Benjamin Murmelstein

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Foto segnaletica di Benjamin Murlmestein

Benjamin Murmelstein (Leopoli, 9 giugno 1905Roma, 27 ottobre 1989) è stato un rabbino austriaco.

È stato rabbino del XX distretto della comunità ebraica di Vienna dal 1931, durante l'avvento del nazismo e fino al 1943, quando venne internato nel finto ghetto modello del Campo di concentramento di Theresienstadt[1], di cui nel 1944 divenne rabbino e decano del Consiglio degli ebrei (Judenrat), unico decano di qualsiasi campo a sopravvivere alla seconda guerra mondiale. Durante il periodo nazista prebellico, nel 1938 venne precettato da Adolf Eichmann come consulente esperto in emigrazione e impiegato negli uffici per l'emigrazione ebraica (sotto il controllo tedesco). Grazie a questa pur infausta frequentazione riuscì, anche grazie alla corruzione e altre manovre non sempre legali, a sfruttare la situazione e permettere l'emigrazione legale o clandestina di diverse migliaia di ebrei austriaci (si stima fino a 125.000)[2], verso la Palestina (i territori dell'attuale Israele), la Spagna, il Portogallo, l' Inghilterra e gli Stati Uniti, approfittando dell'apertura di alcuni corridoi ferroviari nella Francia occupata[3]. I suoi rapporti con alte gerarchie naziste, gli attirarono comunque il sospetto della comunità ebraica, mai pienamente abbandonato nonostante le successive assoluzioni processuali, di essere un collaborazionista attivo dei nazisti e di avere agito non solo perché obbligato, ma anche per proprio tornaconto personale, traendone vantaggi economici, politici e un trattamento di particolare favore[4]. Anche il suo operato all'interno del ghetto, per quanto a suo dire ispirato dal tentativo di favorire la comunità residente, fu sempre visto con grande sospetto se non addirittura con astio per i suoi modi autoritari e le frequentazioni con gli ufficiali tedeschi. Va comunque evidenziato che anche grazie alla sua volontà di mantenere attivo il ghetto di Theresienstadt come modello di propaganda nazista, da mostrare al mondo come esempio delle umane condizioni di vita, il livello di vita medio per quanto brutale e miserabile era superiore a quello di altri campi, almeno in coincidenza con le visite delle autorità di controllo internazionali, e venne evitata la liquidazione del ghetto con la conseguente eliminazione di tutta la popolazione ivi residente[2]. Infatti a guerra finita, nel 1945 fu arrestato e processato dalle autorità cecoslovacche con l'accusa di aver collaborato con il regime nazista ma fu assolto nel dicembre del 1946. Dopo aver cercato di stabilire la sua residenza in Israele, dove però non fu accolto in quanto persona non gradita, si trasferì a Roma come commerciante di mobili; anche la comunità ebraica di Roma lo trattò sempre con grande sospetto a causa del suo passato e in occasione della sua morte nel 1989, il rabbino capo di Roma Elio Toaff ne rifiutò la sepoltura nel cimitero ebraico accanto alla moglie, relegandolo ai margini del cimitero, un'area dedicata alle persone non gradite, e si rifiutò anche di recitare il ”Yzkor”, la preghiera funebre del rito israelita.

La testimonianza di Murlmestein relativa agli anni di Theresienstadt è nel libro "Terezin. Il ghetto-modello di Eichmann", Cappelli, Bologna 1961 (2. edizione, La Scuola, Milano 2013, con postfazione di Wolf Murmelstein, Benjamin Murmelstein, "Il testimone mai sentito". pp. 237-246)[5]. Venne intervistato da Claude Lanzmann nel 1975 per il documentario Shoah anche se l'intervista è stata poi pubblicata nel documentario "L'ultimo degli ingiusti" (titolo originale "Le dernier des injustes") presentato al 66º Festival di Cannes nel 2013 (vd. ora la versione a stampa, C. Lanzmann, L'ultimo degli ingiusti. Milano, Skira 2014.

Claude Lanzmann riabilita il personaggio, che emerge come un acuto, intelligente e smaliziato cronista della politica persecutoria nazista. Il suo ruolo di decano era un "potere senza potere": Murmelstein collaborò coi nazisti senza potersi rifiutare, ma quantomeno cercò di rallentare la macchina dello sterminio, con una particolare abilità nel temporeggiare, che il decano stesso nel film definisce simile alla tela di Penelope, aspettando la sconfitta della Germania nazista. Nell'intervista inoltre si rifiuta di avallare la tesi di Hannah Arendt sulla "banalita del male" che descriveva Eichmann un oscuro e insignificante burocrate, definendolo invece, per diretta conoscenza "un demone", subdolo e corrotto, un attivo e consapevole protagonista dello sterminio perpetrato dai nazisti[2][4].

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giornata della Memoria, Lanzmann: "Ho profondamente detestato 'La vita è bella'" - Il Fatto Quotidiano
  2. ^ a b c Mark Lilla, The Defense of a Jewish Collaborator, in The New York Review of Books, 05 dicembre 2013. URL consultato il 05 marzo 2016.
  3. ^ Claude Lanzmann celebra "L'ultimo degli ingiusti", su Repubblica.it. URL consultato il 05 marzo 2016.
  4. ^ a b L'ingiusto, il rabbino che fece il patto col diavolo, su Repubblica.it. URL consultato il 06 marzo 2016.
  5. ^ Terezin Il ghetto-modello di Eichmann, su www.homolaicus.com. URL consultato il 25 aprile 2016.
Controllo di autorità VIAF: (EN103158724 · LCCN: (ENnr96003912 · ISNI: (EN0000 0000 7872 4173 · GND: (DE127245642 · BNF: (FRcb16619938k (data)