Ovidio Bompressi

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Ovidio Bompressi

Ovidio Bompressi (Massa, 16 gennaio 1947) è un attivista italiano. Condannato con sentenza definitiva passata in giudicato a 22 anni per l'omicidio materiale del commissario Calabresi (del quale si dichiara innocente, come gli altri imputati, con l'eccezione di Leonardo Marino), fu in seguito graziato per gravi motivi di salute, il 31 maggio 2006 dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Negli anni della guerra in Bosnia (1992-1995), Bompressi fu anche autista di furgone per organizzazioni umanitarie nel paese balcanico.[1]

La vicenda Calabresi[modifica | modifica wikitesto]

Militante di Lotta Continua, nel 1988 fu accusato da Leonardo Marino di aver assassinato sedici anni prima il commissario di Polizia Luigi Calabresi nell'agguato del 17 maggio 1972 a Milano.

Nel suo atto di accusa/autoaccusa Marino indicò se stesso come autista dell'auto utilizzata per l'agguato e la fuga, Bompressi come esecutore materiale e Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani quali mandanti. Nel 1999 emerse la presenza di un alibi per Bompressi, che sarebbe stato in un bar di Massa con altri militanti di LC nel momento in cui si diffuse la notizia dell'uccisione di Calabresi, ma i giudici non lo accettarono.

I processi, tra appelli, revisioni ed annullamenti, si sono susseguiti tra il 1988 ed il 2000 terminando definitivamente con la pena di 11 anni per Leonardo Marino (pena per la quale era intanto intervenuta la prescrizione), e 22 anni per Bompressi, Sofri e Pietrostefani. Sofri scontò la pena sotto vari regimi di detenzione (causa problemi di salute che lo colpirono nel 2005), fino all'estinzione della stessa nel 2012, dopo essere stato arrestato nel 1997 assieme a Bompressi e Pietrostefani (fuggito nel 2000 in Francia, dopo la temporanea scarcerazione).

Il carcere e la grazia[modifica | modifica wikitesto]

Bompressi trascorse in carcere alcuni mesi nel 1988, nel 2000 e nel 2002 e il periodo 1997-98, scontando la maggioranza della pena (1998-2000; 2000-2002; 2002-06) in detenzione domiciliare e in differimento pena, in quanto sofferente, causa stress psicofisico, dalla metà degli anni '90 di gravi problemi di salute (depressione e anoressia originata dal non riuscire più ad alimentarsi correttamente, problemi accentuati dallo sciopero della fame intrapreso in alcune occasioni per protesta assieme a Sofri e Pietrostefani) incompatibili col regime carcerario. Bompressi trascorse pochi mesi in carcere, dove perse molti chili e rischiò la vita.[2]

Alla fine di un lunghissimo iter giudiziario, di molte polemiche e di una breve latitanza, il tribunale di sorveglianza gli concedette i domiciliari, dopo l'arresto del 24 gennaio del 1997, in seguitola sentenza definitiva della Cassazione.[2]

Dopo un anno, esattamente il 20 aprile 1998, Bompressi era però stato liberato per l'aggravarsi delle condizioni psicofisiche, per "gravissimi motivi di salute", come si leggeva nel decreto del magistrato di sorveglianza.[2]

Quando scaddero i termini di sospensione della pena, i giudici di Genova, prima di prendere una decisione definitiva, disposero una perizia. I medici decise che Bompressi non poteva tornare in carcere, avendo perso 13 kg in un anno.[2] Nonostante il parere negativo il tribunale, respinse l'istanza di sospensione, in contemporanea al rigetto - e alla temporanea scarcerazione degli imputati - dell'istanza di revisione del processo il 24 gennaio da parte della Corte d'appello di Venezia; Bompressi si rende latitante per due mesi ma il 7 marzo dello stesso anno, si costituisce al carcere di Pisa.[2]

Il 27 marzo il magistrato di sorveglianza dispone nuovamente la scarcerazione per motivi di salute, poi confermata dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze, per la durata di un anno. In questi pochi giorni di carcere lo stato di salute si aggrava e perde altri otto chili.[2] L'avvocato di Bompressi, Ezio Menzione, presentò allora una perizia medica in cui si affermava che Bompressi rischiava nuovamente la depressione e l'anoressia. I giudici genovesi commissionarono una nuova perizia ai medici Marcello Canale, Francesco Indiveri e Giovan Battista Traverso, che non esclusero il rischio di una ricaduta. Le perizie furono discusse il 22 gennaio 2002. Sette giorni dopo il tribunale di sorveglianza respinse l'istanza per la sospensione della pena e il giorno dopo Bompressi venne arrestato. In carcere, le sue condizioni di salute peggiorarono ulteriormente (tanto da impedirgli temporaneamente di camminare[3]) e il 21 febbraio 2002 la pena venne nuovamente sospesa.[2]

Il 23 maggio 2003 la decisione del Tribunale di sorveglianza di Genova concesse a Bompressi la detenzione domiciliare nella sua abitazione di Massa, ricevendo cure adeguate.[2]

Dal 2000 al 2006 ci furono varie richieste di grazia, da parte dei familiari di Bompressi e da lui stesso, che furono ostacolate prima dalla brevità della pena scontata e successivamente dall'opposizione all'idea di clemenza, vista la gravità del reato, del Ministro della Giustizia Roberto Castelli[4] il quale, rifiutando di inoltrare e di controfirmare il provvedimento di grazia, causò un ricorso del Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi davanti alla Corte Costituzionale; la successiva sentenza 200/2006 fu però sfavorevole al Ministro della Giustizia, affermando che il capo dello Stato ha il potere di concedere la grazia motu proprio e il Guardasigilli ha l'obbligo di firmare. Si arrivò così al provvedimento di clemenza, firmato da Giorgio Napolitano il 31 maggio 2006, per motivi umanitari (fu il primo atto firmato dal Presidente).[2] Il nuovo Ministro della Giustizia Clemente Mastella dovette controfirmare e Bompressi ottenne la libertà.[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ IN 10 MILA TRA CORI E APPLAUSI 'LIBERI SOFRI E GLI ALTRI'
  2. ^ a b c d e f g h i j La storia di Bompressi dalla condanna alla grazia
  3. ^ Bompressi, la procura di Milano dice no alla grazia
  4. ^ Bompressi, respinta la domanda di grazia

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN74013124 · LCCN: (ENn00098479 · BNF: (FRcb13533526v (data)
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