Visione di Ezechiele

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Visione di Ezechiele
Visione di Ezechiele
Autore Raffaello Sanzio
Data 1518 circa
Tecnica Olio su tavola
Dimensioni 40,7 cm × 29,5 cm 
Ubicazione Galleria Palatina, Firenze

La Visione di Ezechiele è un dipinto a olio su tavola (40,7x29,5 cm) di Raffaello Sanzio, databile al 1518 circa e conservato nella Galleria Palatina di Firenze.

Storia[modifica | modifica sorgente]

L'opera è ricordata da Vasari in casa del conte Vincenzo Ercolani a Bologna: "un Cristo a uso di Giove in cielo e d’attorno i quattro Evangelisti, come gli descrive Ezechiel; uno a guisa di uomo e l’altro di leone e quello d’aquila e di bue, con un paesino sotto figurato per la terra, non meno raro e bello nella sua piccolezza che sieno l’altre cose sue nelle grandezze loro".

Esiste una traccia documentaria di un pagamento di 8 ducati d'oro dall'Ercolani al Sanzio nel maggio 1510, ma tutta la critica, dal Passavant in poi, ritiene che si trattasse di una semplice caparra, visto che i caratteri stilistici, così legati all'esempio delle Storie della Genesi di Michelangelo, impediscono di prendere in considerazione una datazione anteriore al 1516.

A Firenze almeno dal 1589, venne forse ceduta dal fratello minore dell'Ercolani a Francesco I de' Medici. Fu collocata agli Uffizi e nel 1697 è ricordata a Pitti, nell'appartamento del Gran Principe Ferdinando. Nel 1799 fu spogliata dai francesi, che la portarono a Parigi, fino al 1816.

Già attribuita a Giulio Romano, su disegno del maestro, è stata riassegnata alla piena autografia del maestro da recenti indagini, con una datazione che può oscillare entro il 1516 e il 1518. Riferita prevalentemente al 1518, sarebbe una delle ultime opere interamente autografe del Sanzio, assieme al Ritratto di Leone X tra i cardinali, che a quell'epoca era preso da mille impegni, tra cui i progetti architettonici per San Pietro in Vaticano, le Stanze e gli arazzi per la Sistina; può darsi però che il formato ridotto non richiedesse il consueto appoggio sugli aiuti.

Nel 2011 il dipinto è stato al centro di una vicenda mediatica, quando lo studioso Roberto De Feo rintracciò un altro esemplare di analogo soggetto e analoghe dimensioni in una collezione privata a Ferrara. Senza alcuna cautela attributiva, fu lanciata la notizia che il dipinto ferrarese fosse originale e il documentatissimo dipinto di Pitti una copia, rimbalzando su numerose testate, che rincararono via via la dose, arrivando perfino a polemizzare come il museo fiorentino potesse continuare a esporre "un falso"[1]. la vicenda ebbe conclusione con una relazione dello studioso all'Accademia dei Lincei, che peraltro non raccolse appoggi della critica. Le meccaniche distorte della costruzione di scandali nel mondo della storia dell'arte e degli ormai frequenti rinvenimenti prodigiosi "alla Dan Brown" sono stati analizzati da Tomaso Montanari nel breve saggio La madre dei Caravaggio è sempre incinta (2012).

Descrizione e stile[modifica | modifica sorgente]

Nel Libro di Ezechiele è narrata la visione del tetramorfo da cui derivano i simboli dei quattro Evangelisti. Raffaello, accennando appena un riferimento a Ezechiele nella figuretta in basso investita da un raggio di luce, rappresentò la sfolgorante apparizione nel cielo di Dio contornato da due putti che gli reggono le braccia distese e poi l'angelo di san Matteo, il leone di san Marco, il bue (alato) di san Luca, e l'aquila di san Giovanni. Pare che la scena sia ispirata, nella composizione, da un rilievo su un sarcofago romano con il Giudizio di Paride a villa Medici, in cui una divinità levita seduta sopra un altro soggetto, in quel caso uno scudo[2]. Stupiscono soprattutto i bagliori luminosi che invadono la tavola, in cui si riconoscono, della stessa materia delle nubi, una moltitudine di cherubini.

Originalissima è l'impostazione che travalica le consuete leggi di prospettiva, impostando piuttosto un paesaggio a volo d'uccello, fatto di una riva marina o lacustre, con un albero lontano che offre un metro di misurazione spaziale. Questa sottile lingua è popolata da due figurette, una illuminata in controluce in una radura, e una che incede verso di lui, forse con aureola, che sono state identificate forse come Ezechiele e come san Giovanni Evangelista che ricevette una visione a Patmos.

L'alta qualità dell'opera, il respiro grandioso della composizione, lo scorcio ardito delle gambe del Padre Eterno e la rispondenza perfetta tra stesura e disegno sottostante, rivelata in occasione dell'esame riflettografico del 1984, ne fanno un sicuro autografo raffaellesco[3].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Questo Raffaello è un falso - l'Espresso
  2. ^ Giudizio di Paride
  3. ^ Franzese, cit., pag. 122.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Pierluigi De Vecchi, Raffaello, Rizzoli, Milano 1975.
  • Paolo Franzese, Raffaello, Mondadori Arte, Milano 2008. ISBN 978-88-370-6437-2

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