Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica

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Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica
Leader Alfredo Covelli, Achille Lauro
Stato Italia Italia
Fondazione 11 aprile 1959
Dissoluzione 10 luglio 1972
(confluito nel MSI, ribattezzato MSI-DN)
Ideologia Monarchismo,
Conservatorismo liberale,
Liberalismo,
Populismo
Collocazione Destra
Partito europeo nessuno
Seggi massimi Camera
8 / 630
(massimo raggiunto nel 1968)
Seggi massimi Senato
0 / 315

Il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica (PDIUM), talvolta citato solamente come Partito Democratico Italiano, è stato un partito politico italiano, fondato l'11 aprile 1959 dalla riunificazione dei due partiti d'ispirazione monarchica, presenti in Parlamento, che si erano divisi circa cinque anni prima: il Partito Nazionale Monarchico (PNM) di Alfredo Covelli e del Partito Monarchico Popolare (PMP) di Achille Lauro.

Il nuovo partito prese dapprima la denominazione di Partito Democratico Italiano (PDI), per poi modificarla il 7 marzo 1961 in quella di Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica (PDIUM). Nel 1972 confluì, insieme al MSI, nel Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La scissione del PMP[modifica | modifica wikitesto]

La scissione all'interno del Partito Nazionale Monarchico era avvenuta il 2 giugno 1954, su iniziativa di Achille Lauro, che aveva fondato il Partito Monarchico Popolare. La scissione era sorta per l'atteggiamento di Lauro, maggiormente favorevole a un accordo con i partiti di governo. Alle elezioni politiche del 1958 il PMP aveva ottenuto, alla Camera, il 2,63%, contro il 2,23% del PNM (con una perdita rispetto a quanto ottenuto dai monarchici nel 1953, prima della scissione, del 1,99%), mentre al Senato il PMP aveva sfiorato il 3% contro il 2,16 del PNM (meno 1,87% rispetto a quanto ottenuto cinque anni prima).

Il 27 febbraio 1959 gli esponenti di entrambi i movimenti monarchici avevano sostenuto, con il voto di fiducia, il Governo Segni II, monocolore DC, che aveva ottenuto il voto favorevole anche dai liberali e dai missini.[1]

La riunificazione[modifica | modifica wikitesto]

Achille Lauro, a sinistra, e Alfredo Covelli leader dei due movimenti monarchici che dettero vita al PDI, poi PDIUM.

Il 26 marzo il PMN dette incarico ad Alfredo Covelli di partecipare alle trattative per l'unificazione dei due movimenti monarchici.[2] Il giorno seguente anche il Consiglio nazionale del PMP dette pieno mandato ad Achille Lauro di trattare la riunificazione con il PNM. Lauro giustificò questa iniziativa con la volontà dei monarchici di condizionare maggiormente la politica della DC.[3]

L'11 aprile venne annunciata la riunificazione tra il Partito Monarchico Popolare (PMP) e il Partito Nazionale Monarchico (PNM), al termine di una riunione tenuta presso il gruppo parlamentare del PNM alla Camera dei deputati. Alla riunione parteciparono i leader dei due movimenti, Achille Lauro del PMP e Alfredo Covelli del PNM, oltre a tre commissari per ciascun partito: Raffaele Cafiero, Gaetano Fiorentino e Nicola Sansanelli per il PMP, Antonino Cutitta, Emilio Patrissi e Alberico Lenza per il PNM.

Al termine della riunione venne anche annunciato il nome del nuovo soggetto politico, Partito Democratico Italiano (PDI): tale denominazione venne preferita a Partito Monarchico Italiano e a Partito Nazionale Popolare. La scelta del nome cadde sulla denominazione, che vari movimenti di matrice monarchica e conservatrice, si erano dati all'indomani della Liberazione, fondendosi in un solo partito. Tale scelta venne criticata dal vicepresidente del gruppo alla Camera del PNM, Giorgio Bardanzellu, per l'assenza di qualsiasi riferimento al monarchismo. Il simbolo del PDI venne stabilito in quello della stella e corona, tradizionale dei Monarchici Nazionali.

Il nuovo movimento disponeva di 24 deputati (13 del PMP e 11 del PNM) e sette senatori (5 del PMP e 2 del PNM). Si creò una direzione composta dagli esponenti presenti alla riunione decisiva, che avrebbe retto il partito fino al primo congresso, da tenersi entro la fine del 1959. Achille Lauro fu nominato presidente del nuovo gruppo alla Camera, mentre Alfredo Covelli venne posto a capo della commissione che guidò il PDI fino al primo congresso. Al nuovo gruppo aderì anche un esponente proveniente dal MSI, Nicola Foschini, mentre vi uscirono Roberto Cantalupo, Antonio Cremisini e Roberto Lucifero d'Aprigliano.[4]

Con la riunificazione tra i due tronconi monarchici venne a cadere anche il patto d'unità azione che legava il PNM con il Movimento Sociale Italiano.[5]

L'esordio elettorale avvenne alle Regionali siciliane del giugno del 1959. Il PDI ottenne il 4,7%, con 3 seggi all'Assemblea Regionale Siciliana, con un forte arretramento, rispetto alle elezioni del 1955, in cui i due partiti monarchici, presentatisi separati, avevano raggiunto il 12,7% e 9 seggi. Il calo elettorale, nonostante i monarchici fossero in maggioranza nel governo milazzista, venne spiegato con la presenza della formazione dell'Unione Siciliana Cristiano Sociale, che venne indicata come principale bacino d'attrazione dei voti monarchici[6]. Alle contestuali amministrative il PDI si alleò in qualche comune col MSI, e per le comunali di Bari, conquistò il 22,6% e 14 seggi, risultando così il secondo partito dopo la Democrazia Cristiana.[7]

L'avvicinamento all'area di governo e l'appoggio a Tambroni e Fanfani[modifica | modifica wikitesto]

A marzo del 1960 l'esponente democristiano Fernando Tambroni ricevette l'incarico di formare un governo per sostituire quello guidato da Antonio Segni appena dimessosi. L'obbiettivo politico era quello di superare l'emergenza, attraverso un "governo provvisorio", in grado di consentire lo svolgimento della XVII Olimpiade a Roma e di approvare il bilancio dello Stato.

Il governo, composto solo da membri della Democrazia Cristiana, ottenne la fiducia alla Camera, grazie ai voti, oltre che della DC, anche del Movimento Sociale Italiano e di quattro fuoriusciti del PDI.[8]La circostanza causò le dimissioni irrevocabili e immediate dei tre ministri appartenenti alla sinistra della DC: Giorgio Bo, Giulio Pastore e Fiorentino Sullo. L'11 aprile, dietro esplicito invito del proprio partito, il governo rassegnò le dimissioni e il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi assegnò l'incarico ad Amintore Fanfani. Questi, tuttavia, dovette rinunciare, e Gronchi, anziché cercare una soluzione diversa, invitò Tambroni a presentarsi al Senato per completare la procedura del voto di fiducia. Il 29 aprile, sempre con l'appoggio dei missini e con pochi voti di scarto (128 sì e 110 no), il governo Tambroni ottenne la fiducia del Senato.[9]Anche in questo caso il PDI non concesse la fiducia a Tambroni.[10]

A seguito dei tumulti, scoppiati tra la fine di giugno e l'inizio di luglio 1960 contro lo svolgimento del Congresso del MSI a Genova, il governo Tambroni ebbe corta vita, e venne sostituito dal terzo governo Fanfani, che il 3 agosto ottenne la fiducia alla Senato, con 126 favorevoli, 58 contrari e 36 astenuti, tra cui i monarchici.[11]Lo stesso atteggiamento venne tenuto alla Camera. Il governo ottenne l'astensione anche del Partito Socialista Italiano, mentre votarono contrari solo il PCI e il MSI.[12]

Le elezioni amministrative di novembre non furono positive. Il PDI, alle provinciali, passò dal 3,1% del 1956, ottenuto dai due partiti monarchici separatamente, al 2,9%.[13]Alle comunali il risultato più significativo fu quello di Napoli: il partito, presentatosi come Stella e Corona, ottenne il 35,96%, contro il 51,76% ottenuto quattro anni prima dal solo PMP e l'1,93% del PNM.

Il cambio di denominazione[modifica | modifica wikitesto]

Il 4 marzo 1961 si aprì il Congresso del partito, al Palazzo dei Congressi dell'Eur di Roma. La situazione fra le varie correnti fu tesa, tanto che vi furono anche dei tumulti. Il problema principale affrontato fu quello del nuovo nome del movimento: vi era infatti la proposta di reinserire nella denominazione il termine "monarchico". Inoltre, gli esponenti della corrente di sinistra Rinnovamento, d'opposizione, criticarono la composizione dell'assemblea, troppo legata alle scelte dei due leader, Lauro e Covelli.[14]

La situazione si fece più tesa la notte del 6 marzo, tanto che i delegati del partito vennero espulsi dal Palacongressi. I nomi proposti alla scelta dell'assemblea erano due: Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica o il ritorno a Partito Nazionale Monarchico, scelta richiesta dalla minoranza di destra. Lauro e Covelli respinsero l'idea di denominare il partito solo monarchico, in quanto tale scelta avrebbe allontanato un possibile accordo di governo con la Democrazia Cristiana. Tale diatriba sfociò in scontri tra i congressisti, che costrinse all'intervento della forza pubblica e produsse 7 feriti.[15][16]

La mozione di maggioranza, Stella e Corona, ottenne i voti dei rappresentati di 604.587 iscritti al partito, la mozione della sinistra Rinnovamento 105.783, Rinascimento (di destra) 100.587, mentre Unità Monarchica 43.506. Nel voto sulla denominazione del partito PDIUM ottenne 603.391 voti, mentre Partito Nazionale Monarchico 223.007. Il numero degli iscritti al partito superava quanto ottenuto alle elezioni amministrative di inizio novembre. Nella sua relazione Alfredo Covelli chiuse nei confronti del Movimento Sociale Italiano e si disse che il partito era disponibile a un avvicinamento al Partito Liberale Italiano, escludendo qualsiasi alleanza di governo nella quale avessero fatto parte il Partito Socialdemocratico Italiano e il Partito Repubblicano Italiano.

Stella e Corona ebbe diritto ai due terzi dei 105 delegati che formavano il comitato centrale.[16]

Il ritorno di Lauro come sindaco di Napoli e la definitiva uscita[modifica | modifica wikitesto]

Intanto, il 4 febbraio, Achille Lauro venne rieletto sindaco di Napoli, a seguito dei risultati delle elezioni del novembre 1960. La seconda giunta Lauro durò fino al settembre 1961, quando un gruppo di dissidenti abbandonò il gruppo del PDIUM.[17]

Il Governo Fanfani IV e l'inizio del centrosinistra[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 26 e il 28 gennaio 1962 si tenne l'VIII Congresso della Democrazia Cristiana: Aldo Moro, appoggiato da Fanfani, dai dorotei, dalla Base ed anche dagli andreottiani e con la sola opposizione Scelba, ottenne la maggioranza dei voti dei delegati sulla base di una cauta apertura ne confronti del PSI, vista come necessaria a fronte delle esigenze della nuova Italia industrializzata.[18]

Il 10 marzo la Camera approvò la fiducia al nuovo governo, Fanfani IV, che poté ancora contare sull'astensione dei socialisti, ma che venne definito di centro-sinistra, essendo composto, oltre che dalla DC, anche da membri del PSDI e del PRI. In questa occasione il PDIUM decise per il voto contrario, così come i liberali, oltre che i missini e i comunisti. Nel corso della discussione Alfredo Covelli propose nuovamente al PLI la costituzione di un cartello di forze di destra.[19]Tra il 5 e l'8 aprile 1962 si tenne il IX congresso del Partito Liberale Italiano: il segretario Giovanni Malagodi respinse l'offerta del PDIUM e invece propose un'alleanza con la DC.[20]

Il 2 maggio iniziarono le votazioni per l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Il PDIUM sostenne candidati di bandiera, decisi di concerto col MSI per le prime quattro votazioni: il parlamentare del MSI Augusto De Marsanich, poi il proprio Achille Lauro, e alla terza votazione, Gioacchino Volpe, ancora esponente del MSI.[21]Alla quarta votazione fu il turno del cardiologo Orazio Condorelli,[22]mentre dalla quinta votazione i voti si indirizzarono verso Antonio Segni, candidato della DC.[23]

Segni venne eletto al nono scrutinio, con 443 voti, quindici in più del quorum richiesto, grazie all'apporto decisivo delle destre.[24]Tale elezioni non modificò però il quadro politico generale, sempre improntato a una maggioranza di centrosinistra.

Le elezioni del 1963[modifica | modifica wikitesto]

La distribuzione territoriale dei voti ottenuti dal PDIUM alle elezioni politiche del 1963, per il rinnovo della Camera dei Deputati.

Le elezioni del 28 e 29 aprile 1963 segnarono una pesante sconfitta per il PDIUM che ottenne l'1,75% alla Camera, con 8 seggi, e l'1,56% al Senato, con 2 seggi. Il calo fu evidente rispetto alle elezioni del 1958, quando i due partiti monarchici, presentatisi divisi, avevano ottenuto, quale somma dei voti, il 4,86% alla Camera (diminuzione del 3,11%) e il 5,12% al Senato (calo del 3,56%). In Piemonte, Veneto, Liguria e Sardegna, al Senato, presentò candidati comuni col Movimento Sociale Italiano, contribuendo all'elezione di un senatore del MSI nel collegio di Sassari.

Il partito ottenne, alla Camera, il 6,5% nella circoscrizione Napoli-Caserta (ove elesse tre deputati), il 5,8% a Benevento-Avellino-Salerno (dove elesse un deputato), il 3,74% a Cagliari-Sassari-Nuoro-Oristano (1 seggio), il 3,21 a Palermo-Trapani-Agrigento-Caltanissetta (1 seggio) e il 2,41 a Catania-Messina-Siracusa-Ragusa-Enna (1 eletto). L'unico seggio non ottenuto in regioni meridionali fu quello della circoscrizione di Roma-Viterbo-Latina-Frosinone, ove il PDIUM ottenne il 1,80%. Ottenne poi il 2,42% in Molise, il 2,3% a Bari-Foggia, l'1,80% in Calabria, e l'1,68% nella circoscrizione Torino-Novara-Vercelli, senza però ottenere seggi.

Al Senato il partito ottenne un seggio in Campania (7,30% su base regionale - Achille Lauro, venne eletto nel collegio Napoli IV, dove conquistò il 19,84% dei suffragi)[25] e uno in Sicilia (3,59% su base regionale - Salvatore Ponte eletto nel collegio Palermo II con l'11,54%).[26] In Calabria prese il 2,37%, il 2,05% in Puglia, poco più del 2,5% negli Abruzzi-Molise e il 2,78% nel Lazio, senza ottenere eletti in queste circoscrizioni.

I commentatori giudicarono che i voti perduti dai monarchici si fossero riversati verso il Partito Liberale Italiano, che aveva ottenuto un grande successo elettorale.[27]

L'astensione al governo Leone e l'opposizione al centrosinistra[modifica | modifica wikitesto]

Il primo governo nato nella legislatura, il Governo Leone, ottenne la fiducia alla Camera l'11 luglio, e venne sostenuto dalla Democrazia Cristiana, e dall'astensione di socialisti, socialdemocratici, repubblicani e dai monarchici. Votarono contro i comunisti, i liberali e i missini.[28]Vista la breve durata dell'esecutivo, si tratta del primo gabinetto di governo della storia parlamentare italiana a cui viene fatto ricondurre il termine di "governo balneare".[29]

Nel dicembre 1963 nacque il primo governo di centrosinistra "organico", con la partecipazione di esponenti del PSI. Il governo, guidato da Aldo Moro, ottenne la fiducia alla Camera il 17 dicembre 1963, e subì l'opposizione di liberali, missini, comunisti e, in questo caso, anche dai monarchici.[30]Il PDIUM mantenne il voto contrario anche nei confronti del Governo Moro II, nato nell'agosto del 1964, nei confronti del Governo Moro III (marzo 1966), entrambi ancora sostenuti da una quadripartito di centrosinistra.[31][32]

Nel dicembre del 1964, intanto, si tennero le elezioni per il nuovo Presidente della Repubblica, necessarie per la sostituzione di Antonio Segni, dimissionario per motivi di salute. I monarchici si astennero.[33][34]Alla quinta votazione i grandi elettori del PDIUM votarono per Achille Lauro e il suo figlio Gioacchino.[35]Giuseppe Saragat, del Partito Socialista Democratico Italiano, venne eletto al ventunesimo scrutinio, il 28 dicembre. Saragat venne sostenuto da tutti i partiti, tranne il PSIUP, e tutti i movimenti di centro-destra. I monarchici si astennero.[36]

Il quarto congresso e la "Grande Destra"[modifica | modifica wikitesto]

L'11 febbraio 1967 si aprì, al Palazzo dei Congressi dell'EUR di Roma, il quarto congresso del partito. Covelli propose la creazione di una "costituente democratica e nazionale" rivolta alla creazione di una "grande destra". La proposta venne rigettata dal Partito Liberale Italiano, mentre vi fu un'apertura del Movimento Sociale Italiano, tanto che il suo segretario, Arturo Michelini, partecipò, come ospite, ai lavori del congresso.[37]Due giorni dopo, a conclusione del congresso, la mozione del segretario Covelli venne approvata anche se molti delegati, soprattutto di provenienza settentrionale, erano poco inclini a un legame col MSI. Covelli, nel suo intervento di replica, proseguì nella sua critica allo spostamento verso sinistra della Democrazia Cristiana.[38]

Le elezioni del 1968[modifica | modifica wikitesto]

Alle elezioni del 19 e 20 maggio 1968 il PDIUM confermò, grosso modo, i risultati ottenuti 5 anni prima. Alla Camera il partito ottenne l'1,30% (eleggendo 6 deputati, con un calo dello 0,45%, perdendo così due seggi), mentre al Senato il calo fu leggermente più consistente: il partito si attestò all'1,09%, confermando due seggi, ma perdendo lo 0,47%. Come nel 1963, in talune regioni (Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Abruzzo e Sardegna), il PDIUM presentò candidature congiunte col MSI, senza però riuscire a contribuire all'elezione di nessun senatore.

Per la Camera il partito ottenne il 5,32% nella circoscrizione Napoli-Caserta (2 seggi), il 3,93% a Benevento-Avellino-Salerno (1 seggio), il 3,33% a Cagliari-Sassari-Nuoro-Oristano (1 seggio), il 2,42% a Palermo-Trapani-Agrigento-Caltanissetta (1 deputato eletto) e l'1,96% a Roma-Viterbo-Latina-Frosinone (1 seggio).

Al Senato i due seggi vennero conquistati in Campania, ove il partito ottenne il 6,49% su base regionale: risultarono eletti Achille Lauro (collegio Napoli IV col 20,29%)[39] e Gaetano Fiorentino (collegio Napoli III col 14,07%).[40]Nelle altre regioni del Sud ove il partito si presentò da solo ottenne, quali risultati più significativi, il 2,83% in Sicilia e l'1,56% in Puglia. Nel Lazio superò il 2%, non conquistando però seggi senatoriali in nessuna di queste regioni.

Ancora all'opposizione[modifica | modifica wikitesto]

Dopo le elezioni del 1968 venne formato il Governo Leone II, monocolore DC, che ottenne il voto contrario dei monarchici, così come dei liberali, dei missini e dell'estrema sinistra, mentre si astennero i parlamentari del PSU e del PRI.[41][42]Lo stesso atteggiamento venne tenuto nei confronti dei tre governi Rumor successivi: il primo, nato nel dicembre dello stesso anno (e che vide anche l'appoggio esplicito del PSI),[43] il secondo, dell'agosto 1969,[44]e il terzo, che ottenne la fiducia nella primavera del 1970.[45]

Le regionali del 1970[modifica | modifica wikitesto]

L'8 e 9 giugno 1970 vennero eletti i primi consigli delle 15 regioni a statuto ordinario. Il PDIUM si presentò in tutte le regioni, ad eccezione di Umbria, Molise e Basilicata. Ottenne lo 0,72% dei voti su base nazionale, eleggendo due soli consiglieri regionali, uno in Campania, dove ottenne il 2,3%, e uno nel Lazio (ove ricevette l'1,2% dei suffragi). Nelle altre regioni solo in Piemonte e in Puglia ottenne più dell'1% dei voti.

Nell'agosto del 1970 venne varato il Governo Colombo, sempre sostenuto dal centrosinistra, a cui il PDIUM continuò a negare la fiducia.[46]

Lo scioglimento[modifica | modifica wikitesto]

Il quinto congresso del partito, che si tenne a Roma tra il 25 e il 27 febbraio 1972, sancì la nascita del patto d'azione col Movimento Sociale Italiano. La minoranza di Alleanza Monarchica, composta da un gruppo di giovani aderenti al partito e guidata da uno dei quattro vicesegretari, Alfredo Lisi, uscì dal PDIUM, dopo aver pesantemente contestato l'apertura del congresso.[47]

La mozione di maggioranza dette al Consiglio nazionale pieni poteri di definire l'accordo col MSI. Secondo il segretario Alfredo Covelli questa scelta mirava a costruire una "grande destra", al quale auspicava si sarebbero aggiunte anche le componenti cattoliche e liberali della società italiana, senza che ciò portasse a un tradimento dei valori ideali del PDIUM.[48]

Venne decisa un'alleanza elettorale con l'MSI per le elezioni politiche italiane del 1972. La lista MSI-DN ottenne un successo, con il 9,19% al Senato e 8,7 alla Camera.

Il 10 luglio 1972, il Consiglio Nazionale del PDIUM deliberò ufficialmente lo scioglimento del partito e la confluenza nel Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale (MSI-DN). Per mantenere un presidio schiettamente monarchico si decise di creare un "Centro nazionale di azione monarchica".[49]

Una piccola parte del partito, più legata all'ispirazione liberale e risorgimentale, rifiutò però l'alleanza cogli eredi politici del fascismo e dette vita al movimento dell'Alleanza Monarchica.

Covelli fu il presidente della nuova formazione politica; il ruolo degli esponenti monarchici nel MSI-DN, tuttavia, non fu notevole e presto entrarono in contrasto con la linea politica del segretario Giorgio Almirante. Covelli e Lauro, insieme a un certo numero di dirigenti provenienti dal PDIUM, dopo l'insuccesso delle elezioni politiche italiane del 1976, parteciparono alla fondazione di Democrazia Nazionale - Costituente di Destra nel dicembre 1976.

Ideologia[modifica | modifica wikitesto]

Al momento della riunificazione, con un comunicato inviato a Umberto di Savoia, Achille Lauro e Alfredo Covelli affermarono:

« Il partito unificato assumerà il nome di partito democratico italiano — con la sigla pdi — la cui azione sarà diretta alla costante difesa e il potenziamento dei valori nazionali e morali, con una politica intenta al maggiore progresso sociale concretamente realizzabile, restando aderente ad una prassi strettamente democratica. Saranno così definitivamente smentite le accuse rivolte al pmp e al pnm di essere solo dei partiti legittimisti, in contrasto con l'attuale Costituzione; accuse tendenziose, ma che nel passato sono valse a mettere tali partiti ai margini della cerchia di quelli considerati ufficialmente democratici.[5] »

Risultati elettorali[modifica | modifica wikitesto]

Anno Lista Voti % Seggi
Politiche 1963 Camera PDIUM 536.948 1,75 8
Senato PDIUM 429.342 1,56 2
MSI-PDIUM-ID[50] 260.336 0,95 1
Politiche 1968 Camera PDIUM 414.507 1,30 6
Senato PDIUM 312.702 1,56 2
MSI-PDIUM 292.349 1,02 -

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La Camera concede la fiducia al governo con 333 voti favorevoli, 248 contrari e un'astensione in La Stampa, 28 febbraio 1959, p. 1.
  2. ^ Illustrata da Pella l'intesa con Parigi e Bonn in Stampa Sera, 27 marzo 1959, p. 1.
  3. ^ Pieni poteri anche a Lauro per l'unificazione in L'Unità, 28 marzo 1959, p. 2. URL consultato il 16 giugno 2013.
  4. ^ Covelli dirigerà la direzione del nuovo partito monarchico in La Stampa, 16 aprile 1959, p. 7.
  5. ^ a b Vittorio Gorresio, I monarchici si sono unificati fondando il "Partito Democratico Italiano" in La Stampa, 12 aprile 1959, p. 1.
  6. ^ La d.c. mantiene le sue posizioni in La Stampa, 9 giugno 1959, p. 1.
  7. ^ La d.c. prevale a Bari nelle elezioni comunali in La Stampa, 9 giugno 1959, p. 1.
  8. ^ Tambroni ha avuto la fiducia alla Camera con 300 voti favorevoli e 293 contrari in La Stampa, 9 aprile 1960, p. 1.
  9. ^ Benedetto Coccia, Quarant'anni dopo: il sessantotto in Italia fra storia, società e cultura, Editrice APES, Roma, 2008, pagg.76-77
  10. ^ Enrico Altavilla, Il Senato concede la fiducia a Tambroni con 128 voti favorevoli e 110 contrari in La Stampa, 30 aprile 1960, p. 1.
  11. ^ Scoccimarro motiva al Senato l'opposizione del PCI al governo in L'Unità, 5 agosto 1960, p. 1. URL consultato il 3 giugno 2013.
  12. ^ Enrico Altavilla, La Camera concede la fiducia a Fanfani con 310 "sì", 96 astensioni e 156 "no" in La Stampa, 6 agosto 1960, p. 1.
  13. ^ I partiti di centro mantengono la maggioranza in La Stampa, 9 novembre 1960, p. 1.
  14. ^ Michele Tito, Clamori e tumulti al congresso dei monarchici in La Stampa, 6 marzo 1961, p. 1.
  15. ^ Michele Tito, Violenta battaglia notturna al congresso dei demo-italiani in La Stampa, 7 marzo 1961, p. 1.
  16. ^ a b Il partito dei monarchici italiani cambia nome per la quarta volta in Stampa Sera, 8 marzo 1961, p. 5.
  17. ^ Forse un sindaco dc a Napoli dopo la frana dei "laurini" in Stampa Sera, 12 settembre 1961, p. 11.
  18. ^ Appassionato appello di Moro al congresso dc :"Il centrosinistra è una necessità del Paese" in La Stampa, 28 gennaio 1962, p. 1.
  19. ^ Il governo di centro-sinistra ottiene la fiducia con 295 voti a favore, 195 contrari, 83 astenuti in La Stampa, 11 marzo 1962, p. 1.
  20. ^ Il no di Malagodi alla "grande destra" in Stampa Sera, 6 aprile 1962, p. 11.
  21. ^ Fausto de Luca, Come si sono svolte le prime tre votazioni in La Stampa, 3 maggio 1962, p. 1.
  22. ^ Fausto de Luca, Tensione a Montecitorio mentre si faceva lo spoglio delle schede in La Stampa, 4 maggio 1962, p. 1.
  23. ^ Michele Tito, Manovre e inutili tentativi per sbloccare la situazione in La Stampa, 5 maggio 1962, p. 1-14.
  24. ^ Michele Tito, Antonio Segni in Stampa Sera, 7 maggio 1962, p. 1.
  25. ^ Senato 28/04/1963 -Area ITALIA-Regione CAMPANIA-Collegio NAPOLI IV, Ministero dell'Interno. URL consultato il 3 giugno 2013.
  26. ^ Senato 28/04/1963 -Area ITALIA-Regione SICILIA-Collegio PALERMO II, Ministero dell'Interno. URL consultato il 3 giugno 2013.
  27. ^ Il nuovo volto del Parlamento in Stampa Sera, 30 aprile 1963, p. 1-13.
  28. ^ Fausto De Luca, Leone ottiene la fiducia alla Camera dopo la replica sui fini del governo in La Stampa, 12 luglio 1963, p. 1.
  29. ^ Delia Cosereanu, La fantasia al governo in lettera43.it, 2 dicembre 2010.
  30. ^ Fausto De Luca, La Camera approva il governo Moro con 350 voti a favore e 233 contrari in La Stampa, 18 dicembre 1963, p. 1.
  31. ^ Fausto De Luca, Fiducia della Camera a Moro 344 voti a favore, 238 contrari in La Stampa, 7 agosto 1964, p. 1.
  32. ^ Fausto De Luca, La Camera ha concesso la fiducia con 347 voti a favore, 251 contrari in La Stampa, 16 marzo 1966, p. 1.
  33. ^ Fausto De Luca, Come si sono svolte le prime due votazioni in La Stampa, 17 dicembre 1964, p. 1.
  34. ^ Fausto De Luca, Come Le votazioni di ieri nell'aula affollata in La Stampa, 18 dicembre 1964, p. 1.
  35. ^ Fausto De Luca, Stasera alle 19 lo scrutinio forse decisivo in La Stampa, 20 dicembre 1964, p. 1.
  36. ^ Fausto De Luca, Saragat presidente della Repubblica in La Stampa, 29 dicembre 1964, p. 1.
  37. ^ Il segretario monarchico attacca i liberali e la dc in La Stampa, 12 febbraio 1967, p. 5.
  38. ^ I monarchici insistono per la "grande destra" in La Stampa, 14 febbraio 1967, p. 13.
  39. ^ Senato 19/05/1968 -Area ITALIA-Regione CAMPANIA-Collegio NAPOLI IV, Ministero dell'Interno. URL consultato il 6 giugno 2013.
  40. ^ Senato 19/05/1968 -Area ITALIA-Regione CAMPANIA-Collegio NAPOLI III, Ministero dell'Interno. URL consultato il 6 giugno 2013.
  41. ^ Fausto De Luca, La Camera dà fiducia la governo con una maggioranza di 11 voti in La Stampa, 12 luglio 1968, p. 1.
  42. ^ Gianfranco Franci, Anche il Senato vota la fiducia al governo in La Stampa, 18 luglio 1968, p. 1.
  43. ^ Fausto De Luca, Dopo il Senato anche la Camera concede la fiducia al governo in La Stampa, 24 dicembre 1968, p. 22.
  44. ^ Mario Pinzauti, Con 50 voti di maggioranza la fiducia al governo Rumor in Stampa Sera, 11 agosto 1969, p. 1.
  45. ^ Fausto De Luca, Il governo Rumor ha ottenuto la fiducia anche alla Camera in La Stampa, 18 aprile 1970, p. 11.
  46. ^ Fausto De Luca, Fiducia della Camera a Colombo "Nuove tasse solo per le riforme" in La Stampa, 13 agosto 1970, p. 1-2.
  47. ^ I giovani monarchici contrari a unirsi col msi in La Stampa, 26 febbraio 1972, p. 18.
  48. ^ Scissione nel pdium per il patto col msi in Stampa Sera, 28 febbraio 1972, p. 2.
  49. ^ Andreotti di fronte al Senato in L'Unità, 11 luglio 1972, p. 1-12. URL consultato il 13 giugno 2013.
  50. ^ Candidature presentate in Liguria, Veneto e Sardegna. Eletto un esponente del MSI.
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