Peste del 1656

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

1leftarrow blue.svgVoce principale: Peste.

Il medico della peste, acquaforte di Paulus Fürst, 1656 (da J. Columbina). I medici ritenevano che questo abbigliamento proteggesse dal contagio. Indossavano un mantello cerato, una sorta di occhiali e guanti protettivi, e adoperavano un bastone per il contatto col malato. Nel becco si trovavano sostanze aromatiche.

« Il terribile flagello coi suoi centocinquantamila cadaveri mise davvero in ginocchio la capitale. Dove non erano riusciti il Vesuvio né l'anno di rivolta, riuscì invece il morbo pestilenziale... »

(Nino Leone, La vita quotidiana a Napoli ai tempi di Masaniello)

L'epidemia di peste del 1656 colpì parte dell'Italia, in particolare il Regno di Napoli. A Napoli pare che la peste fosse arrivata dalla Sardegna, provocando circa 240.000 morti su un totale di 450.000 abitanti; anche nel resto del regno il tasso di mortalità oscillava fra il 50 e il 60% della popolazione.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Il XVII secolo, a Napoli, portò con sé sciagure di vario genere: nel 1631 si verificò un'eruzione del Vesuvio di tipo subpliniano che investì molti casali non lontani dalle mura della città. Tale avvenimento spinse buona parte della popolazione di quei paesi a trovar rifugio nella capitale; una decisione che, proprio durante la grande peste, ebbe il risultato di aumentare ulteriormente la già elevata densità abitativa di alcuni rioni storici, rendendoli maggiormente esposti a gravi rischi igienico-sanitari, e dunque di contagio. Le fonti indicano che furono più di 44.000 i senzatetto che cercarono rifugio a Napoli, mentre i restanti vennero accolti a Nola, Avellino ed in altri paesi del circondario.

La grande densità abitativa dei rioni storici, generalmente parlando, derivava soprattutto dall'inadeguato perimetro della città che da tempo non riusciva più a contenere il numero dei suoi abitanti. Tale situazione è imputabile soprattutto ai governanti spagnoli che per molto tempo impedirono alla città di crescere al di fuori delle mura, per meglio controllarne "gli umori" a seguito delle continue ribellioni.

Oltre all'eruzione, è da ricordare anche la grande rivolta del 1647 che attraversò momenti molto intensi e drammatici. In questo clima, già di per sé molto difficile, il morbo pestilenziale rappresentò il colpo di grazia.

La città non possedeva ancora un adeguato sistema fognario e non poteva contare su riserve sufficienti d'acqua (soprattutto i suoi casali che non erano serviti adeguatamente dagli acquedotti), le precarie condizioni igieniche unite a fattori quali l'elevato numero di animali e il cattivo stato delle strade contribuirono a facilitare la diffusione del contagio portato dalle navi sarde.

Micco Spadaro, Rendimento di grazie dopo la peste, 1657, Museo di San Martino, Napoli. Tra i religiosi che pregano è visibile il cardinale Ascanio Filomarino.

Anche nel resto del regno l'evoluzione dell'epidemia non fu molto diversa (si contarono circa 600.000 perdite umane); ma la situazione più grave fu senz'altro quella registrata nella capitale. Molti narratori dell'epoca si mostrarono seriamente preoccupati per ciò che stava accadendo, la capitale era letteralmente in ginocchio. Alla fine dell'epidemia la città appariva quasi spopolata; molte generazioni di intellettuali, politici, artisti, furono del tutto cancellate. La città però riuscì a riprendersi quasi completamente già a fine secolo, come ci è dato sapere da L. De Rosa:

« La crescita demografica riprese vivace nei primi decenni del Seicento. Ed anche se la peste del 1656 decimò la sua popolazione alla fine del Seicento Napoli presentava un numero di abitanti maggiore che agli inizi del Cinquecento. Se Londra non fosse cresciuta nel corso del Seicento, nonostante l'incendio che l'aveva devastata, Napoli sarebbe stata, agli inizi del Settecento, non la terza, ma ancora dopo Parigi, la seconda città d'Europa per popolazione. »

Subito dopo la città partenopea la peste raggiunse Roma, dove arrivò proprio a causa di un marinaio napoletano che prese alloggio in un albergo di Montefiore, a Trastevere; caso in un primo momento erroneamente sottovalutato. Su una cittadinanza di poco meno di 100.000 persone, i morti furono 14.473: 11.373 alla sinistra del Tevere e 1.600 a Trastevere.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Massimo Rosi, Napoli Entro e Fuori le Mura, Newton e Compton Editori, Roma 2004

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Catastrofi Portale Catastrofi: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Catastrofi