Galleria Palatina

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Galleria palatina
Florence-PalaisPitti.jpg
Palazzo Pitti
Tipo arte
Indirizzo Piazza Pitti 1, Firenze
Sito Galleria Palatina

Coordinate: 43°45′56.33″N 11°15′01.99″E / 43.765648°N 11.250552°E43.765648; 11.250552

Raffaello, La Velata

La Galleria Palatina è un museo ospitato in palazzo Pitti a Firenze. Ospitata all'interno del complesso architettonico, si trova al piano nobile, articolandosi in 28 sale che si estendono nell'ala laterale settentrionale posteriore del complesso architettonico e nella parte laterale settentrionale e nella parte centrale posteriore del corpo di fabbrica principale del palazzo. Si tratta della "quadreria" dei Granduchi di Toscana: l'allestimento infatti rispetta il gusto dei secoli passati, con i dipinti collocati su più file, selezionati per criteri decorativi, e non per periodo e scuole. Cronologicamente, a parte qualche eccezione, i dipinti coprono soprattutto i secoli XVI e XVII, facendone uno dei musei più importanti in Italia nel suo genere, nonché una tappa obbligata per la conoscenza della storia del collezionismo europeo.

Nel 2013 il circuito museale di Palazzo Pitti, che oltre alla Galleria Palatina, comprende anche la Galleria d'arte moderna e gli Appartamenti monumentali, è stato il tredicesimo sito statale italiano più visitato, con 386.993 visitatori e un introito lordo totale di 1.983.028,75 Euro[1].

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La Galleria è situata in alcuni fra i più bei saloni del piano nobile del palazzo (dal quale deriva appunto il nome "Palatina" cioè "del Palazzo"), ricchi di affreschi (soprattutto di Pietro da Cortona) e stucchi. La superba collezione di dipinti è centrata sul periodo del tardo Rinascimento e il barocco, l'epoca d'oro del palazzo stesso, ed è il più importante ed esteso esempio in Italia di "quadreria", dove, a differenza di un allestimento museale moderno, i quadri non sono esposti con criteri sistematici, ma puramente decorativi, coprendo la maggior parte della superficie della parete in schemi simmetrici.

L'allestimento è dunque molto fedele all'allestimento originario voluto dal granduca Pietro Leopoldo tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento[2].In particolare in quel periodo si provvide a sistemare nel palazzo una parte delle opere dell'immenso patrimonio mediceo che non potevano essere tutte esposte agli Uffizi per ragioni di spazio fisico, lasciandovi, in linea di massima e con le dovute eccezioni, le opere del primo periodo del Rinascimento, fino ai primi del Cinquecento.

La sistemazione a quadreria, esaltata dalle ricche cornici intagliate e dorate, aveva lo scopo di stupire e meravigliare i visitatori dei saloni di rappresentanza. Oltre che dai dipinti, le sale sono arricchite anche da sculture e pezzi di mobilio pregiato, come i tavoli e i cabinet magnificamente intarsiati di pietre dure secondo l'arte del commesso fiorentino, praticata fin dal Seicento dall'Opificio delle Pietre Dure.

A conclusione della "galleria" vera e propria una serie di stanze fa parte degli Appartamenti monumentali, che formavano un tempo un museo a parte.

Storia delle collezioni[modifica | modifica wikitesto]

Il fondo base del museo è composto da circa 500 dipinti, che testimoniano il personale gusto collezionistico di vari componenti della famiglia Medici e che passarono nel 1743 alla città di Firenze per volontà testamentaria dell'ultima erede della dinastia Anna Maria Luisa de' Medici, evitandone la dispersione. A palazzo Pitti erano anche conservate le eccezionali raccolte di Vittoria della Rovere, sposa del granduca Ferdinando II e ultima erede dei duchi di Urbino, delle quali facevano parte un gran numero di tele di Raffaello e Tiziano.

Spesso i quadri a soggetto sacro, nati per abbellire gli altari di varie chiese, vennero acquistati sia dai Medici che dai Lorena in cambio di copie o di opere moderne fatte fare per l'occasione; tuttavia il cambio di collocazione, dalla chiesa al palazzo, comportava spesso una manomissione dei dipinti, con tagli ed aggiunte necessari a uniformare le dimensioni per creare composizioni di fantasiose geometrie sulle pareti. Spesso quadri di epoche ed autori diversi venivano accostate in pendant per il loro tema, o per la composizione delle scene, o più semplicemente per la similarità estetica.

Pietro Leopoldo, come accennato, nel suo programma di razionalizzazione di ogni aspetto della città, divise grosso modo le opere di pittura e scultura (antica e moderna) tra gli Uffizi e Palazzo Pitti, mentre le gemme, le curiosità naturalistiche e scientifiche divennero il nucleo originario del Museo di Storia Naturale.

La prima apertura al pubblico risale al 1833, con un nucleo eccezionale di opere Raffaello, Andrea del Sarto e Tiziano, nonché tutti i maestri della scuola fiorentina tra Cinque e Seicento, notevoli esempi della scuola veneta coeva ed alcune famose opere di Caravaggio, Rubens e Van Dyck.

Il percorso espositivo[modifica | modifica wikitesto]

La galleria si trova al primo piano nel braccio sinistro del palazzo, dove si trovano alcune della sale più belle dell'intero complesso. Dopo il maestoso scalone dell'Ammannati, si arriva alle sale che venivano per lo più usate dal Granduca, sia per la residenza privata, sia per le udienze pubbliche. Il percorso espositivo inizia nel vestibolo e prosegue con alcune sale dedicate alla scultura (interessanti i busti dei granduchi, soprattutto di Cosimo I ritratto come un imperatore romano) e al mobilio antico, come la sala degli Staffieri, la Galleria delle Statue e la sala del Castagnoli, oltre la quale a sinistra inizia la galleria vera e propria. Le sale seguenti prendono il nome dal tema degli affreschi che le decorano sulle volte. Il ciclo è dedicato alla mitologia greco-romana, ma celebra anche la dinastia di casa Medici secondo un preciso e articolato sistema simbolico. In particolare i soggetti mitologici rappresentano degli esempi che alludono al tema della Vita e educazione del Principe, e rappresentano un'opera fondamentale del barocco a Firenze, che produssero profonda influenza sugli artisti locali dal Seicento in poi. Gli affreschi delle prime cinque sale furono realizzati dal più celebre pittore dell'epoca, Pietro da Cortona, mentre le altre sale sono opera di artisti neoclassici della prima metà dell'Ottocento.

Opere nell'Anticamera degli Staffieri:

Opere nella Galleria delle Statue:

  • Arte romana, Ritratto cosiddetto di Ovidio
  • Arte romana, Settimio Severo
  • Arte romana della prima età repubblicana, Testa del Doriforo, 450-440 a.C.
  • Arte romana del I secolo, Mercurio
  • Arte romana del I-II secolo d.C., Afrodite Cnidia
  • Arte romana del II secolo d.C., Atleta
  • Arte romana del II secolo d.C., Atena
  • Arte romana del II secolo d.C., Esculapio
  • Arte romana del II secolo d.C., Ritratto di Marco Aurelio, 160-180
  • Arte romana del II secolo d.C., Ritratto di Caracalla
  • Arte romana del II secolo d.C., Ritratto maschile, 130-140
  • Arte romana del II secolo d.C., Ritratto giovanile di Marco Aurelio, 144-147
  • Arte romana del II secolo d.C., Igea, 100-150
  • Arte romana del II secolo d.C., Satiro e Pan, 150 circa
  • Arte romana del II secolo d.C., Satiro e Pan
  • Arte romana del II secolo d.C., Ritratto maschile, 130-140
  • Arte romana di età antonina del II secolo d.C., Antonino Pio
  • Arte romana di età antonina del II secolo d.C., Ritratto femminile, circa 170
  • Arte romana di età antonina del II secolo d.C., Ritratto di Lucio Vero, 160-169
  • Arte romana di età antonina del II secolo d.C., Ritratto di Antonino Pio, 138-161
  • Arte romana di età antonina del II secolo d.C., Mercurio
  • Innocenzo Spinazzi, Ritratto di Pietro Leopoldo, 1773
  • Scuola fiorentina del XVII secolo (?) Ritratto del cosiddetto Virginio
  • Scuola fiorentina del XVIII secolo, Ritratto di Cosimo II
  • Scuola fiorentina del XVIII secolo, Ritratto di ignoto
  • Giovan Battista Ferrucci del Tadda e collaboratori, Ritratto del Granduca Cosimo I, 1587

Opere nella Sala del Castagnoli:

Quartiere del Volterrano[modifica | modifica wikitesto]

Baldassarre Franceschini, detto il Volterrano, fu pittore di corte nel Seicento ed affrescò la sala detta Delle Allegorie, anche se anche i quattro ambienti successivi vengono generalmente indicati con il suo nome. Queste sale, che danno sul maestoso cortile interno dell'Ammannati, non erano usati come galleria originariamente, ma furono adibiti a questo scopo solo nel 1928 quando si resero necessari nuovi spazi per ospitare opere provenienti soprattutto dalla soppressione di monasteri e chiese.

Opere nella Sala delle Allegorie:

Opere nella Sala delle Belle Arti:

Opere nella Sala dell'Arca:

Opere nella Cappella delle Reliquie:

Opere nella Sala di Ercole:

Opere nella Sala dell'Aurora:

Opere nella Sala di Berenice:

Opere nella Sala di Psiche:

  • Salvator Rosa, Filosofo (Diogene?) seduto in un bosco
  • Manifattura fiorentina, specchiera, 1790-1800
  • Manifattura fiorentina del sec. XVIII, tavolo, post 1813
  • Manifattura toscana della fine del sec. XVIII, tavolo, circa 1790-1810
  • Antonio Cioci, tavolo, 1790-1800

Sala della Musica[modifica | modifica wikitesto]

Rientrati nella Sala del Castagnoli, si accede alla Sala della Musica, dalla decorazione neoclassica, detta anche dei Tamburi per via della curiosa forma cilindrica dei mobili. Fu realizzata all'inizio dell'Ottocento unendo due ambienti che collegavano gli appartamenti rispettivi del granduca e della granduchessa. Durante il periodo napoleonico, nel 1813, venne deciso di creare qui un "primo salotto dell'Imperatore", ornato da pitture murali con il Genio di Francia e le battaglie napoleoniche. Nel 1814, con la Restaurazione, la sala decorata per metà fu ritrstturata completamente incaricando Luigi Ademollo di realizzare un affresco sul soffitto con la Gloria di Casa Asburgo. Il fregio a monocromo, che simula efficacemente dei bassorilievi, mostra la Liberazione di Vienna dall'assedio turco nel 1683.

La sala fu destinata quindi agli intrattenimenti musicali, funzione a cui rimandava anche la forma degli arredi.

Nel 1860 i Savoia fecero ritoccare l'affresco aggiungendo la bandiera italiana e trasformando la personificazione dell'Austria in quella dell'Italia, dandole un manto azzurro e la corona sabauda.

Opere nella Sala della Musica:

  • Francesco Carradori, quattro busti di imperatori romani
  • Pierre-Philippe Thomire, tavolo, 1819
  • Manifattura fiorentina del sec. XIX, serie di mobili comprendente dodici credenze e sedici sgabelli (tamburetti), 1820
  • Manifattura francese del sec. XIX, quattro candelabri, circa 1805
  • Manifattura francese del sec. XIX, orologio, circa 1856
  • Manifattura francese del sec. XIX, due orologi

Galleria del Poccetti[modifica | modifica wikitesto]

La sala successiva era anticamente una loggetta con volta a botte aperta sul cortile e il giardino, tra gli appartamenti del granduca e della granduchessa. Deve il nome con cui è nota all'errata attribuzione degli affreschi della volta, un tempo creduti di Bernardino Poccetti e invece realizzati dopo la sua morte, al tempo di Cosimo II, su progetto del suo allievo Michelangelo Cinganelli, che li dipinse con l'aiuto di Filippo Tarchiani, Matteo Rosselli e Ottavio Vannini (1620-25). La volta è spartita in riquadri e cartelle, con figure allegoriche quali la Fede, la Giustizia e la Fortezza; nelle lunette le allegorie di Firenze (col marzocco) e di Siena (con la lupa). Il tutto è arricchito da grottesche e stucchi.

Fu chiusa nel 1813 e divenne parte della Galleria.

Opere nella Galleria del Poccetti:

Sala di Prometeo[modifica | modifica wikitesto]

Filippo Lippi, Tondo Bartolini

In epoca medicea questa sala faceva parte dell'appartamento privato del Granduca, sebbene destinato a una funzione pubblica, la riunione del Consiglio del Granducato alla presenza del granduca stesso.

Dal 1809 al 1814 fu ridecorata dal senese Giuseppe Collignon con storie di Prometeo sia nel grande riquadro del soffitto che nel fregio a monocromo; agli angoli le Quattro stagioni.

La sala è dedicata ai dipinti più antichi della collezione, del rinascimento fiorentino, con innanzitutto un capolavoro di Filippo Lippi, il Tondo Bartolini (1450 circa), di delicata armonia tipica della maturità dell'artista, e con alcune pitture di Botticelli e della sua bottega.

Si trova qui anche la Sacra Famiglia con una santa, un tondo di Luca Signorelli. Il primo manierismo toscano è rappresentato dall'Adorazione dei Magi (1523) e dagli Undicimila martiri (1530 circa) di Jacopo Pontormo. Ben dodici sono i tondi tipici delle abitazioni private fiorentine, inseiti in cornici neoclassiche coeve al primo allestimento delle sale.

Opere nella Sala di Prometeo:

Corridoio delle Colonne[modifica | modifica wikitesto]

Il Corridoio delle Colonne era un terrazzo aperto sopra la loggia tra i due cortili interni del palazzo. Fu coperto alla fine del Settecento e ornato dalle due colonne in alabastro che gli hanno dato il nome. Entrato a far parte della Galleria, fu inizialmente decorato da quattro grandi pannelli in commesso fiorentino con le Arti Liberali, Vedute romane e toscane, poi da una serie di ritratti medicei.

Adesso contiene diverse opere di piccolo formato di scuola olandese e fiamminga dei secoli XVII e XVIII, collezionate spesso dalle corti europee per il loro minuto realismo e squisita fattura.

Opere nel Corridoio delle Colonne:

Sala della Giustizia[modifica | modifica wikitesto]

Come le sale successive, al tempo dei Medici si trovavano qui ambienti di servizio, divenuti poi l'appartamento della figlia di Pietro Leopoldo Maria Anna e, in epoca napoleonica, interessato da un progetto mai compiuto di creare stanze di soggiorno per la famiglia di Elisa Baciocchi. La decorazione attuale risale comunque a dopo il rientro di Ferdinando III, che ordinò un'Allegoria della Giustizia ad Antonio Fedi; i fregi a monocromo mostrano scene esemplari di giustizia.

Questa sala ospita soprattutto pittura veneta del XVI secolo, come il Ritratto del Mosti, opera giovanile di Tiziano dove già risplendono i virtuosismi coloristici del grande pittore, o il Ritratto di gentiluomo (1570 circa) di Paolo Veronese.

Opere nella Sala della Giustizia:

Sala di Flora[modifica | modifica wikitesto]

La sala in epoca medicea era un ambiente di servizio adiacente agli appartamenti dei granduchi, mentre in epoca lorenese era parte degli appartamenti di Maria Anna, figlia di Pietro Leopoldo.

La zona fu interessata da una risistemazione all'epoca di Elisa Baciocchi, col progetto di realizzare una grande sala da pranzo con l'adiacente Sala dei Putti. Dopo la Restaurazione invece Ferdinando III la destinò alla galleria, facendo decorare il soffitto con l'Allegoria di Flora di Antonio Marini.

La quadreria è dedicata prevalentemente alla pittura del Cinquecento.

Opere nella Sala di Flora:

Sala dei Putti[modifica | modifica wikitesto]

La sala ha una storia analoga alle precedenti. Fu decorata nel 1830 circa con Putti in volo sul soffitto da Antonio Marini.

Sono qui raccolte soprattutto opere olandesi e fiamminghe, come le Tre Grazie a monocromo (1620-1623 circa) di Rubens, realizzato su tavola con la tecnica del monocromo, cioè solo con il chiaroscuro, o le miniature ingrandite della serie delle Nature morte di fiori e frutta di Rachel Ruysch (1715-1716).

Opere nella Sala dei Putti:

Sala di Ulisse[modifica | modifica wikitesto]

Al tempo dei Medici qui era la camera da letto del granduca. Dal 1775 circa la stanza fece parte dell'appartamento di Maria Teresa d'Asburgo-Lorena e dopo la restaurazione fu destinato, con le vicine sale, a galleria. In tale periodo, dopo il 1814, Ferdinando III incaricò Gaspare Martellini di dipingere sul soffitto il Ritorno di Ulisse a Itaca (allusivo al ritorno del granduca dopo l'esilio nel periodo napoleonico), con un fregio decorato agli angoli dalle allegorie della Fedeltà, della Fortezza, di Ercole e di Apollo.

Spicca una notevole opera di Raffaello, la prima che incontra nel percorso museale, la Madonna dell'Impannata (1514 circa) eseguita durante il soggiorno romano dell'artista. Si trova anche la prima opera della galleria di Andrea del Sarto, la Pala di Gambassi (1527-1528). Interessante anche uno dei rari lavori quattrocenteschi della galleria, la Morte di Lucrezia, opera giovanile di Filippino Lippi che decorava una coppia di cassoni nuziali realizzati forse in collaborazione con Botticelli.

Opere nella Sala di Ulisse:

Sala dell'educazione di Giove[modifica | modifica wikitesto]

Questa sala era la stanza del segretario del Granduca. Gli asburgo-Lorena la destinarono poi a galleria. Le pitture della volta sono di Luigi Catani (1819) e raffigurano al centro Giove fanciullo allevato a Creta dalla ninfa Adrastea e dalla capra Amaltea, con la rappresentazione anche dei coribanti che ne coprono i vagiti; negli esagoni ai lati Cibele, Nettuno e Anfitrite, Giunone e Marte.

Tra i capolavori l'Amorino dormiente di Caravaggio, dove il soggetto classico del Cupido addormentato è realizzato con un inconsueto realismo, e la Giuditta con la testa di Oloferne di Cristofano Allori, opera più famosa dell'artista.

Opere nella Sala dell'educazione di Giove:

Sala della stufa[modifica | modifica wikitesto]

Collocata accanto alla camera da letto, in atico era una loggai aperta, poi ristrutturata come "stufa", ovvero bagno del granduca. Conteneva le condutture del sistema di riscaldamento e che fungeva da stanza per la toeletta e per l'abbigliamento.

La sala fu decorata in tre fasi: tra il 1625 e il 1627 fu affrescata la volta da Michelangelo Cinganelli, Matteo Rosselli e Ottavio Vannini, con el allegorie delle grandi monarchie dell'antichità; gli stucchi vennero invece realizzati da Antonio Novelli e Sebastiano Pettirossi.

Dal 1637 fu la volta delle pareti, che vennero affidate a Pietro da Cortona, con il tema delle Quattro età dell'uomo, ideate da Michelangelo Buonarroti il Giovane ispirandosi a Ovidio. L'Età dell'Oro, che allude al felice regno di Ferdinando II de' Medici e alla sua unione con Vittoria della Rovere, e l'Età dell'Argento risalgono al primo soggiorno fiorentino del pittore (1637), mentre le Età del Bronzo e del Ferro furono completate nel 1641. Questi affreschi rappresentano un'opera fondamentale del barocco in città, che diede nuovo impulsa alla scuola pittorica fiorentina.

Il pavimento fu comperto da mattonelle maiolicate della manifattura di Montelupo, con un restauro pressoché integrale a partire dal disegno antico, eseguito ai primi del Novecento dalla Manifattura Cantagalli: al centro spicca il Trionfo della Monarchia. Frammenti del pavimento originario si trovano nel vicino atrio della scalone Del Moro.

Opere nella Sala della stufa:

Affreschi, volta
Affreschi, pareti
  • Manifattura di Sèvres, vaso, XIX secolo
  • Arte romana, Figura femminile ammantata con testa velata, II secolo d.C.
  • Arte romana, Figura femminile con rotulo e flauto, II secolo d.C.
  • Arte romana, Figura femminile con cornucopia (Cibele?), età imperiale
  • Arte romana, Vibia Aurelia Sabina, età imperiale

Scalone Del Moro e Sala della Tazza[modifica | modifica wikitesto]

In questa zona si trova l'accesso a uno scalone monumentale iniziato da Pasquale Poccianti nel 1831 e interrotti nel 1835, senza essere ripresi. Solo nel 1892 lo scalone fu riprogettato da Luigi del Moro e completato nel 1897.

La sala ospita la vasca di una fontana proveniente dalla villa di Castello, importante lavoro scultoreo attribuito ad Antonio Rossellino e Benedetto da Maiano, con interventi e rifacimenti successivi.

La sala della Tazza è stata l'ingresso della Galleria dal 1849, quando i visitatori accedevano dalla porta accanto al cancello del Giardino di Boboli, adiacente al Rondò di Bacco. Deve il suo nome alla monumentale vasca ("tazza") in porfido, del II secolo, arrivata a Firenze da Villa Medici. Due colonne dello stesso materiale, che ornano la parete di fondo, furono invece acquistata da Francesco I de' Medici e sistemate originariamente a decorare una fontana nel parco della villa di Pratolino; risalgono alla prima età imperiale.

Opere nell'Atrio dello scalone Del Moro:

Sala dell'Iliade[modifica | modifica wikitesto]

In epoca medicea si giocava qui al "trucco", una sorta di biliardo, e solo nel 1689 Cosimo III de' Medici ne fece una sua stanza privata, dotata di cappella. A quel periodo risaliva l'originaria decorazione di Giuseppe Nicola Nasini con quattro grandissimi dipinti, detti i Novissimi: rappresentavano i quattro momenti ultimi della vita, ossia Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso

Nel 1795 il granduca Ferdinando III di Toscana, della dinastia Asburgo-Lorena, fece rimuovere le tele religiose e inglobò la sala nel percorso della galleria, facendola ridecorare a tema mitologico. Tale programma si realizzò solo dopo il suo ritorno dall'esilio napoleonico, nel 1815, affidando l'impresa a Luigi Sabatelli, che vi lavorò dal 1819 al 1825, con l'impiego di aiuti. Si tratta di una rappresentazione degli eventi anteriori alla guerra di Troia (Iliade, Libro XV), con al centro il Concilio degli Dei dove Giove ordina agli altri di non influenzare il risultato della guerra; nelle lunette invece si trovano le varie iniziative di Giunone per distrarre Giove e avversare i Troiani.

Anche qui un'opera di Raffaello, La Gravida (1506 circa), dai brillanti colori esaltati dallo sfondo nero, tipico della pittura fiamminga coeva. Ciascuna parete ha poi al centro una grande pala d'altare che esemplificano le varie correnti dell'inizio del Cinquecento a Firenze: due di Andrea del Sarto, l'Assunta Passerini (1526) e l'Assunta Panciatichi (1522-1523), in rigorosa simmetria, una di Fra Bartolomeo, la Pala Pitti (1512), e una di Rosso Fiorentino, la Pala Dei (1522).

Opere nella Sala dell'Iliade:

Sala di Saturno[modifica | modifica wikitesto]

La Sala di Saturno segnava anticamente l'inizio dell'appartamento privato del granduca, che qui teneva udienza. La volta fu dipinta nel 1663-65 da Ciro Ferri, il migliore allievo di Pietro da Cortona, che usò i disegni del maestro. Rappresenta la conclusione del ciclo dei Pianeti, con il principe/Ercole ormai vecchio, accompagnato dalla Prudenza e dal Valore, che rivece la corona dalla Fama e dall'Eternità e si avvia poi a salire sul rogo per cocludere la sua vita gloriosa; sopra di essi si libra Saturno. Ai quattro angoli altrettanti esempi di saggezza senile, con episodi delle vite di Ciro il Grande, Licurgo, Scipione l'Africano e Silla.

Qui è situato il più consistente nucleo di opere di Raffaello, che permette di ripercorrere diversi periodi e stili della sua attività: dalla Madonna del Granduca (1506 circa) ancora legata alle vicende artistiche di Pietro Perugino e di Leonardo, ai Ritratti di Agnolo e di Maddalena Doni (1506-1507), di grande forza psicologica, all'incompiuta Madonna del Baldacchino, fino alle opere della piena maturità stilistica come il Ritratto di Tommaso Inghirami (1510 circa) e la famosissima Madonna della Seggiola (1513-1514 circa) di grande tenerezza e sublime nella stesura della pittura, monumentale e al tempo stesso dolce scena familiare. Completa la eccezionale serie la Visione di Ezechiele, un'opera più tarda del 1518, dalla spiccatissima composizione monumentale, secondo lo stile romano del pittore che tanto influenzerà gli artisti successivi legati alle scuole del classicismo e del barocco.

Altre opere importanti nella sala sono il Compianto sul Cristo morto (1495) di Pietro Perugino, maestro di Raffaello, il Salvator Mundi di Fra Bartolomeo (1516) e due grandi dipinti di Andrea del Sarto: la Disputa sulla Trinità del 1517 circa e l'Annunciazione.

Opere nella Sala di Saturno:

Arredi

Sala di Giove[modifica | modifica wikitesto]

Una delle più belle sale del palazzo, in origine era destinata al trono del granduca, o sala dell'Udienza. La volta venne decorata da Pietro da Cortona tra il 1642 e il 1644 con un tema consono all'ambiente: Giove che incorona il giovane principe a cui Ercole ha dato la clava, simbolo di potere. La fascia sotto la volta contiene episodi mitologici che alludo al potere regale: la Caduta di Fetonte e la Caduta dei Giganti. Completano la decorazione le lunette con gli dei figli di Giove.

Autentici capolavori decorano le pareti, come la Velata di Raffaello (1516), ideale femminile di bellezza, forse ritratto della celebre "Fornarina" sua amante, e le Tre età dell'uomo (1500 circa), uno dei rarissimi quadri di Giorgione, maestro indiscusso della scuola veneta del Rinascimento.

Qui sono concentrate anche le tele di scuola toscana del primo Cinquecento, come il Compianto sul Cristo morto di Fra Bartolomeo (1511-12 circa), l'Annunciazione di San Gallo coeva, opera del secondo periodo artistico di Andrea del Sarto (quello più legato all'arte di Michelangelo), e il San Giovanni Battista dello stesso autore, con chiari influssi della statuaria classica. Agnolo Bronzino è qui rappresentato dal Ritratto di Guidobaldo della Rovere (1530-32), mentre la tavola delle Tre Parche, risalente al 1550 circa, fu in passato attribuita a Michelangelo, ma oggi si crede più probabile che sia l'opera di Francesco Salviati.

Opere nella Sala di Giove:

Sala di Marte[modifica | modifica wikitesto]

La Sala di Marte era al tempo de' Medici l'anticamera della sala del trono, dove i ciambellani introducevano i nobili al cospetto del granduca. La volta venne affrescata da Pietro da Cortona tra il 1643 e il 1647 con Ercole, simboleggiante il giovane principe, che conquista il potere sconfiggendo i nemici. L'eroe, sconfigge la nave grazie all'aiuto di Marte e, ruotando su se stesso, riceve da Castore e Polluce il gladio della vittoria, da aggiungere al trofeo di armi (panoplia). Segue una rappresentazione della Pace incoronata d'alloro, presso la quale vengono condotti i prigionieri.

In questa sala sono collocati due capolavori di Rubens: le Conseguenze della guerra (1638), un'allegoria grandiosa in sintonia con il tema degli affreschi di Pietro da Cortona sul soffitto, e i Quattro filosofi, di grande intensità. Entrambe le tele sono ricche di citazioni letterarie e filosofiche e vi compaiono spesso figure della mitologia classica.

Corredano la sala anche una serie di ritratti, fra i quali i più importanti sono di Van Dyck, Tiziano, Tintoretto e Paolo Veronese.

Opere nella Sala di Marte:

Sala di Apollo[modifica | modifica wikitesto]

la sara era anticamente l'anticamera della "nobiltà ordinaria", prima che venisse ricevuta dal sovrano. Sulla volta venne affrescato il Principe mediceo guidato dalla Fama al cospetto di Apollo di Pietro da Cortona, che fornì il progetto completo 8anche degli stucchi) e avviò le figure centrali nel 1647, delegando poi in massima parte l'allievo Ciro Ferri, che completò l'incarico tra il 1659 e il 1661. Il tema allude all'educazione del giovane principe, a cui Apollo, aiutato dalle Muse, mostra Ercole che regge il globo celeste, simbolo del peso delle responsabilità del futuro sovrano.

Negli ovali in stucco e nei pennacchi si trovano esempi di grandi sovrani antichi che fecero ricorso alla poesia e alla cultura.

Domina la sala una grande pala con la Sacra Conversazione di Rosso Fiorentino (1522), il più importante artista fiorentino del primo manierismo assieme a Jacopo Pontormo, la cui tela fu ampliata in epoca barocca per essere adattata alla cornice.. Qui si trovano anche due opere di Andrea del Sarto, la Pietà di Luco (1523-1524), maestosa ed equilibrata, e la Sacra Famiglia Medici, uno dei suoi ultimi lavori, mentre altre due opere di Tiziano sono esposte vicino: l'Uomo dagli occhi glauchi (1540 circa) e la famosa Maddalena penitente, anteriore al 1548 e molto copiata dagli artisti che ebbero modo di ammirarla.

Si trovano qui anche altre importanti opere della scuola veneziana, come il Ritratto di Vincenzo Zeno di Tintoretto, la Ninfa e il satiro di Dosso Dossi (in realtà il titolo tradizionale è incorretto perché si tratta di una scena ispirata dall'Orlando Furioso).

L'Ospitalità di san Giuliano (1612-1618 circa) esemplifica lo stile monumentale del fiorentino Alessandro Allori, mentre la Risurrezione di Tabita del giovane Guercino e la Cleopatra, opera matura di Guido Reni, mostrano la grandiosità della scuola bolognese del Seicento.

Anche l'arte fiamminga è qui ben rappresentata dal celebre Doppio ritratto di Carlo I d'Inghilterra e di Enrichetta di Francia ispirato a Van Dyck, dal Ritratto dell'infanta Isabella Clara Eugenia di Spagna in abito di clarissa di Rubens (1625), e dal Ritratto della Granduchessa Vittoria della Rovere di Giusto Suttermans (1640 circa).

Opere nella Sala di Apollo:

Sala di Venere[modifica | modifica wikitesto]

In antico questa grande sala era l'anticamera generale dove il pubblico comune aspettava prima di essere ricevuto dal granduca. Nel 1641-42 fu decorata da Pietro da Cortona, prima delle sale della sereie dei pianeti a cui mise mano, per questo interamente autografa. Nella volta è raffigurato il principe adolescente che viene strappato dalle braccia di Venere da Minerva, che lo consegna al nuovo tutore Ercole. Le otto lunette sono affrescate con storie dell'anticihità legate dal tema del comportamento virtuoso di uomini illustri davanti a bellissime donne. Coevi sono i ricchissimi stucchi, in cui si distinguono i personaggi più illustri di Casa Medici (tondi) e i loro emblemi personali (spicchi dei pennacchi).

Oltre al movimentato affresco sulla volta, qui si conserva una famosa Venere italica di Antonio Canova, che però venne collocata ben dopo che la sala aveva assunto il suo nome. Si tratta di un risarcimento a Firenze per il trasferimento della Venere Medici al Louvre da parte di Napoleone, opera che comunque fu poi restituita.

Sono ben quattro i capolavori di Tiziano: Concerto, opera giovanile, Il Ritratto di Giulio II, copiato da Raffaello (opera alla National Gallery di Londra), ma diverso nei risultati soprattutto legati al magistrale uso del colore tipico di Tiziano, La Bella, dipinto per il duca di Urbino (1536), e il Ritratto di Pietro Aretino, (1545) dove si manifesta appieno la ricchezza cromatica e la complessità stilistica delle opere della maturità del maestro, per esempio con il contrasto tra i rossi della barba e il blu della veste che esalata la figura e da una sfumatura inquietante al personaggio, girato schivamente di profilo.

Non potevano mancare nella sala un rimando a Rubens, maestro ideale di Pietro da Cortona e equivalente fiammingo di Tiziano: due suoi grandiosi e solenni paesaggi, il Ritorno dei contadini dai campi e Ulisse nell'isola dei Feaci. Infine sono degne di nota due grandi marine (Marina del Faro e Marina del Porto) dipinte tra il 1640 e il 1649 dal celebre paesaggista napoletano Salvator Rosa.

Opere nella Sala di Venere:

Depositi[modifica | modifica wikitesto]

Opere nei depositi:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Visitatori e introiti dei musei
  2. ^ Galleria Palatina e Appartamenti Reali, la guida ufficiale, Sillabe Edizioni

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Marco Chiarini, Galleria palatina e Appartamenti Reali, Sillabe, Livorno 1998. ISBN 978-88-86392-48-8
  • Marco Chiarini, Galleria Palatina in "Marco Chiarini (a cura di). Palazzo Pitti, tutti i musei, tutte le opere (la guida ufficiale): pag. 26-61. Livorno, Sillabe, 2001". ISBN 978-88-8347-046-2
  • Guida d'Italia, Firenze e provincia "Guida Rossa", Touring Club Italiano, Milano 2007

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN124849511