Mariotto Segni

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Mariotto Segni
Mariotto Segni 1994.jpg

Sottosegretario di Stato del Ministero dell'agricoltura e delle foreste
Durata mandato 4 agosto 1986 –
16 aprile 1987
Presidente Bettino Craxi
Amintore Fanfani
Predecessore Giuseppe Zurlo
Successore Francesco Cimino

Deputato della Repubblica Italiana
Legislature VII, VIII, IX, X, XI, XII
Gruppo
parlamentare
DC (1976-1993), Misto (1993-1995), I Democratici (1999)
Coalizione Pentapartito (1980-1991), Quadripartito (1991-1993), PpI (1994-1995)
Circoscrizione Sardegna
Collegio Cagliari-Sassari
Sito istituzionale

Eurodeputato
Legislature IV, V
Gruppo
parlamentare
Partito Popolare Europeo
Incarichi parlamentari
Membro
  • Gruppo del partito popolare europeo (Gruppo democratico cristiano) (19 luglio 1994 - 15 settembre 1995)
  • Gruppo tecnico dei deputati indipendenti - Gruppo misto (20 luglio 1999 - 20 luglio 1999)
  • Non iscritti (21 luglio 1999 - 21 luglio 1999)
  • Gruppo "Unione per l'Europa delle nazioni" (22 luglio 1999 - 19 luglio 2004)

Vicepresidente

  • Delegazione per le relazioni con i paesi dell'America centrale e il Messico (7 luglio 2002 - 19 luglio 2004)

Membro

  • Commissione per gli affari istituzionali (21 luglio 1994 - 15 settembre 1995)
  • Delegazione per le relazioni con i paesi del Magreb e l'Unione del Magreb arabo (17 novembre 1994 - 15 settembre 1995)
  • Commissione per gli affari costituzionali (21 luglio 1999 - 14 gennaio 2002)
  • Delegazione per le relazioni con i paesi dell'America del Sud e MERCOSUR (30 settembre 1999 - 14 gennaio 2002)
  • Commissione per gli affari costituzionali (17 gennaio 2002 - 19 luglio 2004)

Membro sostituto

  • Commissione per gli affari esteri, la sicurezza e la politica di difesa (21 luglio 1994 - 15 settembre 1995)
  • Commissione per gli affari esteri, i diritti dell'uomo, la sicurezza comune e la politica di difesa (9 settembre 1999 - 14 gennaio 2002)
  • Commissione per gli affari esteri, i diritti dell'uomo, la sicurezza comune e la politica di difesa (17 gennaio 2002 - 19 luglio 2004)
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Democrazia Cristiana (1976-1993)
Alleanza Democratica (1993)
Patto Segni (1993-2003)
Patto Segni-Scognamiglio (2003-2006)
Titolo di studio Laurea in Giurisprudenza
Università Università degli Studi di Sassari
Professione Docente universitario

Mariotto Segni detto Mario (Sassari, 16 maggio 1939) è un giurista, accademico e politico italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Sposato con Victoria Pons, ha tre figlie[1].

Studi e carriera accademica[modifica | modifica wikitesto]

Figlio del presidente della Repubblica Antonio Segni, dopo la laurea in giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Sassari, si trasferì a Padova.

Allievo e assistente del civilista Luigi Carraro, nel 1975 vince il concorso per professore ordinario[2]. Da allora e fino al collocamento a riposo nel 2011 è stato titolare della cattedra di diritto civile della facoltà di giurisprudenza dell'Università di Sassari.

Carriera politica[modifica | modifica wikitesto]

Deputato della DC[modifica | modifica wikitesto]

Come suo padre Antonio[1], Mario cominciò a svolgere la sua attività politica nella Democrazia Cristiana. Fu dapprima consigliere regionale, poi parlamentare nazionale (la prima volta nel 1976)[3] ed europeo. In quell'elezione raccolse 85.736 preferenze, risultando il democristiano più votato nella circoscrizione Cagliari-Sassari-Nuoro-Oristano dopo Francesco Cossiga (primo con 174.209 voti)[4]. Alla fine del 1977, insieme a Bartolo Ciccardini, Roberto Mazzotta, Giuseppe Zamberletti e Luigi Rossi di Montelera, elaborò un documento, sottoscritto da un centinaio di parlamentari democristiani (gruppo dei «cento», ostile al compromesso storico), in cui si chiedeva una linea politica diversa da quella del segretario Benigno Zaccagnini, che chiudesse nettamente al PCI[3]. Tra i «cento» figurava un solo nome di spicco, quello di Oscar Luigi Scalfaro[3].

Segni e gli altri diedero vita ad una corrente chiamata Proposta, che voleva «garantire ai suoi aderenti di essere rappresentati negli organi del partito e nel governo» ma che in realtà si sciolse dopo poco tempo[3].

Ricoprì l'incarico di sottosegretario all'Agricoltura nel secondo governo Craxi e nel sesto governo Fanfani[1].

Fu anche presidente del Comitato di controllo per i Servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato dal 1987 al 1991.

L'abbandono della DC durante Tangentopoli e l'esperienza di Alleanza Democratica[modifica | modifica wikitesto]

Il 31 luglio 1992 Segni fondò, sull'onda del successo del referendum abrogativo del 1991, il movimento Alleanza Democratica, per promuovere i referendum per la modifica della legge elettorale da proporzionale in maggioritaria e provocare un rinnovamento radicale nel sistema politico italiano (iniziando la «diaspora democristiana»)[5].

Il 23 marzo del 1993 abbandonò la DC, colpita dall'inchiesta Mani pulite[2]. Grazie al sostegno di numerosissimi esponenti della società civile, la consultazione referendaria che si tenne il 18 aprile successivo superò il quorum e si concluse con la vittoria del «sì».

In breve tempo Mario Segni divenne uno dei leader politici più amati ed apprezzati dall'elettorato italiano, tanto che alcuni giornalisti lo definirono «L'uomo che aveva l'Italia in mano» e Silvio Berlusconi gli propose di candidarsi come candidato premier del centro-destra: il docente sardo, tuttavia, decise di rifiutare l'offerta[6].

L'addio ad Alleanza Democratica e la fondazione del Patto Segni[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver rotto l'alleanza con le sinistre[7], nel novembre 1993 fondò, separandosi da AD, un nuovo movimento politico, il Patto Segni, che non ebbe molta fortuna[8]. Eletto deputato alle elezioni politiche del 1994 ma solo con il recupero proporzionale (risultò clamorosamente sconfitto nel collegio uninominale di Sassari)[9][10], alla Camera guidò il suo movimento verso una linea di opposizione al primo governo Berlusconi. Manifestò un iniziale interesse al progetto dell'Ulivo di Romano Prodi, ma ne criticò l'eccessivo sbilanciamento a sinistra. Nel 1996, in occasione delle elezioni politiche annunciò il suo ritiro dall'attività parlamentare italiana e tornò all'insegnamento universitario[8]: ciò che rimaneva del suo partito si federò con la Lista Dini - Rinnovamento Italiano, alleata col centro-sinistra.

Il referendum del 1999 e le elezioni europee con l'Elefantino[modifica | modifica wikitesto]

Rientrò sulla scena politica nel 1999, anno in cui propose un nuovo referendum al fine di abolire quella quota proporzionale che esisteva nel sistema elettorale (il 25%): vinsero i «sì», ma per 150.000 voti il quorum non fu raggiunto[2]. Ci riprovò l'anno successivo, ma anche stavolta non si recò alle urne più del 50% degli aventi diritto[6].

Alle elezioni europee del 1999 fuse quel che rimaneva del suo partito con Alleanza Nazionale sotto il simbolo dell'Elefantino (richiamandosi al Partito Repubblicano americano), nonostante nel 1994 si fosse rifiutato di guidare la nascente coalizione del centro-destra proprio per la presenza di Alleanza Nazionale che, disse, sbilanciava a destra lo schieramento. Il pessimo risultato conseguito in quelle consultazioni (10% delle preferenze) portò alla successiva (e definitiva) divisione tra AN e il Patto[1]. Mario Segni fu tuttavia eletto come parlamentare europeo e nel Parlamento di Strasburgo si occupò soprattutto degli affari costituzionali e dei rapporti tra l'Unione europea e il Messico[8].

Impegno politico e referendum costituzionale del 2006[modifica | modifica wikitesto]

Presidenzialista, tenace difensore della Costituzione e della partecipazione attiva dei cittadini alle scelte politiche del Paese, Mario Segni ha sempre avversato gli eccessi del berlusconismo, ma, fedele alla sua estrazione di cattolico e liberale, non ha mai voluto accettare avances neppure da L'Ulivo. È ancora impegnato per promuovere un ritorno al sistema elettorale maggioritario, nato dal referendum da lui stesso promosso. In occasione del referendum costituzionale del 2006 Segni si schierò per il «no», contro la riforma voluta dal centro-destra[11].

La battaglia per l'abolizione del «Porcellum»[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi mesi del 2007 diventa coordinatore del Comitato promotore dei referendum elettorali promossi insieme al giurista Giovanni Guzzetta: l'obiettivo era l'abolizione della legge elettorale vigente per l'elezione di Camera e Senato detta «Porcellum»[12]. Il 24 luglio dello stesso anno consegna in Cassazione oltre 800.000 firme per la presentazione dei referendum elettorali che si sono poi svolti il 21 e 22 giugno 2009, senza tuttavia che il quorum venga raggiunto[13]. Alla fine del 2013 la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale in Cassazione le parti della legge elettorale Calderoli su premio di maggioranza e liste bloccate.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Giorgio Dell'Arti, Mario Segni, in Cinquantamila giorni, 26 agosto 2014. URL consultato il 26 settembre 2014.
  2. ^ a b c Mariotto Segni, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011. URL consultato il 26 settembre 2014.
  3. ^ a b c d Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di fango, Milano, Rizzoli, 1993.
  4. ^ Archivio Storico delle Elezioni – Camera del 20 giugno 1976, in Ministero dell'interno. URL consultato il 24 novembre 2017.
  5. ^ Simona Colarizi, Storia politica della Repubblica. 1943-2006, Roma-Bari, Laterza, 2007, p. 182-184.
  6. ^ a b Ivan Tedeschi, Mariotto Segni: l'uomo che per un attimo ebbe in mano l'Italia (e la perse), Storie, 2/2014. URL consultato il 26 settembre 2014.
  7. ^ Federico Orlando, Bentornato Mario, il Giornale, 1º ottobre 1993.
  8. ^ a b c Stefano De Luca, Mario Segni, InStoria, Dicembre 2006. URL consultato il 26 settembre 2014.
  9. ^ Archivio Storico delle Elezioni – Camera del 27 marzo 1994, in Ministero dell'interno. URL consultato il 24 novembre 2017.
  10. ^ Archivio Storico delle Elezioni – Camera del 27 marzo 1994, in Ministero dell'interno. URL consultato il 24 novembre 2017.
  11. ^ Francesco Calsolaro, Mario Segni e la vera storia sulla sua "rivoluzione mancata", LSD Magazine, 2 aprile 2011. URL consultato il 26 settembre 2014.
  12. ^ Referendum, Segni col "batti quorum": sì per dire addio all'inciucio, in Panorama, 2009. URL consultato il 26 settembre 2014.
  13. ^ Referendum, quorum non raggiunto. Maroni rilancia: "Cambierò le regole", in La Stampa, 22 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011 (archiviato dall'url originale il 16 giugno 2011).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Sottosegretario di Stato del Ministero dell'agricoltura e delle foreste Successore Emblem of Italy.svg
Giuseppe Zurlo 4 agosto 1986 - 16 aprile 1987
(Governo Craxi II)
Mariotto Segni I
Mariotto Segni 18 aprile 1987 - 27 luglio 1987
(Governo Fanfani VI)
Francesco Cimino II
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