La banalità del male

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La banalità del male
Eichmann a Gerusalemme
Titolo originale Eichmann in Jerusalem:
A Report on the Banality of Evil
Autore Hannah Arendt
1ª ed. originale 1963
Genere Saggio
Sottogenere Etica
Lingua originale inglese

La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil) è un saggio di Hannah Arendt.

Genesi dell'opera[modifica | modifica sorgente]

Pubblicato nel 1963, riprende i resoconti che l'autrice pubblicò come corrispondente del settimanale New Yorker per il processo ad Adolf Eichmann, gerarca nazista catturato nel 1960, processato a Gerusalemme nel 1961, condannato a morte il 15 dicembre 1961. L'esecuzione di Adolf Eichmann avvenne il 31 maggio del 1962 per impiccagione (pp. 257–258). All'epoca il processo ad Eichmann suscitò varie polemiche: in primo luogo perché Eichmann non venne mai legalmente arrestato, ma rapito dai servizi segreti israeliani in territorio argentino, dove godeva dell'asilo politico. Dall'Argentina Eichmann fu rapito e fatto passare clandestinamente in Israele, contro la volontà dell'Argentina. In secondo luogo perché Eichmann, nonostante fosse accusato di crimini contro l'umanità, venne giudicato dallo Stato di Israele, il quale non poteva costituirsi parte civile, giacché non ancora esistente all'epoca dei fatti contestati ad Eichmann. Inoltre, dato che i crimini contro l'umanità commessi da Eichmann venivano considerati crimini contro gli ebrei, dal momento che veniva giudicato in Israele, risultava contrario a qualunque diritto penale che le vittime (gli israeliani) giudicassero il carnefice, e non fosse un giudice imparziale a farlo.

Il titolo originale dell'opera è "Eichmann in Jerusalem - A Report on the Banality of Evil". Non senza ragione, l'editore italiano ritenne opportuno invertire l'ordine del titolo. Dal dibattimento in aula, infatti, la Arendt ricaverà l'idea che il male perpetrato da Eichmann - come dalla maggior parte dei tedeschi che si resero corresponsabili della Shoah - fosse dovuto non ad un'indole maligna, ben radicata nell'anima (come sostenne nel suo Le origini del totalitarismo) quanto piuttosto ad una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni.

La corte, le condizioni del processo e l'imputato[modifica | modifica sorgente]

La banalità del male inizia con una disamina delle condizioni sociali all’epoca del processo ad Adolf Eichmann: secondo la Arendt è evidente come il pubblico ministero Gideon Hausner (fortemente condizionato dal primo ministro israeliano Ben Gurion) cercò in ogni modo di spostare l’attenzione della corte – presieduta da Moshe Landau – dal giudizio della persona di Eichmann a quella dell’antisemitismo nazista, per privare di credibilità i paesi arabi del medio oriente con cui Israele era in conflitto – ricordando le loro simpatie per il nazismo – e convincere gli ebrei sparsi per il mondo che Israele fosse il solo luogo dove i loro diritti fossero effettivamente protetti. La Arendt critica duramente il discorso di apertura tenuto dal pubblico ministero Gideon Hausner. La critica in questione riguarda in modo particolare la frase pronunciata dal p.m. "noi non facciamo distinzioni etniche". Infatti, nell'opinione di Hannah Arendt, il processo ad Eichmann stava a rappresentare uno spettacolo, voluto da Ben Gurion, chiaramente strumentalizzato alla politica del neonato Stato d'Israele. Infatti, l'imputato era accusato di crimini contro il popolo ebraico e di crimini contro l'umanità commessi sul corpo del popolo ebraico.

Successivamente, si passa all’esame dell’imputato. Adolf Eichmann, nato a Solingen, in Renania, nel 1906, fu studente poco brillante: si ritirò dalle scuole superiori come da quelle di avviamento professionale. Lavorò come minatore nella compagnia del padre finché questi non riuscì a trovargli un lavoro alla compagnia elettro-tranviaria austriaca. Un suo zio – sposato a un’ebrea – amico del presidente della compagnia petrolifera austriaca Vacuum riuscì a convincere quest’ultimo ad assumerlo come rappresentante.

Entrò nel partito nazista austriaco nel 1932 senza troppa convinzione, seguendo il consiglio del suo amico Ernst Kaltenbrunner …mi chiese “perché non entri nel partito nazista?” – e io risposi “già, perché no?” perché svogliato dal suo lavoro; non conosceva nulla del partito nazista, non aveva mai letto il Mein Kampf (come nessun altro libro), giustificava il proprio impegno politico asserendo di non accettare le condizioni imposte alla Germania dal Trattato di Versailles (1919) e volerle cambiare: una motivazione generica, che avrebbe potuto pronunciare per entrare in qualsiasi partito, tanto era opinione diffusa nei tedeschi che il trattato fosse stato troppo punitivo[1].

Quando il partito nazista austriaco divenne illegale, ritornò in Germania, dove fu spinto da un ufficiale alla carriera militare. L’autrice sottolinea come il quadro tracciato non sia quello di un efferato criminale, quanto piuttosto di un uomo semplice, la cui personalità rasentava la mediocrità. Durante il regime nazista come durante tutta la sua vita, egli visse per inerzia; guidato dal padre, dalle amicizie, dalla situazione in cui viveva. Era pericolosamente privo di iniziativa, spessore culturale e morale; quest'ultimo non andava oltre i condizionamenti che gli erano stati dati dalla società.

La carriera di Eichmann[modifica | modifica sorgente]

L’impressione sembra confermata dal motivo del suo ingresso nelle SS: egli entrò nel servizio di sicurezza delle SS (RSHA) confondendolo con il servizio di sicurezza del partito, ovvero il servizio di scorta delle sue alte personalità. Per quattro mesi lavorò di malavoglia all’ufficio di raccolta informazioni sui massoni, prima di essere trasferito al corrispondente ufficio ebraico.

Quando gli fu regalato Lo Stato ebraico, di Theodor Herzl, lo divorò avidamente: fu il suo primo libro; imparerà poi la lingua yiddish, e leggerà di sua iniziativa Storia del sionismo di Adolf Bohm; questa cultura riuscì a farlo nominare “esperto in questioni ebraiche”. In un contesto come quello delle leggi razziali del 1935 – che da molti ebrei erano state accettate come la semplice regolamentazione di pratiche già in uso – egli si prefiggeva di “aiutare gli ebrei a fondare un loro Stato” organizzandone l’emigrazione forzata; si considerava un idealista realista: realizzava il volere del partito (una Germania Judenrein, ripulita dagli ebrei) e il volere della razza ebraica (avere un proprio territorio).

Rubandone l’idea a un suo superiore, risolse i problemi che sorgevano nell’emigrazione: l’ebreo doveva comprare i permessi necessari all’espatrio da diversi uffici, ma questi rilasciavano permessi dalla scarsa durata – molto spesso scadevano prima che l’emigrante riuscisse a completare la trafila burocratica – ed egli risolse il problema concentrando in un solo edificio un rappresentante di ogni istituto atto a rilasciarli, dotando poi gli emigranti della valuta straniera (necessaria a entrare nel paese di destinazione) mediante un accordo coi capi delle comunità ebraiche: questi si facevano prestare ingenti somme dalle comunità ebraiche estere, per rivendere il contante agli ebrei tedeschi ad un cambio doppio.

L’autrice traccia quindi il profilo di Adolf Eichmann: un uomo mediocre, che vive di idee altrui e si attribuisce meriti che non ha pur di sfuggire alla mediocrità; oltretutto, sarà proprio questo a metterlo nei guai: rilascerà un'intervista al giornalista ed ex-SS Willem Sassen, stanco della vita da nullità che gli offriva il suo nascondiglio in Argentina (dove lavorava come meccanico), per rivivere le emozioni dei giorni in cui si sentiva realizzato. Il quadro è aggravato dalla sua propensione a parlare per frasi fatte e dalla sua incoerenza: all’inizio del processo dichiarò di non voler prestare giuramento – in quanto “ho imparato che è la sola cosa che non vada mai fatta” – per poi alla prima udienza scegliere di deporre sotto giuramento.

Quanto poco si rendesse conto di quel che diceva e quanto poco sapesse capire gli altri risultò dalla deposizione in cui si dichiarò “salvatore del popolo ebraico”, in quanto aveva fatto emigrare centinaia di migliaia di persone, altrimenti condannate a morte. Forse se avesse avuto una memoria migliore e un avvocato più capace avrebbe potuto propagandare meglio quest’idea: all’inizio il nazismo considerava in effetti come unici interlocutori proprio i sionisti; si era addirittura stipulato un accordo secondo cui l’ebreo poteva mantenere il proprio denaro anche in caso di emigrazione, purché lo cambiasse in merci prodotte dalla Germania (che al proprio arrivo in Palestina sarebbero state rivendute dai capi ebraici, che avrebbero tenuto una quota della vendita per la loro mediazione).

La sua cronica mancanza di memoria lo condannerà a non poter mai controbattere seriamente alle accuse: egli ricordava solo i propri successi personali, i suoi stati d’animo e le frasi fatte ad essi collegate: ricorderà tutte le sue quattro promozioni tra il 1937 e il 1941, e l’arrivo al ruolo di comandante del centro per l’emigrazione berlinese – per lui una condanna: nel 1941, in piena guerra, non si parlava più di espellere gli ebrei. La sua carriera era finita.

Le sue responsabilità erano inoltre minori di quanto sembrasse: egli era solo il capo dell’ufficio B4 sottosezione 4 dell’RSHA, ufficio per la sicurezza nazionale delle SS. Il clamore intorno a lui nacque perché durante il Processo di Norimberga molti cercarono di scaricare su di lui le proprie responsabilità, ritenendolo morto. Uomo di bassa cultura e bassa estrazione sociale, era estremamente zelante sul lavoro; non per ideologia ma per il desiderio di compiacere i propri comandanti e guadagnarsi riconoscimenti.

Trovatosi ad organizzare l’emigrazione in pieno tempo di guerra, ebbe l’idea di realizzare il progetto del Führer di uno Stato Judenrein spostando tutti gli ebrei nella parte orientale della Polonia, fuori dal Reich tedesco. Incontrate le resistenze di Hans Frank – governatore della Polonia, il quale non sopportò di vedere prevaricata la propria autorità – abbandonò l’iniziativa personale, sinceramente convinto che Frank volesse pensare da sé agli ebrei residenti in Polonia, e si dedicherà ad attuare progetti assegnati al suo ufficio da tempo, ma giacenti in quanto irrealizzabili, come l’emigrazione di 4 milioni di ebrei in Madagascar, progetto assegnatoli dall’RSHA come mascheramento (come ovvio, poiché non vi erano mezzi né possibilità logistiche per spostare 4 milioni di persone in un territorio francese, con l’atlantico saldamente in mano agli inglesi).

A lui si deve l’organizzazione di Theresienstadt, ghetto – campo di concentramento umano, dove si deportavano vecchi e personalità ebraiche in vista: Theresienstadt era un paese di campagna evacuato, recintato per l’occasione, dove alle alte personalità ebraiche veniva fatto credere di vivere al confino. I loro averi erano confiscati col pretesto di pagare l’alloggio in cui vivevano, che sarebbe diventato di loro proprietà.

Due mesi dopo l’attacco all’Urss, Reinhard Heydrich mise al corrente Eichmann della decisione del Führer: la soluzione finale. Egli durante la deposizione si perde a raccontare i dettagli del suo senso di vuoto, coerentemente con sé stesso. Lo sterminio non sarà mai nominato: si useranno termini quali “soluzione finale” e “lavoro all’est”.

Al termine della riunione, ad Eichmann verrà ordinato di esaminare il nuovo campo di concentramento di Lublino (Treblinka). Qui abbiamo altre prove dell’assoluta normalità di quest’uomo, e di come l’idea che in lui vi sia un “male radicale” sia senza senso: egli è vicino a svenire quando gli viene mostrata un'esecuzione (effettuata collegando il motore diesel di un sommergibile russo ad una baracca di legno sigillata); scapperà dal campo per rifugiarsi a contemplare le forme di una stazione ferroviaria, e da qui eviterà sempre di recarsi nei campi di concentramento, eccetto Auschwitz: qui gli erano evitate le visioni più crudeli, in quanto buon amico del direttore Rudolf Höss.

Sapeva quindi il destino degli ebrei da lui deportati, e malgrado questo ed il senso di disagio non fece nulla per impedirlo; si costrinse anzi a lavorare con più zelo, per bilanciare le sue repulsioni. Di fronte alle prove che Eichmann aveva coscienza di quanto provocato dalle sue azioni, il suo avvocato dichiarò che egli aveva agito per ragion di Stato: ma accettare questa tesi avrebbe significato accettare la tesi che Hitler stesse agendo per il bene dello Stato.

Dalla conferenza di Wannsee, in cui fu spiegato ai vari ministri che Hitler voleva procedere alla soluzione finale, Eichmann ne uscì rinfrancato: egli per la propria estrazione sociale aveva soggezione di fronte a chi avesse completato gli studi oppure occupasse una buona posizione sociale, e si convinse che – dopotutto – se quella gente così rispettabile si era dimostrata entusiasta della proposta, non spettasse a lui giudicarla.

Da esperto in emigrazione divenne quindi esperto in evacuazione: organizzava il trasporto degli ebrei tra i vari campi, i quali accettavano senza ribellioni e pronti a collaborare, tranquillizzati dai capi delle comunità ebraiche – che avevano salva la propria vita e quella di altri ebrei illustri in cambio del silenzio; Secondo la Arendt, se gli ebrei non si fossero lasciati nelle mani dei capi, almeno il 50% di loro si sarebbe salvato; e alla maniera di Eichmann – prono a sentirsi inferiore e legittimare gesti orribili se voluti da gente che riteneva ammirabile – si comportò il resto della Germania: alla fine della guerra molti dichiararono di essere sempre stati “internamente contrari” alle soluzioni naziste, ma di aver messo da parte le proprie convinzioni personali. La loro morale era data dalla società che avevano intorno, e nella Germania nazista le iniziali titubanze erano semplicemente derivanti dall’abitudine a una vecchia società, e venivano presto sostituite inconsciamente dalla morale che il Führer propagandava.

Questa visione venne supportata quando Eichmann, in una successiva udienza, giunse a dire di essersi comportato secondo l’etica kantiana; questa prevede, più o meno, che si debba agire in modo che le nostre azioni possano diventare una legge. Eichmann pervertì il concetto arrivando a dire che egli si comportò come pensava che il Führer avrebbe voluto legiferare: a sostegno di questa tesi dichiarò di aver avuto una crisi di coscienza quando Heinrich Himmler, verso la fine del conflitto, ordinò di sospendere le deportazioni per aprire trattative con gli alleati, certo della sconfitta. Trovatosi quindi senza mezzi di trasporto, sui quali non aveva più autorità, Eichmann fece marciare 50.000 ebrei a piedi verso i campi di concentramento, poiché sapeva che Himmler non stava tenendo una condotta che il Führer avrebbe approvato. Questo fa risaltare ancor di più quanto poco egli sapesse mettersi nei panni degli altri, se la ritenne una giustificazione a suo favore in un processo in terra ebraica.

Il ruolo di Eichmann nelle deportazioni[modifica | modifica sorgente]

Tra la conferenza di Wannsee e la fine delle deportazioni nei lager, Eichmann perse le sue competenze in emigrazione, per diventare amministratore della macchina organizzativa: egli requisiva treni e pianificava gli spostamenti in base alla capacità dei campi di concentramento. Il suo primo incarico fu una prova di deportazione in un vecchio campo di concentramento nella Francia occupata, dove furono trasferiti circa 7000 ebrei. Eichmann in questa fase mitiga i propri sensi di colpa scaricando la responsabilità sui governi dell’Europa: secondo la sua visione, Hitler si è trovato costretto a questa scelta poiché nessuno Stato aveva accettato le masse ebraiche che Eichmann costringeva all’emigrazione, senza considerare che nessuno Stato avrebbe potuto accettare masse di apolidi senza alcun patrimonio: le leggi del Reich prevedevano che un cittadino che avesse lasciato il territorio tedesco – senza inoltrare richiesta di visto – avrebbe automaticamente perso la cittadinanza; alla perdita della cittadinanza lo Stato era autorizzato a confiscarne i beni. Questo è il trucco burocratico che permetterà ai nazisti di ammassare ebrei nei campi (fuori dal territorio del reich) e confiscarne ogni avere.

Nel giugno 1943, il reich viene proclamato Judenrein. Nel resto dell’Europa occidentale, le deportazioni procedettero in maniera disomogenea: la Francia del Governo di Vichy acconsentì alla deportazione di 100.000 ebrei stranieri, ma poiché l’antisemitismo qui era di natura sciovinista, non fece altrettanto per gli ebrei francesi – sabotandone la deportazione in maniera simile a quella dei belgi: essi arrivarono a lasciare aperti i vagoni diretti verso i campi di concentramento, di modo che gli ebrei potessero fuggire senza che il reich potesse incolparli di tradimento (questo però non basterà a salvare oltre 25.000 ebrei) – La Norvegia di Vidkun Quisling consegnò quasi tutti gli ebrei rimasti sul territorio (circa 7000), mentre la Danimarca fu l’esempio più lampante di come i gerarchi nazisti, secondo la Arendt, compissero il male semplicemente perché condizionati dalla società hitleriana: l’intero popolo danese si ribellava alle deportazioni.

Addirittura il re arrivò a mettere la fascia ebraica, i ministri minacciarono di presentare dimissioni se costretti a promulgare leggi razziali, e gli abitanti di Copenaghen organizzarono un'evacuazione con la Svezia – che proteggeva gli ebrei – pagando di tasca propria i costi per gli ebrei non abbienti. Ricondizionato dai lunghi anni trascorsi nella società danese, il comandante tedesco Werner Best – cui era stato ordinato di procedere alla deportazione forzata – proibì ai suoi uomini di violare qualsiasi proprietà privata, e sparse la voce dell’imminente rastrellamento per permettere agli ebrei di barricarsi nelle proprie case. Da questo paese furono deportati solo 470 ebrei.

L’Italia, invece, fu doppiogiochista: era il solo Stato la cui sovranità era rispettata dai tedeschi, e sebbene Benito Mussolini promulgasse leggi razziali, queste esentavano ogni ebreo iscritto al partito fascista (inutile dire che l’iscrizione al partito era praticamente condizione necessaria, in quegli anni)[2]. Quando i nazisti poterono entrare in territorio italiano – nel 1943 – molti generali italiani ingannarono le truppe naziste, evitando di consegnare circa 20000 ebrei con la scusa che non gli era possibile, in quanto fuggiti nel principato di Monaco.

Nei Balcani, i nazisti si assicurarono l’appoggio popolare creando nuovi stati; questi territori presentavano enorme disomogeneità nella composizione sociale, erano un insieme di più etnie: Il nazismo appoggiò la creazione di “stati delle minoranze”, come la Croazia. Questo paese non fece nulla per contrastare i voleri di Hitler, salvo concedere uno status di “ariano onorario” agli ebrei che avessero accettato di donare ogni proprio bene allo Stato; qui furono deportati in 30.000.

In Serbia un conteggio delle vittime risulta quasi impossibile; questo paese aveva avuto l’ardire di ribellarsi al governo filonazista con un colpo di Stato, e le truppe naziste presenti erano esortate a uccidere sul posto sia ebrei che partigiani.

Le imputazioni, le prove e la sentenza[modifica | modifica sorgente]

In questi paesi il ruolo di Eichmann fu centrale nell’organizzazione; diverso il caso delle province orientali, dove si perpetrarono i maggiori crimini (e non a caso la prima accusa che gli fu rivolta fu quella di aver organizzato lo sterminio in queste regioni); qualsiasi documentazione presente in questi territori fu distrutta dai nazisti durante la loro ritirata, pertanto non c’erano prove di coinvolgimenti di Eichmann (tant’è che la sentenza disse che il baricentro del lavoro di Eichmann era stato il Reich e l’occidente, ma non l’Est);

L’accusa introdusse pertanto una fila interminabile di testimoni, deportati in queste regioni, i quali non diedero nessun contributo pratico al processo né portarono prove, ma di fronte a cui nessun giudice (come del resto l’opinione pubblica) poté negare la possibilità di parlare, in virtù degli orrori vissuti. Oltretutto, poiché l’accusa esagerava enormemente le responsabilità di Eichmann la corte si vedeva obbligata quasi a “difendere” quest’ultimo; negare l’attendibilità dei testimoni dell’accusa avrebbe esposto i giudici a feroci critiche.

Con queste udienze si sarebbe dovuto chiarire il ruolo di Eichmann nel:

  • Comandare gli Einsatzgruppen (unità mobili di massacro. Nessuna responsabilità di Eichmann, rispondevano solo ad Heydrich);
  • Approvvigionamento dei trasporti (per le deportazioni all’est. Assolto: l’amministrazione dell’est era compito dei comandanti SS);
  • Comandare i campi di concentramento (Assolto: egli si occupava solo del trasporto);
  • Decidere della sorte degli ebrei orientali (Assolto; era stata decisa da Hitler in persona già nel 1939).

Il processo ad Adolf Eichmann fu atipico anche perché Ben Gurion mise a disposizione dell’accusa enormi mezzi finanziari, con cui poté permettersi una gran quantità di collaboratori volti a ricontrollare gli atti del processo di Norimberga; la difesa non poté quindi controinterrogare i testimoni, in quanto deposero in altra sede. Il solo argomento a disposizione dell’avvocato di Eichmann fu contestare la validità del processo e del rapimento del suo assistito, giacché in Argentina i suoi crimini erano già caduti in prescrizione. Oltre che naturalmente dei testimoni, sui quali non ebbe tutti i torti.

La sola testimonianza che produsse effettivamente qualcosa di utile fu quella di Abba Kovner, ex partigiano ebreo; Egli parlò di Anton Schmidt, sergente della Wehrmacht condannato a morte per aver aiutato ebrei fornendo loro passaporti falsi. Venne subito in mente quanto sarebbe stato diverso il mondo se ci fossero stati più uomini come lui. Perché se è vero che il regime totalitario cerca di togliere senso al martirio eliminando il ricordo del martire, facendolo semplicemente sparire, è altrettanto vero che l’enorme vastità del mondo, di persone, di casi, avrebbe reso impossibile la completa scomparsa. Come avvenuto per Schmidt, il quale dovette aspettare la liberazione degli Alleati perché qualcuno sapesse del suo eroismo. Ma si era saputo. E a parte questo, pur con la certezza di sparire, aveva fatto quel che andava fatto. Questa fu la sola testimonianza che apportò qualcosa al processo, e non certo per le conseguenze giuridiche.

Per avere un quadro più dettagliato della personalità di Eichmann è utile osservare i suoi gesti alla fine della guerra; fu catturato dagli Alleati ma non identificato; riuscì a fuggire dal carcere dov'era stato rinchiuso, per poi fuggire in Argentina sotto il falso nome di Ricardo Klement. Qui visse facendo lavori umilianti, finché la moglie – che risultava divorziata grazie alla corruzione di qualche funzionario compiacente – non lo raggiunse coi figli. Divenne capomeccanico alla Mercedes di Buenos Aires e si costruì una casa in una zona senza luce né acqua corrente. Disseminò numerosissimi indizi, come risposarsi e pubblicare un necrologio col cognome Eichmann. Egli era così affranto dalla sua piccolezza che non perdeva occasione per rivivere i fasti del Reich, così accettò di buon grado di farsi intervistare dall’ex-SS Willem Sassen. Quando si rese conto di essere pedinato dai servizi segreti israeliani, si lasciò catturare senza resistenza, esaltandosi perché con la sua condanna a morte avrebbe espiato i peccati della Germania nazista.

La sentenza lo riconobbe responsabile di crimini contro gli ebrei (favorendone lo sterminio, facendoli vivere in condizioni che avrebbero portato alla morte, causando danni psicologici e impedendo ulteriori nascite) e crimini contro l’umanità. Fu accettata la tesi secondo cui egli avrebbe solo reso possibile lo sterminio, ma non lo avrebbe messo in atto personalmente.

Questo è un punto fondamentale per capire come sia stato possibile l’olocausto, secondo la Arendt: nessuno era responsabile, o meglio, nessuno vi si sentiva; facevano solo il proprio lavoro. Eichmann stesso si sentì vittima di un'ingiustizia, ed era profondamente convinto di star pagando per le colpe degli altri: dopotutto, lui era solo un burocrate che faceva il proprio lavoro, ed incidentalmente, questo coincideva con un crimine.

Dopo la sentenza di morte ci fu un altro appello, il quale servì a poco (l’avvocato di Eichmann presentò come “nuove prove” traduzioni di documenti già presentati dall’accusa). La corte d’appello contraddicendo la sentenza precedente lo ritenne “solo superiore di sé stesso” e organizzatore di tutti i crimini, sebbene fosse stato un semplice burocrate. Nuova condanna a morte, eseguita nello stesso giorno della sentenza. Contraddicendosi per l’ultima volta, Eichmann con le sue ultime parole affermò prima di essere un Gottgläubiger (termine nazista per indicare un credente in Dio, ma che non segue la religione cristiana e non crede nella vita dopo la morte) per poi congedarsi con un “Tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti; viva la Germania, viva l’Argentina, viva l’Austria, non le dimenticherò”. In queste ultime parole, secondo la Arendt, c’è il più puro Adolf Eichmann, e la spiegazione di come il nazismo abbia potuto perpetrare le sue barbarie: sfruttando la propensione della società, fatta di uomini normali – fin quasi a rasentare la mediocrità – come Adolf Eichmann, un uomo che recitò la parte di sé stesso pur di sentirsi glorificato. "Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato - la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male.".

Conclusioni[modifica | modifica sorgente]

Secondo l’autrice, la sentenza non fu del tutto soddisfacente; sebbene la conclusione sia stata giusta, nell’ottica che quanto successo possa ripetersi si sarebbe dovuto finalmente definire un soddisfacente motivo per cui Adolf Eichmann – come qualsiasi gerarca nazista – sia stato condannato, poiché come a Norimberga si sollevò il problema che egli non avesse violato alcuna legge già in vigore. Con la sentenza effettivamente pronunciata, si fece quanto dovuto (condannare a morte Eichmann) mediante mezzi sbagliati, ovvero tenendosi dentro le leggi di Israele, non definendo veramente quel che Eichmann aveva davvero fatto. L’unica ipotetica sentenza che per la Arendt avrebbe avuto senso sarebbe stata basata sulle obiezioni di Karl Jaspers: Eichmann si era reso responsabile, commettendo crimini contro gli ebrei, di attentare all’umanità stessa, cioè alla sua base, il diritto di chiunque a esistere ed essere diverso dall’altro. Uccidendo più razze si negava la possibilità di esistere all’umanità, che è tale solo perché miscuglio di diversità.

Questo processo diede occasione a molti di riflettere sulla natura umana e dei movimenti del presente. Eichmann, come detto, tutto era fuorché anormale: era questa la sua dote più spaventosa. Sarebbe stato meno temibile un mostro inumano, perché proprio in quanto tale rendeva difficile identificarvisi. Ma quel che diceva Eichmann e il modo in cui lo diceva, non faceva altro che tracciare il quadro di una persona che sarebbe potuta essere chiunque: chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza idee, come lui. Prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee e non si rendeva conto di quel che stava facendo. Era semplicemente una persona completamente calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione, riordinare numeri sulle statistiche, ecc. Più che l’intelligenza gli mancava la capacità di immaginare cosa stesse facendo.

Questa lontananza dalla vera realtà e la mancanza di idee sono il presupposto fondamentale della tentazione totalitaria, che tende ad allontanare l’uomo dalla responsabilità del reale, rendendolo meno di un ingranaggio in una macchina. Come non si possano usare questi concetti lo si vede ancora meglio esaminando le giustificazioni addotte dai nazisti al processo di Norimberga: “azioni compiute per ordine superiore”; queste furono respinte perché, come disse la corte, “alle azioni manifestamente criminali non si deve obbedire”, principio che esiste nel diritto di ogni paese. Ma come si può distinguere il crimine quando si vive nel crimine? Quando ci si trovi di fronte a un massacro organizzato da uno Stato? Era questo che il processo ad Adolf Eichmann avrebbe dovuto spiegare.

Sarebbe però riduttivo vedere in questo libro una mera critica al totalitarismo. La Arendt si occupa della genesi del male non tanto della sua manifestazione. Nel pensiero della Arendt per un essere umano è male l'essere un inconsapevole volontario, il braccio intenzionalmente inconsapevole di qualcun altro ed è qualcosa di estremamente comune e banale, che il potere può organizzare e utilizzare in moltissime maniere. Il regime totalitario è una di quelle possibili, è ingenuo pensare che sia l'unica, banalizzando così il pensiero della Arendt.

Edizioni[modifica | modifica sorgente]

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (IT) Trattato di Versailles URL consultato il 10 aprile 2012
  2. ^ Si veda: Decreto Legge del 17 novembre 1938-XVII, n.1728, Provvedimenti per la difesa della razza italiana. Art. 10. I cittadini italiani di razza ebraica non possono: a) prestare servizio militare in pace e in guerra; b) esercitare l'ufficio di tutore o curatore di minori o di incapaci non appartenenti alla razza ebraica; c) essere proprietari o gestori, a qualsiasi titolo, di aziende dichiarate interessanti la difesa della Nazione, [...] e di aziende di qualunque natura che impieghino cento o più persone, né avere di dette aziende la direzione [...]; d) essere proprietari di terreni [...]; e) essere proprietari di fabbricati urbani [...]. Art. 13. Non possono avere alle proprie dipendenze persone appartenenti alla razza ebraica: a) le Amministrazioni civili e militari dello Stato; b) il Partito Nazionale Fascista e le organizzazioni che ne dipendono o che ne sono controllate; [...] h) le Amministrazioni delle imprese private di assicurazione. Art.14. Il Ministro per l'interno, sulla documentata istanza degli interessati, può, caso per caso, dichiarare non applicabili le disposizioni dell'art 10, nonché dell'art. 13, lett. h): a) ai componenti le famiglie dei caduti nelle guerre libica, mondiale, etiopica e spagnola e dei caduti per la causa fascista; b) a coloro che si trovino in una delle seguenti condizioni: 1. mutilati, invalidi, feriti, volontari di guerra o decorati al valore nelle guerre libica, mondiale, etiopica e spagnola; 2. combattenti nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola che abbiano conseguito almeno la croce al merito di guerra; 3. mutilati, invalidi, feriti della causa fascista; 4. iscritti al Partito Nazionale Fascista negli anni 1919-20-21-22 e nel secondo semestre del 1924; 5. legionari fiumani; 6. abbiano acquisito eccezionali benemerenze, da valutarsi a termini dell'art.16. Nei casi preveduti alla lett. b), il beneficio può essere esteso ai componenti la famiglia delle persone ivi elencate.