Gianfranco Bertoli

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Gianfranco Bertoli.

Gianfranco Bertoli (Venezia, 30 aprile 1933Livorno, 17 dicembre 2000) è stato un terrorista italiano, ex militante/infiltrato del PCI, informatore dei carabinieri e da più fonti indicato anche come informatore dei servizi segreti. All'atto dell'attentato che lo rese noto si dichiarò anarco individualista e seguace delle teorie di Max Stirner.

La strage[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Strage della Questura di Milano.

Il 17 maggio 1973 Bertoli lanciò una bomba a mano di fabbricazione israeliana (portata in Italia da lui stesso, reduce da un soggiorno in un kibbutz israeliano) nel cortile della Questura di Milano di via Fatebenefratelli, durante l'inaugurazione di un busto in memoria del commissario Luigi Calabresi, alla presenza dell'allora Ministro dell'Interno Mariano Rumor. La bomba non colpì il Ministro, che si era già allontanato, ma uccise 4 persone e ne ferì 52.

L'attentatore fu subito arrestato. Si proclamò anarchico individualista, seguace delle teorie di Max Stirner. Dichiarò di aver voluto punire il ministro Rumor per la morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli. Al processo negò il coinvolgimento di altri nell'attentato, assumendosi tutte le responsabilità. Nel 1975 fu condannato all'ergastolo.

Il movimento anarchico condannò all'unanimità il suo gesto. Venne in seguito «riabilitato», pur senza accettazione del gesto, da una parte del movimento anarchico.
Lo stesso Bertoli ammise che il suo gesto era errato.

Dal carcere riallacciò i rapporti con gli anarchici e collaborò alla rivista anarchica A/Rivista Anarchica con molti articoli assai valutati dagli anarchici[1][2]. I suoi articoli, assai lucidi sulla situazione carceraria, furono apprezzati: alcuni di essi furono raccolti nel volume Attraversando l'arcipelago. Pubblicò anche il libro intervista Memorie di un terrorista.

L'attentato fu oggetto di molte strumentalizzazioni, che cercarono di attribuire al Bertoli molte qualifiche[non chiaro] alle quali si disse estraneo. Egli reagì riaffermando sempre, costantemente, la sua versione originale. Furono avanzate ipotesi che il Bertoli avesse agito aiutato da complici e alcuni procedimenti giudiziari cercarono di far luce sull'esistenza di tali presunte complicità, ma i procedimenti si conclusero senza risultati. Il 21 luglio del 1998 sono rinviati a giudizio i neofascisti Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli, Francesco Neami, l'ex colonnello Amos Spiazzi, accusati di concorso in strage, e Gianadelio Maletti, ufficiale dei servizi segreti, per omissione di atti d'ufficio, soppressione e sottrazione di atti e documenti riguardanti la sicurezza dello Stato. Si scopre che l'«anarchico» è stato un agente del SIFAR (nome in codice «Negro»), è stato infiltrato nel Partito Comunista Italiano e dal 1966 al 1971 ha preso ordini dal Servizio Informazioni Difesa (SID). L'11 marzo del 2000, la Corte d'assise di Milano condanna i tre imputati all'ergastolo e Maletti a 15 anni. Il verdetto sarà poi ribaltato in appello e in Cassazione (nel 2005): tutti assolti per insufficienza di prove[3]. Furono espressi dubbi sulla sua coerenza di anarchico. In carcere tenterà anche il suicidio per discolparsi da tali accuse.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Il passato del Bertoli era confuso e contraddittorio: dapprima, negli anni cinquanta, fu un militante del PCI e informatore dei carabinieri, in seguito commise piccoli reati, divenne tossicodipendente, e frequentò gli ambienti anarchici. Si è ipotizzato che Bertoli fosse stato militante dell'organizzazione Gladio, ma lui stesso lo ha smentito in un'intervista rilasciata al quotidiano La Stampa[4]; nell'elenco dei 622 «gladiatori» reso pubblico nel 1990 il suo nome non è presente[5].

Dopo numerosi anni di detenzione e di isolamento, Bertoli ottenne il regime di semilibertà, ebbe un modesto lavoro, ma ripiombò immediatamente nella tossicodipendenza da eroina. Morì alla fine del 2000 a Livorno.

I rapporti con i servizi di sicurezza[modifica | modifica wikitesto]

Gianfranco Bertoli in una foto del 1973.

Bertoli pare fosse stato un informatore del SIFAR e che avesse avuto contatti con simpatizzanti di destra. Rinforzano tali ipotesi le testimonianze di Gianfranco Belloni, Vincenzo Vinciguerra, Martino Siciliano, Carlo Digilio, Pietro Battiston, Ettore Malcangi, Roberto Cavallaro, e, soprattutto, Franco Freda, con il quale Bertoli condivise la detenzione nel carcere di San Vittore nei primi anni settanta.

La magistratura sospettò che la motivazione addotta dal Bertoli come causale del suo gesto non fosse veritiera e aprì un processo per complicità a carico di esponenti di estrema destra. Il sospetto era che l'attentato fosse stato effettuato da Bertoli per punire Rumor, non per la morte dell'anarchico Pinelli, ma per non aver proclamato lo stato d'assedio dopo la strage di piazza Fontana.

Contrario a questa versione dei fatti fu Francesco Cossiga, che davanti alla commissione presieduta da Pellegrino[6] affermò che non era credibile, escludendo la possibilità da parte di un politico consapevole di proclamare lo stato d'assedio in quanto avrebbe scatenato una guerra civile. Stando all'ex Presidente della Repubblica, Rumor – pertanto – ne avrebbe parlato genericamente senza specificare.

Bertoli rifiuterà di testimoniare al processo, adducendo come giustificazione l'impossibilità di parlare sotto l'effetto della droga. Tutti gli indagati furono alla fine assolti.

Bertoli venne coinvolto marginalmente anche nel processo per l'omicidio Calabresi, nel 1990. Secondo il perito Renato Evola, uno degli identikit, da lui eseguiti in seguito, del killer di Calabresi era simile alle fattezze di Gianfranco Bertoli, il quale si trovava però in Israele nel 1972[7].

Nel 2002 il generale Nicolò Pollari (ex direttore del SISMI), sentito dai giudici della terza Corte d'appello di Milano ha confermato che Bertoli è stato un informatore del SIFAR prima, e del SID in seguito. Il generale ha anche confermato che Bertoli ha avuto rapporti con i servizi segreti negli anni cinquanta fino al 1960. Nessuna conferma sul fatto che Bertoli abbia o meno ripreso a collaborare con il servizio nel 1966. Esiste, infatti, agli atti la copertina di un fascicolo con il titolo Fonte Negro cioè il nome di copertura di Bertoli datato 1966. Secondo tre ex ufficiali del SID, che avevano parlato della collaborazione di Bertoli negli anni cinquanta (Viezzer, Genovesi e Cogliandro) la fonte Negro poteva essere stata riattivata nel 1966. Pollari ha spiegato che con ogni probabilità quest'ultimo fascicolo è in realtà stato aperto dopo la strage alla Questura nel 1973, e che la data 1966 fa riferimento alle norme di archiviazione[8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ È morto Gianfranco Bertoli, in A/Rivista Anarchica, febbraio 2001. URL consultato il 31 gennaio 2008 (archiviato dall'url originale il 18 luglio 2012).
  2. ^ Gianfranco Bertoli, Il prezzo da pagare, in A/Rivista Anarchica, aprile 1979. URL consultato il 31 gennaio 2008.
  3. ^ Franco Tettamenti, 1973, bomba tra la folla Strage davanti alla questura, in Corriere della Sera, 22 aprile 2009. URL consultato il 13 settembre 2011 (archiviato dall'url originale il 13 dicembre 2014).
  4. ^ Pino Corrias, «Io spia dei Servizi? Follia», in La Stampa, 21 marzo 1995. URL consultato il 21 novembre 2015.
  5. ^ Camera dei deputati – relazione sulla vicenda Gladio – allegati Elenco dei 622 nominativi e Parere dell’Avvocatura dello Stato (PDF), su stay-behind.it. URL consultato il 4 luglio 2014.
  6. ^ Il senatore Giovanni Pellegrino fu il presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, costituita nel 1988, chiamata, in breve, «Commissione Pellegrino».
  7. ^ Al processo Calabresi il mistero dell'identikit, in la Repubblica, 2 febbraio 1990. URL consultato il 1º agosto 2015.
  8. ^ Fonte: Ansa.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gianfranco Bertoli, Attraversando l'arcipelago, Assago, Edizioni Senzapatria, 1986, raccolta di articoli originariamente pubblicati sulla rivista A/Rivista Anarchica.
  • Gianfranco Bertoli, Memorie di un terrorista, libro intervista, Pescara, Edizioni Tracce.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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