Battaglia del grano

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La battaglia del grano fu una campagna lanciata durante il regime fascista da Benito Mussolini allo scopo di perseguire l'autosufficienza produttiva di frumento dell'Italia. La campagna ebbe successo nell'ottenere l'aumento della produzione nazionale di grano, e nella conseguente diminuzione del disavanzo della bilancia commerciale, ma andò a scapito di altre colture, specialmente di quelle basilari dell'industria zootecnica e, in genere, dell'armonico sviluppo dell'agricoltura nazionale.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Nazzareno Strampelli e Sementi elette.
Benito Mussolini in una foto propagandistica per sostenere la battaglia del grano.

Nel 1925 il Regno d'Italia risultava importatore netto di 25 milioni di quintali di frumento, su un consumo totale di 75 milioni di quintali.[senza fonte]Per ribaltare questa situazione, provocante un passivo nella bilancia commerciale italiana, venne studiata la Battaglia del grano, campagna che aveva lo scopo di far raggiungere la completa autosufficienza dall'estero di questa fondamentale fonte alimentare per la nazione, un'anticipazione della politica autarchica inaugurata dal regime nel 1935. La "battaglia" venne proclamata durante la seduta notturna della Camera dei deputati del 20 giugno 1925.[senza fonte]

Il 4 luglio venne costituito, con regio decreto[2], il Comitato permanente del grano. Questo era presieduto da Mussolini e ne facevano parte Giuseppe Belluzzo, ministro per l'economia nazionale, Alessandro Brizi, direttore generale dei servizi dell'agricoltura, Gino Cacciari, Enrico Fileni, Antonio Marozzi, in rappresentanza della Confederazione nazionale fascista degli agricoltori, Franco Angelini, Novello Novelli, Luigi Razza, rappresentanti della Federazione nazionale sindacati fascisti dell'agricoltura, e quindi Antonio Bartoli, Emanuele de Cillis e Nazareno Strampelli.

Durante la seduta d'insediamento, Mussolini tracciò le linee generali d'intervento, seguendo la falsariga degli studi dell'On. Prof. Arrigo Serpieri. Si indicava quindi come non strettamente necessario aumentare la superficie coltivata a grano e, soprattutto, di non togliere terreno ad altre colture, che potevano essere più redditizie e, in ogni caso, necessarie al complesso dell'economia nazionale. Veniva quindi considerata unanimemente adeguata la cifra di ettari raggiunta con le semine del 1924. L'intervento doveva quindi rivolgersi principalmente all'aumento del rendimento medio di grano per ettaro, in quanto un aumento medio anche modesto dà risultati globali notevoli.

Il Comitato permanente del grano doveva perciò affrontare tre problemi principali:

  • il problema della selezione dei semi;
  • il problema dei concimi e dei perfezionamenti tecnici;
  • il problema dei prezzi.

Contemporaneamente alla seduta d'insediamento del Comitato, il prof. Serpieri stesso partecipava ad una riunione dell'Accademia dei Georgofili a Firenze, in cui esponeva le proprie idee in merito alla legge da poco approvata, augurandosi che essa producesse effetti positivi sui terreni dell'Italia meridionale, soprattutto sui latifondi. Questi costituivano uno dei problemi storici più grandi per il sud; erano infatti coltivati essenzialmente a pascolo o ad agricoltura estensiva, con padroni non residenti e quindi poco inclini all'applicazione di migliorie, e perciò poco produttivi. Serpieri premeva per l'espropriazione dei latifondi da parte dello Stato e per la loro riassegnazione in piccoli lotti a contadini e braccianti, che avrebbe dato luogo a sviluppo qualitativo e quantitativo della produzione oltreché benefici effetti sociali ed economici per il mezzogiorno.

Mussolini si rivolse quindi a tutte le Cattedre ambulanti sul territorio nazionale per avere un riscontro sulla situazione reale, ma soprattutto per coinvolgerle nella battaglia del grano. Tanto che, a parte alcune risposte compiacenti, ricevette risposte affermative, ma totalmente condizionate dal rispetto di determinati cambiamenti rispetto alla situazione del tempo.[3] Generalmente il Nord Italia, che aveva già intrapreso la strada dell'agricoltura intensiva, richiedeva l'intervento pubblico in termini di migliori fertilizzanti e razionalizzazione delle colture, mentre il Sud, più arretrato ed ancora legato ai problemi del latifondo, richiedeva a gran forza radicali interventi di trasformazione fondiaria.

« La battaglia è semplice perché l’obiettivo è preciso. […] Ho letto con molto interesse tutte le risposte date dai direttori delle Cattedre ambulanti di agricoltura i quali rispondevano alla mia precisa domanda:<< È possibile nella vostra giurisdizione aumentare il rendimento agricolo?>>. La risposta è stata unanime; dal monte al piano, dalle regioni impervie alle zone fertili: dovunque è possibile aumentare il rendimento medio per ettaro del grano. Allora, se questo è possibile, questo deve essere fatto! »
(Benito Mussolini, 11 ottobre 1925[4])

Sentiti i pareri delle varie Cattedre ambulanti locali, il Comitato dette il via ai primi provvedimenti di legge:

  • il decreto 1229 del 26 luglio 1925 ripristinò i dazi doganali della tariffa generale sul frumento, sui cereali minori e sui prodotti derivati;
  • il decreto 1258, sempre del 26 luglio, approvò l'esenzione dal dazio doganale e dalla tassa di vendita per il petrolio destinato ai motori agricoli;
  • il decreto 1314 del 29 luglio, indirizzato alla produzione ed alla diffusione delle sementi elette, che costituivano uno dei fattori centrali su cui poggiò tutta l'impalcatura della battaglia del grano. Grazie a questo decreto venne data vita a Rieti all’Associazione riproduttori sementi, dalla già esistente Associazione reatina sementi, ed altri sei stabilimenti simili in Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Basilicata e Toscana, che beneficiarono di un contributo fino al 50% per le strutture d'impianto.

Furono inoltre incrementati i finanziamenti per le cattedre ambulanti, aumentandone il numero soprattutto al Sud e affidando loro il compito di istituire campi dimostrativi di almeno un ettaro in ogni comune. Ciò al fine di aumentare la propaganda e la sperimentazione agraria. Ulteriori finanziamenti vennero poi concessi alle regie stazioni agrarie ed ai vari istituti agrari, mentre in ogni provincia venne istituita una commissione per la propaganda granaria. Vennero assunti alcuni provvedimenti per il credito agrario, rivolti ad incoraggiare dissodamenti e l'elettrocoltura soprattutto per le aree a coltura estensiva del Sud e per quelle appena bonificate. Infine un altro decreto introdusse i concorsi a premi tra gli agricoltori per la produzione frumentaria. Le autorità fasciste, nell'intento di aumentare la produzione di frumento, arrivarno ad osteggiare apertamente coltivazioni di vegetali ritenuti vili e minori. Tra questi i broccoli, le cime di rapa, il farro, le lenticchie e le rape. Tentarono quindi in maniera sistematica di convincere i coltivatori a sostituirle con il grano. Un tentativo di convincere gli abitanti di Castelluccio di Norcia a coltivare la loro valle a grano al posto delle tradizionali lenticchie causò quasi un tumulto. L'esperimento fu fortunatamente accantonato dopo che una coltivazione di grano sperimentale si rivelò fallimentare a causa della particolare climatologia della valle.

« L’agricoltura italiana ha forse bisogno di un ministro. Quel ministro sono io. Ha bisogno di mezzi: li avrà! »
(Benito Mussolini[5])

L'aumento totale della produzione venne realizzato sviluppando due fattori principali: la superficie coltivata e la produttività per ettaro.

Lo sviluppo della superficie coltivata venne portato avanti soprattutto grazie alla bonifica integrale realizzata su tutto il territorio nazionale, in particolar modo nell'Agro Pontino ed in Maremma, ma in parte anche con la destinazione alla cerealicoltura di terreni prima destinati ad altre colture.

L'aumento delle rese unitarie fu dovuto invece a:

« Chi risalga indietro nella storia della granicoltura in Italia, troverà che giammai molta importanza fu accordata dagli agricoltori a tale problema. »
(Festa Campanile e Fittipaldi, 1931[6])

Inoltre la cultura agraria delle masse contadine fu affidata alle cattedre ambulanti di agricoltura curate dalla Federconsorzi che, attraverso i Consorzi Agrari provinciali, assunse un ruolo fondamentale nella distribuzione dei mezzi per l'agricoltura e per l'ammasso dei prodotti.[7]

A partire dal 1927 però il mercato mondiale fu caratterizzato da un crollo repentino dei prezzi ed il governo fu costretto, per continuare a seguire la propria linea economica basata sull'autarchia, a difendere il reddito degli agricoltori imponendo dazi protettivi all'importazione del grano.

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1931, solo sei anni dopo il lancio della campagna, grazie alla battaglia del grano, il regno d'Italia riuscì ad eliminare un deficit sulla bilancia commerciale di 5 miliardi di lire ed a soddisfare quasi a pieno il suo fabbisogno di frumento, arrivando ad una produzione di 81 milioni di quintali (nel frattempo si era reso necessario un piccolo quantitativo di frumento in più, per via dell'aumento della popolazione). Ciò nonostante le importazioni di frumento quello stesso anno furono di 1.464.968 tonnellate, certo in calo rispetto alle 2.241.913 tonnellate del 1925, ma comunque significative. (Fonte: Mistero delle Finanze, Movimento Commerciale del Regno d'Italia, anni 1927, 1931)

Nello stesso anno per l'Italia si registra anche il primato per la produzione di frumento per ettaro: la produzione statunitense, fino ad allora considerata la prima, raggiungeva infatti 8,9 quintali di frumento per ettaro, mentre quella italiana era quasi doppia, contando 16,1 quintali per ettaro.[8]

Secondo l'economista Domenico Preti, la Battaglia del grano andrebbe inquadrata in una politica intesa ad operare una generalizzata compressione dei consumi primari, che venne realizzata sia riducendo nel corso del Ventennio il consumo pro-capite di grano degli italiani, sia peggiorando la loro dieta alimentare, lasciando cioè che i cereali (meno costosi di altri generi alimentari più ricchi come carne, latte, grassi, vino ecc.) andassero a coprire una quota più ampia del loro fabbisogno calorico e proteico. Secondo tale autore, si può sinteticamente definire come una politica alimentare destinata a fornire alla gran massa della popolazione calorie al più basso costo possibile, il che si tradusse in pratica in un grave scadimento dell'alimentazione delle larghe masse soprattutto contadine.[9]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Edoardo e Duilio Susmel Opera Omnia di Benito Mussolini, La Fenice, Firenze, p. 377.
  • Osvaldo Failla e Giampiero Fumi Gli agronomi in Lombardia: dalle cattedre ambulanti ad oggi, Franco Angeli.
  • Renzo de Felice Autobiografia del fascismo, Bergamo, Minerva Italica, 1978.
  • Renzo de Felice Mussolini il fascista, I, Torino, Einaudi, 1966.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Grano in Enciclopedia Italiana, II Appendice
  2. ^ Regio Decreto Legge 4 luglio 1925, n. 1181, Istituzione di un Comitato permanente per il grano, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n.165 del 18 luglio 1925.
  3. ^ Museo della scienza del grano - La scienza di Strampelli e il Fascicmo - 2 - La battaglia del grano
  4. ^ Al teatro Costanzi, durante la premiazione di agricoltori
  5. ^ Conferenza alle rappresentanze sindacali agricole a Palazzo Chigi
  6. ^ Sintesi della battaglia del grano
  7. ^ Osvaldo Failla e Gianpiero Fumi Gli agronomi in Lombardia: dalle cattedre ambulanti ad oggi, Franco Angeli.
  8. ^ P. A. Faita, La politica agraria del fascismo: i rapporti fra le classi rurali, le scelte produttive, IRRSAE Piemonte Progetto storia, Chivasso, 1995.
  9. ^ Domenico Preti, Storia Economica Contemporanea, CEDAM, 2003

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]