Bobo Craxi

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Vittorio Craxi
Bobo craxi by Stefano Bolognini.JPG

Sottosegretario di Stato agli Esteri
Durata mandato 17 maggio 2006 –
8 maggio 2008
Capo del governo Romano Prodi
Legislature XV
Coalizione L'Unione

Deputato della Repubblica Italiana
Legislature XIV
Gruppo
parlamentare
Gruppo Misto (componente Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI)
Coalizione Casa delle Libertà
Circoscrizione Sicilia 1
Collegio Trapani
Incarichi parlamentari
III commissione permanente (Affari Esteri e Comunitari)
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico PSI (fino al 1994)
SI (1994-1998)
SDI (1998-2000)
LS (2000-2001)
NPSI (2001-2006)
SU (2006-2007)
PSI (2007-2017)
MDP (dal 2017)
Titolo di studio Maturità classica
Professione consulente

Vittorio Michele "Bobo" Craxi (Milano, 6 agosto 1964) è un politico italiano, già sottosegretario di Stato agli affari esteri con delega ai rapporti con l'ONU nel secondo governo Prodi.

Già esponente del Partito Socialista Italiano storico, membro del Nuovo PSI e passato poi alla formazione politica dei Socialisti Uniti, ha aderito in seguito col suo gruppo al ricostituito Partito Socialista Italiano.

È il figlio secondogenito di Bettino Craxi (1934 – 2000) e fratello di Stefania.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Bobo Craxi è stato consigliere comunale a Milano e segretario cittadino del PSI fino al 1992[1]. In quegli anni le sue campagne elettorali erano pagate da Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e primo arrestato di Mani pulite[1]. Dopo l'arresto cominciò a minacciare i cronisti milanesi che raccontavano le inchieste giudiziarie, in particolare quelli del Giornale, arrivando a dire:

« Dopo le elezioni del 5 aprile, ci sarà un repulisti, molte teste cadranno al "Giornale" [...]. Prima di parlare col vostro padrone, vi ripeto che dovete smetterla di rompere i coglioni. Siete il solito giornale veterofascista, leghista, filodemocristiano[2]. »

Il direttore Indro Montanelli, in una lettera ai redattori minacciati, scrisse: «Pur ricordandovi che la nostra regola è quella di non tener conto delle intemperanze altrui, specie dei politici, e di dire sempre la verità, tutta la verità, senza partito preso né animosità verso nessuno, vi autorizzo a comunicare al suddetto signore, se ve ne capita l'occasione, che l'unica "testa" in pericolo di cadere dopo il 5 aprile non è la vostra ma, casomai, la sua. E potete aggiungere, da parte mia, che non la considererei una gran perdita»[2].

Tra l'ottobre e il novembre 1993 si trasferì a Saint-Tropez, in un villino affittato dal padre Bettino[1]. L'affitto (circa 80 milioni per pochi mesi) veniva pagato con il denaro dei conti svizzeri personali del padre, scoperti dai magistrati milanesi, in cui venivano dirottati i soldi delle tangenti[1].

Dopo gli anni della diaspora socialista (è membro dei Socialisti Italiani dal 1994 al 1998, e confluisce con essi nei Socialisti Democratici Italiani), il 10 maggio 2000 fonda la Lega Socialista staccando una componente già operativa all'interno dello SDI, che a sua volta confluirà nel Nuovo PSI, partito al quale Craxi aderisce insieme a Gianni De Michelis e ad altri esponenti socialisti della prima ora, che si colloca all'interno della coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi.

Nel 2001 viene eletto deputato, nel collegio uninominale di Trapani, come candidato della Casa delle Libertà, sconfiggendo con il 56,81% il candidato dell'Ulivo Vito Galluffo, fermo al 30,70%[3]: nella XIV legislatura è stato membro della III Commissione alla Camera dei deputati.

L'abbandono del centro-destra

Sul finire della legislatura, assume un atteggiamento critico verso il governo Berlusconi. Così, all'interno del Nuovo PSI e insieme a Saverio Zavettieri chiede di dichiarare conclusa l'alleanza con la CdL e di ricercare un'intesa a sinistra per raggiungere l'unità delle forze socialiste. Craxi presenta un'apposita mozione al congresso del partito che si tiene ad ottobre 2005, con cui si candida alla segreteria, proponendo di uscire immediatamente dall'esecutivo e perseguire l'unità socialista nel centrosinistra. Il congresso fece vivere momenti molto convulsi: in aula si creano tafferugli e la stragrande maggioranza dei delegati che sostiene la mozione contraria, presentata dal segretario uscente De Michelis, abbandona l'aula mentre la parte restante dei partecipanti acclama Craxi nuovo segretario. Tuttavia, l'esito del congresso sarà dichiarato nullo a causa di irregolarità nell'accreditamento dei delegati, decisione a cui seguiranno aspetti legali che portano a una scissione: il 7 febbraio 2006 Craxi, insieme a Zavettieri, fonda I Socialisti, un movimento che aderisce alla coalizione di centrosinistra dell'Unione, all'interno della quale affronta le elezioni politiche del 9 aprile.

Craxi è candidato nella lista dell'Ulivo alla Camera dei deputati: posizionato al nono posto della lista nella circoscrizione Lombardia 3, non viene eletto poiché la lista si aggiudica soltanto 6 seggi e né la formazione dei Socialisti riesce ad eleggere altri parlamentari, in quanto non supera le soglie di sbarramento.

Il 18 maggio 2006, Bobo Craxi viene nominato sottosegretario agli Affari Esteri (con delega ai rapporti con le Nazioni Unite) del secondo governo Prodi. Aderisce, in seguito, alla costituente lanciata da Enrico Boselli, che porterà alla nascita del Partito Socialista nel 2007.

Alle elezioni europee del 2009, non condividendo la scelta di confluire nel cartello di Sinistra e Libertà, si dimette dalle cariche dirigenziali.

Alle elezioni regionali nel Lazio del 2010 è capolista del PSI nelle provincie di Roma e Latina, a sostegno di Emma Bonino, ma ottiene un risultato deludente: tra i candidati del suo partito è sesto a Roma con 812 preferenze[4], e secondo a Latina con 83 preferenze[5]. Ritorna a fare il dirigente del PSI, come responsabile Esteri.

È capolista nella lista per il Senato del PSI nella Circoscrizione Lazio nella coalizione di centrosinistra alle elezioni politiche del 2013, ma non viene eletto, poiché il PSI ottiene lo 0,42% a fronte dello sbarramento del 3%.

Nel 2016, durante la campagna per il referendum sulla modifica della Costituzione, in polemica con la maggioranza nenciniana del PSI, ha presieduto il Comitato Socialista per il No, al quale hanno aderito numerose personalità socialiste, a partire dall'ex Ministro Rino Formica (che è stato nominato presidente onorario)[6].

Procedimenti giudiziari[modifica | modifica wikitesto]

Bobo Craxi fu processato per diffamazione aggravata nei confronti di Francesco Saverio Borrelli: l'8 febbraio 1996, in un'intervista al Corriere della Sera, sostenne che nel 1990 Borrelli si era rivolto a Paolo Pillitteri (all'epoca sindaco di Milano) perché lo aiutasse a diventare procuratore capo del capoluogo lombardo, e nel 1999 fu condannato dal Tribunale di Brescia alla pena di un mese di reclusione e a una multa di 25 milioni[1]. In appello il reato si è prescritto, ma è stata confermata la condanna ai risarcimenti e al pagamento delle spese legali: i giudici ritennero che l'affermazione di Craxi fosse «diffamatoria e lesiva dell'onore e della reputazione di indipendenza» del magistrato[1]. Nel 2007 la Cassazione ha confermato la sentenza d'appello[1].

Pubblicazioni[modifica | modifica wikitesto]

Ha pubblicato due libri: Route el Fawara. Hammamet (2003), con Gianni Pennacchi, che racconta gli ultimi giorni del padre, passati in latitanza, e Craxi. Il socialismo dei padri e quello di domani (2006), una lunga intervista concessa a Francesco Borgonovo in cui parte dalla figura di Bettino Craxi per delineare i suoi progetti per i socialisti italiani.

Nel 2009, fonda e dirige con Biagio Marzo il giornale online Socialist-Il socialista clandestino.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Bobo Craxi e Gianni Pennacchi, Route el Fawara. Hammamet, Palermo, Sellerio, 2003, ISBN 88-389-1902-X.
  • Bobo Craxi, Craxi. Il socialismo dei padri e quello di domani, Roma-Reggio Emilia, Aliberti, 2006, ISBN 88-7424-152-6.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g Peter Gomez e Marco Travaglio, Se li conosci li eviti, Milano, Chiarelettere, 2008.
  2. ^ a b Federico Orlando, Il sabato andavamo ad Arcore, Bergamo, Larus, 1995.
  3. ^ Archivio Storico delle Elezioni – Camera del 13 maggio 2001, in Ministero dell'Interno. URL consultato il 29 dicembre 2013.
  4. ^ I consiglieri eletti e le preferenze, in Repubblica.it. URL consultato il 29 dicembre 2013.
  5. ^ I consiglieri eletti e le preferenze, in Repubblica.it. URL consultato il 29 dicembre 2013.
  6. ^ Chi siamo, comitatosocialistaperilno.com. URL consultato il 2 gennaio 2017.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN60233788 · LCCN: (ENnr2004007923 · SBN: IT\ICCU\MILV\269970