, Macmillan, 2010. ISBN 1-4299-6125-2
  • Leon Weliczker Wells, The Janowska Road (pubblicazione originale Macmillan, 1963), Amazon, Halo Pr, 1999. ISBN 0-89604-159-X

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Coordinate: 49°50′22″N 24°01′58″E / 49.839444°N 24.032778°E49.839444; 24.032778

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