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Plebiscito sullo scioglimento del Landtag prussiano

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Plebiscito sullo scioglimento del Landtag prussiano
Bundesarchiv Bild 183-R98038, Berlin, Abgeordnetenhaus.jpg
Il Landtag prussiano, 1932
StatoGermania Germania
LandFlag of Prussia (1918–1933).svg Prussia
Data9 agosto 1931
Esito
  
93,93%
No
  
6,07%
QuorumX mark.svg non raggiunto
Affluenza39,21

Il plebiscito[N 1] sullo scioglimento del Landtag prussiano (o Dieta prussiana) del 9 agosto 1931 fu indetto a seguito di una petizione popolare, presentata dall'organizzazione di destra antirepubblicana Stahlhelm, con l'obiettivo di provocare la caduta del governo della Prussia guidato dal socialdemocratico Otto Braun. Il plebiscito fallì a causa del mancato raggiungimento del quorum del 50% degli elettori, essendosi recato alle urne solo il 39,21% di essi.

Nonostante si trattasse di un'iniziativa delle forze politiche di destra, tra cui il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) di Adolf Hitler, l'Internazionale Comunista controllata da Iosif Stalin schierò il Partito Comunista di Germania (KPD) a sostegno del plebiscito. In virtù della teoria del socialfascismo, i comunisti consideravano i socialdemocratici alla stessa stregua dei partiti di destra, cosicché aderirono al plebiscito ribattezzandolo "plebiscito rosso" (roter Volksentscheid), al fine di accelerare il processo rivoluzionario. In riferimento alla particolare composizione della coalizione plebiscitaria, l'evento è talvolta ricordato anche come "plebiscito rossobruno" (rot-brauner Volksentscheid)[1]. La linea di sostegno al plebiscito seguita dall'Internazionale Comunista fu duramente criticata da Lev Trockij e da varie organizzazioni comuniste dissidenti.

Il fallimento del plebiscito rappresentò una temporanea battuta d'arresto per Hitler, ma la partecipazione dei comunisti acuì il contrasto che li opponeva ai socialdemocratici, contribuendo alla mancata formazione di un efficace blocco antinazista e dunque al prossimo crollo della Repubblica di Weimar.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

La situazione politica del Reich[modifica | modifica wikitesto]

Il presidente del Reich Paul von Hindenburg, conservatore
Il cancelliere Heinrich Brüning, centrista

Nei primi anni trenta la forte instabilità politica che caratterizzava la Repubblica di Weimar si aggravò, a causa della crescente pressione di forze non costituzionali della destra nazionalista e della sinistra marxista rivoluzionaria.

Nel marzo 1930 il presidente del Reich Paul von Hindenburg fece uso dei larghi poteri conferitigli dalla Costituzione di Weimar per porre fine alla grande coalizione guidata dal cancelliere socialdemocratico Hermann Müller. La Costituzione infatti prevedeva per il presidente del Reich la facoltà di emettere decreti d'emergenza con forza di legge, scavalcando così il Reichstag. Hindenburg si risolse a questo passo per due motivi, che erano la rissosità dei partiti minori di governo nel dibattito sui sussidi di disoccupazione e, soprattutto, la propria dichiarata volontà di escludere i socialdemocratici dal governo[2][3].

Hindenburg impose quindi un governo di minoranza sostenuto da una coalizione composta da partiti borghesi di centro[N 2]. La carica di cancelliere del Reich fu affidata a Heinrich Brüning, membro del Partito di Centro Tedesco (DZP o Centro). Gli altri partiti rappresentati nel governo Brüning da almeno un ministro erano il Partito dello Stato Tedesco (DStP), il Partito Popolare Tedesco (DVP), il Servizio Popolare Cristiano-Sociale (CSVD) e il Partito Popolare Conservatore (KVP).

Le elezioni federali del settembre 1930 confermarono il Partito Socialdemocratico di Germania (SPD) come prima forza politica, seppur in calo rispetto alle elezioni di due anni prima, e segnarono la forte crescita, fino ad affermarsi come seconda forza politica, del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) di Adolf Hitler. La terza forza politica, in leggera crescita rispetto alle precedenti elezioni, era il Partito Comunista di Germania (KPD), il più grande e potente partito comunista dopo quello sovietico e ritenuto «la migliore sezione dell'Internazionale Comunista nei Paesi capitalisti»[4]. Al fine di scongiurare la prospettiva di una presa del potere da parte di Hitler, dopo le elezioni l'SPD intraprese una politica di "tolleranza" parlamentare (Tolerierungspolitik) verso il governo Brüning, considerandolo il "male minore" (kleinere Übel)[5].

La situazione in Prussia[modifica | modifica wikitesto]

Otto Braun e Carl Severing, rispettivamente ministro presidente (capo del governo) e ministro dell'interno della Prussia, entrambi socialdemocratici

La Prussia era di gran lunga il più esteso, popoloso e importante dei Länder tedeschi, come ben espresso dal detto «Chi ha la Prussia, ha il Reich» (Wer Preussen hat, hat das Reich)[6]. Fin dal 1920 il governo prussiano era formato dai tre partiti della coalizione di Weimar (SPD, DZP, DStP) e dal 1925 era guidato dal ministro presidente socialdemocratico Otto Braun, al suo terzo mandato non consecutivo. La carica di ministro dell'interno, di grande importanza essendo a capo delle efficienti forze di polizia dell'intera Prussia e di Berlino, era anch'essa ricoperta da un socialdemocratico, Carl Severing[N 3].

La situazione determinatasi dopo le elezioni federali del 1930 rendeva il governo centrale di Brüning e il governo prussiano di Braun reciprocamente dipendenti: l'SPD non poteva far cadere il primo senza provocare la caduta del secondo, mentre il Centro non poteva liquidare la coalizione prussiana senza mettere in pericolo il governo del Reich[5]. La Prussia rappresentava quindi l'ultimo bastione repubblicano in Germania e per questo motivo gli attacchi contro il governo Braun si intensificarono[7].

"Giornata nazionale dei soldati del fronte" dello Stahlhelm, Coblenza, 5 ottobre 1930. In quest'occasione Franz Seldte, sul palco di fianco all'oratore Theodor Duesterberg, preannunciò l'attacco al governo prussiano.

Tra i più strenui avversari del governo prussiano vi era lo Stahlhelm, gli "elmetti d'acciaio", un'organizzazione di reduci del disciolto esercito imperiale e dei corpi franchi (Freikorps), su posizioni di destra nazionalista e monarchica. Proibito dal governo prussiano in Renania e Vestfalia nell'ottobre 1929 per aver compiuto esercitazioni militari illegali[8], lo Stahlhelm fu nuovamente autorizzato nel luglio 1930 su pressione del presidente Hindenburg e attraverso l'intermediazione del cancelliere Brüning e del ministro dell'interno del Reich Joseph Wirth, anch'egli centrista[9]. Il 5 ottobre, alla "giornata nazionale dei soldati del fronte" tenutasi a Coblenza con la partecipazione di oltre 100 000 affiliati, il capo dell'organizzazione Franz Seldte attaccò aspramente il governo "marxista" della Prussia e preannunciò una petizione popolare per lo scioglimento anticipato del Landtag prussiano[10][11].

La petizione popolare[modifica | modifica wikitesto]

La Costituzione prussiana prevedeva la possibilità di presentare una petizione popolare (Volksbegehren) per lo scioglimento del Landtag, sottoscritta da un quinto degli aventi diritto al voto. Se il Landtag non avesse accolto la petizione, la proposta sarebbe stata oggetto di un plebiscito (Volksentscheid)[12]. La petizione, avente ad oggetto la frase «Il Landtag eletto il 20 maggio 1928 deve essere sciolto», fu presentata dallo Stahlhelm il 4 febbraio 1931[11], in un periodo segnato da diverse azioni dei partiti di destra miranti ad allontanare il Centro dai socialdemocratici, tra cui l'abbandono del Reichstag[13][14]. I maggiori partiti che sostennero l'iniziativa furono il nazionalconservatore Partito Popolare Nazionale Tedesco (DNVP) del magnate dell'editoria Alfred Hugenberg, con cui lo Stahlhelm aveva un rapporto di stretta collaborazione, e il liberalconservatore Partito Popolare Tedesco (DVP) di Eduard Dingeldey. Quest'ultimo partito, pur essendo rappresentato nel governo Brüning dal ministro degli esteri Julius Curtius, temeva di perdere il supporto dei funzionari pubblici e degli industriali della Ruhr, ostili ai socialdemocratici[15].

Lo Stahlhelm sosteneva che la composizione dell'assemblea legislativa prussiana, espressa dalle elezioni statali del maggio 1928[16], non fosse più corrispondente alla volontà popolare, dal momento che le elezioni federali del settembre 1930 avevano visto una forte affermazione dei nazionalsocialisti in Prussia e nell'intera Germania. Secondo gli elmetti d'acciaio, il Landtag prussiano (la cui legislatura sarebbe legalmente terminata nell'aprile 1932) avrebbe quindi dovuto essere sciolto e rinnovato da elezioni anticipate, poiché il suo essere espressione di una volontà popolare ritenuta ormai superata ne avrebbe impedito la coesistenza con un Reichstag che rifletteva i nuovi equilibri politici[17][18].

Adolf Hitler tra le SA del primo corso della Reichsführerschule, Monaco di Baviera, giugno 1931

I critici dell'iniziativa rilevarono che tuttavia la cosiddetta "valanga di destra" non era avvenuta a spese dei partiti che governavano la Prussia. Il Centro – solo tra tutti i partiti borghesi – aveva mantenuto ovunque la sua forza immutata, mentre l'SPD, pur avendo perso un certo numero di seggi in favore dei comunisti (non della destra), rimaneva nettamente il primo partito conservando la maggioranza relativa al Reichstag e in molti Landtag. La "valanga di destra" era stata quindi in realtà uno spostamento di voti dalla destra moderata alla destra estrema, dato che l'NSDAP era cresciuto in larga prevalenza a spese del DNVP e del DVP, che erano stati pesantemente ridimensionati nelle ultime tornate elettorali[6].

Inizialmente la stampa nazionalsocialista criticò l'iniziativa degli elmetti d'acciaio, giudicando inutile impiegare denaro ed energie per ottenere lo scioglimento di un Landtag che avrebbe avuto al massimo un altro anno di vita[6]. In seguito, poco prima della scadenza dei termini di presentazione, anche Adolf Hitler si pronunciò per il sostegno alla petizione a nome dell'NSDAP, pur rimanendo personalmente scettico sulle possibilità di successo dell'operazione[N 4].

Il 4 marzo il ministro dell'interno della Prussia Severing, verificate le firme allegate alla richiesta, autorizzò la raccolta delle sottoscrizioni per la presentazione della petizione dall'8 al 21 aprile[19]. Nel frattempo, l'aggravarsi della violenza politica portò il 28 marzo all'emanazione del "decreto presidenziale per contrastare gli eccessi politici", che ampliava le possibilità di ricorso alla forza da parte delle autorità[20]. Il primo giorno della raccolta delle firme, a Berlino si presentarono ai municipi circa ventimila persone e aumentarono i comizi, che si svolgevano in ampi locali come il Palazzo dello Sport, inizialmente senza incidenti[21]. Alla data del 20 aprile, nella capitale – città prevalentemente socialdemocratica dove i partiti di destra erano notoriamente deboli – il numero delle sottoscrizioni raccolte rimase molto basso, essendosi presentato alle urne solo il 9% degli aventi diritto di voto. Negli ultimi giorni della campagna per la raccolta delle firme alcune manifestazioni organizzate in violazione del divieto di cortei sfociarono in violenti scontri, che fecero registrare diversi morti e feriti gravi sia tra i militanti sia tra la polizia[22].

Alla data di scadenza dei termini, si erano pronunciati a favore della petizione 5,96 milioni di elettori, numero di poco superiore alla quota richiesta del 20%, pari a 5,27 milioni. Il risultato fu deludente per gli organizzatori, in quanto significativamente inferiore alla somma dei voti che i partiti promotori avevano ricevuto in Prussia alle elezioni federali dell'anno precedente. La petizione fu dibattuta dal Landtag prussiano nei giorni 8 e 9 luglio 1931. Lo scioglimento dell'assemblea fu respinto dai partiti della coalizione di governo, SPD, DZP e DStP, con 229 voti, contro i 190 voti a favore di NSDAP, DNVP, KPD, DVP, Frazione Tedesca, Partito della Classe Media Tedesca (WP) e Servizio Popolare Cristiano-Sociale (CSVD). Fu perciò indetto un plebiscito da tenersi il giorno 9 agosto[23].

L'adesione dei comunisti[modifica | modifica wikitesto]

Rapporti tra KPD e NSDAP
Il comunista Walter Ulbricht parla a un evento congiunto KPD-NSDAP presso il Saalbau Friedrichshain, Prenzlauer Berg (Berlino), 22 gennaio 1931. L'uomo a sinistra in primo piano, di spalle, è Joseph Goebbels, Gauleiter nazionalsocialista di Berlino. L'evento sfociò in una rissa tra i militanti dei due partiti[24][25].

KPD e NSDAP occupavano gli estremi opposti dell'arco politico e gli scontri tra i rispettivi militanti, spesso con morti e feriti gravi, erano continui. Tuttavia, i due partiti si contendevano il consenso delle classi sociali medie e basse e le rispettive ideologie, nonostante le profonde differenze, erano accomunate dall'attrarre elettori ostili alla democrazia parlamentare e di tendenze anticapitaliste e "socialiste"[26]. Inoltre, i militanti di entrambi i partiti condividevano gli ideali della virilità e dello spirito guerriero[27].

La convergenza con i nazionalsocialisti in occasione del "plebiscito rosso" non fu un fatto inedito nella storia del KPD, ma ebbe un precedente nella cosiddetta linea Schlageter del 1923. In virtù di tale linea politica, poi ripresa con la Dichiarazione programmatica per la liberazione nazionale e sociale del popolo tedesco dell'agosto 1930, i comunisti agitavano spesso tematiche nazionaliste. La propaganda comunista proclamava che il trattato di Versailles aveva reso la Germania una colonia delle potenze imperialistiche occidentali, con un frasario nazionalista e anche antisemita che ricalcava in parte quello dei nazionalsocialisti[28][29][30][31].

Inoltre, i comunisti epurarono quasi completamente il loro comitato centrale e la maggior parte della loro stampa dagli ebrei[32]. Di conseguenza, quando nel 1931 approdò tra le loro file – nell'ambito del sempre crescente scambio di militanti con l'NSDAP[28] – l'ex ufficiale della Reichswehr Richard Scheringer, questi descrisse il KPD come un partito «autenticamente» nazionalista essendo il suo comitato centrale privo di ebrei[33].

Nei giorni del plebiscito, la riproposizione di argomenti nazionalistici da parte dei comunisti fu commentata con soddisfazione dal giornale nazionalsocialista Völkischer Beobachter, che il 28 luglio 1931 scrisse: «i comunisti sono costretti ad appoggiare oggi tutte le parole d'ordine [dei nazionalsocialisti]. I dirigenti comunisti non possono fare a meno di diffondere le nostre verità nelle loro proprie file»[34].

Prime reazioni all'iniziativa dello Stahlhelm[modifica | modifica wikitesto]

Il Partito Comunista di Germania (KPD), a seguito dell'affare Wittorf del 1928, aveva completato il processo di stalinizzazione, consistente nell'eliminazione di ogni forma di democrazia interna in favore di un'organizzazione rigidamente disciplinata, monolitica e gerarchica. Il partito non solo trovava il proprio modello politico nell'Unione Sovietica di Iosif Stalin, ma – attraverso l'Internazionale Comunista (Comintern) – ne era una forza ausiliaria[35]. La direzione del KPD, rigorosamente centralizzata, faceva capo a un triumvirato di fatto formato dal segretario Ernst Thälmann e dai dirigenti Heinz Neumann e Hermann Remmele[36], tutti e tre membri del Comitato esecutivo dell'Internazionale Comunista (CEIC).

Dopo che nell'ottobre 1930 lo Stahlhelm aveva preannunciato la presentazione di una petizione popolare per chiedere lo scioglimento del Landtag prussiano, il KPD si dichiarò non disposto a sostenere l'iniziativa. Il 15 ottobre, il capo del gruppo parlamentare comunista al Landtag, Paul Schwenk, disse:

«Dobbiamo d'altra parte porci la domanda: chi c'è dietro questa petizione popolare? Non è il signor Hugenberg? Non sono i ricchi che hanno interesse a instaurare il regime fascista anche qui in Germania? La petizione popolare dei nazionalsocialisti ha solo l'obiettivo di spianare la strada al dominio di sangue della dittatura fascista. Noi comunisti ci rifiutiamo di partecipare a questa frode popolare.»

Questo però non modificava la posizione comunista contro l'SPD "socialfascista", accusato da Schwenk di essere artefice di «un miserabile gioco demagogico. Anche qui vogliono fingere con la classe operaia di star combattendo il regime fascista. In realtà, però, si tratta solo di dimostrare chi è più adatto a portare avanti la dittatura fascista, i Nazis o i Sozis»[N 5][37].

Allo stesso modo, nel discorso pronunciato dinanzi all'adunanza plenaria del Comitato centrale del KPD tenutasi a Berlino il 15-17 gennaio 1931, Thälmann affermò: «Naturalmente non possiamo presentare una petizione popolare contro il governo prussiano insieme ai fascisti»[38][39].

Da documenti del Comintern risulta però che, indipendentemente da istruzioni provenienti da Mosca, in una seduta dei vertici del partito del gennaio 1931, Remmele propose di «precedere» i partiti di destra presentando una petizione avente il medesimo oggetto. La proposta fu respinta dai segretari distrettuali del KPD, interpellati in proposito in occasione della riunione del Comitato centrale a Berlino. Come riportò in seguito a Mosca, Thälmann era preoccupato che il partito avrebbe poi incontrato delle «difficoltà con gli operai socialdemocratici». In seguito all'avvio ufficiale dell'iter per la petizione il 4 febbraio, la direzione del partito informò la base che era «ovviamente escluso» che il KPD avrebbe partecipato all'iniziativa. Tuttavia, per evitare di fornire un'involontaria «assistenza indiretta» ai socialdemocratici attraverso una «semplice politica di astensione», avrebbe dato corso a una delle sue tipiche azioni parallele, «l'azione popolare contro il fascismo e la politica di coalizione [prussiana]», in modo da contrastare l'iniziativa delle destre con la consueta «battaglia su due fronti»[40].

Un proclama del KPD emesso in febbraio così si esprimeva sulla campagna intrapresa dagli elmetti d'acciaio:

«Che cosa vuole il popolo? Esso vuole lavoro, pane, libertà. I plebisciti non saziano nessuno. Per il plebiscito inscenato dalla reazione, il popolo non può avere altro che disprezzo. La Prussia rappresenta oggi la roccaforte della reazione germanica, ma nessun lavoratore può prestare la sua opera per creare una situazione in cui anziché Severing e Zörgiebel, Hitler e Goebbels sparino sul popolo e lo schiaccino colle imposte. La reazione fa appello al popolo per il plebiscito ma questa commedia parlamentare, inscenata in un momento in cui il popolo patisce la fame e miseria, rappresenta un insulto alla miseria, un insulto al popolo stesso[34]

In un comunicato del Comitato centrale dello stesso mese, la petizione fu presentata come un atto «demagogico» di Goebbels e Frick e definita «petizione popolare della reazione»[41]. Il 28 febbraio Thälmann dichiarò che, ai nazionalsocialisti che stavano aderendo all'iniziativa dello Stahlhelm, i comunisti avrebbero risposto che essi non avrebbero «alzato un dito» per salvare il governo Braun-Severing, che aveva reso la Prussia un «covo della più bieca reazione», ma che non avrebbero nemmeno permesso ai nazionalsocialisti di realizzare «i loro piani fascisti antipopolari»[42].

Ancora il 10 aprile, l'organo di stampa del partito Die Rote Fahne dichiarò: «Nessun lavoratore può lasciarsi trascinare a fare causa comune con le bande degli assassini e crumiri nazisti e dello Stahlhelm, con gli squali della finanza, gli Junker e gli speculatori che hanno tratto profitto dall'inflazione»[34][41].

L'intervento del Comintern[modifica | modifica wikitesto]

La generale linea politica seguita allora dal Comintern era fondata su tre elementi strettamente interconnessi: il concetto di "terzo periodo", la teoria del "socialfascismo" e la tattica "classe contro classe". Il concetto di "terzo periodo", comparso al IX Plenum del CEIC (febbraio 1928) e adottato come dottrina ufficiale al VI Congresso (luglio-settembre 1928), faceva riferimento a una periodizzazione degli ultimi anni dello sviluppo capitalista. Secondo tale periodizzazione, dalla fine degli anni venti il capitalismo sarebbe entrato in una crisi potenzialmente irreversibile, di cui il fascismo avrebbe rappresentato la più evidente manifestazione e che avrebbe aperto la strada alla rivoluzione, se la guida della classe operaia fosse stata saldamente assunta dai comunisti. La teoria del "socialfascismo", le cui prime embrionali formulazioni risalivano già al 1924, identificava nei partiti riformisti, socialisti e socialdemocratici nient'altro che «l'ala moderata del fascismo» (secondo la definizione di Stalin)[43], mirante a distogliere il proletariato dai suoi obiettivi rivoluzionari. Conseguentemente, secondo la tattica "classe contro classe", formulata definitivamente al X Plenum (luglio 1929)[44], compito dei comunisti era smascherare la natura borghese dei vertici socialdemocratici e guidare tutta la classe operaia, unita in un "fronte unico alla base" (o "dal basso") che includesse i lavoratori socialdemocratici separandoli dai loro capi, nella lotta contro tutta la borghesia indipendentemente dalla sua forma fascista o socialfascista[45].

La situazione politica tedesca era al centro della riflessione del Comintern. Nella sua relazione all'XI Plenum (marzo-aprile 1931), Dmitrij Manuil'skij, uno dei massimi dirigenti dell'organizzazione, dichiarò:

«Il nemico principale della classe operaia era, è e sarà sempre la borghesia. Non abbiamo bisogno di inventare nuove formule. Nelle democrazie borghesi in fase di fascistizzazione, negli Stati fascisti, ovunque, in tutte le fasi della fascistizzazione degli Stati capitalisti, il nemico principale della classe operaia è la dittatura del capitale, indipendentemente dalla sua forma democratica o fascista. ... Ciò significa che in Germania il nemico principale oggi è il governo Brüning, sostenuto dai socialdemocratici, il governo che attua la dittatura fascista, che oggi incarna tutta la pressione della dittatura borghese sulla classe operaia. A seconda dell'ala su cui si appoggerà la borghesia nella lotta contro il proletariato, dobbiamo anche determinare da quale parte il colpo principale dei comunisti dovrà essere vibrato[46]

Il KPD si adeguò prontamente all'impostazione del CEIC, abbandonando la propria precedente linea politica che individuava il "nemico principale" (Hauptfeind) nel fascismo hitleriano. In un rapporto interno inviato al CEIC nel maggio 1931, il KPD «ammise» che l'XI Plenum aveva «ridotto la valutazione del fascismo alle giuste proporzioni» nel declassarlo ad avversario secondario. Il Comintern e la sua sezione tedesca erano sostanzialmente d'accordo nella valutazione della situazione politica e l'XI Plenum aveva appena approvato la "linea Scheringer" (Scheringer-Kurs), consistente nell'attrarre nel KPD fuoriusciti dall'NSDAP agitando tematiche nazionaliste, sulla base della strategia nazionalpopulista della "rivoluzione popolare" (Volksrevolution) discussa con Stalin alla fine del dicembre 1930. Si concordò che il KPD avrebbe considerato l'SPD il proprio nemico principale anche perché, dopo la rivolta di Stennes, l'NSDAP appariva sull'orlo del collasso. Secondo Manuil'skij il momento era dunque propizio per "smascherare" la strategia dell'SPD del "male minore", in quanto la crisi dell'NSDAP avrebbe reso sempre più improbabile l'ascesa di Hitler e dunque sempre più difficile per i socialdemocratici giustificare la loro politica di tolleranza verso Brüning. Nel KPD Neumann accolse con entusiasmo le risoluzioni antisocialdemocratiche dell'XI Plenum[47].

Il triumvirato alla guida del KPD: Ernst Thälmann, Heinz Neumann e Hermann Remmele. Thälmann, segretario del partito, era scettico circa l'opportunità della partecipazione comunista al plebiscito, ottenuta da Neumann e Remmele provocando l'intervento in tal senso del Comintern.

Nel maggio 1931, una volta raggiunto il quorum necessario per la presentazione della petizione, apparve evidente che un plebiscito sostenuto dalle sole forze di destra non avrebbe avuto possibilità di successo, cosicché Thälmann chiese nuovamente ai segretari distrettuali se il KPD avrebbe dovuto partecipare, ricevendo una risposta negativa unanime. Il partito rimaneva comunque interessato al rovesciamento del governo Braun, come dimostrato dal fatto che il 9 luglio, allorché il Landtag fu chiamato a pronunciarsi sulla petizione, i deputati comunisti (in contraddizione con la precedente astensione pubblica) si unirono ai partiti di destra votando per lo scioglimento dell'assemblea legislativa[48].

Pochi giorni dopo, il 13 luglio, la crisi finanziaria peggiorò drammaticamente a causa del crollo della Danatbank, per cui in tutto il Reich folle di risparmiatori si precipitarono agli sportelli bancari per ritirare i propri depositi. Neumann vide nell'acuirsi della crisi l'opportunità di vibrare il colpo mortale al capitalismo. La volontà di rovesciare il sistema sembrava diffondersi sempre di più tra le masse, cosicché anche le possibilità di successo del plebiscito apparivano significativamente aumentate. Neumann propose quindi che il KPD aderisse al plebiscito per sottrarre alle destre l'iniziativa antisistema e l'aumento di consensi che, secondo le sue previsioni, essa avrebbe fatto guadagnare alle successive elezioni per il rinnovo del Landtag. Stante lo scetticismo di Thälmann, preoccupato di compromettere per molto tempo la possibilità di formare un fronte unico con i socialdemocratici, Neumann e Remmele ottennero che la questione fosse sottoposta al voto del Politburo del partito, convocato per il 17 luglio[49].

Viste le precedenti bocciature della proposta di aderire al plebiscito da parte dei segretari distrettuali, Neumann e Remmele temevano che il voto del Poliburo avrebbe avuto lo stesso esito, cosicché decisero di rivolgersi al Comintern per fare in modo che si pronunciasse per l'adesione. All'insaputa di Thälmann, recatosi ad Amburgo, il 15 luglio Neumann inviò al rappresentante tedesco presso il CEIC, Wilhelm Pieck, una "lettera della segreteria" in cui si esprimeva a favore della partecipazione dando l'impressione che tale posizione fosse condivisa dall'intera direzione del KPD. Secondo la lettera, il successo della consultazione era matematicamente assicurato e c'erano ottime possibilità che il KPD vincesse le successive elezioni prussiane. La decisione di partecipare avrebbe certamente avuto anche degli aspetti negativi, come l'attirare da parte dei socialdemocratici «terribili urla sul fronte unico di Nazis e Kozis»[N 5], che tuttavia si erano levate ogni giorno dal «programma di liberazione» senza riuscire ad arrestare la crisi dell'SPD. L'adesione avrebbe permesso di condurre una campagna più «libera» per le successive elezioni statali prussiane, mentre un'astensione avrebbe significato che il KPD era «oggettivamente» allineato al governo prussiano. Si chiedeva quindi di «parlarne con i compagni Manuil'skij, Knorin e Pjatnickij, magari anche per ottenere il parere dei compagni del Politburo [sovietico], senza che sia necessaria una risoluzione ufficiale o una dichiarazione del CEIC, prima che si pronunci il nostro Politburo». In conclusione si precisava che, senza il permesso di Mosca, il KPD non avrebbe compiuto alcun passo[50].

La lettera giunse a Mosca presumibilmente il 17 luglio, ma lo stesso giorno, prima che la direzione del Comintern potesse pronunciarsi, il Politburo del KPD decise di non partecipare al plebiscito. Thälmann espose la questione manifestando le sue perplessità e i segretari distrettuali concordarono con lui, mentre Neumann e Remmele non espressero la loro posizione dissenziente rispetto alla linea del segretario. Il giorno successivo Neumann telegrafò a Mosca di non dare seguito alla precedente richiesta di pareri, dal momento che il Politburo aveva deciso «all'unanimità» di non aderire al plebiscito. A Mosca si reagì con disappunto a quello che apparve un cambio di posizione inspiegabilmente repentino da parte della direzione tedesca, ma la questione suscitò opinioni discordanti anche nella direzione del Comintern. Pjatnickij si espresse a favore della partecipazione mentre Manuil'skij era contrario (non ritenendo opportuno spingere fino a tal punto la politica del "colpo principale" contro i socialdemocratici)[51], cosicché fu richiesto il parere di Stalin, a cui secondo la prassi del Comintern spettava l'ultima parola su ogni questione controversa. Stalin si pronunciò immediatamente per l'adesione al plebiscito, prima ancora che gli fosse presentato il rapporto redatto sul tema dal Segretariato per l'Europa centrale. Infine, il 20 luglio Pieck comunicò a Berlino che la decisione del KPD era «sbagliata» e che nel Comintern erano «unanimi» in favore della partecipazione, sottolineando che questo era l'orientamento espresso da Stalin e Molotov. L'argomentazione di Stalin si ricava indirettamente dalla missiva di Pieck: nel momento in cui i partiti di destra si stavano mobilitando per rovesciare il governo prussiano, il KPD non poteva astenersi e lasciar loro l'iniziativa, com'era già accaduto in occasione della campagna contro il piano Young (in cui i comunisti erano intervenuti con il «programma di liberazione» solo dopo che le destre avevano promosso un referendum per abolire il piano), altrimenti gli elettori di destra avrebbero potuto avere l'impressione che la lotta del KPD contro il governo prussiano non fosse seria, mentre «dobbiamo conquistare anche questa parte delle masse»[52].

La proclamazione del "plebiscito rosso"[modifica | modifica wikitesto]

Thälmann rimase quasi impassibile quando fu informato della direttiva di Mosca che capovolgeva la sua posizione, dicendo: «Naturalmente, se un ordine del genere viene da laggiù, deve essere eseguito». La segreteria del KPD dunque si riunì il 21 luglio e «decise» ufficialmente di partecipare al plebiscito. Al fine di prevenire gli attesi attacchi socialdemocratici sull'azione congiunta con i partiti di destra, Thälmann cercò di mascherare il sorprendente cambiamento di posizione inviando al governo prussiano un ultimatum inaccettabile. Tra le quattro condizioni poste dal KPD, vi era la revoca entro ventiquattrore del divieto della propria ala paramilitare, il Roter Frontkämpferbund (RFB), che era stato disposto a seguito del maggio di sangue del 1929. Prevedibilmente, prima dello scadere delle ventiquattrore l'ultimatum fu respinto dal ministro dell'interno Severing[53].

Die Rote Fahne del 23 luglio 1931 annuncia l'adesione del KPD al plebiscito con una direttiva ai militanti: Heraus zum Volksentscheid! (Uscite per il plebiscito!)

L'espediente dell'ultimatum, elogiato da Pjatnickij, secondo quanto riportò la dirigenza del KPD al Comintern era valso a distinguere fin dall'inizio la campagna comunista da quella delle destre e a scongiurare il rischio che il partito apparisse «al seguito di Hitler e Hugenberg». Prima che giungesse la prevista risposta del governo, la direzione del KPD aveva quindi già convocato per la mattina del 22 luglio il Politburo, il Comitato centrale e infine una conferenza dei lavoratori del partito con la partecipazione dei redattori dei giornali comunisti. Tali organi si riunirono a turno ratificando ciascuno «all'unanimità» la decisione di partecipare al plebiscito. La mancanza di una tempestiva comunicazione dell'imminente inversione di rotta alle redazioni dei giornali di partito fu fonte di grave imbarazzo: la stessa mattina l'organo di stampa del KPD della Prussia orientale ammonì: «Nessuno partecipi al voto, perché ogni voto "No" va ai truffatori del popolo»; mentre il Ruhrecho, organo della sezione della regione della Ruhr, pubblicò un ampio articolo di fondo che spiegava nel dettaglio perché sarebbe stato sbagliato aderire al plebiscito[54]. Il giorno successivo, l'organo centrale del partito Die Rote Fahne (che tornava a essere stampato dopo il divieto del 7 luglio) annunciò la decisione del Comitato centrale esortando i lavoratori a partecipare al "plebiscito rosso"[55].

L'organo di stampa socialdemocratico Vorwärts accolse la notizia scrivendo, come previsto, che il KPD si era unito alle destre ponendosi «dietro allo Stahlhelm»[56] e rivolse un appello agli operai comunisti affinché non seguissero la direttiva di andare a votare[57]. Inviti a boicottare la consultazione giunsero anche da forze alla sinistra dell'SPD quali il Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania (USPD) e il Partito Comunista d'Opposizione (KPO). Heinrich Brandler, uno dei capi del KPO, commentò: «Nella situazione più critica che il capitalismo tedesco abbia attraversato, i dirigenti del partito comunista si sono mostrati incapaci, disorientati e contaminati dal marciume opportunista»[34].

Il 24 luglio Thälmann si espresse pubblicamente a riguardo durante un discorso ai funzionari del partito, asserendo tra l'altro che larghi strati di lavoratori socialdemocratici avessero già riconosciuto che l'affermazione dei loro capi per cui Brüning sarebbe stato il "male minore" rispetto a Hitler e Hugenberg era «una farsa utile solo come scusa per l'infame atteggiamento antioperaio del gruppo parlamentare socialdemocratico». Secondo il capo del KPD, era già stato fatto capire alle masse che la lotta contro il fascismo non significava «solo lotta contro i nazisti, ma soprattutto lotta contro lo stesso capitale finanziario, contro il governo Brüning, come governo che attua la dittatura fascista». Ne conseguiva «inevitabilmente il nostro più violento attacco contro il governo prussiano di Severing, perché è il baluardo più forte della dittatura di Brüning». Thälmann definì «ridicola» l'accusa rivolta dai socialdemocratici ai comunisti di aver formato un fronte unico con Hitler e Hugenberg[N 6], poiché i veri «alleati dei nazisti» sarebbero stati i capi socialdemocratici. Al contrario, i comunisti assumendo la guida del plebiscito avrebbero vanificato i piani della reazione: «Più i partiti di destra saboteranno il plebiscito, più profonda sarà la nostra penetrazione nei ranghi dei sostenitori del nazionalsocialismo». Attraverso l'«azione di massa parlamentare legale», il "plebiscito rosso" avrebbe rappresentato un «passo in avanti verso la mobilitazione extraparlamentare di massa. Porteremo lo scompiglio nel campo della borghesia. Allargheremo la nostra penetrazione nella socialdemocrazia e alimenteremo i conflitti interni a questo partito. Apriremo brecce più profonde nel fronte hitleriano»[58]. Tuttavia, il fatto che nelle settimane successive Thälmann si ritirò ad Amburgo, lasciando l'organizzazione della campagna perlopiù ai suoi promotori, è stato interpretato come un indizio della sua insoddisfazione per la decisione del Comintern[59].

Dopo l'inversione di rotta del 21 e 22 luglio la maggior parte degli alti dirigenti del KPD si sentì in dovere di comunicare a Mosca di avere in realtà sempre sostenuto la nuova linea. L'unica voce di aperto dissenso fu quella del capo del dipartimento Agitprop, Josef Winternitz "Lenz", che informò per iscritto la direzione che non poteva fare propaganda per la partecipazione al plebiscito, «perché questa azione era sbagliata e non voleva averci niente a che fare». Georgi Dimitrov, capo dell'Ufficio del Comintern per l'Europa occidentale, espresse disappunto per essere stato come al solito trascurato dal Politburo tedesco e per la repentinità con cui questo aveva cambiato posizione su una questione tanto importante, ma approvò la decisione finale dichiarando che ovviamente era meglio «prendere una decisione giusta tardi che mai»[60].

Da Mosca, Pieck scrisse a Berlino che «era stato davvero felice» quando aveva appreso che il KPD avrebbe partecipato al plebiscito e asserì di aver sempre appoggiato tale mossa. Dopo essersi recato a Berlino per organizzare la campagna plebiscitaria su incarico del Comintern, Pieck si sforzò di persuadere i vertici di Mosca che questo era anche il sentire della direzione e della base del KPD. In una lettera a Pjatnickij assicurò che l'originaria decisione di astenersi aveva in realtà reso i compagni tedeschi «intimamente insoddisfatti», che la nuova decisione di partecipare al plebiscito aveva «suscitato ovunque il più grande entusiasmo nella classe operaia» e che, salvo alcune «voci isolate», all'interno del partito era stata accolta «come un atto liberatorio [...] rispetto alla precedente situazione quasi non combattiva». Pieck inoltre minimizzò la questione dell'unità d'azione rossobruna, dicendosi «quasi certo» che la decisione del KPD non avesse contrariato gli operai socialdemocratici nella misura che si temeva. Nel partito covava però sotterraneamente il malumore per quella che nelle lettere di alcuni funzionari, monitorate dal servizio di intelligence interno e inviate a Mosca, era definita «una decisione assai funesta» che aveva contribuito a isolare sempre più il KPD[61].

La campagna propagandistica[modifica | modifica wikitesto]

Manifesto dello Stahlhelm di Magdeburgo che raffigura una famiglia in condizioni di indigenza e reca la scritta: «Imperativo: Plebiscito!»
Manifesto del Nationalverband Deutscher Offiziere (NVDO), organizzazione di ufficiali conservatori e monarchici. Raffigura un soldato con lo Stahlhelm che sembra guardare l'osservatore e domandare: «E tu?».
Manifesto di propaganda nazionalsocialista raffigurante un milite delle SA

Il coinvolgimento relativamente basso della popolazione nella fase della petizione rese le forze repubblicane fiduciose nelle proprie possibilità di vittoria. L'adesione comunista al fronte plebiscitario cambiò tuttavia la situazione incrementando notevolmente le possibilità di successo dell'iniziativa; oltre alla somma dei voti che i vari partiti aderenti avevano ottenuto in Prussia nelle passate elezioni federali, per il raggiungimento del quorum del 50% degli elettori occorrevano ora circa 750 000 ulteriori preferenze, che si pensava sarebbero potute derivare dal rafforzamento dell'estrema destra verificatosi nel frattempo[6][62]. Il dato per cui la somma degli elettori dei partiti aderenti era vicina al 50% fu riportato dal giornale Nachtausgabe del capo del DNVP Hugenberg, il quale si disse convinto che l'opinione pubblica circa l'esito del plebiscito fosse completamente cambiata[18].

I comunisti dispiegarono immediatamente un notevole sforzo propagandistico, al punto che alla fine di luglio sembravano «passati in testa» nella conduzione della campagna plebiscitaria[62]. Sulla facciata del quartier generale comunista in Bülowplatz, la Karl-Liebknecht-Haus, furono esposti degli striscioni con vari slogan:

«Contro i guerrafondai - per la difesa dell'Unione Sovietica
Abbasso il fascismo e il Landtag prussiano!
La Prussia rossa per una Germania libera e socialista!
Votate il 9 agosto con il "SÌ" al plebiscito rosso![63]

Nel corso della campagna il KPD non mancò di far leva anche su sentimenti nazionalisti, in coerenza con la Dichiarazione programmatica per la liberazione nazionale e sociale del popolo tedesco dell'agosto 1930 e con la strategia della "rivoluzione popolare". Il 1º agosto Die Fanfare, organo di stampa dell'organizzazione di partito Kampfbund gegen den Faschismus (erede del vietato RFB), pubblicò accanto a un ritratto di Richard Scheringer, ex nazionalsocialista passato nelle file comuniste, una sua frase: «Chiunque si opponga oggi alla rivoluzione popolare, alla guerra rivoluzionaria liberatrice, tradisce la causa dei morti della guerra mondiale che hanno dato la vita per una Germania libera»[64][65]. Il materiale di propaganda prodotto dimostra che la campagna comunista guardava perlopiù alla base elettorale nazionalsocialista: a fronte di soli due milioni di volantini destinati agli elettori socialdemocratici, furono stampati un totale di quattro milioni di volantini per sostenitori dei nazisti e degli elmetti d'acciaio, agricoltori, dipendenti pubblici, impiegati e classe media, oltre a un milione ciascuno per braccianti agricoli, disoccupati e casalinghe[66].

Ognuna delle opposte forze schierate a sostegno del plebiscito lo rivendicava come una propria battaglia, tendendo a ignorare la partecipazione della controparte. Nella stampa comunista la partecipazione della destra era completamente ignorata, come sul Welt am Abend di Willi Münzenberg[18], oppure denunciata come insincera e mirante al sabotaggio specie dopo che i comunisti erano entrati nella campagna e ne avrebbero assunto la guida[67]. Di converso, nei giornali di Hugenberg Nachtausgabe e Berliner Lokal-Anzeiger il plebiscito era descritto come un'iniziativa della destra nazionalista guidata da Hugenberg contro i socialdemocratici, accusati di essere i responsabili della crisi economica, mentre la partecipazione comunista non era quasi mai menzionata. Lo stesso accadeva nell'Angriff di Goebbels, per cui la consultazione popolare prussiana era un mezzo per ottenere la distruzione della socialdemocrazia e del Centro cattolico, necessaria per la conquista del Reich da parte dei nazionalsocialisti[68].

Diversi osservatori stranieri individuarono nell'eccentricità della coalizione antigovernativa un elemento di debolezza della campagna per l'adesione al plebiscito. Un rapporto da inviare in patria stilato il 5 agosto dall'ambasciatore dell'Irlanda a Berlino, Daniel A. Binchy, riferiva dell'«edificante spettacolo» offerto da nazionalsocialisti, comunisti, nazionalisti monarchici e grandi affaristi coalizzati contro il governo. Secondo Binchy le possibilità di successo del plebiscito non erano poche, ma andava considerato che molti sostenitori dei partiti borghesi, disgustati dall'«empia alleanza» con nazionalsocialisti e comunisti, avrebbero potuto disertare le urne[6]. In Italia, La Stampa della Sera definì il blocco formatosi contro il governo prussiano «triplice che va dai comunisti di Thälmann, attraverso i nazionalisti di Hugenberg, al socialnazionalismo di Hitler», «momentaneo connubio tra gli avversari del marxismo e le avanguardie del bolscevismo». L'eterogeneità di tali forze avrebbe peraltro limitato la portata di un eventuale successo del plebiscito, non essendo possibile una duratura «alleanza parlamentare, né governativa, né quindi politica tra i seguaci di Mosca e i seguaci di Adolfo Hitler»[69].

In campo democratico, il Berliner Morgenpost della famiglia Ullstein polemizzò contro il plebiscito di «svastica e stella sovietica» e definì un suo eventuale successo una «catastrofe politica»[70]. Il quotidiano socialdemocratico Vorwärts accusò il KPD di favorire l'ascesa del fascismo attraverso la radicalizzazione e la divisione della classe operaia analogamente a quanto, secondo il giornale dell'SPD, aveva fatto il Partito Comunista d'Italia dieci anni prima[71].

Vignetta del Vorwärts dal titolo «L'aiutante solerte», che raffigura il fascismo come un'auto che trasporta Hugenberg (alla guida), Hitler, un capitalista e un militante dello Stahlhelm, e che riesce a superare la tappa dei sei milioni di voti grazie a un militante comunista che la sospinge lungo la salita. La didascalia recita: «Urrà, si va avanti – ci spinge uno da dietro!».
Vignetta di Der Abend, supplemento del Vorwärts, intitolata «Il plebiscito nerobianco-rosso» (riferimento alla bandiera imperiale) e raffigurante caricature delle diverse forze sostenitrici dell'iniziativa che si trascinano l'un l'altra attraverso degli anelli al naso. La didascalia recita: «Ciascuno pensa di poter prendere gli altri per il naso!».

Un tema ricorrente nella propaganda socialdemocratica era l'accostamento dei comunisti alle forze di destra: ad esempio, un volantino dell'epoca reca un fotomontaggio satirico raffigurante Thälmann nell'atto di arringare una platea di elmetti d'acciaio e altri militanti di destra, in cui si riconoscono tra gli altri il feldmaresciallo August von Mackensen e il principe ereditario Guglielmo di Prussia[72]. La propaganda del KPD fu accostata a quella di destra anche dallo scrittore Kurt Hiller, che in una lettera aperta indirizzata all'abile propagandista comunista Willi Münzenberg, impegnato nella campagna plebiscitaria, scrisse: «Hai agito come se avessi degli agenti nazisti nel tuo Comitato centrale [...] e se tu personalmente [...] ingoi questa decisione senza nuocere alla tua salute, allora... ammiro il tuo stomaco»[73][74][N 7].

La propaganda per l'astensione dal plebiscito adoperò anche l'argomento per cui la consultazione sarebbe stata inutile, poiché in caso di successo la procedura per lo scioglimento del Landtag non avrebbe potuto concludersi prima di dicembre, risolvendosi in un'anticipazione di pochi mesi della naturale conclusione della legislatura, prevista per la prossima primavera. Gli unici risultati tangibili del successo del plebiscito sarebbero dunque stati l'aggravamento della crisi finanziaria e la perdita della fiducia internazionale verso la Germania. Intervistato dal quotidiano Algemeen Handelsblad di Amsterdam, l'ex presidente della Reichsbank Hjalmar Schacht al contrario attribuì la responsabilità dello stato disastroso della finanza tedesca proprio alla socialdemocrazia, accusata di aumentare enormemente la spesa pubblica senza provvedere alla sua copertura se non attraverso un'insostenibile pressione fiscale. Schacht si pronunciò quindi in favore del plebiscito, considerandolo «una necessità vitale per la Prussia e per il Reich», al fine di favorire l'avvento di un governo nazionale finanziariamente parsimonioso che avrebbe rapidamente riacquistato la fiducia internazionale[75].

Il corrispondente del Corriere della Sera a Berlino scrisse che l'accanimento con cui da entrambe le parti era stata condotta la campagna propagandistica non si era manifestato «neppure in occasione delle ultime elezioni al Reichstag», e che l'attesa per il risultato del voto era «in Germania e fuori addirittura spasmodico», poiché si «sent[iva] che il significato del voto [anda]va ben al di là dei confini della Prussia e supera[va] l'importanza delle sorti di un Governo»[76].

Gli interventi dei governi del Reich e della Prussia[modifica | modifica wikitesto]

Il cancelliere Heinrich Brüning in compagnia di Benito Mussolini a Villa d'Este, Tivoli, 7 agosto 1931

Il governo del Reich auspicava il fallimento del plebiscito per mancato raggiungimento del quorum del 50% degli elettori, cosicché rivolse loro appelli a non andare a votare. Il 4 agosto il cancelliere Heinrich Brüning, in procinto di partire per una visita di Stato a Roma insieme al ministro degli esteri Julius Curtius, pronunciò a Berlino un discorso trasmesso via radio in cui dichiarò che «come cittadino» non si sarebbe recato alle urne[77]. Curtius, appartenente al DVP, dichiarò pubblicamente che non avrebbe seguito la decisione del suo partito di sostenere il plebiscito[6][37].

In forza del "secondo decreto presidenziale per contrastare gli eccessi politici" del 17 luglio 1931[78], il 7 agosto il governo prussiano ordinò a 2 500 testate, di qualunque orientamento politico e quale che fosse la loro posizione in merito al plebiscito, la pubblicazione di un proprio comunicato che invitava a disertare le urne la domenica seguente[70]. Il comunicato, firmato da tutti i ministri del governo prussiano, tra l'altro recitava:

«Agli elettori ed elettrici di Pussia! Partiti di destra, Stahlhlem e comunisti – nemici inconciliabili uniti in un connubio innaturale – chiamano al plebiscito per lo scioglimento del Landtag prussiano. Partiti i cui fanatici accoliti ogni giorno si affrontano in agguati e sanguinosi combattimenti si trovano improvvisamente insieme. Con la stessa arma, la scheda "Sì" per il plebiscito, ambedue le parti vogliono raggiungere obiettivi comprensibilmente opposti: gli uni una Prussia sovietica e bolscevica a imitazione dei metodi russi, gli altri la vecchia Prussia nemica del popolo, dall'ingiusto sistema elettorale delle tre classi, o un regime fascista e violento. E tuttavia una cosa hanno effettivamente in comune gli estremisti di destra e di sinistra che qui si lanciano all'assalto del Landtag prussiano [...]: nazionalsocialisti e comunisti vogliono il caos, vogliono il rovesciamento dell'esistente, [vogliono] l'ultimo grande baluardo, la cittadella della democrazia e della repubblica in Germania: [vogliono] conquistare la Prussia. [...] Il fallimento del plebiscito rende possibile un proseguimento della tranquilla e costante politica del governo tesa al mantenimento dell'ordine e quale prezioso sostegno al Reich in tutte le trattative con l'estero, che servono a consolidare la fiducia nella Germania e alla ricostruzione della sua economia [...]
Chi vuole una Prussia sovietica o una Prussia fascista, vada al plebiscito e voti "Sì".
Chi, al contrario, è favorevole alla trasformazione sociale e democratica della Repubblica tedesca e dello Stato libero di Prussia,
chi vuole aiutare il governo prussiano a condurci, con dura e tenace lotta, di nuovo in avanti, fuori dalla terribile miseria della crisi economica e della disoccupazione,
chi vuole dimostrare ragionevolezza, assennatezza e profondo, ardente amore per il popolo e per la patria proprio in questi tempi difficilissimi, segua la parola d'ordine:
tenevi lontani dal plebiscito!
non prendete parte al plebiscito![79]»

Die Rote Fahne del 7 agosto 1931 ottempera all'obbligo di pubblicare l'appello all'astensione del governo prussiano, facendolo seguire da una protesta per la violata libertà di stampa e attorniandolo da inviti a partecipare al "plebiscito rosso" in testa e in calce alla pagina

I giornali filogovernativi pubblicarono il comunicato senza commentarlo. Il Vorwärts giustificò il provvedimento del governo e negò che pregiudicasse la libertà di stampa, in quanto i giornali, pur forzati a pubblicare il comunicato, conservavano la possibilità di criticarlo[80].

La decisione del governo prussiano inasprì il confronto politico[81]. I giornali di destra sostenitori del plebiscito commentarono il provvedimento governativo con indignazione. I quotidiani di Berlino Deutsche Allgemeine Zeitung e Der Tag (quest'ultimo parte del gruppo editoriale di Hugenberg) invitarono a rispondere al comunicato con la massima affluenza alle urne. Il primo si scagliò in particolare contro i ministri del Centro e ne chiese le dimissioni, giudicando «un caso unico nella politica tedesca che il Centro osi insultare così il partito popolare, i conservatori agrari, i cristiano-conservatori, gli agrari, i cristiano-sociali, il partito dell'economia». L'articolo del giornale berlinese continuava: «È superfluo confutare il manifesto che è documento di debolezza e di paura. La semplice imposizione della pubblicazione basta a dimostrare chi veramente minacci i principi della democrazia. Specialmente certi partiti costituzionali debbono protestare contro la confusione fatta tra loro e il radicalismo». Il quotidiano economico-finanziario Börsen-Zeitung criticò in particolare il passaggio del manifesto relativo all'alleanza dei partiti di destra con i comunisti, sostenendo che «i migliori alleati del bolscevismo sono stati praticamente sempre certi socialdemocratici e certa stampa borghese, che improvvisamente spreca tanto inchiostro contro il "referendum"»[80]. Osservatori liberali come Theodor Wolff, caporedattore del Berliner Tageblatt di Hans Lachmann-Mosse, temettero che una tale violazione della libertà di stampa avrebbe favorito i sostenitori del plebiscito[70].

Ricevuti numerosi telegrammi di protesta verso il provvedimento del governo prussiano, il presidente Hindenburg promise di rivedere il decreto del 17 luglio[82]. L'intervento presidenziale fu interpretato come un attacco al governo prussiano[83]. Inoltre, avendo alcuni giornali di sinistra riportato che Hindenburg non avrebbe votato, la presidenza emise un ulteriore comunicato precisando che l'astensione del presidente non rappresentava una presa di posizione sul plebiscito, ma una conseguenza della sua estraneità ai conflitti tra partiti. Interpellato circa il mancato intervento del governo del Reich per impedire l'azione del governo prussiano, il ministro dell'interno del Reich Joseph Wirth affermò di non esserne stato informato[84].

Esito della votazione e reazioni[modifica | modifica wikitesto]

Il plebiscito del 9 agosto 1931 fallì. Per il raggiungimento del quorum era necessaria la partecipazione di almeno il 50% degli elettori (13,29 milioni di voti), ma l'affluenza non superò il 39,21% (10,42 milioni di voti). Lo scioglimento del Landtag raccolse il consenso del 36,83% degli elettori (9,79 milioni di voti, corrispondenti al 93,93% dei voti espressi)[85]. La stampa democratica commentò entusiasticamente il risultato della votazione, presentandolo come un successo del governo Braun[86]. I giornali della famiglia Ullstein definirono il risultato una «vittoria della ragione» e misero in risalto che i partiti estremisti avevano perso un quarto dei loro voti rispetto alle elezioni federali del 1930[70].

La natura composita delle forze a sostegno del plebiscito era stata una delle ragioni del suo insuccesso. Dopo che per mesi la stampa aveva dato ampio risalto alla violenza politica, di cui ogni schieramento accusava l'altro, tanto i comunisti quanto i partiti di destra non erano riusciti a convincere la totalità dei loro elettori a fare improvvisamente causa comune con gli avversari di sempre. Nelle aree rurali della Prussia, dove la stampa di destra era preponderante e la notizia della partecipazione comunista aveva trovato scarsa diffusione, l'affluenza era stata ampia nonostante l'appello del governo all'astensione, il cui effetto era stato quindi presumibilmente ridotto. A Berlino, dove era stato difficile sottacere le contrapposte rivendicazioni circa il colore del plebiscito, si era registrata invece una delle più alte percentuali di astenuti di tutta la Prussia[87].

Nazionalsocialisti e comunisti si addossarono vicendevolmente la responsabilità del fallimento e rivendicarono il successo delle rispettive mobilitazioni. L'ufficio stampa dell'NSDAP commentò: «I comunisti si sono completamente astenuti dalla votazione, non seguendo l'ordine della loro direzione. I partiti medi e borghesi hanno pure completamente fallito, mentre il partito tedesco-nazionale [DNVP] ha mantenuto quanto poteva promettere. Per gli Stahlhelm non è possibile il calcolo, non essendo un partito politico, ma non è dubbio che sette milioni di voti fra i dieci dati ieri appartengono ai nazionalsocialisti. Questi hanno quindi un nuovo imponente successo da segnalare, e già ora, se avvenissero le elezioni, sarebbero il partito più forte della Dieta». Il comunicato affermava che l'NSDAP aveva dato, «malgrado forti dubbi», pieno sostegno al plebiscito dello Stahlhelm «per non disertare le file dell'opposizione nazionale», e proseguiva proclamando l'imprescindibile ruolo dei nazionalsocialisti nella lotta per il «rinnovamento della Nazione e dell'avvenire tedesco» ed esprimendo «assoluta fiducia nella vittoria definitiva»[88]. Secondo il giornale di destra Nachtausgabe, il KPD aveva esercitato un ruolo controproducente, poiché da un lato aveva fallito nel mobilitare i propri elettori e dall'altro aveva distolto dal voto una parte degli elettori di destra, soprattutto quelli dei partiti borghesi, riluttanti all'idea di votare nello stesso modo dei comunisti[89].

Dal canto suo, la stampa comunista aveva preso ad accusare i partiti di destra di sabotare il plebiscito fin dall'adesione del KPD. In seguito rappresentò la mobilitazione del partito come un grande successo, attribuendogli la maggioranza dei voti espressi a Berlino e in tutte le zone industriali della Prussia. In realtà apparve subito chiaro che il risultato della votazione era stato molto al di sotto delle attese principalmente a causa della defezione degli elettori comunisti[89][90]. I quadri del partito, disorientati dall'improvvisa inversione di rotta decisa all'ultimo momento dalla direzione, non erano riusciti a organizzare una campagna adeguata[91]. L'affermazione della stampa socialdemocratica secondo cui si era verificato uno «sciopero generale degli elettori del KPD» era solo lievemente esagerata. Il partito infatti non era stato capace di esprimere a pieno la propria forza neanche a Berlino, dove nelle roccaforti comuniste di Wedding e Friedrichshain i voti raccolti dalla coalizione plebiscitaria erano stati inferiori a quelli ricevuti dal solo KPD alle elezioni federali del 1930[92] (a Wedding addirittura del 41%)[93].

Erich Wollenberg, membro dell'organizzazione armata comunista RFB, affermò che nei giorni del plebiscito la vista di militanti comunisti e nazionalsocialisti che conducevano congiuntamente la campagna lo aveva disgustato

Erich Wollenberg, uno dei capi dell'organizzazione paramilitare comunista Roter Frontkämpferbund (RFB), testimoniò che in quel periodo nelle riunioni del Comitato centrale del KPD l'atmosfera era «deprimente» e si avvertivano «la separazione della direzione del partito dalle masse, la burocratizzazione e la fissazione sull'obsoleta linea del partito» per cui «il nemico principale erano i socialfascisti, i socialdemocratici». Wollenberg scrisse che egli e altri importanti membri del partito avevano appreso con sgomento dell'ordine di partecipare al plebiscito insieme ai nazisti, che il "plebiscito rosso" era stato altamente impopolare nelle file comuniste e che molti militanti si erano rifiutati di andare a votare. Egli stesso aveva provato disgusto alla vista di uomini delle SA e del RFB che mostravano gli stessi cartelli e di funzionari comunisti, nazisti e dello Stahlhelm seduti agli stessi tavoli presso i seggi elettorali «sotto la svastica e la stella sovietica». Tali eventi avevano intensificato quella che Wollenberg definì «differenza di sensibilità tra la base e la direzione del partito» con conseguenze deleterie[94]. Uberto di Löwenstein, allora membro dell'organizzazione repubblicana Reichsbanner Schwarz-Rot-Gold, ricordò: «Il 9 agosto a Berlino c'era una tensione vista raramente. A quel tempo ho attraversato tutti i quartieri operai della città dalla mattina alla sera, probabilmente ho parlato con alcune migliaia di persone indignate che il Partito Comunista fornisse sostegno agli estremisti di destra»[95].

L'evidente fallimento non impedì alla direzione del KPD di inviare a Mosca i consueti rapporti trionfali. Secondo Neumann, i governi del Reich e della Prussia, così come la polizia, dopo il plebiscito avrebbero avuto «i pantaloni pieni». Nel suo rapporto al Comintern, la direzione tedesca parlò di un «grande successo del proletariato rivoluzionario» che avrebbe causato «un ulteriore sconvolgimento del sistema di potere capitalista». Dal canto suo nemmeno la dirigenza del Comintern, sebbene invitasse i comunisti tedeschi ad analizzare più realisticamente i risultati della votazione, vide nella campagna un completo insuccesso poiché dopotutto il KPD aveva inflitto un duro colpo alle «illusioni parlamentari nella classe operaia»[96].

Tra i membri del governo Brüning, l'unico a presentarsi alla sezione dei ministri in Jägerstraße era stato il ministro dell'alimentazione e dell'agricoltura Martin Schiele, ex membro del DNVP transitato al più piccolo Partito Cristiano-Nazionale dei Contadini e dei Rurali (CNBL). Si erano recati al voto anche l'ex principe ereditario Guglielmo e altri membri dell'ex famiglia imperiale nell'antica residenza di Potsdam, città che tuttavia non aveva dato particolare prova di sentimenti monarchici e nazionalisti, essendosi presentata alla urne solo la metà degli aventi diritto[86][90].

Malgrado le esultanze della stampa democratica, «il 9 agosto 1931 non fu una vittoria per la democrazia. Gli oppositori della Repubblica si erano solo temporaneamente bloccati a vicenda»[92]. Come le forze antigovernative non mancarono di evidenziare, il risultato del voto rivelava che la composizione del Landtag non rifletteva più i rapporti di forza effettivamente vigenti, poiché – sottratta alla percentuale dei non partecipanti al plebiscito la percentuale dell'astensione elettorale consuetudinaria, calcolata al 20%, e considerato che in un'elezione la partecipazione degli elettori dei partiti aderenti sarebbe stata ben più ampia – emergeva che la coalizione di governo a guida socialdemocratica non godeva più del sostegno della maggioranza degli elettori prussiani[97]. In un'ordinaria elezione statale, dove partiti avversari non sarebbero stati costretti ad associarsi, sarebbe emersa una "maggioranza negativa" (negative Mehrheit), ossia una situazione in cui la formazione di una maggioranza parlamentare di governo sarebbe stata impossibile, com'era già accaduto alle elezioni federali del settembre 1930 e come sarebbe accaduto alle elezioni statali prussiane dell'aprile 1932[98].

Ripercussioni internazionali[modifica | modifica wikitesto]

Il primo ministro francese Pierre Laval, di cui si attendeva l'arrivo a Berlino in visita di Stato

Il plebiscito fu considerato un evento capace di influenzare l'evoluzione dei rapporti franco-tedeschi, che dalla Conferenza navale di Londra del 1930 erano rimasti freddi, apparendo la Francia intenzionata a perseverare in un atteggiamento intransigente verso la confinante potenza sconfitta nel 1918. Durante il viaggio per la Conferenza di Londra sulla crisi bancaria tedesca, convocata per il 20 luglio 1931 su iniziativa del presidente degli Stati Uniti Herbert Hoover, Brüning e Curtius avevano fatto tappa a Parigi il 18 e 19 luglio. I colloqui con il capo del governo francese Pierre Laval e il ministro degli esteri Aristide Briand, pur essendosi svolti in un'atmosfera cordiale, non avevano prodotto un tangibile avvicinamento[99]. L'esito del plebiscito avrebbe condizionato la visita di Stato a Berlino di Laval e Briand, prevista in restituzione della visita degli omologhi tedeschi a Parigi. Secondo i francesi una vittoria delle forze scioviniste avrebbe costretto alle dimissioni Brüning e dunque vanificato ogni accordo stipulato con lui, allontanando la distensione delle relazioni tra i due Paesi[62].

La consultazione prussiana catalizzò dunque l'attenzione della stampa francese, che la ritenne decisiva per la sorte del governo Brüning e un banco di prova dell'affidabilità internazionale della Germania, la cui volontà di pace era già apparsa dubbia a causa dell'agitazione nazionalista degli ultimi mesi[100]. Un recente incontro tra il presidente Hindenburg e il capo dei tedesco-nazionali Hugenberg indusse gli ambienti conservatori francesi a sospettare che il vero scopo del plebiscito fosse preparare la campagna per le prossime elezioni presidenziali. Si ipotizzava che i nazionalisti tedeschi, dopo aver abbattuto l'ultimo baluardo repubblicano rappresentato dal governo prussiano di Braun, avrebbero candidato alla presidenza del Reich il principe Guglielmo di Prussia, erede del deposto imperatore Guglielmo II, come primo passo per la restaurazione della monarchia degli Hohenzollern[101].

Nella sinistra francese si criticò la scelta di Brüning di lasciare il Paese per incontrare Mussolini in un momento tanto delicato per le sorti della democrazia tedesca; il cancelliere avrebbe negato il suo appoggio ufficiale al plebiscito solo per ragioni di politica estera, ma «la visita al capo del fascismo internazionale» fu giudicata «un appoggio indiretto al fascismo tedesco»[102].

In Polonia, il quotidiano Kurier Poranny dell'8 agosto considerò il fatto che Brüning fosse accompagnato nel viaggio a Roma da Curtius, definito «plebiscitario» in quanto appartenente al DVP (nonostante Curtius avesse preso pubblicamente le distanze dall'adesione del suo partito al plebiscito), una prova che la consultazione popolare prussiana fosse una messa in scena. Il governo tedesco avrebbe orchestrato il plebiscito al fine di spingere i governi europei a concessioni verso la Germania, agitando il pericolo di una presa del potere da parte dei nazionalisti ostili alla Repubblica. Viceversa, sarebbe stata «nell'interesse della Polonia la riuscita del plebiscito perché l'Europa po[tesse] vedere la Germania senza la maschera repubblicana»[103].

Da sinistra i ministri degli esteri Curtius e Briand e i capi di governo Laval e Brüning, Berlino, fine settembre 1931

Il fallimento del plebiscito suscitò soddisfazione e sollievo nella stampa francese e britannica[89][104], mentre in Italia, in un clima ancora segnato dall'incontro Mussolini-Brüning, La Stampa della Sera parlò di «Un grande giorno per la Germania»[86] e di «Serenità nel cielo germanico»[105]. In Francia non mancarono tuttavia riserve, soprattutto da parte di testate di destra quali L'Action Française, a causa della comunque non insignificante percentuale di voti raccolta dal plebiscito e del timore che Brüning potesse chiedere eccessivo credito politico e finanziario vantando i sentimenti repubblicani della popolazione prussiana[89]. Nei giorni successivi sembrò prevalere l'atteggiamento di maggior cautela, cosicché la stampa francese, la quale pure aveva in precedenza presentato l'insuccesso del plebiscito come condizione fondamentale per la distensione tra i due Paesi, apparve ora intenzionata a ridimensionarne l'importanza[106][107].

La visita a Berlino di Laval e Briand, prevista inizialmente per i giorni 26 e 27 agosto, fu rinviata ufficialmente a causa delle condizioni di salute dell'anziano ministro degli esteri francese[108]. Si sospettò tuttavia che il governo francese volesse attendere che prima avesse luogo la dodicesima assemblea della Società delle Nazioni, la quale si sarebbe riunita nella prima metà di settembre a Ginevra con la partecipazione di Briand e Curtius, per orientare in proprio favore la discussione su questioni rilevanti per i rapporti franco-tedeschi quali il progetto di Unione doganale austro-tedesca e la limitazione degli armamenti. Il rinvio suscitò dei malumori in Germania, dando modo alla stampa di destra di sostenere che l'insuccesso del plebiscito non aveva migliorato significativamente i rapporti con Parigi[109]. L'attesa visita berlinese di Laval e Briand, la prima di ministri francesi in Germania dopo il trattato di Francoforte del 1871, si svolse infine tra il 27 e il 30 settembre, ma anch'essa non approdò a risultati concreti[110].

Eventi successivi[modifica | modifica wikitesto]

La sera del 9 agosto, giorno della votazione, i militanti comunisti Erich Mielke ed Erich Ziemer uccisero a colpi di pistola i capitani della polizia berlinese Paul Anlauf e Franz Lenck in Bülowplatz, nei pressi del quartier generale del KPD. I due ufficiali, impopolari nella zona, il giorno prima erano stati coinvolti nell'uccisione di un comunista, in un luogo non lontano da quello in cui furono colpiti a morte. A seguito dell'immediata reazione della polizia vi furono vari morti tra i comunisti e molti feriti da entrambe le parti[86][90][111]. Le motivazioni che indussero alcuni capi del KPD a ordinare il duplice omicidio sono state variamente individuate nell'intenzione di mostrare la capacità del partito di vendicare i propri militanti, nella volontà di incrementare gli effetti dirompenti del plebiscito e nella necessità di distogliere l'attenzione dal suo fallimento[112]. A causa di questo e di altri episodi di violenza che coinvolgevano i comunisti, tra cui l'uccisione del capo degli elmetti d'acciaio di Colonia, le misure repressive contro il KPD furono inasprite e Die Rote Fahne fu nuovamente sequestrata[86][113]. Il 15 agosto a Lipsia fu accoltellato a morte per mano comunista il giovane muratore Max Warkus, presidente della locale sezione dell'organizzazione giovanile socialdemocratica, intento a distribuire volantini in cui si contestava la politica comunista di cooperazione con i nazisti[114][115].

Rafforzato dall'insuccesso del plebiscito, il governo prussiano di Braun propose una riforma dell'architettura istituzionale del Reich che prevedeva una parziale fusione dei ministeri prussiani con quelli centrali per ridurre la spesa pubblica. La proposta incontrò l'opposizione delle forze di destra, che vi videro un tentativo di estendere l'influenza della socialdemocrazia dalla Prussia al Reich[116]. Si oppose anche il Land della Baviera guidato dal Partito Popolare Bavarese, che la ritenne una manovra per imporre l'egemonia prussiana alla Germania meridionale[117][118][119].

Il 14 settembre, durante un incontro dell'SPD al Palazzo dello Sport di Berlino a cui partecipò una delegazione comunista guidata da Neumann, si discusse – senza esito – della possibilità di formare un fronte unico contro i nazionalsocialisti. L'adesione comunista al plebiscito rappresentò un elemento di forte conflittualità nel dibattito. Il socialdemocratico Franz Künstler intervenne accusando i comunisti di «aver operato il peggior tradimento alla causa dei lavoratori e di aver fatto causa comune con il fascismo, e di essersi alleati con Hitler, Hugenberg e lo Stahlhelm», quindi concluse: «Il vociferare di un fronte unico è tanto insincero quanto tutta la politica del KPD». Künstler evidenziò anche che «solo nelle ultime settimane prima del plebiscito, nove funzionari socialdemocratici [erano] stati aggrediti dai comunisti». Dal canto suo, Neumann ribadì gli argomenti a sostegno della decisione del KPD di aderire al plebiscito e dichiarò che il suo partito avrebbe continuato a battersi per la caduta del governo Braun in Prussia, in quanto artefice della stessa politica del governo federale di Brüning[120][121]. All'uscita dal Palazzo dello Sport si verificarono dei disordini, con cinque feriti gravi e alcuni arresti da parte della polizia, di cui la stampa socialdemocratica incolpò i comunisti[122].

Dopo che nell'ottobre 1931 l'NSDAP si era alleato con i partiti della destra tradizionale nel fronte di Harzburg, la sezione del KPD di Berlino-Brandeburgo-Lusazia-Grenzmark, guidata da Walter Ulbricht, rivolse una lettera aperta «Agli elettori dell'NSDAP e ai membri delle Sturmabteilung» nel tentativo di conquistare le frange nazionalsocialiste più sensibili alle tematiche socialiste. La lettera, rivolta ai «compatrioti lavoratori» (Schaffende Volksgenossen), invitava a seguire i numerosi esempi di lavoratori nazionalsocialisti che, in contrasto con i capi del loro partito e in qualche caso sotto la direzione comunista, avevano «combattuto insieme» ai lavoratori comunisti e socialdemocratici contro i soprusi dei capitalisti. I membri delle SA furono esortati a non lasciarsi usare da Hitler per «proteggere i sacchi di denaro dei capitalisti» e a unirsi ai comunisti nel «fronte dell'esercito rivoluzionario, per il pane, il lavoro, la libertà, per il socialismo!»[123].

Nei mesi successivi, il KPD continuò a identificare il nemico principale nell'SPD, a equiparare fascismo e socialdemocrazia e a sottovalutare il pericolo di una conquista del potere da parte di Hitler. Nel dicembre 1931 Thälmann deprecò «il fatto che nelle nostre file si siano manifestate tendenze verso una distinzione liberale tra fascismo e democrazia borghese, tra il partito di Hitler e il socialfascismo»[124]. Ancora nel febbraio 1932 Thälmann dichiarò:

«Nulla sarebbe più nefasto che sopravvalutare in maniera opportunista il fascismo hitleriano. Se dovessimo lasciarci trascinare, dinanzi al gonfiamento enorme del movimento hitleriano, a perdere il nostro esatto apprezzamento delle cose così come ci è fornito dalla nostra ideologia di classe e cedere al panico che i socialdemocratici cercano di creare artificialmente, saremmo obbligatoriamente trascinati a porci dei falsi problemi, tanto per quel che concerne la nostra politica dinanzi ai nazisti, quanto, soprattutto, per i nostri rapporti con i socialdemocratici[125]

Il 17 aprile 1932, in Sassonia e nel più piccolo Oldenburg si tennero altri plebisciti per lo scioglimento dei Landtag condotti congiuntamente da nazionalsocialisti e comunisti. Il plebiscito in Sassonia, indetto a seguito della bocciatura della petizione popolare avviata dal KPD e a cui avevano aderito l'NSDAP e il DNVP, fallì anch'esso a causa del mancato raggiungimento del quorum del 50% degli elettori[126]. La votazione nell'Oldenburg invece, non essendo necessario alcun quorum[127], fu l'unica consultazione di democrazia diretta della Repubblica di Weimar ad avere successo e dalle seguenti elezioni statali emerse un governo monocolore nazionalsocialista[128][129].

Alle elezioni statali prussiane del 24 aprile la coalizione di Weimar (SPD, DZP, DStP) che governava la Prussia dal 1920 fu sconfitta per la prima volta. L'NSDAP risultò il primo partito con il 36,67% dei voti, riportando una crescita di quasi 35 punti percentuali rispetto alle consultazioni statali di quattro anni prima, che gli permise di passare da 6 a 162 seggi. Il KPD ottenne il 12,89%, crescendo di un solo punto e passando da 56 a 57 seggi. I due partiti estremisti, occupando complessivamente 219 su 423 seggi, detenevano dunque la maggioranza assoluta del Landtag[130]. Il governo Braun, dopo aver formalmente rassegnato le dimissioni, rimase in carica poiché non fu possibile formare un governo di maggioranza[131]. La caduta del governo socialdemocratico prussiano giunse infine il 20 luglio 1932, allorché il nuovo cancelliere Franz von Papen, succeduto a Brüning a giugno, compì un colpo di Stato avocando a sé il governo della Prussia tramite un decreto d'emergenza firmato da Hindenburg, sotto il pretesto dell'ennesimo scontro sanguinoso tra comunisti e nazionalsocialisti.

Bandiere nazionalsocialiste e comuniste alle finestre di alcune case popolari di Köpenicker Straße, Berlino, durante lo sciopero degli affitti del settembre 1932
Manifesto socialdemocratico per le elezioni del novembre 1932 che testimonia la profonda ostilità tra socialdemocratici e comunisti. Lo slogan recita: «Contro Papen, Hitler, Thälmann». Le tre frecce colpiscono i simboli del "governo dei baroni" di Papen (la corona baronale), del nazismo e del comunismo.

La dirigenza del KPD, che – sembrando intuire l'estrema gravità della situazione – a partire da aprile aveva manifestato una parziale apertura all'SPD per un fronte unico contro il nazismo, propose uno sciopero generale contro la deposizione di quello stesso governo prussiano che aveva cercato di far cadere l'anno precedente. Tuttavia, la fragile prospettiva di un cambiamento della linea comunista nei riguardi dei socialdemocratici, non priva di un carattere strumentale, svanì da un lato per l'indisponibilità di questi ultimi a ogni forma di mobilitazione di massa, e dall'altro a causa della linea generale del Comintern. Dopo che alle elezioni federali del 31 luglio 1932 l'NSDAP si era affermato come primo partito tedesco, in agosto si riunì a Mosca il XII Plenum del CEIC. Nonostante si riconoscesse che l'inasprirsi della crisi portava il dominio della borghesia a «mutarsi nel senso di un rafforzamento della reazione politica e della fascistizzazione dello Stato», la tesi che vedeva nella socialdemocrazia il «principale sostegno sociale della borghesia» non fu modificata, cosicché l'analisi del fascismo venne ulteriormente irrigidita e la linea del Comintern rimase immutata[132]. Osip Pjatnickij elogiò la condotta tenuta dal KPD in occasione del plebiscito prussiano: nel capovolgere repentinamente la propria precedente posizione e aderire alla campagna su impulso del Comintern, il partito tedesco aveva dato prova di una capacità «di manovrare e riorganizzare il suo lavoro» eguagliabile dal solo partito sovietico[133].

La conferenza del KPD che si tenne nell'ottobre di quell'anno formulò una parziale autocritica circa la linea politica adottata fino ad allora. In piena conformità con quanto deliberato dal XII Plenum, la conferenza da un lato ribadì la risoluta condanna verso il «principale pericolo di destra, che si esprime nell'atteggiamento di "fiducia" nelle manovre della socialdemocrazia, nel tentativo da parte dei destrorsi di sostituire al fronte unico con gli operai socialdemocratici il blocco con i capi socialdemocratici», e dall'altro lato condannò «la teoria che identifica la socialdemocrazia e il fascismo, senza vedere le differenze tra l'una e l'altro – differenze esistenti malgrado la natura borghese di questi due partiti». Inoltre, furono condannati la sottovalutazione della necessità di formare un fronte unico con gli operai socialdemocratici e l'indebolimento dell'azione interna ai sindacati riformisti[4]. Sebbene negli anni 1929-1932 il KPD fosse stato di fatto retto da un triumvirato composto da Thälmann, Neumann e Remmele, e tutti e tre avessero seguito la linea del Comintern, la conferenza attribuì tutti gli errori alla sola corrente di Neumann (già deposto e deportato a Mosca a maggio) e Remmele. Tuttavia, anche dopo l'estromissione di questi ultimi, il KPD continuò a intensificare la lotta contro i socialdemocratici sotto la pressione del Comintern[134][N 8].

Ancora nel novembre 1932, alla vigilia delle elezioni che avrebbero confermato l'affermazione dell'NSDAP quale partito di maggioranza relativa, nazionalsocialisti e comunisti si trovarono nuovamente a convergere, stavolta contro il governo Papen, in occasione dello sciopero dei trasporti di Berlino organizzato da Josef Goebbels e Walter Ulbricht[1][135].

Il "plebiscito rosso" nel dibattito marxista internazionale[modifica | modifica wikitesto]

La stampa del Comintern e di tutti i partiti ad esso affiliati sostenne la decisione del KPD di aderire al plebiscito, riproponendo e sviluppando gli stessi argomenti con un'«accentuazione aggressiva». La questione assunse nel Comintern una tale importanza che tutte le maggiori sezioni furono sollecitate ad appoggiare pubblicamente la posizione assunta dalla sezione tedesca[136].

La mossa politica del KPD fu invece fortemente biasimata dalle altre organizzazioni internazionali marxiste. Oltre che naturalmente dall'Internazionale operaia socialista (IOS), di cui l'SPD era il più importante affiliato, duri attacchi giunsero – nello stesso campo comunista – dall'Opposizione di destra, rappresentata in Germania dal Partito Comunista d'Opposizione (KPO) di Heinrich Brandler, e dall'Opposizione di sinistra, guidata dal rivoluzionario bolscevico in esilio Lev Trockij.

La posizione cominternista[modifica | modifica wikitesto]

Copertina di un numero di Internazionale Comunista, rivista del Comitato esecutivo dell'organizzazione che riuniva tutti i partiti comunisti di obbedienza moscovita

Il Comitato esecutivo del Comintern (CEIC) espose la propria posizione in merito alla situazione della Germania sulla sua rivista ufficiale Internazionale Comunista, edita a Mosca. Uno dei «compiti» assegnati al KPD era «impegnare tutte le forze del partito nella battaglia contro la socialdemocrazia». La situazione tedesca era giudicata matura per guadagnare alla causa comunista le masse operaie, strappandole alla socialdemocrazia e ai sindacati riformisti, ed era arrivato il momento di ottenere, a qualsiasi costo, un immediato e radicale mutamento della situazione politica. Si chiedeva l'adozione della «tattica del fronte unico alla base, con gli operai socialdemocratici e riformisti», quale «più potente arma per approfondire la crisi della socialdemocrazia». In questo quadro, la scelta del KPD di aderire al plebiscito era perfettamente giustificata. Il governo prussiano era definito «il bastione più solido della dittatura fascista di Brüning», cosicché la partecipazione comunista al plebiscito avrebbe colpito allo stesso tempo la socialdemocrazia e il fascismo. I partiti di destra si sarebbero ritirati dal plebiscito e avrebbero iniziato di fatto a sabotarlo, allorché il KPD l'aveva messo «sulla strada di una vasta campagna extraparlamentare» e lo scioglimento del Landtag prussiano era «divenuto un serio e reale pericolo». Gli «ululati selvaggi in tutto il campo socialfascista, da Otto Wels e Kurt Rosenfeld a Heinrich Brandler», avevano dimostrato che era stato colpito il punto più sensibile del socialfascismo, la teoria del "male minore". Era quindi necessario, «attraverso un'immensa campagna di massa, smascherare nel modo più chiaro la posizione delle forze di classe, dimostrare agli operai tedeschi, e soprattutto gli operai socialdemocratici, l'unità di fronte del campo borghese dai socialfascisti ai fascisti»[137].

La stampa sovietica sostenne la campagna condotta dal KPD e, all'indomani della consultazione, celebrò la capacità di mobilitazione del partito assegnandogli la vittoria politica[138]. Sotto il titolo Il plebiscito rosso ha mostrato la crescente influenza del Partito Comunista, la Pravda – senza distinguere i voti comunisti da quelli, ben più numerosi, degli elettori di destra – rilevò trionfalmente che i voti espressi nel plebiscito «contro il governo socialfascista Braun-Severing» ammontavano a «più della metà» di quelli delle precedenti elezioni per il Landtag prussiano. Ciò significava che il governo aveva perso il sostegno della maggioranza degli elettori, considerando anche «che in occasione di un plebiscito gli elettori mostrano meno entusiasmo che per le elezioni». L'articolo proseguiva: «I 10 milioni di voti appena espressi non sono soltanto contro il governo Braun-Severing, ma anche contro l'intero sistema capitalista che costituisce la base fondamentale del Partito Socialdemocratico». Come prova del presunto «sabotaggio del plebiscito da parte dei capi fascisti», il quotidiano moscovita riportò la notizia che a Essen i nazionalsocialisti avrebbero dato istruzioni ai propri militanti di non andare a votare[139]. L'Izvestija sminuì la portata del successo che «i socialfascisti e gli imperialisti francesi» avevano conseguito, ammonendo i governi del Reich e della Prussia a non proseguire nella repressione del KPD[140].

Gabriel Péri, dirigente del Partito Comunista Francese, commentò il fallimento del plebiscito sul giornale del partito l'Humanité, contestando l'affermazione di un giornale socialista (che egli definì "socialista", tra virgolette) per cui erano stati gli uomini della rivoluzione del 1919 a salvare la Repubblica tedesca. Péri, al contrario, descrisse l'esito della consultazione come un successo degli assassini di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg che avevano «tentato di opporre una diga alla rivoluzione». Quindi continuò:

«Ci sono riusciti? Gettandosi nella lotta del plebiscito prussiano, i nostri compagni hanno cambiato completamente la sua portata. Hitleriani e populisti (questi ultimi, non dimentichiamoci, sono rappresentati nel gabinetto Brüning e, come tali, godono del supporto socialdemocratico), fingevano, tramite il referendum, di assumere la direzione del blocco rivoluzionario. I comunisti hanno trasformato questa campagna dal carattere di manovra e dall'obiettivo subalterno in una grande campagna rivoluzionaria. Sono quelli che hanno deliberatamente preso la guida del movimento, e ciò che consacra il risultato del plebiscito è la capacità del nostro partito fratello di mobilitare le masse popolari della Germania[N 9]

Péri polemizzò inoltre con il socialista Léon Blum, che aveva sostenuto che gli operai non avevano seguito le direttive del KPD. Péri affermò che ciò sarebbe stato smentito dai provvedimenti eccezionali che in quei giorni il governo aveva preso verso il partito, quali la chiusura delle sue sedi, il divieto di pubblicare Die Rote Fahne, la campagna per il suo scioglimento. Le misure repressive avrebbero dimostrato, secondo Péri, che prima del plebiscito rosso «mai la sezione tedesca aveva dato prova di una capacità di combattimento così possente, di un'intelligenza così lucida». Lo scioglimento del partito era all'ordine del giorno perché mai esso «era apparso così chiaramente a tutti come la guida sicura e illuminata della rivoluzione popolare». Circa le conseguenze internazionali, Péri definì «criminale e menzognero» il ragionamento dei «socialfascisti di casa nostra», per cui il fallimento del plebiscito avrebbe favorito la distensione internazionale, la riconciliazione, la pace. Secondo Péri, la celebrazione della fermezza di Laval quale causa del fallimento del plebiscito avrebbe spinto a inasprire l'intransigenza francese fino a pretendere che la Germania sottoscrivesse un «secondo trattato di Versailles», con cui essa avrebbe dovuto riconoscere definitivamente la superiorità militare della Francia, le amputazioni territoriali, il controllo straniero sulle sue finanze, come contropartita di un eventuale aiuto finanziario. In definitiva, la collaborazione franco-tedesca altro non era per Péri se non l'«alleanza di due borghesie sotto la direzione del quai d'Orsay, contro il proletariato rivoluzionario e contro l'URSS»[141]. Riportando alcuni commenti dei quotidiani tedeschi, anche l'Humanité espresse compiacimento per il fatto che il plebiscito sarebbe stato «ben diretto dai comunisti»[142].

Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista d'Italia, si espresse in merito con un articolo non firmato sulla rivista Lo Stato Operaio, pubblicata a Parigi[143]. Togliatti rovesciò sui socialisti l'accusa di aver stretto un'alleanza con i fascisti:

«Chi accusa i comunisti di essere gli alleati del fascismo? È il signor Paul-Boncour, agente dell'imperialismo e del militarismo francese; è il signor Kautsky, predicatore della necessità della guerra contro i soviet; sono i laburisti, che hanno preparato e sostenuto l'offensiva dei capitalisti per ridurre radicalmente il tenore di vita degli operai inglesi; sono i ministri di polizia di Prussia, i fucilatori di operai; è il signor Pietro Nenni, fascista della prima ora[144]

Il segretario della sezione italiana definì la socialdemocrazia tedesca «la più forte organizzazione reazionaria la quale tenga incatenati al carro del capitalismo dei milioni di lavoratori». Nel governo prussiano tale «carattere accentuatamente reazionario della socialdemocrazia» trovava l'«espressione più caratteristica», per cui

«Un appoggio dei comunisti, sia pure indiretto, a questo governo, sarebbe stato una cosa mostruosa. Essendo posto il problema di abbattere questo governo, i comunisti non avevano altra via che quella, non solo di votare per l'abbattimento, ma di essere, nella lotta per l'abbattimento del governo prussiano, gli elementi più attivi, gli elementi di avanguardia. Quindi, se si può criticare il partito tedesco, non lo si può certo criticare perché esso è intervenuto nel plebiscito come esso ha fatto, ma, se mai, lo si può criticare perché si è lasciato sfuggire la iniziativa del plebiscito e perché è intervenuto tardi[145]

Secondo Togliatti, la teoria del "male minore" alla base della politica dei socialdemocratici tedeschi era «lo strumento di cui essi si servono per disarmare ideologicamente le masse, per far dimenticare i principi della lotta di classe, per impedire ogni lotta, per coprire ogni tradimento». Sarebbe quindi stato assurdo per i comunisti seguire la stessa teoria e, «per timore di un governo fascista, [appoggiare] un governo di socialdemocratici, il quale non lotta contro il fascismo, ma gli apre la strada, e realizza, di fatto, una politica fascista anche prima che i fascisti siano andati al potere». Circa il risultato, Togliatti commentò: «questa lotta è servita a dimostrare ancora una volta la importanza e la gravità del problema della distruzione della influenza socialdemocratica sopra le masse. Il partito è riuscito a mobilitare nel plebiscito delle grandi forze»[146]. In privato, in una lettera del 3 settembre al rappresentante italiano presso il CEIC, Giuseppe Dozza, Togliatti confermò la sua valutazione («Sulla questione del plebiscito, non vi è dubbio, per noi, che la tattica è stata giusta»), ma lasciò trapelare qualche maggiore riserva in merito alla «capacità del partito di mobilitare le masse per una lotta non parlamentare»[147].

Il Partito Comunista di Gran Bretagna, impegnato in un'analoga lotta contro il primo ministro laburista Ramsay MacDonald, intervenne a sostegno della decisione del KPD attraverso il suo organo di stampa Daily Worker:

«Questa decisione di grande importanza internazionale potrebbe avere un profondo effetto sulle relazioni tra le potenze imperialistiche. In ogni caso, ciò servirà indubbiamente da grande stimolo per le energie rivoluzionarie delle masse tedesche.

Il rovesciamento della coalizione socialdemocratica prussiana, che è la spina dorsale del governo Brüning e il pacemaker della lotta reazionaria contro la rivoluzione dei lavoratori, sarà un duro colpo per il capitalismo tedesco. Originariamente il plebiscito fu escogitato dai fascisti come manovra demagogica per deviare l'indignazione di massa in canali fascisti.

L'azione del Partito Comunista, tuttavia, trasformerà questa truffa in una contestazione di massa contro Brüning, il governo prussiano e il fascismo. La borghesia capitalista è gravemente turbata da questo brillante esempio di tattica comunista. Sono colpiti duramente anche i capi socialdemocratici che stanno ora piagnucolando contro quello che definiscono fronte unico fascista-comunista[148]

Dopo i risultati, il Daily Worker rivendicò la campagna come una vittoria tattica comunista attribuendo l'insuccesso alle destre: «I capi fascisti che presero l'iniziativa del plebiscito hanno in gran parte abbandonato la campagna in suo supporto dopo che il Partito Comunista ha deciso di supportare la consultazione e si sono dedicati principalmente ad attaccare i comunisti. Nonostante l'intenso terrorismo poliziesco la mobilitazione rossa è stata un grande successo. A Berlino e in tutti i centri industriali della Prussia il plebiscito si è svolto completamente sotto la guida del Partito Comunista»[149].

L'improvvisa svolta del KPD non mancò tuttavia di suscitare in privato dubbi e perplessità nei partiti fratelli europei, che dovendo difendersi dalle accuse di complicità con Hitler che ricevevano dai propri avversari interni si trovarono, come riferì Dimitrov alla Commissione politica del CEIC, «in grande imbarazzo». In particolare, due giorni dopo il voto del 9 agosto, il Partito Comunista d'Austria lamentò di aver potuto fare «poco per istruire i [propri] iscritti», esposti ai violenti attacchi del Partito Socialdemocratico d'Austria: «I nostri compagni delle fabbriche vengono direttamente in segreteria [e chiedono] cosa dovremmo rispondere ai socialdemocratici, [che] ci salutano con Heil Hitler, ecc.»[150].

Le posizioni critiche[modifica | modifica wikitesto]

In Francia il quotidiano socialista Le Populaire, organo della Sezione Francese dell'Internazionale Operaia diretto da Léon Blum, commentò duramente la scelta comunista di sostenere il plebiscito: «L'obiettivo della lotta è la distruzione dell'ultima cittadella repubblicana in Germania. E per questo compito antidemocratico e antioperaio, i comunisti si sono ufficialmente alleati con i peggiori nemici del proletariato, con il nazionalismo revanscista, e con il capitalismo sfruttatore. La stella sovietica, fraternamente unita alla svastica dei razzisti per aprire alla Germania la strada della guerra civile e del trionfo finale della dittatura fascista!»[102]. Il fallimento del plebiscito fu salutato da un editoriale di Blum come un successo della socialdemocrazia contro la reazione e la guerra. Blum si disse non sorpreso dall'«alleanza di Hitler con i comunisti», avendo «avuto molte occasioni per dimostrare che i due movimenti avevano alla base un retroterra comune», e dato che «frequenti esperienze» avevano «mostrato quanto facilmente le masse popolari inorganiche passavano dal comunismo al fascismo o viceversa». L'«accoppiamento di comunismo e populismo» (il DVP), essendo quest'ultimo espressione della grande industria, gli appariva invece come «qualcosa di sicuramente mostruoso»[151]. In seguito Blum indicò la principale ragione della sconfitta della «coalizione scandalosa» nel fatto che «la parte della classe operaia finora guidata dal comunismo si [era] ribellata alla mostruosa parola d'ordine che le [era] stata dettata dai suoi capi»[152]. Il quotidiano socialista francese, nell'esprimere gioia e fierezza per il risultato conseguito dalla «sezione tedesca della nostra Internazionale», accusò il KPD di essersi «associato, alleato, unito a coloro che sono responsabili della reazione, della catastrofe e della guerra! Mai prima d'ora il bolscevismo ha mostrato il suo profondo disprezzo per gli interessi del proletariato in modo più chiaro! Mai prima d'ora il comunismo moscovita ha tradito in modo più cinico la causa degli operai che hanno riposto in esso la loro fiducia e la loro speranza»[153].

Isaac Steinberg, socialista rivoluzionario russo in esilio in Germania dopo essere stato commissario del popolo per la giustizia della Russia bolscevica, pur condannando la socialdemocrazia tedesca come forza politica senza un chiaro programma e completamente allo sbando, biasimò la condotta del KPD in un articolo del luglio 1931 pubblicato anche dall'Avanti!, organo di stampa dei socialisti massimalisti italiani diretto a Parigi da Angelica Balabanoff. Dopo aver in un primo momento escluso la possibilità di «fare causa comune colle bande degli assassini fascisti», i comunisti avevano scelto di aderire al plebiscito e così facendo, secondo Steinberg, avevano portato lo scompiglio non nelle file della borghesia come auspicava Thälmann, ma nelle file del proletariato. Steinberg scrisse:

«In realtà i lavoratori comunisti vengono indotti non solo a spiegare un'azione simultanea a quella dei nazionalsociali, sebbene un lavoro comune con essi. Allorquando Thälmann incita gli operai comunisti a fare un "fronte unico con i lavoratori anticapitalistici militanti nelle file dei nazionalsociali" egli respinge i milioni di operai socialdemocratici, mentre la prima condizione per un movimento rivoluzionario sarebbe quella di formare un fronte unico con questi. Però questa decisione del P. C. [Partito Comunista] trae seco un'altra conseguenza ancora, essa contribuisce a deviare l'attenzione e lo sforzo della classe lavoratrice dalla lotta rivoluzionaria per concentrarla sull'azione parlamentare proprio nel momento in cui la reazione ha eliminato il parlamento e le masse dovrebbero essere chiamate all'azione diretta contro il capitalismo stesso.»

Infine, Steinberg notò che la «linea nazionale» seguita dai comunisti per disposizioni di Mosca creava «sempre più punti di contatto» tra essi e i nazionalsocialisti[34].

Lev Trockij, capo dell'Opposizione di sinistra internazionale

Dal suo esilio sull'isola turca di Prinkipo, Lev Trockij scrisse un articolo intitolato Contro il nazional-comunismo, in cui attaccava tutta la linea nazionale seguita in quegli anni dal KPD, ma senza cedimenti verso la direzione socialdemocratica[154]. L'articolo così esordiva: «Gli errori del Partito comunista tedesco nella questione del plebiscito rientrano nella categoria degli errori che diventano sempre più evidenti e che rimarranno per sempre nei manuali di strategia rivoluzionaria come esempi di quello che non si deve fare. [...] è sbagliato tutto: la valutazione della situazione è erronea, in modo erroneo è formulato l'obiettivo immediato; erronei sono i mezzi prescelti per realizzarlo»[155]. In riferimento alle condizioni poste dal KPD al governo prussiano per evitare l'adesione del partito al plebiscito, Trockij notò in primo luogo che così facendo si era tentato un fronte unico con i capi socialdemocratici ("dall'alto"). Ciò contraddiceva tanto il proclamato principio per cui il fronte unico andava cercato solo con la base ("dal basso"), quanto la teoria del socialfascismo: «Se la socialdemocrazia non rappresenta che una variante del fascismo, come è possibile presentare ai socialfascisti una proposta ufficiale di comune difesa della democrazia?». Inoltre, mentre erano state poste delle condizioni ai socialdemocratici per formare un fronte unico con essi, per formare un fronte unico con i nazionalsocialisti non era stata posta a questi ultimi alcuna condizione. Trockij affermò che in quest'occasione comunisti e nazionalsocialisti avevano effettivamente formato un fronte unico, ma respinse la tesi socialdemocratica per cui essi sarebbero stati politicamente contigui:

«Non c'è il minimo dubbio che si tratta di due partiti irriducibilmente avversi e tutte le menzogne della socialdemocrazia non riusciranno a farlo dimenticare agli operai. Ma il fatto rimane: in una determinata campagna, la burocrazia staliniana ha trascinato gli operai rivoluzionari in un fronte unico con i nazionalsocialisti, contro la socialdemocrazia. [...]

Non abbiamo alcun motivo di appoggiare il governo Braun, di assumercene la benché minima responsabilità di fronte alle masse o di attenuare minimamente la nostra lotta politica contro il governo Brüning e la sua agenzia prussiana. Ma abbiamo ancor meno motivo di aiutare i fascisti a sostituire il governo Brüning-Braun. Perché, se accusiamo giustamente la socialdemocrazia di aver sgomberato la strada al fascismo, nostro compito non può essere quello di accorciare la strada che il fascismo stesso deve percorrere[156]

Agli occhi di Trockij, l'unico passaggio del discorso di Thälmann del 24 luglio ad apparire «una seria giustificazione della svolta» era quello per cui il plebiscito avrebbe favorito una «mobilitazione extraparlamentare di massa». Tuttavia, secondo il rivoluzionario russo, una prospettiva del genere era impedita dai rapporti di forza sfavorevoli: «Scendere in piazza con la parola d'ordine: "Abbasso il governo Brüning-Braun!", quando, stando ai rapporti di forza, un tale governo non può essere sostituito che da un governo Hitler-Hugenberg è puro avventurismo»[157]. Evocando le fasi preliminari della rivoluzione d'ottobre, Trockij rilevò che i bolscevichi non si erano rifiutati di combattere il reazionario Kornilov per "vendetta" contro i menscevichi e i socialrivoluzionari del governo provvisorio di Kerenskij, che pure li aveva perseguitati, ma avevano prima fermato Kornilov e poi rovesciato Kerenskij[158]. Secondo Trockij, con la strategia della "rivoluzione popolare" «la burocrazia staliniana tende sempre di più ad agire contro il fascismo valendosi delle sue stesse armi: prende a prestito i colori della sua tavolozza politica e cerca di superarlo in un clamoroso rilancio di patriottismo. Non sono metodi e principî di una politica di classe, ma procedimenti concorrenziali piccolo-borghesi», attraverso i quali «il marxismo è stato tradito nei suoi principî per ottenere una migliore contraffazione della ciarlataneria fascista»[159]. Da tale «volgare concorrenza con il fascismo» derivava l'adesione del KPD al plebiscito: «voi avete una rivoluzione popolare, ma ce l'abbiamo anche noi; per voi la liberazione nazionale è il criterio supremo, anche per noi è così; voi dichiarate guerra al capitalismo occidentale, noi promettiamo la stessa cosa; voi avete il plebiscito, anche noi ne faremo uno, e migliore, un "plebiscito rosso"»[160]. Si trattava dunque del prodotto di «una degenerazione ideologica del partito ormai molto avanzata. Malgrado questo, resta l'avventura più vergognosa che si sia mai vista». Avendo avvantaggiato tutte le forze politiche e indebolito il KPD, «[n]on si poteva rendere miglior servigio al capitalismo tedesco e mondiale»[161]. Trockij criticò anche l'assenza nel partito di un serio dibattito interno, domandando polemicamente quale fosse «l'origine», da lui ritenuta non bolscevica, «dell'attuale spaventoso "monolitismo", di una funesta unanimità che fa di ogni svolta di maldestri dirigenti una legge assoluta per un partito gigantesco»[162]. Infine, il capo dell'Opposizione di sinistra accusò il capo dell'URSS: «Stalin ha spinto il Comitato centrale tedesco tramite i suoi agenti e per parte sua si è tirato prudentemente indietro. In caso di successo della nuova politica, tutti i Manuil'skij e tutti i Remmele dichiareranno che l'iniziativa era di Stalin. In caso di insuccesso, Stalin avrà modo di trovare il colpevole»[163][N 10].

Nel maggio 1932, il gruppo trockista Nuova Opposizione Italiana – sezione italiana dell'Opposizione di sinistra guidata da Pietro Tresso, Alfonso Leonetti e Paolo Ravazzoli, espulsi dal Partito Comunista d'Italia nel 1930 – analizzò l'andamento dei risultati elettorali in Prussia dal 1928 al 1932 sul proprio bollettino pubblicato a Parigi e commentò: «la burocrazia stalinista non sa nutrirsi che di gridi sterili e di illusioni retoriche. Con la politica del socialfascismo, di cui il coronamento si ha nel blocco con Hitler per il rovesciamento del governo socialdemocratico di Prussia (famoso plebiscito rosso), con una tale politica imbecille e criminale, i frutti non tardano a maturare, e sono frutti nefasti»[164].

Simone Weil, filosofa francese

La filosofa francese Simone Weil, allora vicina ad ambienti trockisti, esaminò la situazione politica tedesca in una serie di scritti del 1932. Weil notò che, per effetto della teoria del socialfascismo, di fronte alla crescita del movimento hitleriano il KPD, anziché cercare il fronte unico con i socialdemocratici, rimaneva inerte e – scrisse – «[n]ella sua superbia, si accontenta di definire fascista tutto quanto non è comunista»[165]. Dopo essersi recata a Berlino nell'agosto 1932, la filosofa francese si soffermò diffusamente sui peculiari rapporti tra comunisti e nazionalsocialisti. Agli occhi di Weil i comunisti, se per un verso «si lasciano accecare dal disgusto legittimo che ispira loro la socialdemocrazia» al ricordo delle repressioni di Gustav Noske, dall'altro lato sono animati da

«una certa corrente di simpatia verso gli hitleriani, la cui apparente energia, soprattutto negli scioperi, a volte contrasta favorevolmente con le capitolazioni socialdemocratiche. Si ha spesso l'impressione che operai comunisti e operai hitleriani, nelle loro discussioni, cerchino invano di trovare il punto di disaccordo e colpiscano a vuoto. In pieno terrore hitleriano, si potevano sentire hitleriani e comunisti rimpiangere insieme i momenti in cui lottavano, come dicevano, "fianco a fianco", vale a dire il tempo del "plebiscito rosso"; si poteva sentire un comunista gridare: "Meglio nazista che socialdemocratico"[166]

Sempre in campo trockista, Peter Petroff e sua moglie Irma, emigrati nel Regno Unito dalla Germania dopo l'avvento del regime nazista, analizzarono le cause della vittoria di Hitler in un volume pubblicato nel 1934 dagli scrittori Leonard e Virginia Woolf. Secondo i Petroff, in occasione del plebiscito i comunisti tedeschi su ordine di Mosca «si imbrigliarono come terzo cavallo alla carrozza fascista» accanto allo Stahlhelm e all'NSDAP, dopo che nella campagna elettorale dell'anno precedente avevano fatto ampio uso di slogan nazionalisti, dando vita a «una spregevole corsa tra nazisti e comunisti per la palma della demagogia»[167].

Critiche al KPD furono mosse anche dal periodico bordighista Prometeo, stampato a Bruxelles, che conformente alla propria impostazione astensionista definì le votazioni «battaglie cartacee che nulla potranno mai risolvere» e commentò: «L'opportunismo ha condotto il partito fino all'abisso, fino a confondersi con l'iniziativa dei fascisti, fino a trasformarsi in una pedina di manovra delle lotte elettorali dove sempre si inganna il proletariato e dove il partito non dovrebbe intervenire che per dimostrarne il significato rivoluzionario»[168].

Il "plebiscito rosso" nella letteratura antistalinista[modifica | modifica wikitesto]

Ignazio Silone, scrittore italiano

Lo scrittore Ignazio Silone, anch'egli espulso dal Partito Comunista d'Italia nel 1931 per la sua opposizione alla politica stalinista, nell'opera del 1938 La scuola dei dittatori scrisse che il KPD «tentò di arginare la penetrazione del nazionalsocialismo nelle file operaie, rivalizzando con esso in demagogia patriottica» (il riferimento è alla Dichiarazione programmatica per la liberazione nazionale e sociale del popolo tedesco del 1930), e dunque

«[non] mancarono occasioni perché la coincidenza delle formule politiche li conducesse a fraternizzare in comuni azioni pratiche. Questo avvenne nel plebiscito contro il governo socialdemocratico di Prussia, che fu, in origine, un'iniziativa nazionalsocialista e che i comunisti tedeschi dapprima avversarono e qualificarono come demagogica, e poi, per ordine di Mosca, sostennero, giustificando quel modo di procedere col principio che, per arrivare a battere il fascismo, bisognasse anzitutto passare sul cadavere putrefatto della democrazia. In quell'occasione fu dato di vedere gruppi comunisti costituire, assieme a S.A., dei bene affiatati "cori parlati", che nei cortili delle grandi case operaie e per strada invitavano gli elettori a votare contro il governo socialdemocratico. Una nuova occasione per fraternizzare comunisti e nazisti ebbero a Berlino nel 1932, durante il grande sciopero dei trasporti cui parteciparono attivamente nazionalsocialisti e comunisti. Dopo quegli episodi i S.A. ebbero libera circolazione nei quartieri proletari e sembrò colmato l'abisso che nei primi tempi aveva separato, come due forze inconciliabili, il proletariato e il nazionalsocialismo[169]

Victor Serge, scrittore sovietico in esilio

Lo scrittore trockista Victor Serge criticò il "plebiscito rosso" nel suo romanzo del 1939 È mezzanotte nel secolo, attraverso i giudizi espressi dai protagonisti, dei dissidenti sovietici deportati. In una discussione sulla situazione in Germania, ambientata in un momento precedente alla votazione, uno dei deportati sostiene che la politica antisocialdemocratica alla base dell'iniziativa «puzza di sconfitta»[170]. Per bocca di un altro personaggio, Serge fece anche riferimento alla teoria – all'epoca seguita dalla corrente di "sinistra" del KPD che faceva capo a Neumann e Remmele – per cui l'avvento al potere di Hitler avrebbe aperto la strada a una rivoluzione comunista[171], rilevando che la presa del potere dei nazisti aveva invece unicamente rafforzato il dominio di Stalin sull'URSS:

«Molti cretini sostengono ancora che bisogna permettere a Hitler di prendere il potere, perché presto si logorerà, farà bancarotta, scontenterà tutti, ci aprirà la strada... [...] bisogna battersi a morte prima della presa del potere. Dopo, sarà troppo tardi. Preso il potere, Hitler lo conserverà, sappiamo in che modo. E saremo fottuti per molto tempo: di conseguenza, la reazione burocratica si stabilizzerà in Urss forse per dieci anni... Tra queste due dittature esistono delle singolari coincidenze. Stalin ha reso un buon servizio a Hitler allontanando le classi medie dal comunismo con l'incubo della collettivizzazione forzata, della carestia, del terrore contro i tecnici. Hitler, allontanando dall'Europa la possibilità del socialismo, renderà un buon servizio a Stalin... Questi becchini sono fatti per capirsi. Due fratelli nemici. Uno sotterra in Germania una democrazia fallita, figlia di una rivoluzione abortita; l'altro sotterra in Russia una rivoluzione vittoriosa scaturita da un proletariato estremamente debole, e abbandonata a se stessa dal resto del mondo; tutti e due guidano coloro da cui dipendono – borghesia in Germania, burocrazia da noi – verso il cataclisma...[172]»

In una biografia di Stalin pubblicata nel 1940, Serge accennò in una nota alle «responsabilità di Stalin nell'avvento del nazismo in Germania», biasimando la politica mirante a «passare sul corpo della socialdemocrazia socialfascista per vincere il fascismo». Serge rilevò che il mantenimento della candidatura di Thälmann al secondo turno delle elezioni presidenziali del 1925 aveva favorito la vittoria del conservatore Hindenburg, mentre in Prussia era accaduto ai comunisti di «unirsi ai nazisti, al di fuori del "plebiscito rosso", per cacciare dal potere il governo socialdemocratico di Berlino». Secondo Serge, queste manovre avevano avuto l'effetto di «creare una massa fluttuante di circa due milioni di disoccupati i quali ora votavano per i comunisti ed ora per i nazisti, assicurando sulle piazze la preponderanza alle bande hitleriane, mentre la collaborazione sincera, se fosse stata possibile, fra i socialisti e i comunisti avrebbe potuto probabilmente sbarrare la strada al nazismo nel 1931-1932»[173].

Jan Valtin, scrittore tedesco

Il plebiscito è menzionato anche dallo scrittore tedesco Jan Valtin, ex agente segreto al servizio del Comintern, nella sua autobiografia romanzata Out of the Night pubblicata negli Stati Uniti nel 1941 ottenendo un grande successo di vendite, ma la cui attendibilità è controversa[174]. Valtin, che all'epoca era un militante del KPD, colloca il plebiscito in un contesto in cui comunisti e nazionalsocialisti «unirono le forze per tagliare la gola a una democrazia già vacillante. Fu una strana alleanza, mai ufficialmente proclamata o riconosciuta né dalla burocrazia rossa né da quella bruna, ma un fatto orribile comunque». Valtin scrive che nella base del partito molti resistettero sotterraneamente a tale linea, ma che lui fu invece tra gli elementi fedeli alle direttive del Comitato centrale, per cui «una tregua temporanea e un'azione combinata venivano concordate tra i seguaci di Stalin e di Hitler ogni volta che essi intravedevano un'opportunità per attaccare e interrompere riunioni e manifestazioni del fronte democratico». Valtin riporta che nel solo 1931 partecipò «a dozzine di tali imprese terroristiche insieme ai più violenti elementi nazisti». In merito al plebiscito, l'autore riferisce che le perplessità nella base comunista circa l'opportunità di aderire all'iniziativa delle destre furono vinte dalla direzione del Comintern, cosicché «mentre i gruppi terroristici comunisti e nazisti facevano fuoco l'un contro l'altro in schermaglie notturne, i comunisti si recavano lealmente alle urne per dare i loro voti a sostegno di una campagna lanciata dal monarchico Hugenberg e dal fascista Hitler»[175]. Riguardo alla generale politica del KPD, Valtin commenta: «I migliori alleati involontari di Hitler eravamo noi, i comunisti»[176].

Margarete Buber-Neumann, scrittrice tedesca e vedova del dirigente comunista Heinz Neumann, fucilato dai sovietici nel 1937

Riferimenti alla consultazione prussiana del 9 agosto 1931 sono presenti anche nei libri autobiografici di Margarete Buber-Neumann, ex militante comunista e vedova del dirigente del KPD Heinz Neumann. In Prigioniera di Stalin e Hitler, pubblicato per la prima volta in lingua svedese nel 1948, Buber-Neumann narra della sua sorte dopo che nel 1937 il marito fu fucilato nell'ambito delle Grandi purghe: dapprima internata per due anni nel gulag di Karaganda e poi, dopo essere stata riconsegnata nel 1940 alla Germania nazista a seguito del patto Molotov-Ribbentrop, imprigionata nel campo di concentramento di Ravensbrück fino al termine della guerra. Dopo la liberazione dal lager, Buber-Neumann è ospitata da una famiglia di comunisti espulsi dal partito nel 1931 con l'accusa di trockismo e raccoglie lo sfogo del capofamiglia:

«Il peggio è che non possiamo neppure gridare troppo forte vittoria per la liberazione: in fondo, non siamo anche noi corresponsabili del caos attuale? Senza saperlo, anche noi comunisti non abbiamo fatto colare a picco la repubblica di Weimar per conto dei russi? [...] Se penso al plebiscito popolare rosso mi si rivolta ancora lo stomaco![177]

L'autrice torna sull'argomento nel libro del 1957 Da Potsdam a Mosca, che è dedicato alla memoria di Heinz Neumann e ripercorre gli eventi che portarono prima alla sua destituzione e poi alla sua uccisione: «Il giorno in cui si svolse il "plebiscito rosso", uno dei più oscuri della storia del partito comunista tedesco, sugli edifici dei seggi elettorali le bandiere rosse con falce e martello sventolarono accanto alle bandiere rosse con il simbolo della svastica»[178][N 11].

Valutazioni storiografiche[modifica | modifica wikitesto]

Nella storiografia il plebiscito prussiano del 9 agosto 1931 è generalmente considerato il «momento culminante» della lotta contro la socialdemocrazia condotta dai comunisti in demagogica competizione con i nazisti[179][180][181][182]. È inoltre ampiamente condivisa la valutazione per cui la partecipazione comunista al plebiscito indetto dalle forze di destra approfondì il conflitto politico con i socialdemocratici, allontanò le basi operaie dei due partiti e quindi ostacolò la formazione di un fronte unico contro la minaccia sempre più incombente di una conquista del potere da parte dei nazisti[183][184][185][186].

Un giudizio critico sul "plebiscito rosso" è espresso anche nell'opera storiografica ufficiale del Comitato centrale del Partito Socialista Unificato di Germania (SED), il partito egemone della Repubblica Democratica Tedesca, nato nel 1946 dalla fusione forzata delle forze del KPD e dell'SPD nella Germania orientale occupata dai sovietici. Nell'opera, curata dal segretario Walter Ulbricht, il crollo della Repubblica di Weimar è trattato nel quarto volume, pubblicato nel 1966 allorché il processo di destalinizzazione era ormai consolidato. Il coinvolgimento del KPD nel plebiscito è giudicato una «decisione errata gravida di conseguenze» (folgenschwere Fehlentscheidung), che avrebbe interrotto «gli sforzi del KPD, [fino a quel momento] coronati dal successo, per la creazione di un fronte di unità proletaria»[187]. La tesi espressa nel volume per cui i soli responsabili del "plebiscito rosso" sarebbero stati Neumann e Stalin venne accettata, con la dovuta distanza, anche dagli studiosi della Germania federale fino alla riunificazione del 1990. Le storiografie orientale e occidentale dunque si trovarono insolitamente a convergere sulla tesi per cui il KPD era stato costretto da Mosca a partecipare al plebiscito e quindi ad agire «contro i propri interessi»[188].

Nell'introduzione alla raccolta degli scritti di Togliatti del periodo 1929-1935, pubblicata nel 1973, Ernesto Ragionieri scrive che alla «ricostruzione dei fatti che assegna la maggiore responsabilità per quella decisione agli intrighi di Heinz Neumann» appoggiati da Stalin «fa però difetto l'analisi del terreno sul quale questo terremoto politico poté verificarsi, e cioè il regime interno del Partito comunista tedesco e dell'Internazionale comunista nonché delle prospettive generali di valutazione della situazione nelle quali esso maturò», per cui «neppure l'insuccesso clamoroso cui il plebiscito andò incontro portò ad una rettifica di giudizio»[136].

Aldo Agosti, nel terzo volume del suo studio sulla Terza Internazionale edito nel 1979, definisce il plebiscito «un episodio che resta ancora per molti aspetti oscuro, ma che in ogni caso fu gravido di conseguenze negative per il movimento operaio tedesco». Agosti si esprime in termini ipotetici in merito alla decisione del KPD di partecipare al plebiscito, ma ritiene ad ogni modo certo l'intervento in tal senso del CEIC, sollecitato da Neumann e approvato da Stalin e Molotov, interessati a sabotare la politica di avvicinamento alla Francia intrapresa da Brüning. Aggiunge inoltre che «il brusco dietrofront operato dal KPD, di cui Pjatnitskij al XII Plenum menò grande vanto [...] , era in realtà una spia del suo limitato grado di autonomia e della sclerotizzazione del suo gruppo dirigente»[189].

Christian Striefler, in uno studio del 1993 sui rapporti tra KPD e NSDAP al tramonto della Repubblica di Weimar, ricostruisce il dibattito sulle azioni congiunte dei due partiti in relazione alla teoria del totalitarismo, la quale tende ad assimilare fascismo e comunismo contrapponendo entrambi alla democrazia liberale. Gli autori liberali sostenitori del sistema democratico di Weimar hanno posto l'accento sul disprezzo per il parlamentarismo che accomunava comunisti e nazisti e sull'effetto distruttivo avuto sull'ordinamento democratico dalle loro azioni comuni. Gli studiosi più vicini al comunismo, in disaccordo con la teoria del totalitarismo, hanno citato i frequenti scontri tra i militanti dei due partiti come prova dell'impegno antifascista del KPD e hanno sottolineato la diversità dei loro obiettivi, ritenendo che alla base delle azioni congiunte vi fossero delle mere considerazioni tattiche a breve termine. Dal canto suo, Striefler ritiene che il plebiscito prussiano e lo sciopero dei trasporti di Berlino del 1932, assurti a «cavalli da parata della teoria del totalitarismo», dimostrino che l'ostilità tra i due partiti non venne mai meno e che entrambi miravano all'annientamento della democrazia "formale" quale passaggio necessario per combattere la battaglia definitiva l'uno contro l'altro[190]. Quanto alla partecipazione del KPD al plebiscito, Striefler ritiene «ragionevole» la tesi per cui essa fu decisa principalmente nell'interesse della politica estera sovietica, intenzionata a indebolire l'SPD filoccidentale, anche considerato che la decisione fu presa dal Comintern negli stessi giorni in cui Brüning era a Parigi in visita di Stato[191].

Nel 2007 lo storico tedesco Bert Hoppe ha pubblicato uno studio sul rapporto tra il KPD e Stalin, realizzato grazie all'accesso agli ex archivi sovietici aperti nel 1991 in quella che è ricordata come "rivoluzione degli archivi" (Archivrevolution), che secondo Hoppe ha offerto agli storici del comunismo e dell'Unione Sovietica «opportunità di ricerca che prima potevano solo sognare»[192]. Hoppe scrive che il plebiscito è esemplificativo del «modo caotico in cui venivano determinate la politica e le decisioni del Comintern» e dimostra «che il KPD non era diretto in un modo freddo e calcolato, ma che i comunisti a volte prendevano le loro decisioni politiche per istinto – orientati dalle loro percezioni distorte e guidati dalle loro aspettative rivoluzionarie». Prese in esame le diverse interpretazioni storiografiche elaborate nei decenni precedenti su entrambi i versanti della cortina di ferro, Hoppe afferma che la tesi per cui si sarebbe trattato di un'iniziativa del solo Neumann approvata da Stalin è viziata da una personalizzazione «secondo il consueto modello del capro espiatorio»[188]. Lo storico giudica «fuorviante» anche la tesi, sostenuta dalla storiografia occidentale sulla base del presupposto che il Comintern fosse principalmente uno strumento di politica estera dell'Unione Sovietica, per cui Mosca avrebbe schierato il KPD contro i socialdemocratici, considerati dall'XI Plenum del CEIC i «promotori e difensori più attivi» di un fronte antisovietico, per evitare che esercitassero pressioni sul governo tedesco affinché si avvicinasse alla Francia. Hoppe rileva in proposito che nel febbraio 1931 l'ambasciatore sovietico a Berlino, Chinčuk, in un rapporto inviato a Mosca tre giorni dopo l'abbandono del Reichstag da parte dell'NSDAP, scrisse che l'accresciuta influenza dell'SPD sul governo non avrebbe aggravato le relazioni tedesche con l'URSS né migliorato quelle con la Francia. Nella primavera del 1931 dunque Mosca non prese alcuna iniziativa per spingere il KPD a intensificare gli attacchi contro l'SPD, mentre l'idea di rovesciare il governo Braun attraverso una petizione popolare era già stata autonomamente valutata dalla direzione del partito tedesco in gennaio[193].

Hoppe individua le motivazioni che indussero la direzione del Comintern a schierare il KPD a sostegno del plebiscito nell'effettiva condivisione della tesi di Neumann per cui nell'estate del 1931 il collasso del capitalismo sarebbe stato imminente, nonché nell'intenzione di affossare definitivamente l'NSDAP approfondendone la crisi aperta dalla rivolta di Stennes. Secondo Hoppe, il Comintern riteneva che sottrarre agli estremisti di destra la conduzione della lotta contro il governo prussiano avrebbe permesso al KPD di conquistare i loro elettori (da qui la direttiva rivolta nel luglio 1931 dalla direzione del KPD ai funzionari del partito di «mettere in primo piano» la tematica nazionale e la lotta contro il piano Young), mentre la prospettiva di una partecipazione nazionalsocialista al nuovo governo prussiano era considerata «una tappa intermedia, un costo accettabile» sulla strada della rivoluzione comunista[194].

Alla luce delle nuove acquisizioni documentali sul plebiscito, Bernhard H. Bayerlein giudica «insufficiente» la tesi del «fronte unico rossobruno contro la socialdemocrazia», poiché la motivazione che indusse il KPD a partecipare «non era unire le forze con i nazionalsocialisti, ma piuttosto mostrare di essere determinato a prevenirli, a plasmare attivamente il plebiscito [secondo i propri obiettivi] e quindi a impossessarsi dell'iniziativa». Lo studioso ritiene «ancora plausibile» la tesi secondo cui la campagna era funzionale alla politica estera di Stalin in quanto poteva sabotare i tentativi del governo Brüning di raggiungere un'intesa con la Francia[195].

Note[modifica | modifica wikitesto]

Note esplicative e di approfondimento[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ In italiano il termine Volksentscheid, che designa il particolare istituto giuridico tedesco di democrazia diretta adoperato nell'occasione, è tradotto sia come "plebiscito" sia come "referendum". Secondo il tradizionale criterio distintivo invalso nella dottrina giuridica italiana, «la parola referendum dovrebbe essere impiegata solo per le pronunce popolari che hanno per oggetto atti normativi, non invece per quelle che riguardino la decisione in ordine a determinati fatti o eventi [...] . Per queste ultime ipotesi si adopera più propriamente il termine "plebiscito"». Cfr. Costantino Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, II, Padova, CEDAM, 1969, p. 784. In questo caso, avendo la consultazione popolare ad oggetto un fatto (lo scioglimento dell'assemblea legislativa), la traduzione italiana più corretta è "plebiscito".
  2. ^ Gli ultimi quattro governi della Repubblica di Weimar (Brüning I e II, Papen e Schleicher) furono formati e gestiti con queste modalità dal presidente Hindenburg, tant'è che nella storiografia si parla di "governi del presidente" (Präsidialkabinett) e quest'ultimo periodo della storia repubblicana (1930-1932), immediatamente precedente all'avvento del nazionalsocialismo, viene talvolta definito "dittatura presidenziale" (Präsidialdiktatur).
  3. ^ L'importanza della figura di Severing era tale che il governo della Prussia è detto anche Braun-Severing, Severing-Braun oppure anche semplicemente governo Severing (Severingregierung). Cfr. ad esempio Thälmann 1975, p. 207.
  4. ^ Secondo un rapporto inviato a Benito Mussolini il 20 giugno dal console italiano a Monaco, Giovanni Capasso Torre, Hitler puntava a conquistare il Landtag prussiano dopo la naturale scadenza della legislatura, alle elezioni previste per la primavera del 1932, ritenendo l'iniziativa dello Stahlhelm «una mossa sbagliata e destinata all'insuccesso, poiché non ha tenuto alcun conto del fatto previsto dalla costituzione, che il plebiscito promosso a tale scopo dovrebbe raggiungere, per essere vittorioso, la cifra dell'80% degli elettori iscritti, cifra impossibile a raggiungere». Cfr. De Felice 2013, doc. 26. La cifra dell'80% indicata nel rapporto è erronea: occorreva il 50% dei voti.
  5. ^ a b Nazis (da cui il termine italiano "nazisti"), Sozis e Kozis erano i nomignoli con cui erano chiamati rispettivamente i nazionalsocialisti, i socialdemocratici e i comunisti. Cfr. anche Wiegrefe 2008, p. 36.
  6. ^ Dalla documentazione ufficiale del Comitato centrale risulta che il partito negava di aver formato un fronte unico con le forze di destra, ritenendolo in ogni caso non più inopportuno del fronte unico con i socialdemocratici: «Noi non facciamo fronte unico con i nemici mortali della classe operaia, tanto con Hugenberg o Hitler, con Seldte o Duesterberg, quanto con Severing e Braun, con Leipart e Tarnow. Gli uni come gli altri sono nemici mortali della classe operaia». Cfr. Hermann Weber, Zum Verhältnis von Komintern, Sowjetstaat und KPD, in Weber et al. 2014, p. 88.
  7. ^ Babette Gross, vedova e biografa di Münzenberg, scrive che quest'ultimo, pur considerando la partecipazione comunista al plebiscito «una follia», dopo un iniziale rifiuto di farne la propaganda sui suoi giornali si adeguò alla linea perché «un ordine del partito era un ordine del partito!» (Parteibefehl war Parteibefehl!). Cfr. Gross 1967, pp. 228-229.
  8. ^ L'asprezza della lotta tra comunisti e socialdemocratici trova testimonianza nell'autobiografia dello scrittore Fred Uhlman, all'epoca membro dell'SPD: «La resistenza dei socialdemocratici contro il nazismo fu tanto più difficile perché dovevamo lottare su due fronti. I comunisti, ciechi e stupidi come in tante altre occasioni, e probabilmente in ossequio a una qualche direttiva proveniente da Mosca, avevano deciso che il principale nemico non erano i nazisti ma i Sozialfaschisten. Mentre le loro truppe d'assalto paramilitari aggredivano il nostro Reichsbanner, essi cercavano di impadronirsi non soltanto dei sindacati ma perfino delle associazioni musicali, dei club sportivi, ecc., usando tutti i trucchi, anche i più sleali». Cfr. Uhlman 2004, pp. 107-108.
  9. ^ Secondo gli scritti che Simone Weil dedicò alla situazione tedesca nel 1932, Péri aveva nella redazione dell'Humanité l'«incarico speciale di trasformare in successi le disfatte del partito [comunista] tedesco». Cfr. Weil 1990, p. 131. Lo stesso concetto è espresso a p. 36.
  10. ^ Pochi giorni prima Trockij aveva già espresso una veemente condanna dell'appoggio al plebiscito da parte del KPD: «diciamolo di passata, la politica del partito comunista tedesco nella questione del plebiscito assume un carattere particolarmente criminale. Il nemico più perfido non avrebbe saputo inventare un mezzo più sicuro per contrapporre gli operai socialdemocratici al Partito comunista e ostacolare lo sviluppo della politica di fronte unico proletario». Cfr. A proposito del controllo operaio sulla produzione. Lettera ad alcuni compagni, 20 agosto 1931, in Trotskij 1962, p. 269. Qualche mese dopo, in un post scriptum all'articolo La chiave della situazione è in Germania, datato 26 novembre 1931, Trockij prese le distanze dalle «molte approvazioni equivoche da parte della stampa socialdemocratica e democratica» per l'articolo Contro il nazional-comunismo. Avendo gli stalinisti considerato tali elogi la prova della formazione di un fronte unico tra trockisti e socialdemocratici, Trockij replicò: «Affermate che abbiamo fatto "fronte unico" con Wels e con Severing? Solo sul terreno e nella misura in cui voi avete fatto fronte unico con Hitler e con le sue bande di nera reazione. E con un'altra differenza: che si trattava per voi di una collaborazione politica con Hitler, mentre il nostro affare è consistito solo nello sfruttamento equivoco da parte dell'avversario di alcuni passi dei nostri scritti». Nello stesso articolo Trockij scrive: «chi ha tratto profitto dalla partecipazione stupida e criminale del Partito comunista tedesco al referendum fascista? I fatti hanno già dato una risposta incontestabile. Il profitto è andato ai fascisti e solo a loro». Cfr. Trotskij 1962, pp. 291-293 (corsivo nel testo). L'articolo fu pubblicato anche in Bollettino dell'Opposizione Comunista Italiana, n. 5, 15 dicembre 1931. Cfr. Massari 1977, pp. 166-183.
  11. ^ Buber-Neumann attribuisce la decisione di partecipare al plebiscito al solo Stalin, senza menzionare il ruolo avuto dal defunto marito e indicando in Walter Ulbricht (già «detestato» da Neumann: cfr. p. 271) il solo comunista tedesco «entusiasta dell'idea del referendum comune» con i nazisti. Babette Gross, sorella maggiore di Buber-Neumann, scrive che l'ordine era giunto «da Mosca e non dalla testa di Heinz Neumann, come fu affermato decenni dopo». Cfr. Gross 1967, p. 230. Tuttavia, la ricerca storiografica successiva ha confermato che fu proprio Neumann a prendere l'iniziativa dell'adesione al plebiscito e a sollecitare l'intervento del Comintern in suo favore. Cfr. Hoppe 2007, pp. 208-209.

Note bibliografiche[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Brinks 2000, p. 40.
  2. ^ Winkler 1998, p. 415.
  3. ^ Rusconi, Winkler 1999, pp. 63-64.
  4. ^ a b (FR) Les communistes allemandes luttent pour la majorité du prolétariat, in Cahiers du Bolchévisme, anno 7º, n. 22, 15 novembre 1932, pp. 1379-1387.
  5. ^ a b Winkler 1998, p. 541.
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  13. ^ Lo sforzo della Destra tedesca per staccare il Centro dai socialisti, in Corriere della Sera, 24 febbraio 1931, p. 5.
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  17. ^ G. P., Brüning e Curtius partono domani per Roma, in La Stampa, 4 agosto 1931, p. 1.
  18. ^ a b c Fulda 2009, p. 178.
  19. ^ Severing autorizza il referendum per lo scioglimento della Dieta prussiana, in Corriere della Sera, 6 marzo 1931, p. 7. In merito alla posizione dei comunisti, l'articolo afferma: «anche senza aderire ufficialmente per ragioni evidenti al plebiscito, è probabile che invitino i loro partigiani a votare per lo scioglimento della Dieta prussiana, nel qual caso le nuove elezioni in Prussia potrebbero aumentare anche le forze di estrema sinistra».
  20. ^ (DE) Verordnung des Reichspräsidenten zur Bekämpfung politischer Ausschreitungen. Vom 28. März 1931., su documentarchiv.de. URL consultato il 10 aprile 2020.
  21. ^ Hitler riorganizza il partito. Nuovi conflitti del lavoro, in Corriere della Sera, 10 aprile 1931, p. 1.
  22. ^ Le violenze dei comunisti in Germania, in Corriere della Sera, 20 aprile 1931, p. 7. L'articolo riporta che a Brema uno scontro tra un corteo di elmetti d'acciaio e un gruppo di comunisti nel distretto industriale di Hemelingen culminò con un ferito grave tra gli elmetti e un ferito tra i gendarmi intervenuti; ad Hamm, l'intervento della polizia per sciogliere un corteo di 1 300 comunisti, che marciavano verso il cimitero di Pelkum per commemorare i compagni caduti nelle manifestazioni di marzo, si concluse con tre morti e quattro feriti tra i comunisti e cinque feriti tra i gendarmi.
  23. ^ Ribhegge 2008, p. 489.
  24. ^ (DE) Die nächtliche Schlacht am Friedrichshain, in Die Welt am Abend, vol. 9, n. 19, 23 gennaio 1931, pp. 1-2.
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  28. ^ a b Paris 1974, pp. 159-160.
  29. ^ Brinks 2000, pp. 39-40.
  30. ^ Brown 2009, pp. 95-96 (sul nazionalismo del KPD) e 104-106 (sulla «deplorevole tendenza del KPD a dilettarsi nelle forme più basse di antisemitismo per raggiungere scopi tattici, una tendenza denunciata in più di un'occasione dall'SPD»).
  31. ^ Traverso 2018, pp. 146-148.
  32. ^ Mosse 1986, pp. 107 e 119.
  33. ^ Traverso 2018, p. 148.
  34. ^ a b c d e Isaac Steinberg, La tragedia della Germania (PDF), in Avanti!, 9 agosto 1931, p. 1. URL consultato il 1º maggio 2020. L'articolo reca in calce «Berlino, 20 luglio 1931». L'indicazione della data è evidentemente erronea, essendo menzionati nell'articolo eventi successivi.
  35. ^ Hermann Weber, Zum Verhältnis von Komintern, Sowjetstaat und KPD, in Weber et al. 2014, p. 71.
  36. ^ Fawkes 1984, p. 157.
  37. ^ a b Heimann 2011, p. 320.
  38. ^ Thälmann 1975, p. 84.
  39. ^ Heimann 2011, p. 321.
  40. ^ Hoppe 2007, p. 206. La ricostruzione dell'iter decisionale che portò il KPD a sostenere il plebiscito offerta da Hoppe si basa sulle comunicazioni intercorse tra i dirigenti del KPD e quelli del Comintern, nonché sulle relazioni presentate dai dirigenti tedeschi al Comintern negli anni successivi. Tra queste ultime, la relazione di "Herzen" (Hermann Remmele) del 2 agosto 1933, in cui egli afferma di aver proposto di precedere i partiti di destra nell'avviare l'iter della petizione popolare, è riprodotta in Weber et al. 2015, Dok. 267, pp. 801-803.
  41. ^ a b Hermann Weber, Zum Verhältnis von Komintern, Sowjetstaat und KPD, in Weber et al. 2014, p. 86.
  42. ^ Ernst Thälmann, discorso a Braunschweig, 28 febbraio 1931, in (DE) Thälmanns Abrechnung mit den Nazis (PDF), in Die Rote Fahne, 1º marzo 1931, p. 2. Ora in Thälmann 1975, p. 103. Il segretario del KPD dichiarò inoltre che i comunisti avrebbero promosso petizioni popolari contro i governi della Turingia e del Brunswick, i cui ministri dell'interno erano due nazionalsocialisti, Wilhelm Frick e Anton Franzen.
  43. ^ Paris 1974, p. 171.
  44. ^ Paris 1974, p. 155.
  45. ^ Per un'approfondita analisi delle basi teoriche della linea politica del Comintern del tempo, cfr. Paris 1974.
  46. ^ Thälmann 1975, p. 216.
  47. ^ Hoppe 2007, pp. 204-205.
  48. ^ Hoppe 2007, pp. 206-207.
  49. ^ Hoppe 2007, pp. 207-208.
  50. ^ Hoppe 2007, pp. 208-209. La "lettera della segreteria" di Neumann a Pieck del 15 luglio 1931 è riprodotta in Weber et al. 2015, Dok. 264, pp. 795-798.
  51. ^ Agosti 1979, pp. 314-315.
  52. ^ Hoppe 2007, pp. 209-211. Sulla divergenza di opinioni in merito alla partecipazione del KPD al plebiscito e sul ruolo risolutivo di Stalin cfr. anche p. 90; sulla «spontaneità» della decisione di Stalin cfr. pp. 220-221; per l'argomentazione di Stalin, così come emerge dalla lettera di Pieck, cfr. p. 223. La lettera di Pieck alla segreteria del KPD del 20 luglio 1931 è riprodotta in Weber et al. 2015, Dok. 266, pp. 799-801.
  53. ^ Hoppe 2007, p. 212-213. Il dato per cui l'ultimatum comprendeva quattro condizioni è tratto da Daycock 1980, p. 252.
  54. ^ Hoppe 2007, p. 213. Per il commento dell'organo del KPD della Prussia orientale, cfr. Hermann Weber, Zum Verhältnis von Komintern, Sowjetstaat und KPD, in Weber et al. 2014, p. 81.
  55. ^ (DE) Heraus zum Volksentscheid!, in Die Rote Fahne, 23 luglio 1931, p. 1.
  56. ^ (DE) Hinter dem Stahlhelm!, in Vorwärts, 23 luglio 1931, p. 1.
  57. ^ (DE) An die kommunistischen Arbeiter!, in Vorwärts, 24 luglio 1931, p. 2.
  58. ^ Ernst Thälmann, discorso all'"Assemblea dei funzionari delle organizzazioni di massa rivoluzionarie" alla birreria Neue Welt di Berlino, 24 luglio 1931, in (DE) Auf zur Offensive gegen den Klassenfeind! (PDF), in Die Rote Fahne, 26 luglio 1931, p. 3. Ora in Thälmann 1975, pp. 203-208. I passaggi citati sono alle pp. 206-207.
  59. ^ Hoppe 2007, p. 212.
  60. ^ Hoppe 2007, pp. 213-214.
  61. ^ Hoppe 2007, pp. 214-216.
  62. ^ a b c Bruning sarà a Roma prima del 15 agosto, in Corriere della Sera, 31 luglio 1931, p. 1.
  63. ^ (EN) Karl-Liebknecht-Haus at Buelowplatz, domicile of the communist party's headquarters, with slogans for the referendum about the dissolution of the Prussian parliament, 1932 [sic], Photograph, su gettyimages.it. URL consultato il 31 luglio 2020.
  64. ^ Trotskij 1970, p. 334.
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  66. ^ Hoppe 2007, p. 224.
  67. ^ (DE) Hugenberg will Niederlage des roten Volksentscheids [Hugenberg vuole la sconfitta del plebiscito rosso], in Die Rote Fahne, 7 agosto 1931, p. 2.
  68. ^ Fulda 2009, pp. 178-179.
  69. ^ Luigi Morandi, Plebiscito prussiano, in La Stampa della Sera, 8 agosto 1931, p. 1.
  70. ^ a b c d Fulda 2009, p. 179.
  71. ^ (DE) Nach Mussolinis Muster [Secondo il modello di Mussolini], in Der Abend, supplemento del Vorwärts, 23 luglio 1931, pp. 1-2. Citato (tradotto in italiano) in Lönne 1985, p. 336, nota 128.
    «Il PCI ha sulla coscienza la funesta radicalizzazione della classe operaia italiana, che con una marea di scioperi insensati ha diffuso il panico bolscevico in tutti quei ceti che non erano ancora dalla parte del movimento operaio, e che, con le famigerate occupazioni di fabbrica di Milano e Torino, che hanno dovuto interrompersi senza successo dopo quattordici giorni, ha arrecato al proletariato italiano, nelle ore di maggior pericolo, una terribile sconfitta. Esso ha inoltre impedito un'azione unitaria della classe operaia italiana contro il fascismo, e nelle ore di estremo pericolo, non ha liquidato bensì fomentato la guerra fratricida all'interno del proletariato italiano»
    .
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  96. ^ Hoppe 2007, p. 218. La risoluzione del Comintern, datata 16 settembre 1931, è riprodotta integralmente in Weber et al. 2015, Dok. 269, pp. 807-811 (in tedesco), e in estratto in Fawkes 2014, 6.12, pp. 197-198 (in inglese).
  97. ^ G. P., L'Italia e la Germania lavorano d'accordo per la pace, in La Stampa, 11 agosto 1931, p. 1.
  98. ^ Hoppe 2007, pp. 217-218.
  99. ^ Winkler 1998, p. 480.
  100. ^ La Francia e il risveglio tedesco, in Corriere della Sera, 4 agosto 1931, p. 1.
  101. ^ Le destre francesi temono un ritorno degli Hohenzollern, in Corriere della Sera, 5 agosto 1931, p. 1.
  102. ^ a b (FR) Oreste Rosenfeld, Le nationalisme a l'assaut de la République, in Le Populaire, 8 agosto 1931, p. 3.
  103. ^ RSSE, p. 1803.
  104. ^ RSSE, pp. 1804-6.
  105. ^ N. B., Serenità nel cielo germanico, in La Stampa della Sera, 11 agosto 1931, p. 1.
  106. ^ La prossima visita di Laval e Briand a Berlino, in Corriere della Sera, 12 agosto 1931, p. 1.
  107. ^ C. P., Mutamento di fronte a Parigi sulla portata del plebiscito prussiano, in La Stampa, 12 agosto 1931, p. 7.
  108. ^ RSSE, p. 1919.
  109. ^ Divergenze franco-tedesche circa la visita di Laval a Berlino, in Corriere della Sera, 13 agosto 1931, p. 1.
  110. ^ Luigi Salvatorelli, Vent'anni fra due guerre, Roma, Edizioni italiane, 1946, p. 337.
  111. ^ G. P., Il plebiscito in Prussia, in La Stampa, 10 agosto 1931, p. 7.
  112. ^ Rosenhaft 2008, pp. 113-114.
  113. ^ Le finanze dei comuni tedeschi. La polizia contro i comunisti, in Corriere della Sera, 14 agosto 1931, p. 7.
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  116. ^ Vasta riforma in Germania. La Prussia assorbita dal Reich?, in Corriere della Sera, 22 agosto 1931, p. 1.
  117. ^ Patch 2006, p. 187.
  118. ^ La Baviera risolutamente contraria a ogni riforma del Reich, in Corriere della Sera, 25 agosto 1931, p. 7.
  119. ^ RSSE, pp. 1863-5.
  120. ^ (DE) Die Abrechnung mit der KPD, in Vorwärts, 15 settembre 1931, pp. 1-2.
  121. ^ (DE) SPD-Arbeiter, Schluß mit der Brüning-Politik!, in Die Rote Fahne, 15 settembre 1931, p. 3.
  122. ^ (DE) Tumulte vor dem Sportpalast, in Vorwärts, 15 settembre 1931, p. 3. Sull'incontro e i successivi disordini, cfr. anche Buber-Neumann 1966, pp. 293-294.
  123. ^ (DE) Brecht die kapitalistische Knechtschaft!, in Die Rote Fahne, 1º novembre 1931, p. 12. Versione digitale: Kommunistische Partei Deutschlands Bezirksleitung Berlin-Brandenburg-Lausitz-Grenzmark. Offener Brief an die werktätigen Wähler der NSDAP und die Mitglieder der Sturmabteilungen. 1. November 1931, su 321ignition.free.fr. URL consultato il 6 settembre 2021.
  124. ^ Ernst Thälmann, Einige Fehler in unserer theoretischen und praktischen Arbeit und der Weg zu ihrer Überwindung [Alcuni errori nel nostro lavoro teorico e pratico e il modo per superarli], in Die Internationale, 14, n. 11-12, ora in Thälmann 1975, pp. 214-236: 219. Questa è altre dichiarazioni dello stesso tenore sono citate in Hermann Weber, Zum Verhältnis von Komintern, Sowjetstaat und KPD, in Weber et al. 2014, p. 89.
  125. ^ Thälmann 1975, p. 280. Una traduzione non pedissequa è in Paris 1974, p. 160, nota 24.
  126. ^ (DE) Der Freistaat Sachsen Volksbegehren und -entscheide, su gonschior.de. URL consultato l'11 ottobre 2021.
  127. ^ (DE) Der Freistaat Oldenburg Volksbegehren und Volksentscheide, su gonschior.de. URL consultato l'11 ottobre 2021.
  128. ^ Hermann Weber, Zum Verhältnis von Komintern, Sowjetstaat und KPD, in Weber et al. 2014, p. 87 n.
  129. ^ (DE) Peter Haupt, Cassebohm, Friedrich, in Hans Friedl (a cura di), Biographisches Handbuch zur Geschichte des Landes Oldenburg, Oldenburg, Isensee, 1992, pp. 123-124. Cassebohm era il capo del governo dell'Oldenburg al tempo del plebiscito.
  130. ^ (DE) Der Freistaat Preußen Landtagswahl 1932, su gonschior.de. URL consultato il 23 luglio 2020.
  131. ^ Heimann 2011, p. 143.
  132. ^ Natoli 1980, p. 44.
  133. ^ Citato in Weil 1990, pp. 117-118.
  134. ^ Hermann Weber, Zum Verhältnis von Komintern, Sowjetstaat und KPD, in Weber et al. 2014, p. 99.
  135. ^ Wiegrefe 2008.
  136. ^ a b Ernesto Ragionieri, introduzione a Togliatti 1973, p. XCIX.
  137. ^ Internazionale Comunista, n. 16, 15 agosto 1931. L'editoriale, scritto prima che fossero noti i risultati del plebiscito, fu ripreso con «alcuni ritocchi e tagli» dai Cahiers du Bolchévisme, rivista teorica del Partito Comunista Francese, diviso in due parti. Prima parte: (FR) I. C., La situation en Allemagne et les tâches du Parti communiste allemand, in Cahiers du Bolchévisme, anno 6º, n. 9, settembre 1931, pp. 702-710. Seconda parte: (FR) I. C., La situation en Allemagne et les tâches du P.C.A. (suite et fin), in Cahiers du Bolchévisme, anno 6º, n. 10, 15 settembre 1931, pp. 764-769. I passaggi citati sono alle pp. 767-768 della seconda parte.
  138. ^ RSSE, p. 1861.
  139. ^ Pravda, 11 agosto 1931, in BPPR, p. 9.
  140. ^ Izvestija, 12 agosto 1931, in BPPR, p. 9.
  141. ^ (FR) Gabriel Péri, Du plébiscite au deuxième Versailles, in l'Humanité, 12 agosto 1931, p. 1. L'articolo si conclude attaccando il designato ambasciatore francese a Berlino, André François-Poncet, che per il suo passato di «uomo dell'alta metallurgia» e di «direttore dei servizi francesi di stampa e propaganda» durante l'occupazione della Ruhr è definito «personaggio simbolico che rappresenterà d'ora in poi a Berlino l'imperialismo francese».
  142. ^ (FR) Le plébiscite a bien été dirigé par les communistes, in l'Humanité, 12 agosto 1931, p. 3.
  143. ^ [Palmiro Togliatti], La politica del P.C. Tedesco, in Lo Stato Operaio, n. 7-8, luglio-agosto 1931, pp. 428-431. Ora, con il titolo La politica del partito comunista tedesco, in Togliatti 1973, pp. 404-409.
  144. ^ Togliatti 1973, p. 404.
  145. ^ Togliatti 1973, p. 406.
  146. ^ Togliatti 1973, p. 407.
  147. ^ Togliatti 1973, p. CIII. Cfr. anche Agosti 1996, p. 149.
  148. ^ Daily Worker, 25 luglio 1931, in Sewell 2018, Chapter Seven, The 'Red' Referendum.
  149. ^ Daily Worker, 11 agosto 1931, in Sewell 2018, Chapter Seven, The 'Red' Referendum.
  150. ^ Hoppe 2007, p. 216.
  151. ^ (FR) Léon Blum, Le social-democratie a barré la route à la réaction et à la guerre, in Le Populaire, 10 agosto 1931, p. 1. A p. 3 sono riportati nel dettaglio i risultati del plebiscito.
  152. ^ (FR) Léon Blum, Le problème financier subsiste, in Le Populaire, 11 agosto 1931, p. 1. La manchette del quotidiano recita: «Alleati con i razzisti di Hitler, i capi comunisti tedeschi hanno tradito la causa del proletariato. Ma gli operai comunisti hanno rifiutato di essere complici del loro attentato contro la Repubblica e la Pace».
  153. ^ (FR) Oreste Rosenfeld, La trahison des communistes, in Le Populaire, 11 agosto 1931, p. 3.
  154. ^ Lev Trockij, Contro il nazional-comunismo. (Le lezioni del plebiscito rosso), 25 agosto 1931, in Trotskij 1970, pp. 322-343. La citata traduzione italiana dell'articolo reca per errore il titolo Contro il nazionalsocialismo. L'articolo è menzionato, con il titolo tradotto in modo corretto, in Bollettino dell'Opposizione Comunista Italiana, n. 5, 15 dicembre 1931. Cfr. Massari 1977, p. 182.
  155. ^ Trotskij 1970, p. 322.
  156. ^ Trotskij 1970, pp. 323-324.
  157. ^ Trotskij 1970, p. 325.
  158. ^ Trotskij 1970, pp. 326-327.
  159. ^ Trotskij 1970, p. 329.
  160. ^ Trotskij 1970, p. 331.
  161. ^ Trotskij 1970, p. 336.
  162. ^ Trotskij 1970, pp. 339-340.
  163. ^ Trotskij 1970, p. 341.
  164. ^ La penetrazione del «trotskismo» nella regione parigina, in Bollettino dell'Opposizione Comunista Italiana, n. 9, 15 maggio 1932. Cfr. Massari 1977, p. 265 (corsivo nel testo).
  165. ^ Simone Weil, Condizioni di una rivoluzione tedesca, in Libres Propos, n. 8, agosto 1932, ora in Weil 1990, pp. 13-23: 18.
  166. ^ Simone Weil, Il movimento comunista (seguito), in L'École émancipée, n. 22, 26 febbraio 1933. Lo scritto è il nono di una serie di dieci articoli pubblicati sulla stessa rivista dal 4 dicembre 1932 al 5 marzo 1933, poi riuniti nel saggio La situazione in Germania, in Weil 1990, pp. 70-150: 136-137.
  167. ^ Petroff 1934, Chapter III.
  168. ^ Il Plebiscito "rosso" (PDF), in Prometeo, VI, n. 58, 23 agosto 1931, p. 1.
  169. ^ Silone 1998, p. 1173.
  170. ^ Serge 1980, p. 49.
  171. ^ Agosti 1979, pp. 318-319.
    «Neumann e Remmele [...] restavano convinti che l'ascesa del NSDAP fosse un fattore di acutizzazione della crisi rivoluzionaria, e che un vero "fronte rosso proletario" avrebbe potuto realizzarsi solo dopo un intermezzo di potere di Hitler»
    .
  172. ^ Serge 1980, p. 50.
  173. ^ Serge 1944, pp. 83-4, nota 9.
  174. ^ (EN) John V. Fleming, The "Truth" about Jan Valtin, in The Princeton University Library Chronicle, vol. 67, n. 1, autunno 2005, pp. 68-80. URL consultato il 19 agosto 2020.
  175. ^ Valtin 1941, pp. 252-255. Daycock 1980, p. 241, rileva che le affermazioni di Valtin circa gli assalti condotti congiuntamente da comunisti e nazisti sono coerenti con i resoconti della stampa del Partito Comunista d'Opposizione (KPO).
  176. ^ Valtin 1941, p. 356.
  177. ^ Buber-Neumann 1994, p. 389.
  178. ^ Buber-Neumann 1966, p. 300.
  179. ^ Bellini, Galli 1953, p. 294. Gli autori definiscono il plebiscito il momento in cui la «tattica del KPD, che mirava a battere in breccia i nazisti sul piano della demagogia più sfrenata, tocca il punto culminante».
  180. ^ Hájek 1972, p. 196. Il plebiscito è giudicato l'«episodio più fatale della politica della "classe contro classe"».
  181. ^ Agosti 1979, p. 314. Il plebiscito è definito il «momento culminante» della linea politica antisocialdemocratica del KPD.
  182. ^ Hermann Weber, Zum Verhältnis von Komintern, Sowjetstaat und KPD, in Weber et al. 2014, p. 88.
    «Questa partecipazione del KPD [al plebiscito] fu un punto culminante [Höhepunkt] nella lotta dei comunisti contro i socialdemocratici»
    .
  183. ^ Bellini, Galli 1953, p. 295.
    «La lotta in Prussia non fa che approfondire la frattura tra gli operai comunisti e quelli socialdemocratici»
    .
  184. ^ Hájek 1972, p. 197.
    «La socialdemocrazia parlò, a proposito dell'atteggiamento della KPD, di alleanza con i nazisti, e i rapporti tra i due partiti peggiorarono ancora rispetto al passato»
    .
  185. ^ Agosti 1979, p. 315.
    «Il solo risultato del "plebiscito rosso" fu dunque quello di rendere più difficile l'unità d'azione con i socialdemocratici, non solo con il vertice (un passo in quella direzione non era nemmeno preso in considerazione dal KPD), ma anche con i militanti di base, per i quali l'alleanza realizzata dai comunisti con la reazione ebbe il sapore del tradimento»
    .
  186. ^ Fawkes 1984, p. 165.
    «Il risultato del plebiscito rosso fu approfondire ulteriormente l'abisso tra operai comunisti e socialdemocratici e rendere ancora più difficile la formazione di un fronte unico contro il fascismo. Eppure divenne sempre più evidente che la classe operaia si trovava di fronte a un pericolo mortale»
    .
  187. ^ Ulbricht 1966, p. 300.
  188. ^ a b Hoppe 2007, p. 203.
  189. ^ Agosti 1979, pp. 313-315.
  190. ^ Striefler 1993, pp. 141-144.
  191. ^ Striefler 1993, p. 148.
  192. ^ Hoppe 2007, p. 19.
  193. ^ Hoppe 2007, pp. 205-206.
  194. ^ Hoppe 2007, pp. 221-225.
  195. ^ Bernhard H. Bayerlein, Deutscher Kommunismus und transnationaler Stalinismus – Komintern, KPD und Sowjetunion 1929–1943, in Weber et al. 2014, pp. 254-255.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Studi storici
Documenti
Scritti politici
Stampa periodica
Biografie, memorie e letteratura

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