Settimia Spizzichino

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Settimia Spizzichino (Roma, 15 aprile 1921Roma, 3 luglio 2000) è stata una deportata ebrea italiana, reduce della Shoah e unica donna sopravvissuta al rastrellamento del ghetto di Roma[1][2]; nel corso degli anni divenne una tra le preminenti testimoni e memorie storiche dell'Olocausto in Italia.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Quinta di sei figli, Settimia Spizzichino era nata in una famiglia del ghetto ebraico di Roma. Il padre, Mosè Mario Spizzichino, era commerciante di libri. La madre, Grazia Di Segni, fu maestra alla scuola ebraica.[3] Fratelli e sorelle erano Gentile e Pacifico, Ada, Enrica e Giuditta.

Il 16 ottobre 1943 fu deportata insieme alla madre, due sorelle e una nipotina durante il rastrellamento del ghetto[4].

Il 23 ottobre, dopo sei giorni di viaggio, nel campo Auschwitz-Birkenau iniziò la selezione dei deportati di Roma; mentre la madre e la sorella Ada con la bambina in braccio furono messe nella fila destinata immediatamente alla camera a gas, Settimia con la sorella Giuditta finì nella fila degli abili al lavoro e ricevette il numero 66210. Delle 48 donne rimaste dopo questa prima selezione, Settimia fu l'unica a tornare e a queste compagne di prigionia ha poi dedicato il suo libro di memorie.

Ad Auschwitz-Birkenau le venne assegnato il lavoro di spostare pietre; finì all'ospedale del campo e da qui venne portata al campo centrale di Auschwitz, nel blocco 10, dove fu impiegata da Josef Mengele come cavia umana per esperimenti sul tifo e la scabbia[5][6].

Il cavalcavia ferroviario di Roma intitolato a Settimia Spizzichino (2012)

Nell'inverno del 1945, con l'evacuazione di Auschwitz, dovette affrontare la marcia della morte fino al campo di concentramento di Bergen Belsen. Qui i prigionieri venivano ammassati in uno stato di completo abbandono e i morti formavano dei mucchi intorno alle baracche. Il soldato di guardia sulla torretta, impazzito, cominciò a sparare sui prigionieri: Settimia si nascose in un mucchio di cadaveri e lì rimase per diversi giorni, fino alla liberazione del campo da parte degli inglesi[7], il 15 aprile 1945.

Tornata a Roma, sentì il dovere di raccontare, e continuò la sua opera di testimonianza di fronte alle telecamere, con i giovani nelle scuole, e nei viaggi ad Auschwitz, fino all'ultimo viaggio con un gruppo di giovani di Cava de' Tirreni[8] nel 1999, pochi mesi prima della morte.

Le sue memorie sono raccolte nel volume scritto insieme a Isa di Nepi Olper Gli anni rubati.

La sua storia è anche diventata un documentario dal titolo Nata 2 volte: storia di Settimia ebrea romana, tratto da un'intervista concessa nel 1998 all'archivio della Survivors of the Shoah Visual History Foundation. La sua testimonianza è inoltre contenuta nel documentario di Ruggero Gabbai Memoria.

A Roma sono intitolati a suo nome un istituto comprensivo statale (Poggiali-Spizzichino) e il cavalcaferrovia tra via Ostiense e circonvallazione Ostiense[9]. La città di Cava de'Tirreni nel 2011 le ha intitolato una strada.[10]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mayda, pag. 107
  2. ^ Schvindlerman
  3. ^ Centro di documentazione ebraica contemporanea: Spizzichino, Mosè Mario, consultato il 15 dicembre 2018
  4. ^ Quattro pietre d'inciampo davanti alla casa di via della Reginella nel ghetto di Roma ricordano la madre Grazia Di Segni, le sorelle Ada e Giuditta e la nipotina Rosanna Calò che morirono ad Auschwitz.
  5. ^ Portelli, pag. 402
  6. ^ Moseley, pag. 50
  7. ^ Katz, pag. 50
  8. ^ A seguito di una iniziativa del Comune, Settimia Spizzichino incontrò per tre giornate i giovani di Cava de' Tirreni. Il Comune pubblicò nel 1996 il suo libro "Gli anni rubati" e le conferì nel 1998 la cittadinanza onoraria.
  9. ^ Settimia Spizzichino, da oggi un ponte a Ostiense è intitolato all'unica superstite della retata del 16 ottobre 1943 nel Ghetto, in L'Huffington Post, 3 dicembre 2012. URL consultato l'11 novembre 2013.
  10. ^ Sito del comune di Cava de' Tirreni

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]