Leo Longanesi

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Leo Longanesi.

Leopoldo Longanesi, detto Leo (Bagnacavallo, 30 agosto 1905Milano, 27 settembre 1957), è stato un giornalista, editore, pittore, disegnatore e aforista italiano.

Si cimentò nell'arte della scrittura, nella grafica, nella tipografia, nell'illustrazione, nel disegno caricaturale e nella pittura, lasciando sempre un'impronta originale e controcorrente. Nella sua vasta produzione pubblicistica, il gusto per la tradizione si fuse con un atteggiamento intellettuale anticonformista. Tra i più eclettici intellettuali del suo tempo, fu il maître à penser di un'intera generazione di scrittori e giornalisti.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Il padre Paolo, appartenente a una famiglia di agiati coltivatori lughesi, dirigeva la fabbrica di polveri da sparo «Pietro Randi» di Lugo[1]; la madre Angela era discendente dei Marangoni, ricchi proprietari terrieri di Bagnacavallo. Longanesi ricorda: «Sono uscito da una famiglia per metà rossa e per metà nera, sentimentale e rissosa, laboriosa e ambiziosa, scettica e religiosa; sono cresciuto in una delle tante famiglie romagnole che, in ottant'anni, riuscirono ad acquistare una casa, a conquistarsi un gradino». «Sono un uomo inquieto uscito da una famiglia quietissima»[2]. Nel 1911 Leo ha sei anni: la famiglia si trasferisce a Bologna. I genitori, benestanti, hanno deciso di investire sull'unico figlio. Leo dovrà imparare il francese e frequentare le migliori scuole della città.

I Longanesi comprano casa in via Irnerio e Bologna diventa la città di adozione di Leo: «A Roma, a Milano, a Napoli, ho trascorso anni, ma a Bologna ho lasciato il cuore. Posso dire di conoscerne ogni porta, ogni finestra, ogni vicolo [...] [A Bologna] Tutto è lecito, tutto è consentito, a condizione che ci si muova sul piano dell'intelligenza...»[2]. Dopo la maturità al liceo Galvani frequenta l'Università, Facoltà di Giurisprudenza. Nel contempo avvia le prime collaborazioni giornalistiche. Crea il primo foglio stampato all'età di quindici anni: Il Marchese (numero unico, 1920). Seguiranno: È permesso…?, con sottotitolo: Zibaldone dei giovani (mensile satirico, 1921), Il Toro (1923)[3] e Il Dominio (1924), dove rivela le sue doti intellettuali, tecniche e artistiche. Tutti i giornali hanno sede presso la sua abitazione in via Irnerio e sono stampati presso lo Stabilimento Poligrafici Riuniti.

Il Ventennio di Longanesi[modifica | modifica wikitesto]

Francobollo che celebra il centenario della nascita.

« Descrivere la vita di Longanesi equivale a percorrere la storia delle vicende politiche, letterarie ed artistiche d'Italia dal 1926 ad oggi. Ci si accorge di come la storia di Longanesi sia legata alle fortune spirituali del nostro paese. »

(G. Raimondi, Il Selvaggio, n. 4-5-6/1942, p. 10.)

Nella Bologna post-bellica, Longanesi gode di benessere materiale, veste e consuma alla moda e adotta l'estetica nazionalista come sistema di pensiero. Benché adolescente, frequenta già i caffè letterari; si inserisce nel giro dei nottambuli e del demi-monde cittadino. In breve tempo accede a intellettuali e fascisti più vecchi di lui di almeno una generazione. Conosce Bruno Cicognani, Galvano Della Volpe, Gustavo Del Vecchio e soprattutto Giorgio Morandi, che lo prende sotto la sua ala protettiva. Morandi lo presenta a Giuseppe Raimondi e a Vincenzo Cardarelli, che Longanesi prende come esempio di intellettuale brillante e affabulatore. Frequenta inoltre i gerarchi fascisti Leandro Arpinati e Dino Grandi; con Italo Balbo stringe una duratura amicizia.

Nel 1924 inizia a collaborare con L'Assalto (1920-1943), organo della federazione fascista di Bologna. Nello stesso anno trascorre un paio di mesi a Roma, entrando per la prima volta in contatto con l'ambiente culturale capitolino[4]. Conosce il pittore e incisore Mino Maccari, con cui scrive la commedia teatrale Due servi. Maccari introduce Longanesi in Strapaese, un movimento che intende il fascismo come mantenimento della tradizione e della genuinità paesana. Maccari fonda la rivista Il Selvaggio, cui Longanesi presterà la propria collaborazione[5].

Tornato a Bologna, il 1926 è un anno di svolta per Longanesi: fonda una rivista, scrive il suo primo libro e lascia gli studi universitari per dedicarsi completamente all'editoria. Il 14 gennaio 1926 esce il primo numero de L'Italiano, settimanale di cultura artistico-letteraria. Il nome di Longanesi inizia a diffondersi presso l'Italia colta. Collaborano alla rivista, tra gli altri, Cardarelli, Giovanni Comisso, Henry Furst e Mino Maccari. L'Italiano nasce in un momento di intenso dibattito circa il rapporto tra arte e fascismo, e si caratterizza per una presa di posizione nettamente contraria all'esistenza di un'arte fascista:

« Questa rivista non ha mai stampato le parole stirpe, era, cesarea, augustea... Dio ci scampi e liberi dagli archi di trionfo e dai fasci coi festoni... Uno stile non s'inventa dalla sera alla mattina. Lo stile fascista non deve esistere. Il nostro stile è quello italiano che è sempre esistito. Oggi occorre metterlo in luce.[2] »

Secondo Longanesi la realtà suggerisce all'artista i modelli, ma l'opera d'arte non è una copia del reale: è il frutto di un originale processo creativo, che mira non già alla mera rappresentazione del suo oggetto, ma a una sua feconda manipolazione[6].

Fare la fronda

La fronda per Longanesi è una questione estetica: «I regimi totalitari non consentono la battuta di spirito ma essi hanno il merito, involontario, di suscitarla. Nelle grandi pause liberali, lo spirito, il gusto del comico, l'ironia languono. La satira è tanto più efficace quanto più è rivolta contro regimi intolleranti»[2]; ma è anche una questione antropologica: «Fanfare, bandiere, parate. Uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica»[2]; una questione editoriale: «Il Fascismo non ha tolto la libertà di stampa ma ha introdotto la responsabilità di stampa; e i giornali d'oggi sono monotoni, uguali, zelanti, cortigiani, leccapiatti appunto perché nessuno ha il coraggio d'assumere questa responsabilità, a costo di perdere onori e cariche. Non è dunque la libertà di stampa che fa difetto, ma è la stampa, che per vivere in pace, si taglia la testa e la mette nel sacco dei luoghi comuni»[2]; e una questione politica, perché il fascismo ha deluso le sue aspettative strapaesane: «Gerarchi: la grande attività di chi non ha nulla di serio a cui pensare»[2].

Il Vade-mecum del perfetto fascista, opera prima che Longanesi pubblica nel 1926 con straordinario successo, è un compendio del suo stile "frondista": il famoso motto «Mussolini ha sempre ragione», da lui coniato[7] (e presente nel Vade-mecum), si presta con voluta ambiguità sia all'esaltazione sia alla satira. Questa sottile duplicità permette a Longanesi da un lato di collaborare con la rivista Cinema di Vittorio Mussolini; dall'altro di satireggiare su «ogni campagna del regime: così per la battaglia del grano (1925), come per la bonifica culturale; per la mitizzazione dell'Antica Roma, come per le mire imperiali della guerra d'Africa»[2].

Nel 1927 Longanesi inizia anche la sua attività di editore. La sua piccola casa editrice, L'Italiano Editore, pubblica opere di Riccardo Bacchelli, Curzio Malaparte, Telesio Interlandi (Pane bigio, 1927), Vincenzo Cardarelli e Antonio Baldini (La dolce calamita ovvero La donna di nessuno, 1929). Utilizza il carattere tipografico Bodoni. Nel 1928 rileva da Curzio Malaparte la casa editrice La Voce, fondata a Roma da Giuseppe Prezzolini nel 1919[8]. Una delle prime pubblicazioni dell'editrice è proprio un'opera di Malaparte, Avventure di un capitano di sventura (1928).

Nel 1929 inizia una proficua collaborazione con Giovanni Ansaldo, con cui era in corrispondenza fin dal 1926[9]. Quell'anno Longanesi si presenta alle elezioni, senza essere eletto. Il 6 luglio accetta la direzione del periodico L'Assalto, cui collabora fin dal 1924. Nel 1930 appaiono sul mensile bolognese le prime fotografie che Longanesi pubblica su un suo giornale (e dal 1931 anche su L'Italiano). Il 14 maggio 1931, al Teatro Comunale di Bologna, Arturo Toscanini è vittima di un'aggressione squadrista. Il maestro viene schiaffeggiato per non aver voluto intonare Giovinezza. Longanesi era presente[10]. In autunno rassegna volontariamente le dimissioni da L'Assalto: Longanesi paga per un articolo irriverente contro il senatore Giuseppe Tanari, finanziatore dello squadrismo bolognese.

Si trasferisce a Roma con i genitori e i nonni. Fissa la propria residenza in Corso Vittorio Emanuele. Trasferisce nella capitale anche la direzione de L'Italiano. Oltre al suo giornale, si dedica maggiormente a Il Selvaggio, giungendo a compilarlo praticamente da solo. Nel 1929, in occasione di un'esposizione di libri a Barcellona, si era occupato dell'allestimento del padiglione della stampa letteraria. I lusinghieri risultati ottenuti gli procurano, tre anni dopo, l'incarico di allestire la "Sala T", interamente dedicata a Mussolini, nell'ambito della Mostra del decennale della Rivoluzione fascista, inaugurata il 28 ottobre 1932. Longanesi cura anche la propaganda per la Guerra d'Etiopia (1935).

Longanesi e la moglie (1939).

Nel 1935, alla soglia dei trent'anni, Longanesi ritiene di poter chiedere al regime la direzione di un importante giornale. Dopo due anni, il 3 aprile 1937, nasce Omnibus - Settimanale di attualità politica e letteraria. Stampato a rotocalco[11], è considerato il capostipite dei settimanali d'informazione italiani. Longanesi così descrive la sua linea editoriale:

« È l'ora dell'attualità. È l'ora delle immagini. Il nostro nuovo Plutarco è l'obiettivo Kodak, che uccide la realtà con un processo ottico e la fissa come lo spillo fissa la farfalla sul cartoncino. Oggetti e persone, fuori del tempo, dello spazio e delle leggi di casualità divengono una visione. La fotografia coglie il mondo in flagrante. Diamo tante immagini accanto a testi ben fatti: ecco un nuovo genere di giornalismo. »

([2])

Edito da Angelo Rizzoli[12], arricchito dalle firme di Indro Montanelli, Alberto Moravia, Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Mario Soldati, Mario Pannunzio, Arrigo Benedetti e Alberto Savinio, il periodico ottiene un immediato successo, ma per un motivo futile viene sospeso dal Minculpop il 2 febbraio 1939. Vani i tentativi di Longanesi di ottenere da Benito Mussolini la revoca del provvedimento.

Il destino vuole che la chiusura di Omnibus arrivi poche settimane prima del suo matrimonio. Il 18 febbraio Longanesi convola a nozze con Maria Spadini, figlia del pittore Armando Spadini, conosciuto tramite Vincenzo Cardarelli, amico comune[13]. Dall'unione nascono tre figli: Virginia (19 dicembre 1939), Caterina (25 dicembre 1941) e Paolo (6 aprile 1945). Intanto la collaborazione con Rizzoli, editore di Omnibus, procede sotto altre forme. A Longanesi è affidata la direzione della collana Il sofà delle muse, che riprende il titolo di un'omonima rubrica del settimanale. Escono in questa collana[14]: Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati (1940), Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati (1941) e La verità sul caso Motta di Mario Soldati (1941). Neanche il regime si dimentica di lui: nel 1940 è nominato consulente tecnico-artistico del Ministero della Cultura Popolare[15].

Il 1940 è anche l'anno in cui l'Italia entra nella seconda guerra mondiale. Bastano due anni a Longanesi per capire come andrà a finire: «Si ha molta fiducia nella nostra incapacità; e dicono "La nostra cara patria, la nostra Italia" con una commozione turistica, familiare e ipocrita che non lascia più speranza»[2]. Ma con la sua tipica versatilità, su richiesta di Mussolini, si dedica alla propaganda bellica e conia i famosi slogan: «Taci! Il nemico ti ascolta», «La patria si serve anche facendo la sentinella ad un bidone di benzina», «Una pistola puntata contro l'Italia»[16]. Disegna molte copertine e pagine interne per la rivista Primato.

A Roma Longanesi usa per la prima volta, nel 1941, il suo nome come marchio editoriale. Pubblica autori, oltre che italiani, anche francesi (Flaubert, Maupassant, Tocqueville), russi (Tolstoj, Dostoevskij) e anglo-americani (Caldwell, Isherwood e Cain). Nel 1942 crea le collane La Gaja Scienza, Il Cammeo e La Buona Società, che riprenderà nella nuova casa editrice fondata a Milano nel dopoguerra.

Gli anni della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Longanesi con Alberto Moravia e Pietro Albonetti a passeggio per Roma (1940).

Il 25 luglio 1943 cade il regime fascista. Longanesi scrive, assieme a Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti, l'articolo di fondo del 26-27 luglio su Il Messaggero, principale quotidiano della capitale, in cui si celebra il ritorno alla libertà. Dopo l'8 settembre 1943 e il cambio di campo dell'Italia, Longanesi capisce di non potersi più sentire al sicuro[17]. Il 16 settembre lascia la capitale diretto al Sud. Il viaggio per attraversare il fronte dura due settimane. Insieme al padre e ad alcuni amici (tra cui Steno, Mario Soldati e Riccardo Freda)[18] si dirige dapprima a Orte in treno (16 settembre). Qui il padre li lascia per tornare a Roma. Longanesi e gli altri proseguono a bordo di un carro merci in Abruzzo (L'Aquila, Sulmona). Arrivati a Guardiagrele (19 settembre), vi sostano una settimana, per organizzare l'attraversamento del fronte. La sera del 26 settembre partono per Carpinone, il 29 giungono a Vinchiaturo, in Molise.

Il 1º ottobre, dopo aver attraversato il fiume Calore, incontrano i primi soldati del fronte alleato.[19] Longanesi si stabilisce nella Napoli occupata dagli Alleati. Nel capoluogo campano, insieme a Steno e a Mario Soldati[20], si dedica alla propaganda antifascista, alla radio, con la rubrica Stella bianca. Ben presto affiora però la sua scontentezza verso il nuovo clima: «Tutti si agitano, si affannano, si intrufolano, in mille modi nei luoghi più impensati. Chi studia l'inglese, chi spinge la moglie nelle anticamere dei comandi, chi passa da un partito all'altro nell'incerto pensiero di non saper chi trionfi; chi raccoglie testimonianze false sulla propria onestà politica per accusare l'antico compagno. Tutti i partiti si rubano di tasca i programmi, e tutti vogliono fondare nuovi partiti»[2].

Annota sul suo diario: «Perdere una guerra è una cosa disastrosa, ma non è un fatto irrimediabile. Sotto certi aspetti, è bene anche perderne qualcuna di guerre, ma è un errore lamentarsene e dimenticarsene. Il vero guaio è che non abbiamo perduto abbastanza: ci sentiamo quasi vincitori».[2] Cosicché attende la liberazione di Roma (4 giugno 1944) e poi fa ritorno nella capitale (il 1º luglio). In estate scrive la commedia teatrale, Il suo cavallo (il riferimento è al cavallo di Mussolini), che debutta al Teatro Valle. Con l'editore De Fonseca pubblica e dirige Sette. Settimanale di varietà. Nato il 1º aprile 1945, si impone subito per la vivacità, le interessanti rubriche e il sapiente utilizzo delle immagini fotografiche. All'indubbio successo della rivista, non corrispondono però adeguate soddisfazioni economiche. Longanesi decide quindi di trasferirsi a Milano, città più votata all'imprenditoria. Non cerca Rizzoli, ma vuole avviare un nuovo sodalizio.

La vita a Milano[modifica | modifica wikitesto]

Nel gennaio del 1946 Longanesi si trasferisce a Milano con la famiglia, dove prosegue il resto della sua carriera. I genitori, invece, tornano in Romagna, stabilendosi a Imola[21]. Attirato dall'allettante offerta dell'industriale Giovanni Monti, il 1º febbraio fonda la casa editrice Longanesi & C.. Attivissimo, fare l'editore non gli basta: decide di fondare un nuovo giornale, un bollettino mensile di informazione sulle novità editoriali. Il Libraio esce dal 1946 al 1949. Longanesi non è entusiasta della nuova democrazia italiana che ha sostituito il fascismo: «L'Italia è una democrazia in cui un terzo dei cittadini rimpiange la passata dittatura, l'altro attende quella sovietica e l'ultimo è disposto ad adattarsi alla prossima dei democristiani»[2].

Né sopporta la disinvoltura con cui tanti abbracciano l'antifascismo: «C'è chi si crede antifascista solo perché il fascismo non si accorse di lui»[2]; soprattutto tra gli ex fascisti: «Una domanda che non dobbiamo mai rivolgere a nessuno: "Ma dove ci siamo già incontrati?"»[2]. Nel 1948, vedendo concretarsi il pericolo di una vittoria social-comunista, partecipa attivamente alla campagna per le elezioni politiche, attraverso la stesura di manifesti, volantini, libretti di propaganda e, addirittura, le trasmissioni di Radio Garibaldi, una radio clandestina anticomunista che trasmetteva da un camioncino, guidato dallo stesso Longanesi e da Indro Montanelli per le strade di Milano.[22] Dopo la vittoria nelle elezioni, Longanesi decide di dedicarsi alla fondazione di un nuovo giornale. Lascia Il Libraio nelle mani di Giovanni Ansaldo e si dedica alla sua nuova creatura.

Leo Longanesi nel suo studio a Milano (1956).

Nel 1950 Longanesi fonda Il Borghese, rivista culturale che si occupava soprattutto del costume dell'Italia intellettuale, a cui collaborano Giovanni Ansaldo, Indro Montanelli, Giuseppe Prezzolini, Giovanni Spadolini, Mario Tedeschi, Alberto Savinio, Ennio Flaiano, Colette Rosselli, Irene Brin, Goffredo Parise, Mario Missiroli e Piero Buscaroli.

Con Il Borghese e con il movimento politico che gli affianca, la Lega dei Fratelli d'Italia, organizzato in una serie di circoli cittadini, Longanesi continua la sua militanza "strapaesana", convinto che il disordinato sviluppo industriale degli anni cinquanta, il boom economico, la cultura di massa e il consumismo, con le loro ricadute sociali, stiano snaturando l'identità degli italiani, che per lui rimane quella contadina: «La miseria è ancora l'unica forza vitale del Paese e quel poco o molto che ancora regge è soltanto frutto della povertà. Bellezze dei luoghi, patrimoni artistici, antiche parlate, cucina paesana, virtù civiche e specialità artigiane sono custodite soltanto dalla miseria. [...] Perché il povero è di antica tradizione e vive in una miseria che ha antiche radici in secolari luoghi, mentre il ricco è di fresca data, improvvisato [...] La sua ricchezza è stata facile, di solito nata dall'imbroglio, da facili traffici, sempre o quasi, imitando qualcosa che è nato fuori di qui. Perciò quando l'Italia sarà sopraffatta dalla finta ricchezza che già dilaga, noi ci troveremo a vivere in un paese di cui non conosceremo più né il volto né l'anima».[23]

La politica, che dovrebbe governare la trasformazione dell'Italia da paese agricolo a potenza industriale, gli appare inetta a conservare un equilibrio tra tradizione e modernità: «Chi rompe, non paga e siede al governo»[23]; «Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa»[23]; «Alla manutenzione, l'Italia preferisce l'inaugurazione»[23]. Longanesi ha forti riserve sulla stessa democrazia: «Il pericolo delle democrazie è il suffragio universale, cioè le masse. Lasciare libertà alle masse significa perdere libertà»[2]. Nel 1955, al teatro Odeon di Milano, interviene sul tema: "Che cos'è la destra in Italia". Il Borghese, sempre fortemente critico nei confronti del conformismo imperante, si attira nemici sia a destra che a sinistra. Il governo è in prima fila nel fare pressioni per la chiusura[24].

Longanesi è in difficoltà: mentre durante il fascismo poteva contare sull'amicizia personale con il capo del governo, negli anni Cinquanta poteva contare solo sulle proprie forze. Giovanni Monti, socio di Longanesi, gli propone di staccare Il Borghese dalla casa editrice (erano entrambi soci al 50%) e di sottoscrivere un aumento di capitale. Longanesi non accetta la proposta, si ritrova fuori dal nuovo consiglio di amministrazione e lascia la società. Abbandonando la casa editrice che portava il suo nome, Longanesi si portò via Il Borghese pagandolo 5 milioni di lire: secondo Giovanni Ansaldo il finanziamento arrivò da Confindustria.

Il 27 settembre 1957, nel suo ufficio a Milano in via Bigli, è colto da un infarto cardiaco. Il 16 settembre aveva scritto: «È un peccato vivere, quando tanti elogi funebri ci attendono»[2]. Prima di perdere conoscenza, ha appena il tempo di mormorare: «Ecco, proprio come avevo sempre sperato: alla svelta, e fra i miei aggeggi»[25]. Trasportato in clinica, vi muore poco dopo. Il giorno dopo, Arrigo Benedetti, allievo di Longanesi a Omnibus e poi fondatore de L'Europeo, lasciò questo vivido ricordo di Leo Longanesi:

« Non ho mai conosciuto altro uomo il cui occhio cogliesse con tanta rapidità i particolari sconcertanti della realtà contenuti in una fotografia. Come quando guardava i manoscritti senza leggerli e senza seguire lo svolgimento d'una narrazione o di un discorso critico, cancellando qua un pronome, là un avverbio, così egli lavorava sulle fotografie che ogni giorno portavano sul nostro tavolo la realtà internazionale di quegli anni. Dell'Italia ufficiale di allora egli, con l'ingrandimento di un particolare dava immediatamente una figurazione storica. Gli accadeva quasi inavvertitamente, come se non se ne rendesse conto. »

(Arrigo Benedetti, L'uomo della fronda, La Stampa, 28 settembre 1957.)

Raccontò Montanelli in occasione del trentennale della sua morte:

« Al cimitero ci si ritrovò in una decina di persone, non di più. Non ci furono cerimonie né discorsi. Solo la piccola Virginia, che avrà avuto quattordici anni, mentre la bara di suo padre calava nella tomba, mormorò: «E dire che gli orfani mi sono sempre stati così antipatici...». Una frase che sarebbe piaciuta moltissimo a Leo. »

(Indro Montanelli, Un epitaffio per Leo, settembre 1987. All'articolo fu attribuito il Premio Guidarello.)

Tributi[modifica | modifica wikitesto]

In occasione del centenario della nascita, nel 2005 è stato istituito dal Ministero delle Attività e dei Beni Culturali un Comitato per le Celebrazioni del Centenario. Nello stesso anno, le Poste italiane hanno emesso un francobollo commemorativo con la sua effigie.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Giornalismo[modifica | modifica wikitesto]

Riviste fondate e dirette
  • Il Marchese (1920, un numero)
  • È permesso…?, mensile (1921, tre numeri, da marzo a maggio). Scritto con Giorgio Leone e Piero Girotti (gerente responsabile) prima pagina
  • Il Toro, mensile (1923, due numeri, marzo-aprile). Scritto con Corrado Testa e Nino Fiorentini. A. Borromei è il gerente responsabile per la Casa Editrice Imperium prima pagina
  • Dominio, mensile (1924)
  • L'italiano[26] (1926-1942) copertina
  • Omnibus (1937-1939)
  • Il Libraio (1946-1948) copertina
  • Il Borghese (1950, diretta fino al 1955) copertina - copertina[27]
  • Il Garofano Rosso, quindicinale (1/06/1952 - 1/03/1953) copertina
Riviste dirette
  • L'Assalto (1929-1931) - prima pagina
  • Il Secolo Illustrato (1938)[28]
  • Tutto (feb-mar 1939)[29] - copertina
  • Storia di ieri e di oggi, quindicinale (1939)[30] - copertina
  • Il Profugo (1944, un numero)
  • Sette. Settimanale di varietà (1945)
Collaborazioni
  • Cronache di attualità (dal 1922)
  • Index rerum virorumque prohibitorum o Breviario romano di A. G. Bragaglia, dall'aprile 1924 al 1928[31]
  • Il Selvaggio (dal 1926) - copertina
  • Cinema (dal 1935)
  • Fronte, giornale per i soldati, settimanale (8/09/1940 - 7/09/1943)[29] - copertina
  • Primato (1941-1943)

Libri[modifica | modifica wikitesto]

  • Vade-mecum del perfetto fascista seguito da dieci assiomi per il milite ovvero Avvisi ideali, Firenze, Vallecchi, 1926
  • Cinque anni di rivoluzione, L'Italiano editore, Bologna 1927
  • con Mino Maccari e altri, L'Almanacco di Strapaese, L'Italiano editore, Bologna, 1928
  • Vecchio Sport (Estratto), da Nuova Antologia, Roma, 1935
  • con Vitaliano Brancati, Piccolo dizionario borghese, in L'Italiano, Roma, 1941
  • Parliamo dell'elefante. Frammenti di un diario, Milano, Longanesi, 1947; Milano, Longanesi, 2005 (introduzione di Pierluigi Battista)
  • In piedi e seduti (1919-1943), Milano, Longanesi, 1948
  • Il mondo cambia. Storia di cinquant'anni, Milano, Rizzoli, 1949
  • Una vita. Romanzo, Milano, Longanesi, 1949. (copertina)
  • Il destino ha cambiato cavallo, Milano, Longanesi, 1951
  • Un morto fra noi, Milano, Longanesi, 1952
  • Ci salveranno le vecchie zie?, Milano, Longanesi, 1953
  • Lettera alla figlia del tipografo, Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1957
  • La sua Signora. Taccuino, prefazione di Indro Montanelli, Milano, Rizzoli, 1957; Milano, Longanesi, 2017 (postfazione di Pietrangelo Buttafuoco)
  • Me ne vado. Ottantun incisioni in legno, Milano, Longanesi, 1957
  • L'italiano in guerra, 1915-1918, Milano, Longanesi, 1965
  • I Borghesi Stanchi, Milano, Rusconi, 1973
  • Il Generale Stivalone, Milano, Longanesi, 2007.
  • Faust a Bologna, Milano, Edizioni Henry Beyle, 2013.
  • Morte dell'Imperatore, a cura di Caterina Longanesi, Milano, Edizioni Henry Beyle, 2016.

Scelte antologiche degli scritti[modifica | modifica wikitesto]

  • Il meglio di Longanesi, Milano, Longanesi, 1958.
  • Fa lo stesso, a cura di Paolo Longanesi, Collana La Gaja scienza n.498, Milano, Longanesi, 1996. [varie testate, 1931-1953]
  • Il mio Leo Longanesi, a cura di Pietrangelo Buttafuoco, Milano, Longanesi, 2016.

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

  • Due Servi, commedia, scritta con Mino Maccari (1924)
  • Una conferenza, atto unico (1942)
  • Il commendatore, commedia (1942)
  • Il suo cavallo, commedia (1944)
  • La colpa è dell'anticamera, atto unico (1946)

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Longanesi vanta anche incursioni nel cinema, collaborando alla sceneggiatura dei film Batticuore (regia di Mario Camerini, 1939), La sposa dei Re (regia di Duilio Coletti, 1939) e Fra Diavolo (regia di Luigi Zampa, 1942)[32]. Nell'estate del 1943 inizia a girare come regista Dieci minuti di vita, il cui soggetto ha scritto insieme a Steno e a Ennio Flaiano, ma è costretto a interrompere le riprese in settembre a causa dell'occupazione tedesca di Roma[33]. A guerra finita, nel 1945 collaborò alla sceneggiatura di Quartieri alti (regia di Mario Soldati).

Longanesi intuì che il ruolo del cinema sarebbe stato preso dalla televisione: «Il cinematografo ha fatto luce su molti misteri e la fantasia plebea ha perduto vigore, sedotta dall'immagine di un benessere facilmente raggiungibile. Il film ha prodotto una rivoluzione più profonda di quella di Lenin: ha ucciso persino gli ideali ribelli del romanticismo operaio.»[23]

Pittura[modifica | modifica wikitesto]

Come pittore, Longanesi espose alla Galleria del Selvaggio a Firenze (1927) e alla II Mostra del Novecento italiano a Milano (1929); partecipò alla I e II Quadriennale (1931 e 1935); alla XIX Biennale di Venezia (1934); alla Mostra del disegno italiano a Berlino (1937). Nel 1941 tenne un'importante personale alla Galleria Barbaroux di Milano. Un suo dipinto, Roma (1941) è esposto alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna.

Disegno e illustrazione[modifica | modifica wikitesto]

Di Longanesi è intensissima l'attività come disegnatore e illustratore. Nella sua produzione si ricollega alla tradizione della stampa popolare italiana dei lunari, almanacchi, libri dei sogni e carte da gioco. Nel 1938 disegna la nuova testata del Popolo di Roma e dal 1941 le copertine della rivista Primato, diretta da Giuseppe Bottai. Nello stesso anno Il Selvaggio raccoglie in un suo numero numerosi suoi disegni.

I suoi caratteri tipografici preferiti erano: i bodoni (in assoluto), gli aldini, gli elzeviri:

Pubblicità[modifica | modifica wikitesto]

Longanesi è stato autore di centinaia di disegni pubblicitari per cartelloni e manifesti. Tra le più importanti collaborazioni, vanno ricordati i disegni pubblicitari dell'Agip Carburanti e della benzina Supercortemaggiore. Nel 1955 cura la grafica della campagna pubblicitaria per la Vespa.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Pietro Randi fu l'inventore, attorno al 1880, della "randite", una polvere da sparo senza fumo di color giallo-zolfo in grani ovoidali.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q Questa e altre citazioni sono tratte da Leo Longanesi: la fabbrica del dissenso, in Internet Culturale, 2011 e provengono in massima parte da Parliamo dell'elefante. Frammenti di un diario, 1947.
  3. ^ Diretto insieme con Corrado Testa e Nino Fiorentini, il primo numero esce il 1º marzo 1923.
  4. ^ Alessandra Cimmino, LONGANESI, Leopoldo, in Dizionario biografico degli italiani, LXV, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2005. URL consultato il 17 febbraio 2017.
  5. ^ La collaborazione di Longanesi durerà dal 1925 al 1929.
  6. ^ Raffaele Liucci, L'Italia borghese di Longanesi, p. 166.
  7. ^ Lo slogan «Mussolini ha sempre ragione» appare per la prima volta su L'Italiano n. 3/1926, p. 4, e viene ripreso, sempre nello stesso anno, nel Vade-mecum del perfetto fascista.
  8. ^ Giuseppe Prezzolini, Codice della vita italiana (a cura di Claudio Maria Messina), 2003, p. 65.
  9. ^ Ansaldo collaborerà a tutte le testate create da Longanesi, sia nell'anteguerra, sia nel dopoguerra.
  10. ^ Girerà la voce, peraltro infondata, che sia stato proprio lui l'estensore dello schiaffo.
  11. ^ Il primo rotocalco cui Longanesi aveva lavorato era stato Cinema.
  12. ^ Per i primi sei mesi fu co-edito con Arnoldo Mondadori.
  13. ^ Longanesi sarà poi testimone di nozze del matrimonio tra Alberto Moravia ed Elsa Morante, celebrato il 14 aprile 1941.
  14. ^ L'ultimo numero della collana esce nell'aprile 1945 come venticinquesimo della serie.
  15. ^ R. Liucci, L'Italia borghese di Longanesi, p. 48.
  16. ^ Longanesi, un italiano contro, La Grande Storia Magazine, Rai 3, 13 agosto 2011
  17. ^ In effetti, Mussolini inserì il nome di Longanesi nell'elenco degli intellettuali traditori del fascismo, che fece pubblicare sul Popolo d'Italia l'11 novembre 1943. L'articolo s'intitolò "Canguri d'Italia".
  18. ^ Nel luglio del 1943 Longanesi si cimentò nel cinema girando “Dieci minuti di vita”, cinquantamila.corriere.it. URL consultato il 12 maggio 2017.
  19. ^ Leo Longanesi, Parliamo dell'elefante, Milano, Longanesi, 1947.
  20. ^ Leo Longanesi e Mario Soldati si conoscevano sin dal 1931.
  21. ^ Per la precisione in via Zolino (direzione Piratello), dove possedeva una villa di campagna, acquistata nel 1942.
  22. ^ Raffaele Liucci, L'Italia borghese di Longanesi, Marsilio, Veenzia, 2002.
  23. ^ a b c d e Citazione tratta da La sua Signora. Taccuino, 1957.
  24. ^ È l'amico Giovanni Ansaldo, direttore del «Mattino» e collaboratore del «Borghese», ad affermarlo in una lettera a Giuseppe Prezzolini dell'agosto 1956. Scrive che il capo dello Stato, Giovanni Gronchi, "ce l'ha a morte con «Il Borghese», me l'ha fatto chiaramente capire". E racconta anche che, "per far tacere Il «Borghese» ed evirarlo e farlo cantare come un cantore della Sistina, fece preparare da un socio di Monti (...) una manovra finanziaria per cui Longanesi sarebbe stato privo di quella libertà di gomiti che ha attualmente. Longanesi si sottrasse per tempo alla minaccia, trovò un po' di soldi a Roma (credo presso la Confindustria) e prese «Il Borghese» tutto sulle sue spalle: «Il Borghese» soltanto, non la casa editrice. (...) Tu continua a collaborare come continuo io. Per me il rischio è molto maggiore, ma non [per questo] pianto Longanesi". Fonti: a) Giovanni Ansaldo, Anni freddi, Il Mulino, Bologna, 2003; b) Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo, Minerva, Bologna, 2017.
  25. ^ G. Appella, P. Longanesi, M. Vallora (a cura di), Leo Longanesi 1905-1957. Editore scrittore artista, Longanesi, Milano, 1996.
  26. ^ Il primo gerente responsabile fu V. Orlandi. Essendo Longanesi nato il 30 agosto 1905, non poté firmare il giornale fino al settembre 1926, quando raggiunse la maggiore età.
  27. ^ Destino di una bandiera, pubblicato su Il Borghese n. 23 del 30 luglio 1954. Per Longanesi, la "nuova Italia repubblicana" sfrutta un simbolo sacro come la bandiera per i propri interessi. La copertina fece scalpore.
  28. ^ Barbara Cinelli et alii, Arte moltiplicata. L'immagine del '900 italiano nello specchio dei rotocalchi, Bruno Mondadori, 2014, p. 330.
  29. ^ a b Rivista per i soldati preparata dal Ministero della Cultura Popolare. Longanesi fu il direttore de facto.
  30. ^ Dopo la chiusura di Omnibus Longanesi aveva perso il diritto di firma. Legalmente, il direttore fu un suo allievo, Vittorio Gorresio. Longanesi ottenne dall'editore il cambiamento della testata: da un generico “Storia” a “Storia di ieri e di oggi”. Uscì dal 15 luglio 1939 al 1942.
  31. ^ I disegni erano spediti via posta.
  32. ^ Luigi Zampa, ecodelcinema.com. URL consultato il 12 maggio 2017.
  33. ^ Longanesi girò solo 35 minuti. L'opera fu terminata da Nino Giannini e uscì nel 1944 con il titolo Vivere ancora e la firma di Francesco De Robertis.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Leo Longanesi, a cura di Alberto Savinio, Collana "Arte Moderna Italiana", Milano, Hoepli, 1941
  • Indro Montanelli, Marcello Staglieno, Leo Longanesi, Rizzoli, Milano, 1984. ISBN 88-17-42801-9
  • Piero Albonetti, Corrado Fanti (a cura di), con scritti di Mariuccia Salvati e Pier Giorgio Zunino, Longanesi e Italiani, Faenza, Edit Faenza, 1997
  • G. Appella, P. Longanesi, M. Vallora (a cura di), Leo Longanesi 1905-1957. Editore scrittore artista, Longanesi, Milano, 1996
  • Raffaele Liucci, L'Italia borghese di Longanesi. Marsilio, Venezia, 2002. ISBN 88-317-8061-1
  • Marcello Staglieno, La stampa satirica e Longanesi, in AA.VV., La satira in Italia, Comune di Pescara, 2002
  • Andrea Ungari, Un conservatore scomodo, Le Lettere, Firenze, 2007. ISBN 88-6087-053-4
  • Lorenzo Catania, Quando a Napoli Longanesi chiedeva di iscriversi al PCI di Maurizio Valenzi, "la Repubblica" (ediz. Napoli), 14 novembre 2014.
  • Francesco Giubilei, Leo Longanesi. Il borghese conservatore. Odoya, Bologna, 2015. ISBN 978
  • Walter Della Monica, Leo Longanesi in Poeti e scrittori di Romagna, Il Ponte Vecchio, Cesena, 2015. ISBN 978-88-6541-482-8
  • Raffaele Liucci, Leo Longanesi. Un borghese corsaro tra fascismo e Repubblica. Carocci editore, Roma, 2016. ISBN 978-88-430-7762-5
  • Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo. I grandi giornalisti raccontano la Prima Repubblica, Minerva, Bologna, 2017. ISBN 978-88-738-1849-6

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Direttore del settimanale L'Assalto Successore
Gian Luigi Mercuri 6 luglio 1929 - ottobre 1931 Ezio Balducci
Predecessore Fondatore e direttore de L'Italiano Successore
/// 14 gennaio 1926 - novembre 1942 cessato
Predecessore Fondatore e direttore di Omnibus Successore
/// 3 aprile 1937 - 29 gennaio 1939 cessato
Predecessore Fondatore e direttore del mensile Il Libraio Successore
/// 1946 - 1948 Giovanni Ansaldo
Predecessore Fondatore e direttore del Borghese Successore
/// 15 marzo 1950 - settembre 1957 Mario Tedeschi
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