Codice di Camaldoli

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Il Codice di Camaldoli è un documento programmatico di politica economica stilato nel luglio 1943 da esponenti delle forze cattoliche italiane. Funse da ispirazione e linea guida per la politica economica della Democrazia Cristiana[1], che si stava formando in quel periodo e che dopo la seconda guerra mondiale fu per diverse legislature il maggiore partito di governo.

I partecipanti[modifica | modifica wikitesto]

Il monastero di Camaldoli, nel Casentino, in cui si tennero i lavori dal 18 al 23 luglio 1943

Il documento fu elaborato al termine di una settimana di studio tenutasi dal 18 al 23 luglio 1943 nel monastero di Camaldoli, nel Casentino. Vi parteciparono circa cinquanta giovani dell'Azione Cattolica Italiana[2] e dell'Istituto cattolico di attività sociale. I lavori furono coordinati da Adriano Bernareggi, vescovo di Bergamo[3] ed assistente ecclesiastico dei laureati dell'Azione Cattolica[4]. I principi-guida furono elaborati da Sergio Paronetto, Pasquale Saraceno ed Ezio Vanoni. Alla stesura definitiva del Codice parteciparono Mario Ferrari Aggradi, Paolo Emilio Taviani, Guido Gonella, Giuseppe Capograssi, Ferruccio Pergolesi, Vittore Branca, Giorgio La Pira, Aldo Moro, Giulio Andreotti, Giuseppe Medici. Fu infine presentato da Pietro Pavan, incaricato di pronunciarne le considerazioni conclusive[5].

Nessuno dei firmatari era presente in rappresentanza di enti religiosi o politici: ciascuno dei partecipanti si assunse la responsabilità a titolo personale[5].

Le premesse ed il contesto[modifica | modifica wikitesto]

Il Codice di Camaldoli fu pensato sul modello del "Codice di Malines", primo tentativo di dottrina sociale cattolica, elaborato nel 1927. Il documento camaldolese voleva esserne il seguito, ideale e temporale. Compilato dall'Unione internazionale di studi sociali di Malines, in Belgio[4], il documento rappresentava un tentativo di codificazione di alcuni principi fondamentali di politica economica del mondo cattolico nell'Europa del Novecento (il Codice di Malines fu poi oggetto di parziale revisione nel 1933)[6][7][8].

Secondo Norberto Bobbio[9], il Codice di Malines era, con le encicliche Rerum novarum (papa Leone XIII, 1891) e Quadragesimo anno (papa Pio XI, 1931), un testo fondamentale della dottrina del Cristianesimo sociale.

Nell'Italia del 1943 l'andamento della seconda guerra mondiale stava dimostrando che il regime fascista, al potere sin dal 1922, era ormai alla corda. Nonostante i Patti Lateranensi del 1929, il rapporto fra regime e cattolicesimo era ancora attraversato da tensioni. Il 15 luglio, appena tre giorni prima dell'inizio dei lavori, Giorgio La Pira aveva iniziato in clandestinità le pubblicazioni del periodico "San Marco", che era stato subito soppresso dal regime.

Il giorno dopo l'inizio dei lavori, il 19 luglio, si ebbe il bombardamento del quartiere romano di San Lorenzo, da parte dell'aviazione degli Stati Uniti. Il bombardamento di Roma portò ad un'accelerazione dei lavori di Camaldoli, facendo contrarre la prevista settimana onde anticipare il ritorno dei partecipanti ad urgenti impegni sul territorio[10].


Contenuto del documento[modifica | modifica wikitesto]

Al termine della settimana di "ritiro" si concordarono alcuni principî, successivamente articolati in 76 enunciati in seguito collettivamente considerati come Codice di Camaldoli.

Fra gli enunciati vi è la definizione della funzione dello stato: "Fine dello Stato è la promozione del bene comune, cioè a cui possono partecipare tutti i cittadini in rispondenza alle loro attitudini e condizioni; bene che i singoli e le famiglie non sono in grado di attuare, giacché lo Stato non deve sostituirsi ai singoli e alle famiglie [...] Ma una direttiva generale (di giustizia sociale) deve essere sempre la protezione e l'elevazione delle classi meno dotate, salvi – ben inteso, i rapporti di giustizia distributiva e commutativa".

La successiva definizione di "bene comune" è mutuata in nota dal testo del noto radiomessaggio di Natale 1942 di Papa Pio XII, che lo descrive come "quelle esterne condizioni le quali sono necessarie all'insieme dei cittadini per lo sviluppo della loro qualità e dei loro uffici, della loro vita materiale, intellettuale e religiosa, in quanto da un lato le forze e le energie della famiglia e di altri organismi, a cui spetta una naturale precedenza, non bastano, dall'altro la volontà salvifica di Dio non abbia determinato nella Chiesa un'alta universale società a servizio della persona umana e dell'attuazione dei suoi fini religiosi"[11]

Viene dagli Atti degli Apostoli un monito circa la possibile legittimazione in taluni casi della disobbedienza civile: "Qualora lo Stato emani una legge ingiusta, i sudditi non sono tenuti a obbedire, ma possono essere tenuti ad attuare quanto la legge dispone per motivi superiori. Se l'oggetto della legge è immorale, cioè lede la dignità umana o è in aperto conflitto con la legge di Dio, ciascuno è obbligato in coscienza a non obbedire".

Circa la vita economica dello Stato, dopo aver affermato che "Per ordinare la vita economica è necessario che si aggiunga alla legge della giustizia la legge della carità", il codice elenca otto principi morali cui si deve informare l'attività della vita economica:

  1. la dignità della persona umana, la quale esige una bene ordinata libertà del singolo anche in campo economico;
  2. l'eguaglianza dei diritti di carattere personale, nonostante le profonde differenze individuali, provenienti dal diverso grado di intelligenza, di abilità, di forze fisiche, ecc.;
  3. la solidarietà, cioè il dovere della collaborazione anche nel campo economico per il raggiungimento del fine comune della società;
  4. la destinazione primaria dei beni materiali a vantaggio di tutti gli uomini;
  5. la possibilità di appropriazione nei diversi modi legittimi fra i quali è preminente il lavoro;
  6. il libero commercio dei beni nel rispetto della giustizia commutativa:
  7. il rispetto delle esigenze della giustizia commutativa nella remunerazione del lavoro;
  8. il rispetto dell'esigenza della giustizia distributiva e legale nell'intervento dello Stato.

Sul dovere di solidarietà, il Codice prescrive che "Finché nella società ci siano dei membri che mancano del necessario, è dovere fondamentale della società provvedere, sia con la carità privata, sia con le istituzioni di carità private, sia con altri mezzi, compresa la limitazione della proprietà dei beni non necessari, nella misura occorrente a provvedere al bisogno degli indigenti".

E sul punto della distribuzione patrimoniale sancisce che "Un buon sistema economico deve evitare l'arricchimento eccessivo che rechi danno a un'equa distribuzione; e in ogni caso deve impedire che attraverso il controllo di pochi su concentramenti di ricchezza, si verifichi lo strapotere di piccoli gruppi sull'economia".

Riferimenti del documento[modifica | modifica wikitesto]

Il documento, soprattutto nell'elencazione dei 76 enunciati, fa riferimento ad alcuni testi ispiratori, fra i quali:

Effetti sulla politica italiana[modifica | modifica wikitesto]

« Non è difficile constatare, testi alla mano, che i primi documenti programmatici della Democrazia cristiana si rifacevano chiaramente alle prime bozze del Codice di Camaldoli. Anche se questo non aveva dirette finalità di parte. Ma c'è di più. Al Codice si ispirano molte norme della Costituzione della Repubblica. »
(Giulio Andreotti[14])

Secondo Paolo Emilio Taviani[1] il "Codice" avrebbe in seguito fortemente ispirato i politici democristiani impegnati nei due decenni successivi ad operare le riforme che, partendo dal superamento dell'autarchia e del protezionismo, prevedevano la liberalizzazione degli scambi con l'estero; ed avrebbe influito sulla politica abitativa ("piano Fanfani-casa"), sulla questione meridionale (istituzione della Cassa per il Mezzogiorno), sulla previsione di opere per le aree depresse del Centro-Nord, sulla riforma agraria, sulla costituzione e gestione di enti a partecipazione statale (come l'Eni, l'Efim, l'IRI), sulle riforme della previdenza sociale, sulle infrastrutture (piano autostradale) e sulla nazionalizzazione delle fonti di energia (come per l'elettricità, con la nascita dell'Enel).

Del resto, secondo Andreotti, il Codice era stato concepito come "manifesto sociale dei cattolici italiani che servisse da inquadramento concettuale per gli sviluppi operativi dell'azione costruttiva della Dc e per un riferimento, stabile e super partes, nell'impatto politico con cui i cattolici si sarebbero venuti a confrontare"[14].

Fu però in particolare il sistema delle cosiddette partecipazioni statali ad essere oggetto di successive critiche. Con la successiva traduzione in leggi di quel programma, si era infatti sviluppato un sistema di partecipazione dello stato all'economia brevemente indicato come sistema delle partecipazioni statali. Accostato a fenomeni correlati come l'assistenzialismo ed identificato dai detrattori come segnale di esecrabile statalismo[15], questo sistema fu sempre più indicato come da smantellare in quanto ritenuto dannoso per l'economia nazionale. Una caratteristica molto discussa di quel sistema era stata, ad esempio, quella dei cosiddetti "oneri impropri", costituiti dai costi sostenuti dalle aziende pubbliche per iniziative non produttive di utili, finalizzate allo sviluppo di aree depresse, al sostegno dell'occupazione, al controllo pubblico di settori strategici per la sicurezza militare, politica ed economica del paese.

Secondo Mario Ferrari Aggradi alcune di queste finalità (ad esempio quella della piena occupazione) erano espressamente perseguite con intenzionale ricorso alle possibilità offerte dal sistema delle partecipazioni statali, anzi definì queste ultime "lo strumento preferenziale per un intervento pubblico in economia"[16].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Paolo Emilio Taviani, La svolta di Camaldoli, in Stato ed economia, poi ripreso con medesimo intendimento in Paolo Emilio Taviani, Perché il Codice di Camaldoli fu una svolta, in "Civitas", XXXV, luglio-agosto 1984
  2. ^ Secondo Giulio Andreotti i giovani dell'Azione Cattolica sarebbero stati di area montiniana; si veda La risposta alle ansie di un'epoca, formiche.net, 1º giugno 2011
  3. ^ Presentazione della Settimana di Camaldoli
  4. ^ a b lapira.org
  5. ^ a b Marcello Rinaldi, Dal welfare state alla welfare society. Teologia sociale e azione pastorale di Caritas italiana, Effatà Editrice, 2006 - ISBN 88-7402-301-4
  6. ^ Raimondo Spiazzi, Enciclopedia del pensiero sociale cristiano, Edizioni Studio Domenicano, 1992 - ISBN 88-7094-101-9
  7. ^ Dopo la promulgazione della Quadragesimo anno di papa Pio XI (1931)
  8. ^ Il Codice di Malines era stato redatto poco dopo la conclusione delle Conversazioni di Malines, che con intento di ecumenismo avevano portato esponenti della Chiesa cattolica e di quella anglicana ad incontrarsi ripetutamente nella cittadina belga fra il 1921 ed il 1925. Le encicliche di papa Leone XIII avevano portato in Belgio all'istituzione dell'Unione internazionale di studi sociali, coordinata dal cardinale Mercier, e l'Unione promosse tanto le Conversazioni quanto la redazione del Codice. In proposito si veda, Max Taggi direttore nazionale Apostolato della Preghiera (AdP), Editoriale del dicembre 2004.
  9. ^ Norberto Bobbio, Il Cristianesimo sociale, in Norberto Bobbio e Franco Pierandrei, Introduzione alla Costituzione, Laterza, 1977
  10. ^ Francesco Malgeri, Storia della Democrazia cristiana: Dalla Resistenza alla Repubblica, 1943-1948, Edizioni cinque Lune, 1989
  11. ^ a b Pio XII, Radiomessaggio di Natale 1942
  12. ^ Tommaso d'Aquino, In octo libros Politicorum Aristotelis expositio
  13. ^ Tommaso d'Aquino, In decem libros Ethicorum Aristotelis ad Nichomacum expositio
  14. ^ a b Giulio Andreotti, La risposta alle ansie di un'epoca, formiche.net, 1º giugno 2011
  15. ^ Sebbene Bobbio, op. cit., abbia precisato che il Cristianesimo sociale rifuggiva anch'esso dallo statalismo, concetto di chiara marca socialista, da evitare per scongiurare "il pericolo di cadere nel livellamento collettivistico".
  16. ^ Mario Ferrari Aggradi, Origini e sviluppo dell'industria pubblica in Italia, in “Civitas”, settembre-ottobre 1982

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Il Codice di Camaldoli, Roma: Edizioni Civitas, 1984
  • Paolo Emilio Taviani, Perché il Codice di Camaldoli fu una svolta, in "Civitas", XXXV, luglio-agosto 1984
  • Pasquale Saraceno, Il sistema delle imprese a partecipazione statale nell'esperienza italiana, Milano, Giuffrè, 1975.
  • Bruno Amoroso – Ole Jess Olsen, Lo stato imprenditore, Bari, Laterza, 1978.
  • Giancarlo Pallavicini, saggio pubblicato in occasione della "Giornata in celebrazione dei 70 anni del Codice di Camaldoli", Biblioteca Universitaria, Link Campus University, Roma, 20 settembre 2013 (versione online).
  • Mario Ferrari Aggradi, Origini e sviluppo dell'industria pubblica in Italia, in “Civitas”, settembre-ottobre 1982.
  • Maria Luisa Paronetto Valier, La redazione del Codice di Camaldoli, in “Civitas”, luglio-agosto 1984.
  • Nico Perrone, Il dissesto programmato. Le partecipazioni statali nel sistema di consenso democristiano, Bari, Dedalo Libri, 1991. ISBN 88-220-6115-2
  • Nico Perrone, Il segno della DC. L'Italia dalla sconfitta al G-7, Bari, Dedalo Libri, 2002. ISBN 88-220-6253-1
  • Nico Perrone, Economia pubblica rimossa, in Studi in onore di Luca Buttaro, vol. V, pp. 241–289, Milano, Giuffrè, 2002. ISBN 88-14-10088-8
  • Roberto Bonuglia, La ricostruzione cattolica: il Codice di Camaldoli, in Id., Economia e politica da Camaldoli a Saragat (1941-1971), Roma, Nuova Cultura, 2007.
  • Roberto Bonuglia, Il Codice di Camaldoli e la ricostruzione cattolica, «Diari Di Bordo», N. 14, Prefazioni di Carlo Vallauri e Paolo Messa, Postfazione di Andrea Camaiora.
  • Alessandro Angelo Persico, Il Codice di Camaldoli. La Dc e la ricerca della "terza via" tra Stato e mercato (1943-1993), Guerini e Associati, Milano, 2014.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Testo del Codice di Camaldoli: 1, 2