Anna Frank

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Anna Frank (1940)
Firma di Anna Frank

Annelies Marie Frank, detta Anne (pronuncia olandese: [ʔɑnəˈlis maːˈri ˈʔɑnə ˈfrɑŋk], tedesca: [ʔanəliːs maˈʁiː ˈʔanə ˈfʁaŋk]; ascolta[?·info]), nome spesso italianizzato in Anna Frank, (Francoforte sul Meno, 12 giugno 1929Bergen-Belsen, febbraio o marzo 1945[1][2][3]), è stata una deportata e scrittrice ebrea tedesca, divenuta un simbolo della Shoah per il suo diario, scritto nel periodo in cui lei e la sua famiglia si nascondevano dai nazisti, e per la sua tragica morte nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Visse parte della sua vita ad Amsterdam, nei Paesi Bassi, dove la famiglia si era rifugiata dopo l'ascesa al potere dei nazisti in Germania. Fu privata della cittadinanza tedesca nel 1935, divenendo così apolide e nel proprio diario scrisse che ormai si sentiva olandese e che dopo la guerra avrebbe voluto ottenere la cittadinanza dei Paesi Bassi, Paese nel quale era cresciuta.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Infanzia a Francoforte[modifica | modifica wikitesto]

La casa di Anna Frank ad Amsterdam, in Prinsengracht 263. Anna era piuttosto soddisfatta del nascondiglio:
« L’Alloggio segreto è un nascondiglio ideale! Anche se è umido e storto non esiste in tutta Amsterdam, né probabilmente in tutta l’Olanda, un nascondiglio più comodo di questo »

Anna nacque il 12 giugno 1929 come seconda figlia di Otto Heinrich Frank (12 maggio 1889 - 19 agosto 1980) e di sua moglie Edith Frank nata Holländer (16 gennaio 1900 - 6 gennaio 1945) nella clinica dell'Associazione delle donne patriottiche nel parco Eschenheim, a Francoforte: questa clinica venne distrutta durante la Seconda guerra mondiale. Aveva una sorella maggiore, Margot Elisabeth Frank (16 febbraio 1926 - febbraio 1945).

Fino all'età di due anni Anna visse nell'edificio in Marbachweg n. 307 ed in seguito si trasferì nella Ganghoferstraße n. 24 (entrambe nel quartiere Dornbusch). La famiglia Frank viveva in una comunità mista ed i figli crebbero insieme a bambini di fede cattolica, protestante ed ebraica. I Frank erano ebrei riformati: molte tradizioni ebraiche erano conservate, ma solo alcune venivano praticate. Edith era la più credente, mentre Otto, che aveva prestato servizio come ufficiale per l'esercito tedesco durante la Prima guerra mondiale, lavorava come imprenditore e si occupava principalmente dell'educazione delle sue figlie, che stimolava alla lettura grazie anche alla ricca biblioteca privata che possedeva. Anna dovette sempre confrontarsi con i paragoni con la sorella maggiore Margot: questa era buona, esemplare e timida, mentre Anna era molto più vivace, piena di interessi, ma anche estroversa ed impulsiva e si sentiva costantemente trattata peggio della sorella.

Prima che l'avvento nel nazionalsocialismo irrompesse e distruggesse la sua vita, Anna viveva tranquillamente con la sua famiglia e con i suoi amici a Francoforte. Poteva anche recare visita alla nonna Alice Frank, la madre di Otto, a Basilea. Nel 1931 questa si era trasferita con la figlia Helene detta "Leni" (zia di Anna e sorella di Otto) ed i figli di lei Stephan e Bernhard (divenuto poi famoso come attore con lo pseudonimo di Buddy Elias)[4] a Basilea, dove suo marito nel 1929 aveva aperto la rappresentanza svizzera della Opekta, una ditta producente pectina per la realizzazione di marmellate. Anna Frank viene descritta dal cugino Bernhard come una "bambina vivace, che non faceva altro che ridere".

Subito dopo che la NSDAP ebbe ottenuto la maggioranza alle elezioni comunali di Francoforte del 13 marzo 1933 – poche settimane dopo l'ascesa al potere di Hitler– cominciarono ad esserci delle dimostrazioni antisemite. Otto Frank cominciò a temere per il futuro della sua famiglia ed insieme alla moglie iniziò a pensare a cosa sarebbe potuto succedere se fossero rimasti in Germania. Più tardi, nello stesso anno, Edith si trasferì con le figlie ad Aquisgrana da sua madre Rosa Holländer. Otto inizialmente rimase a Francoforte, in seguito ricevette l'offerta da Robert Feix di andare ad aprire una filiale dell'Opetka ad Amsterdam. Si trasferì nei Paesi Bassi per organizzare i suoi affari e per preparare l'arrivo del resto della sua famiglia. Nel frattempo, con la legge imperiale sulla cittadinanza la famiglia Frank perse la cittadinanza tedesca.

L'esilio ad Amsterdam[modifica | modifica wikitesto]

Edith ed entrambe le figlie raggiunsero il padre ad Amsterdam nel febbraio 1934 ed andarono a vivere in un palazzo condominiale in Merwedeplein n. 37, nel nuovo quartiere di Rivierenbuurt in quella che al tempo era la periferia meridionale della città, dove molte famiglie tedesche di origini ebraiche avevano cercato una nuova patria. Anche in esilio i genitori si occuparono dell'educazione delle due figlie: Margot frequentò una scuola pubblica, mentre Anna venne iscritta alla scuola pubblica montessoriana n°6 nella vicina Niersstraat. Mentre Margot eccelleva soprattutto in matematica, Anna si mostrava portata nel leggere e nello scrivere. Tra le amiche più intime di Anna dopo il 1934 si annoverano Hannah Goslar e Sanne Ledermann. Goslar più tardi raccontò che spesso Anna scriveva di nascosto e non rivelava a nessuno quello che scriveva. Questi primi appunti sono andati persi, ma "Hanneli", come veniva chiamata da Anna, è oggi un'importante testimone le cui memorie sono state raccolte in un libro nel 1998 da Alison Leslie Gold 1998. Un'altra amica, Jacqueline van Maarsen, raccontò in seguito le esperienze vissute insieme ad Anna.

Nel 1935 e nel 1936 Anna poté ancora fare spensierate vacanze con la sua prozia parigina Olga Spitzer in svizzera a Sils im Engadin, dove strinse amicizia con una ragazza del posto. Solo di recente, su iniziativa privata è stato eretto un monumento in ricordo di Anna dove sorgeva "Villa Spitzer" (oggi "Villa Laret").[5] Dal 1933 Otto Frank diresse la filiale olandese della ditta (tedesca) Opekta. Nel 1938 Otto avviò una seconda ditta insieme al macellaio Hermann van Pels - anche lui in fuga con la sua famiglia ebrea da Osnabrück - per la distribuzione di sale da conservazione, erbe e spezie: la Pectacon. Nel frattempo ad Aquisgrana i nazisti espropriarono la banca di suo padre Michael, banca per altro già segnata dalla crisi finanziaria del 1929.

Nel 1939 la madre di Edith raggiunse i Frank ad Amsterdam, dove rimase fino alla sua morte nel gennaio del 1942. Di quanto pochi scrupoli si facessero i nazisti i Frank lo appresero in prima persona dal fratello di Edith, Walter Holländer, che durante la notte dei cristalli era stato arrestato e portato nel campo di concentramento di Sachsenhausen, per poi ottenere un'autorizzazione speciale che gli consentì di emigrare nei Paesi Bassi. Otto Frank non si fece però distogliere dal suo ottimismo dai racconti delle sinagoghe in fiamme: definì l'accaduto come un "attacco febbrile" che avrebbe poi riportato tutti alla ragione.

La speranza divenne però paura allorquando, con l'attacco alla Polonia nel settembre 1939, scoppiò la Seconda guerra mondiale. Gli ebrei in esilio temevano che anche i Paesi Bassi, che cercavano di mantenere la loro neutralità, venissero minacciati dall'espansionismo di Hitler. Ed in effetti il 10 maggio 1940 l'Olanda fu attaccata ed occupata dalla Wehrmacht tedesca: le forze olandesi capitolarono e la regina Guglielmina volò in esilio a Londra. Presto apparve evidente che per gli ebrei dei Paesi Bassi incombeva lo stesso destino di quelli delle altre zone occupate. Otto e Edith Frank non poterono più tenere nascosti ai figli i problemi politici: fino a questo momento i genitori avevano sempre cercato di fare da scudo alle bambine, cercando di garantire loro un'apparente normalità. Come testimoniano alcune lettere rinvenute nel 2007, Otto Frank aveva più volte cercato di ottenere asilo negli Stati Uniti o a Cuba, anche con l'aiuto dell'amico Nathan Straus, che aveva contatti con la First Lady Eleanor Roosevelt; ma i tentativi furono vani. Nuove leggi antisemite toglievano loro progressivamente i diritti: vennero esclusi dalla vita sociale e da quella pubblica. In particolare, il divieto di andare al cinema colpì molto duramente Anna, che era un'entusiasta cinefila e collezionista di foto di star del cinema. Come tutti gli ebrei, dovette abbandonare la scuola pubblica a favore di uno speciale liceo per sole ragazze ebree. Fu introdotto l'obbligo per tutti gli ebrei di registrarsi in un apposito registro anagrafico (con foto e impronte digitali); in seguito dovettero registrare addirittura le loro biciclette. Quando furono obbligati a portare sui vestiti la stella gialla che contrassegnava gli ebrei, molti olandesi solidarizzarono con loro. Ma d'altro canto nacque anche un partito nazista olandese, il Movimento Nazional-Socialista. Per proteggere le sue aziende dalla confisca che colpiva le imprese gestite da ebrei, Otto Frank cedette la direzione pro forma ai suoi collaboratori ariani, Johannes Kleiman e Victor Kugler e l'impresa assunse il nome di Gies & co..

Il 12 giugno 1942, Anna ricevette per il suo tredicesimo compleanno un quadernino a quadretti bianco e rosso, sul quale inizierà a scrivere (in olandese) il Diario, inizialmente sotto forma di annotazioni a proposito della scuola e degli amici, quindi come immaginaria corrispondenza con le protagoniste di una popolare serie di romanzi per ragazze "Joop ter Heul" della scrittrice olandese Cissy van Marxveldt, di cui lei e le amiche erano accanite lettrici.

La clandestinità[modifica | modifica wikitesto]

Otto Frank aveva preparato un nascondiglio nella casa retrostante (Achterhuis in olandese) l'edificio in cui aveva sede la ditta, in Prinsengracht 263, seguendo un suggerimento del suo collaboratore Kleiman. L'edificio principale, nelle vicinanze della Westerkerk, era discreto, vecchio e tipico di questo quartiere di Amsterdam; l'achterhuis era un edificio a tre piani che si trovava dietro l'edificio principale. Al primo piano c'erano due piccole camere con bagno e toilette; di sopra c'erano una camera grande ed una più piccola; infine tramite una scala si arrivava al sottotetto. La porta che conduceva a questo retrocasa di quasi 50 m², che era collegata con una ripida scala all'ingresso degli uffici, venne nascosta da una libreria girevole.

Otto Frank aveva chiesto aiuto alla sua segretaria Miep Gies (nata Hermine Santrouschitz): sebbene lei sapesse di andare incontro a grossi problemi nel caso fossero stati scoperti, accettò di aiutarlo e si assunse la pesante responsabilità. Insieme a suo marito Jan Gies ed ai collaboratori di Frank Kugler e Kleiman, nonché Bep Voskuijl, Miep Gies aiutò gli abitanti del retrocasa.

La situazione della famiglia precipitò quando il 5 luglio 1942 Margot ricevette da parte dell'Ufficio Centrale per l'emigrazione ebraica ad Amsterdam un invito a comparire ai fini della successiva deportazione in un campo di lavoro. Se Margot non si fosse presentata spontaneamente, l'intera famiglia Frank sarebbe stata arrestata. Questo episodio spinse Otto Frank a nascondersi con la famiglia prima di quanto avesse previsto. Già il giorno successivo, il 6 luglio, cominciò per l'intera famiglia una vita in clandestinità, dato che una fuga dai Paesi Bassi appariva assolutamente impraticabile. Quando il suo amico Helmut „Hello“ Silberberg andò a trovare Anna a casa sua, non la trovò più. Per sviare i controlli, i Frank avevano lasciato il loro appartamento sottosopra con un biglietto in cui dicevano di essere improvvisamente fuggiti in Svizzera.

Dopo una settimana nell'Achterhuise arrivò anche la famiglia van Pels, mentre nel novembre 1942 si aggiunse il dentista Fritz Pfeffer.

I rifugiati all'interno del retrocasa
Nome Pseudonimo Nascita Morte
Otto Heinrich Frank Frederik Aulis / Robin (da Anna) 12 maggio 1889 a Francoforte 19 agosto 1980 a Birsfelden presso Basilea
Edith Frank-Holländer Nora Aulis / Robin (da Anna) 16 gennaio 1900 ad Acquisgrana 6 gennaio 1945 nel campo di sterminio di Birkenau
Margot Betti Frank Betty Aulis / Robin (da Anna) 16 febbraio 1926 a Francoforte inizio marzo 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen
Annelies Marie Frank Anne Aulis / Robin (da Anna) 12 giugno 1929 a Francoforte inizio marzo 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen
Hermann van Pels Hans van Daan (da Anna)

Hermann van Daan (nel diario)

31 marzo 1898 a Gehrde 6[6] o 8 settembre 1944 nel campo di concentramento di Auschwitz
Auguste van Pels Petronella van Daan 29 settembre 1900 a Buer 9 aprile 1945 a Raguhn, lager esterno del campo di concentramento di Buchenwald[7]
Peter van Pels Alfred van Daan (da Anna)

Peter van Daan (nel diario)

8 novembre 1926 a Osnabrück 5 maggio 1945 nel campo di concentramento di Mauthausen[7]
Fritz Pfeffer Albert Dussel 30 aprile 1889 a Gießen 20 dicembre 1944 nel campo di concentramento di Neuengamme
Gli aiutanti
Name Pseudonym Geboren Gestorben
Miep Gies-Santrouschitz Anne van Santen (da Anna) 15 febbraio 1909 a Vienna 11 gennaio 2010 ad Amsterdam
Jan Gies Henk van Santen (da Anna) 18 ottobre 1905 ad Amsterdam 26 gennaio 1993 ad Amsterdam
Victor Kugler Harry Kraler (da Anna) 5 o 6 giugno 1900 a Hohenelbe 16 dicembre 1981 a Toronto
Johannes Kleiman Simon Koophuis (da Anna) 1896 a Koog aan de Zaan 30 gennaio 1959 ad Amsterdam
Elisabeth „Bep“ van Wijk-Voskuijl Elly Kuilmans (da Anna) 5 luglio 1919 ad Amsterdam 6 maggio 1983 ad Amsterdam

L'iniziale speranza di Otto di poter tornare tutti in libertà dopo qualche settimana o al massimo dopo qualche mese, si rivelò vana: essi furono costretti infatti a restare nascosti per poco più di due anni. Durante questo periodo non potevano uscire né fare nulla che potesse attirare l'attenzione (ad esempio facendo rumore). Il clima di tensione nel retrocasa, dove i rifugiati vivevano costantemente nella paura e nell'incertezza, portava ripetutamente a tensioni e conflitti tra loro. Più passava il tempo, più evidenti diventavano i conflitti interpersonali. Ad esempio Anna era in conflitto con Fritz Pfeffer, con il quale doveva condividere la stanza ed il quale dunque disturbava la sua privacy personale: per tale motivo nel diario Anna utilizzò lo pseudonimo di "Dussel" (sciocco), senza tenere in considerazione che anche per il dentista non erano tempi facili, dovendo tra l'altro stare separato dalla compagna Charlotte Kaletta che in quanto cristiana non aveva la necessità di nascondersi. Anna litigò spesso anche con sua madre, soprattutto perché Edith con il passare del tempo sembrava sempre più disperata e senza speranze, cosa che non si confaceva al carattere di Anna: il padre Otto faceva spesso da mediatore. Per Anna era particolarmente dura perché era all'inizio della sua adolescenza, quando si è lunatici e ribelli per natura, ed invece lei si ritrovava rinchiusa con i genitori ed obbligata a comportarsi in modo rigidamente disciplinato.

Miep Gies non si occupava solo di fornire i viveri, ma anche di informare gli otto profughi sugli eventi di guerra. A mezzogiorno tutti gli aiutanti si incontravano a tavola con gli otto occupanti del retrocasa e la sera, quando tutti gli altri lavoratori dell'impresa se ne erano andati, Anna e gli altri potevano uscire dal retrocasa ed andare nell'edificio principale, dove ascoltavano alla radio le sempre più preoccupanti notizie della BBC.

Il 17 luglio partì il primo treno per Auschwitz ed agli ebrei fu tolta la cittadinanza.

Durante il periodo di clandestinità, Anna Frank lesse molti libri, migliorò il suo stile e si sviluppò velocemente da ragazzina capricciosa a scrittrice consapevole. Mise in dubbio che suo padre Otto amasse veramente sua madre Edith e supponeva che l'avesse sposata solo per motivi razionali. La stessa Anna cominciò ad interessarsi a Peter van Pels, inizialmente descritto come troppo timido e noioso, ma dopo un momento impetuoso con tanto di episodi di tenerezza, la relazione presto finì. Dal diario si evince anche che Anna sapeva delle deportazioni e della taglia che era stata messa sugli ebrei, cosa di cui fu ella stessa vittima pochi giorni dopo l'ultima scrittura sul diario. Alcuni brani del diario in cui la ragazza, ormai alle soglie della pubertà, annota i propri dubbi e curiosità riguardo al sesso, vennero in seguito espunti dalle prime versioni date alle stampe, così come una serie di annotazioni della giovane in merito ai suoi dubbi circa l'affiatamento dei propri genitori.

L'arresto[modifica | modifica wikitesto]

Il mattino del 4 agosto 1944, attorno alle 10.00, la Gestapo fece irruzione nell'alloggio segreto, in seguito ad una segnalazione da parte di una persona che non è mai stata identificata. Tra i sospettati vi è un magazziniere della ditta di Otto Frank, Willem Van Maaren. Anna nel Diario, in data giovedì 16 settembre 1943, afferma esplicitamente che Van Maaren nutriva dei sospetti sull'alloggio segreto, e lo descrive come "una persona notoriamente poco affidabile, molto curiosa e poco facile da prendere per il naso". Gli otto clandestini vennero arrestati insieme a Kugler e Kleiman e trasferiti al quartier generale della SD, in Euterpestraat ad Amsterdam poi nella prigione di Weteringschans e dopo tre giorni l'8 agosto al campo di smistamento di Westerbork.

Gli aiutanti non furono più in grado di proteggere i clandestini e furono costretti a mostrare il nascondiglio all'agente nazista (di origine austriaca) Karl Josef Silberbauer. Kugler e Kleiman furono portati nelle prigioni del Sicherheitsdienst delle SS in Euterpestraat. L'11 settembre 1944 furono trasferiti nel campo di concentramento di Amersfoot. Kleiman fu liberato il 18 settembre 1944 per motivi di salute, Kugler invece riuscì a fuggire il 28 marzo 1945. Miep Gies e Bep Voskuilj, presenti al momento dell'arresto, scapparono mentre la polizia arrestava i clandestini (restando nei paraggi della palazzina). Dopo la partenza della polizia e prima del suo ritorno per la perquisizione, Mep Gies tornò alla palazzina per raccogliere quanti più fogli possibili tra quelli che l'agente Silberbauer aveva sparso per la stanza mentre stava cercando una cassetta con il denaro dei prigionieri: questi appunti furono custoditi in un cassetto a casa sua al fine di restituirli ad Anna o a suo padre alla fine della guerra. È possibile che alcuni scritti di Anna - oltre ad un diario tenuto dalla sorella Margot, di cui Anna fa menzione - siano andati perduti.

Gli otto rifugiati vennero dapprima interrogati dalla Gestapo e tenuti in arresto per la notte. Il 5 agosto vennero trasferiti nella sovraffollata prigione Huis van Bewaring in Weteringschans. Due giorni dopo ci fu un nuovo trasferimento al campo di concentramento di Westerbork. Dato che erano stati arrestati come delinquenti, erano costretti a compiere i lavori più duri. Le donne - separate dagli uomini - lavoravano nel reparto pile: vivevano nella speranza di rendersi indispensabili nel loro lavoro, evitando così un destino ancora peggiore. Alle loro orecchie arrivavano non solo notizie positive sull'avanzata degli Alleati, ma anche quelle più tetre sui trasporti verso i campi di concentramento in Europa orientale. Secondo alcune testimonianze dei prigionieri di Westerbork, Anna sembrava persa. Dopo un lungo periodo in clandestinità aveva ritrovato la fiducia attraverso la fede. Il 2 settembre insieme alla sua famiglia ed alla famiglia van Pels, durante l'appello venne selezionata per il trasporto ad Auschwitz.

Il delatore[modifica | modifica wikitesto]

Statua di cera di Anna Frank al Madame Tussauds di Amsterdam

Nonostante le ricerche fatte dopo la guerra, la persona (o forse le persone) che avvisarono la Gestapo della presenza di otto persone negli uffici di Prinsengracht non fu mai individuata con certezza. Otto Frank scrisse a Kugler, già negli anni Sessanta, che, in base alle ricerche da lui effettuate, la telefonata alla Gestapo che portò al loro arresto sarebbe stata fatta da una donna la mattina stessa del 4 agosto 1944. L'agente che arrestò gli otto rifugiati, Karl Josef Silberbauer non seppe o non volle fornire l'identità del delatore, anche se ammise che non era pratica abituale mandare immediatamente una pattuglia subito dopo una delazione anonima, a meno che la denuncia non provenisse da informatori già noti e, pertanto, affidabili[8].

In base alle annotazioni sul diario di Anna ed ai sospetti dei dipendenti della ditta, che dopo la guerra ne misero a parte Otto Frank, il delatore fu inizialmente identificato nel magazziniere Willem van Mareen (1895-1971), assunto dalla Opekta nel 1943 per sostituire il padre malato di Bep Voskhuijl. Emerse che l'uomo, prima di essere assunto dalla Opekta, era stato licenziato dal precedente lavoro con l'accusa di furto. La giovane impiegata Bep Voskuijl affermò che van Mareen le incuteva timore e tanto lei quanto gli altri benefattori ricordarono numerosi comportamenti del magazziniere quantomeno sospetti.

In più occasioni, il magazziniere era stato notato aggirarsi all'interno dell'edificio, anche al di fuori del magazzino dove teoricamente svolgeva la propria attività e, almeno in un caso, avrebbe chiesto al direttore Kugler se un tal Otto Frank avesse precedentemente lavorato per la Opekta, domanda a cui Kugler rispose evasivamente, lasciando intendere che Frank e la famiglia erano riusciti a fuggire clandestinamente in Svizzera e da allora non avevano più dato notizie.[8] Altre volte, van Maaren avrebbe interrogato con curiosità Kleiman chiedendo a chi appartenessero le stanze ubicate ai piani superiori dell'edificio e come mai mancasse un accesso diretto a detti locali.

Kugler sorprese spesso van Mareen piazzare quelle che definì "trappole" (farina sul pavimento dove sarebbero rimaste impronte, oggetti in disordine sui tavoli) nei locali della ditta poco prima dell'orario di chiusura dell'ufficio ma, alla richiesta di spiegazioni, si giustificò asserendo, non del tutto a torto, che stava solo cercando di smascherare i ladri che avevano ripetutamente saccheggiato i magazzini. Un giorno, inoltre, van Mareen consegnò a Kugler un borsellino vuoto (appartenente ad Hermann van Pels) sostenendo di averlo rinvenuto il mattino presto nel magazzino e chiedendogli se fosse suo. Van Pels confidò a Kugler di essersi effettivamente recato in detto locale la notte prima per esaminare dei documenti e che in tale occasione il borsellino, contenente una notevole somma di denaro e tagliandi alimentari, doveva essergli scivolato di tasca; tuttavia, quando van Mareen rese l'oggetto al direttore, i soldi mancavano.[9]

Dopo l'arresto dei rifugiati, i furti nel magazzino continuarono ed in alcune occasioni furono completamente saccheggiate anche riserve di provviste (spezie, conservanti ed altro) e denaro prima di allora rimasti nascosti. A detta di Miep Gies, van Mareen si sarebbe vantato di poter fare qualcosa per ottenere il rilascio degli arrestati e la donna rimase ancor più contrariata quando scoprì che la Gestapo aveva incaricato proprio lui di vigilare sulla ditta. Solo dopo la guerra Kleiman riuscì a licenziare van Mareen, avendolo colto in flagranza nell'atto di rubare.[8]

Ricostruzione della libreria girevole che nascondeva l'accesso al rifugio segreto.

Van Mareen non negò mai esplicitamente di aver rubato merce sul posto di lavoro; deve comunque notarsi che gli ultimi anni dell'occupazione tedesca nei Paesi Bassi furono particolarmente pesanti per la popolazione locale a causa delle requisizioni di viveri e del razionamento anche dei beni di prima necessità e che episodi di furto e vandalismo non erano affatto rari. L'ex magazziniere comunque negò con forza di aver tradito lui i rifugiati, anche se il suo collega, tal Lammert Hartog, dichiarò che, al massimo due settimane prima del l'irruzione della Gestapo, van Mareen gli avrebbe detto in confidenza che nell'edificio si nascondevano degli ebrei. Van Maaren fu indagato due volte per le sue presunte responsabilità nel tradimento dei rifugiati, la prima volta nel 1948 e quindi nel 1963.

Tuttavia, non emersero mai prove concrete contro di lui. L'ex nazista Silberbauer, all'epoca ancora in vita, dichiarò che il magazziniere non era noto come informatore della Gestapo e negò di conoscerlo[8]. L'uomo si dichiarò estraneo ai fatti, sostenendo che la sua curiosità al limite dell'indiscrezione era dovuta semplicemente al desiderio di allontanare i sospetti di furto dalla sua persona ed aggiunse, smentendo il collega Hartog (ormai deceduto) di non aver mai avuto sospetti sulla presenza di clandestini nell'edificio, pur ammettendo di aver notato "una certa aria di segretezza" ma asserendo che la notizia dell'arresto lo aveva lasciato sconvolto.

Emerse, inoltre, che, durante la guerra, l'uomo aveva tenuto nascosto in casa uno dei propri figli, studente universitario, che aveva rifiutato di arruolarsi al seguito degli invasori nazisti; tale circostanza parve deporre a suo favore. Willem van Maaren morì ad Amsterdam il 28 novembre 1971 all'età di 76 anni, professando la propria innocenza fino all'ultimo.

La seconda persona sospettata di delazione fu Lena Hartog-van-Bladeren (deceduta nel 1963), che aveva lavorato per diverso tempo come donna delle pulizie e collaboratrice domestica, anche presso gli uffici di Prinsengracht, anche se inspiegabilmente aveva nascosto tale circostanza agli inquirenti. Suo marito Lammert lavorava in magazzino come aiutante di van Maaren e da questi aveva sentito i racconti sulle sue osservazioni, poi raccontate anche alla moglie Lena. Nel mese di luglio 1944, Lena Hartog avrebbe avuto un colloquio con Bep Voskuijl, chiedendole spiegazioni sulla presenza di ebrei che si nascondevano nell'edificio; l'impiegata non ammise alcunché, limitandosi a suggerire alla donna di guardarsi bene dal fare certe affermazioni, considerato il pericolo cui simili chiacchiere potevano esporre tutto il personale della Opekta. Nello stesso periodo, inoltre, Lena Hartog aveva prestato servizio presso una famiglia di conoscenti di Otto Frank e Johannes Kleiman, tali Anne e Petrus Genot, quest'ultimo collega di lavoro del fratello di Kleiman. La Hartog si sarebbe più volte lamentata con Anne Genot del fatto che alcuni ebrei si nascondevano in Prinsengracht e che ciò avrebbe provocato guai a lei ed al marito se la circostanza fosse stata di dominio pubblico.[9] Emerse in seguito che, nel vicinato, non pochi abitanti ed impiegati di ditte vicine avevano nutrito sospetti sulla presenza dei rifugiati al numero 263, ma in generale era prevalso un atteggiamento di solidarietà, tanto più che in zona si nascondevano anche altri ebrei.[8] I sospetti su Lena vengono rafforzati dalle ricerche da cui Otto Frank scoprì che probabilmente la chiamata alla Gestapo era stata fatta da una donna: ma nemmeno contro di lei si riuscì a trovare alcuna prova.

Nel 1998 la scrittrice Melissa Müller la identificò come responsabile della delazione, ma ritirò l'accusa nel 2003 allorquando la storica britannica Carol_Ann_Lee confutò tale tesi, supportata dalle ricerche senza esito del Istituto olandese per la documentazione di guerra (Nederlands Instituut voor Oorlogsdocumentatie, NIOD). Nel suo libro The hidden life of Otto Frank (2002) la Lee propose un nuovo nome, quello di Anton Ahlers (1917-2000), un olandese cacciatore di taglie sugli ebrei. All'epoca dell'occupazione nazista tali cacciatori di taglie erano numerosi e si guadagnavano da vivere grazie ai premi riconosciuti a chi permetteva l'arresto di un ebreo. Dalle ricerche della Lee risulterebbe che il potenziale delatore, che lavorava come informatore per Kurt Döring del quartier generale della Gestapo ad Amsterdam, aveva ricattato Otto Frank. Questa tesi tuttavia è dibattuta: il NIOD non la considera veritiera, in quanto sono supposizioni legate esclusivamente a dichiarazioni dello stesso Ahlers (che si vantava di aver svelato il luogo del nascondiglio) e dei suoi famigliari (la moglie Martha smentì il marito, mentre il fratello Cas confermò la versione del tradimento).

Nel 2009 il giornalista olandese Sytze van der Zee nel suo libro Vogelvrij – De jacht op de joodse onderduiker si occupò dell'ipotesi che la traditrice potesse essere stata Ans van Dijk. Nonostante fosse ella stessa ebrea, la Van Dijk consegnava al Bureau Joodsch Zaken ebrei che si erano nascosti e che lei attirava in una trappola, con la promessa di trovare un nuovo rifugio. Secondo van der Zee, Otto Frank sapeva che la delazione era stata opera non solo di una donna, ma di una donna ebrea: per tale motivo avrebbe taciuto per non alimentare ulteriori pregiudizi. Tuttavia van der Zee non fu in grado di risolvere questo puzzle: Ans van Dijk fu comunque l'unica donna fra 39 persone ad essere giustiziata per reati in tempo di guerra.

Nell'aprile 2015, nei Paesi Bassi uscì un libro (di cui è coautore uno dei figli di Bep Voskuijl, Joop van Wijk), dal titolo "Bep Voskuijl, Het Zwigen Voorbij" (Ovvero: Bep Voskuijl, Basta silenzio)" che fornì una nuova versione sulla possibile identità del delatore, da identificarsi in Hendrika Petronella Voskuijl detta Nelly, sorella minore di Bep Voskuijl ed a sua volta, per un breve periodo, dipendente della ditta Opekta in qualità di impiegata. Nelly Voskuijl, diversamente dal padre e dalla sorella, non faceva mistero delle proprie simpatie per il nazismo, tanto da essersi anche offerta per il lavoro volontario in Germania; tale ultima circostanza venne annotata dalla stessa Anna - molto legata a Bep Voskuijl, di pochi anni più grande di lei - nel proprio diario.

In altri passi, Anna rilevò che c'erano state tensioni a proposito della sorella di Bep, che avrebbe preteso di essere stabilmente assunta dalla Opekta[10]. Le testimonianze di Diny Voskuijl, sorella superstite di Bep e Nelly (quest'ultima deceduta nel 2001), nonché tal Bertus Hulsman, amico d'infanzia ed ex fidanzato di Bep durante la guerra, raccolte nel libro, indicano frequenti litigi tra Nelly e Bep, durante i quali la prima avrebbe ripetutamente rinfacciato alla sorella di stare nascondendo degli ebrei. Deve inoltre notarsi che le numerose lettere scambiate tra Bep ed Otto Frank dopo la guerra sono state fatte sparire tutte dopo la morte di Bep, avvenuta nel maggio 1983, probabilmente per nascondere le responsabilità di parte della famiglia Voskuijl nell'arresto e deportazione di otto persone[11].

Prigionia e destino dei rifugiati[modifica | modifica wikitesto]

Il 3 settembre 1944 Anna Frank e gli altri clandestini vennero caricati sull'ultimo treno merci in partenza per Auschwitz, dove giunsero tre giorni dopo. Edith Frank-Holländer, che già durante la clandestinità aveva manifestato segni di depressione, morì di inedia ad Auschwitz-Birkenau il 6 gennaio 1945, secondo alcune testimoni provata dall'essere stata separata dalle figlie. Hermann Van Pels morì in una camera a gas di Auschwitz il giorno stesso dell'arrivo, secondo la Croce Rossa, o poche settimane più tardi, secondo Otto Frank, a causa di una ferita infetta. Auguste Van Pels passò tra Auschwitz, Bergen-Belsen (dove per qualche tempo riuscì a stare vicina ad Anna e Margot e addirittura a far incontrare Anna con la sua amica Hanneli Goslar, anch'ella internata nel lager), e Buchenwald arrivando a Theresienstadt il 9 aprile 1945. Deportata altrove, non si conosce la data del decesso.

Peter Van Pels, pur consigliato da Otto Frank di nascondersi con lui nell'infermeria di Auschwitz durante l'evacuazione, non riuscì a seguirlo e fu aggregato ad una Marcia della morte il 16 gennaio 1945 che lo portò da Auschwitz a Mauthausen (Austria), dove morì il 5 maggio 1945, appena tre giorni prima della liberazione. Fritz Pfeffer, a quanto sembra fisicamente e psicologicamente provato, dopo essere passato per i campi di concentramento di Sachsenhausen e Buchenwald, morì nel campo di concentramento di Neuengamme il 20 dicembre 1944.

Tomba di Anna e Margot a Bergen-Belsen, dove morirono nel febbraio 1945

Margot e Anna passarono un mese ad Auschwitz-Birkenau e vennero poi spedite a Bergen-Belsen, dove morirono di tifo esantematico, prima Margot ed alcuni giorni dopo Anna. La data della loro morte non è nota con certezza, era solitamente indicata come avvenuta nel mese di marzo, nuove ricerche pubblicate nel 2015 l'hanno retrodatata al febbraio 1945[2][3]. Una giovane infermiera olandese, Janny Brandes-Brilleslijper, che nel lager aveva stretto amicizia con le due ragazze ed assistito alla morte di Anna, seppellì personalmente i cadaveri in una delle fosse comuni del campo e, subito dopo la liberazione, scrisse ad Otto Frank comunicandogli la tragica notizia.

Kleiman fu liberato per intervento della Croce Rossa un mese dopo l'arresto, il 18 settembre 1944, a causa delle gravi ulcere che lo affliggevano da anni. È morto ad Amsterdam nel 1959, mentre lavorava negli uffici di Prinsengracht, dove aveva ripreso le sue funzioni di procuratore della ditta. Kugler venne deportato in più campi di concentramento, sino al termine della guerra. Riuscì ad evadere durante un bombardamento ed a fare ritorno ad Hilversum, dove la moglie, malata terminale, lo nascose nell'ultimo mese di guerra. Nel dopoguerra, Kugler si risposò e si trasferì in Canada; minato dalla malattia di Alzheimer, morì a Toronto nel 1981.

Solo il padre di Anna, tra i clandestini, sopravvisse ai campi di concentramento. Rimase sempre ad Auschwitz; il campo venne poi liberato dall'esercito russo il 27 gennaio 1945; il 3 giugno 1945 Otto tornò ad Amsterdam dopo tre mesi di viaggio, dove si stabilì presso Miep Gies ed il marito Jan, assistendo alla nascita del loro figlio, Paul. Una volta appresa la notizia della morte di Anna e Margot, Miep consegnò ad Otto il diario della ragazza, che lei stessa aveva conservato nel proprio ufficio con l'intento di restituirlo solo alla legittima proprietaria ed egli, superato l'iniziale sconforto per la perdita della propria famiglia, mostrò gli scritti della figlia a diversi amici che lo convinsero a darlo alle stampe.

Otto stesso, in sede di revisione del manoscritto, ne modificò la grammatica e la sintassi, omettendo alcune parti perché considerate troppo private e poco rispettose dei compagni di sventura, in modo da renderlo adatto per la pubblicazione. Il diario venne pubblicato nel 1947 con il titolo di Het Achterhuis ("L'alloggio segreto" in olandese). Otto Frank, che nel frattempo si era risposato con una superstite di Auschwitz, la viennese Elfriede Markovits, madre di un'amica di scuola di Anna, morì di cancro ai polmoni a Basilea, in Svizzera dove si era stabilito da tempo, il 19 agosto 1980.

Il Diario di Anna Frank[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Diario di Anna Frank.
Statua commemorativa di Anna Frank a Barcellona

Il diario inizia come una espressione privata dei pensieri intimi dell'autrice, la quale manifesta l'intenzione di non permettere mai che altri ne prendano visione. Anna racconta della propria vita, della propria famiglia e dei propri amici, del suo innamoramento per Peter nonché della sua precoce vocazione a diventare scrittrice. Il diario manifesta la rapidissima maturazione morale e umana dell'autrice e contiene anche considerazioni di carattere storico e sociale sulla guerra, sulle vicende del popolo ebraico e sulla persecuzione antisemita, sul ruolo della donna nella società.

Durante l'inverno del 1944, ad Anna capitò di ascoltare una trasmissione radio di Gerrit Bolkestein — membro del governo Olandese in esilio — il quale diceva che, una volta terminato il conflitto, avrebbe creato un registro pubblico delle oppressioni sofferte dalla popolazione del Paese sotto l'occupazione nazista; il ministro menzionò la pubblicazione di lettere e diari, cosa che spinse Anna a riscrivere sotto altra forma, e con diversa prospettiva, il proprio.

Esistono quindi due versioni autografe del diario:

  1. la versione A, la prima redazione originale di Anna, che va dal 12 giugno 1942 al 1 agosto 1944, della quale non è stato ritrovato il quaderno che copriva il periodo 6 dicembre 1942 - 21 dicembre 1943;
  2. la versione B, la seconda redazione di Anna, su fogli volanti, in vista della pubblicazione, che copre il periodo 20 giugno 1942 - 29 marzo 1944.

Il testo su cui si basò la prima edizione del 1947 (versione C) fu compilato da Otto Frank basandosi principalmente sulla versione B, apportando modifiche e cancellazioni ed aggiungendo quattro episodi tratti da un altro autografo di Anna, i Racconti dell'alloggio segreto. L'edizione critica del diario, pubblicata nel 1986, compara queste tre versioni.

La casa dove Anna e la famiglia si nascondevano è ora un museo. Si trova al 263 di Prinsengracht, nel centro della città, raggiungibile a piedi dalla stazione centrale, dal palazzo reale e dal Dam. Nel 1956 il diario venne adattato in un'opera teatrale che vinse il Premio Pulitzer, nel 1959 ne venne tratto un film, nel 1997 ne fu tratta un'opera di Broadway con materiale aggiunto dal diario originale.

Edizioni italiane degli scritti di Anna Frank[modifica | modifica wikitesto]

  • Anne Frank, Diario, prefazione di Natalia Ginzburg, traduzione di Arrigo Vita, Collana Saggi n. 175, Einaudi, Torino, I° ed. 1954, ISBN 88-06-00281-3; Collana NUE n. 50, Einaudi, I° ed. 1964;
  • id., Il diario di Anna Frank, traduzione di Arrigo Vita, Milano, Mondadori, Milano, 1959.
  • id., Il saggio mago e altri racconti, Rocca San Casciano, Cappelli Editore, 1959.
  • id., Racconti dell'alloggio segreto, trad. E. Nissim, Collana Gli struzzi n. 279, Einaudi, Torino, 1983, ISBN 978-88-06-55988-5, pp. X-160; Collana Einaudi tascabili. Scrittori n. 1327, Einaudi, 2005.
  • id., Diario. L'alloggio segreto, 12 giugno 1942 - 1 agosto 1944, a cura di Otto Frank e Mirjam Pressler, traduzione di Laura Pignatti, edizione italiana e appendice a cura di Frediano Sessi, Collana Gli struzzi n. 453, Torino, Einaudi, I° ed. 1993 - 2014, ISBN 88-06-13130-3.
  • id., I Diari di Anne Frank (Die dagboeken van Anne Frank), a cura dell'Istituto per la documentazione bellica dei Paesi Bassi, introduzioni di David Barnouw, Harry Paape, Gerrold van der Stroom, sintesi della relazione del laboratorio forense di H. J. J. Hardy, testo olandese stabilito da David Barnouw e Gerrold van der Stroom, edizione italiana e introduzione all'opera a cura di Frediano Sessi, trad. Laura Pignatti, Collana Opere, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 88-06-14730-7, pp. CCXLIV-526.
  • id., Tutti gli scritti, (contiene: Diari, Racconti dell'alloggio segreto, altri racconti, lettere, fotografie, documenti), trad. Laura Pignatti, Collana SuperET, Einaudi, Torino, I ed. marzo 2015, ISBN 978-88-06-22432-5, pp. VI-880.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Anne Frank's last months
  2. ^ a b Anna Frank morta un mese prima di quanto si pensasse. La Fondazione rende noti gli esiti dell'ultima ricerca, Huffington Post, 31 marzo 2015
  3. ^ a b Quando morì Anne Frank, Il Post, 2 aprile 2015
  4. ^ Anne Frank's last months
  5. ^ Errore nell'uso delle note: Marcatore <ref> non valido; non è stato indicato alcun testo per il marcatore zeit
  6. ^ Anne Frank's last months
  7. ^ a b Errore nell'uso delle note: Marcatore <ref> non valido; non è stato indicato alcun testo per il marcatore Friedensstadt_Osnabr.C3.BCck
  8. ^ a b c d e Carol Ann Lee, Storia di Anna Frank. Rizzoli, 1998
  9. ^ a b Melissa Müller, Anne Frank. Una biografia. Einaudi, 2004
  10. ^ Anne Frank, Tutti gli scritti, 2001, Super ET, ISBN 978-88-06-22432-5
  11. ^ Anna Frank, a tradirla fu la sorella della sua protettrice - La Stampa

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ernst Schnabel, La tragica verità su Anna Frank, Milano-Verona, Mondadori, 1958.
  • Frances Goodrich e Albert Hackett, Il diario di Anna Frank. Commedia in 2 tempi e 10 quadri tratta dal libro omonimo, Milano, Bompiani, 1958.
  • Rita D'Amelio, Un'adolescente allo specchio. Il significato del Diario e dei Racconti di Anna Frank, Bari, Adriatica Editrice, 1968.
  • Lina Tridenti, Anna Frank, Milano, Fabbri, 1982.
  • Alessandra Jesi Soligoni, Una ragazza contro l'odio: Anna Frank, Milano, Figlie di S. Paolo, 1986. ISBN 88-215-1010-7.
  • Miep Gies, Si chiamava Anna Frank, Milano, A. Mondadori, 1987. ISBN 88-04-30506-1.
  • Willy Lindwer, Gli ultimi 7 mesi di Anna Frank. La drammatica fine dell'autrice del Diario, raccontata da sette compagne di prigionia, testimoni oculari di ciò che seguì il suo arresto: la vita nei lager e la tragica morte, Roma, Newton Compton, 1989.
  • Ruud van der Rol e Rian Verhoeven, Anna Frank. Album di famiglia, Vimercate, La spiga Meravigli-Fondazione Anna Frank, 1992. ISBN 88-7100-247-4.
  • Alison Leslie Gold, Mi ricordo Anna Frank. Riflessioni di un'amica d'infanzia, Milano, Bompiani, 1999. ISBN 88-452-4022-3.
  • Guia Risari, La porta di Anne, Milano, Mondadori, 2016. ISBN 978-88-04-65888-7.
  • Alessandra Jesi Soligoni, Storia di Anna Frank, Milano, Tascabili La spiga, 2000. ISBN 88-468-1361-8.
  • Melissa Müller, Anne Frank. Una biografia, Torino, Einaudi, 2004. ISBN 88-06-16834-7.
  • Josephine Poole, Anne Frank, San Dorligo della Valle, Emme, 2005. ISBN 88-7927-750-2.
  • Ann Kramer, Anna Frank. Un raggio di sole negli anni bui del nazismo, Trezzano sul Naviglio, IdeeAli, 2007. ISBN 978-88-6023-090-4.
  • Ernst Schnabel, Anne Frank. Un racconto-documento, Milano, Modern Publishing, 2008. ISBN 978-88-493-0511-1.
  • Francine Prose, Anne Frank. La voce dell'Olocausto. [La storia di una ragazza ebrea e del diario più celebre di tutti i tempi], Roma, Castelvecchi, 2011. ISBN 978-88-7615-423-2.
  • Sid Jacobson, Ernie Colón, Anne Frank. La biografia a fumetti, Milano, Rizzoli Lizard, 2011. ISBN 978-88-17-04736-4.
  • Aidan Chambers, La penna di Anne Frank, Modena, EquiLibri, 2011. ISBN 978-88-905808-0-2.
  • Casa di Anne Frank, Menno Metselaar, Ruud van der Rol, La storia di Anne Frank, Milano, Mondadori, 2011. ISBN 978-88-04-60680-2.
  • Theo Coster, I nostri giorni con Anna. Il racconto dei compagni di classe di Anna Frank, Milano, Rizzoli, 2012. ISBN 978-88-17-05511-6.
  • Sharon Dogar, La stanza segreta di Anna Frank, Roma, Newton Compton, 2012. ISBN 978-88-541-3540-6.
  • Jacqueline van Maarsen, A Friend Called Anne. One girl's story of war, peace, and a unique friendship with Anne Frank, New York, Puffin Books, 2005. ISBN 978-0-14-240719-6.
  • Jacqueline van Maarsen, My Name Is Anne, She Said, Anne Frank. The Memoirs of Anne Frank's Best Friend, London, Arcadia, 2007. ISBN 978-1-905147-10-6.
  • Jacqueline van Maarsen, Inheriting Anne Frank, London, Arcadia, 2009. ISBN 978-1-906413-27-9.

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