Palazzo Pandolfini

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Palazzo Pandolfini
Palazzo via San Gallo.JPG
Palazzo Pandolfini
Ubicazione
Stato Italia Italia
Regione Toscana Toscana
Località Firenze
Indirizzo via San Gallo, 74
Coordinate 43°46′50.85″N 11°15′33.7″E / 43.780793°N 11.259361°E43.780793; 11.259361Coordinate: 43°46′50.85″N 11°15′33.7″E / 43.780793°N 11.259361°E43.780793; 11.259361
Informazioni
Condizioni In uso
Stile rinascimentale
Piani due
Realizzazione
Architetto Raffaello Sanzio

Palazzo Pandolfini è uno dei più bei palazzi del tardo rinascimento a Firenze e si trova in via San Gallo 74, con affaccio su via Salvestrina ed entrata del giardino su via Cavour 79.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Prima del palazzo[modifica | modifica wikitesto]

Il palazzo fu il primo ad essere costruito in questa parte della città, considerata periferica e in parte ancora destinata all'uso agricolo, sede soprattutto di ospedali e istituzioni religiose.

Dettaglio architettonico

In quest'area esisteva infatti l'antico "monastero di San Silvestro", abitato da monache benedettine dette "le Santucce", che nel 1443 era così in crisi da essere arrivato a contare una sola monaca, perciò i suoi beni erano stati incamerati dal vicino monastero di Sant'Agata. L'edificio era invece passato alla compagnia dell'arcangelo Raffaello e, dal 1447, ai frati di Montesenario, i quali lo affittarono in parte (una "casa con orto") a Giannozzo Pandolfini, vescovo di Troia (in Puglia) di origine fiorentina. Affezionatosi al luogo, usò il suo prestigio personale per ottenere da papa Leone X una bolla (1515, durante la visita fiorentina del papa) e un breve (1520) che permettesse di vendere i beni ecclesiastici su via San Gallo (che appartenevano alla diocesi) a patto che fosse mantenuto il luogo consacrato dell'oratorio, che infatti venne inglobato nel palazzo come cappella privata, sebbene dotata anche di un ingresso esterno.

Il progetto di Raffaello[modifica | modifica wikitesto]

Nel frattempo Raffaello Sanzio, secondo quanto riportato dal Vasari, fu incaricato di disegnare il progetto del palazzo (probabilmente tra il 1513 e il 1514), su richiesta personale del Pandolfini che aveva conosciuto il grande artista a Roma, quando soprintendeva alla fabbrica della basilica di San Pietro in Vaticano. L'amicizia del Pandolfini con il Papa, nata a Firenze quando il papa Medici era ancora cardinale, dovette anche aiutare nell'impresa. La costruzione iniziò già dal 1516.

Raffaello però non poteva venire a Firenze a seguire i lavori, per cui inviò un suo assistente di fiducia, Giovanfrancesco da Sangallo. Nel 1525 Giannozzo Pandolfini morì lasciando il palazzo in eredità al nipote Ferdinando (o Ferrando), che aveva ottenuto anche l'incarico di vescovo di Troia nel 1522. Quando il Sangallo morì nel 1530 durante l'assedio di Firenze i lavori subirono un arresto temporaneo, e ripresero in seguito con la nomina a capo-architetto del fratello Bastiano da Sangallo detto Aristotile. Fu probabilmente un'iniziativa di Ferdinando la decorazione del fregio del cornicione del palazzo con un'iscrizione dedicata a Leone X e Clemente VII, in segno di gratitudine per i tanti favori ottenuti dai due papi medicei per sé e per conto di suo zio. Il giardino ed il palazzo per esempio erano stati arricchiti con statue, fontane con giochi d'acqua, donati da Leone X. Vi erano coltivati inoltre una grande quantità di fiori e piante.

Ferdinando morì nel 1560 e il palazzo rimase in seguito di proprietà della famiglia, che lo possiede tutt'oggi. "La rara nobiltà delle linee e delle proporzioni conferisce al piccolo edificio un'armonia ed una dignità architettonica tali, da farlo considerare come uno dei più perfetti esemplari del primo periodo del Rinascimento romano" (Chierici).

Il conte Alessio Pandolfini nella seconda metà del XIX secolo avviò un restauro generale dell'edificio, con l'abolizione dell'antico oratorio di San Silvestro, ormai ridotto a cappella privata.

Sei e Settecento[modifica | modifica wikitesto]

Veduta su via Salvestrina

Il palazzo ebbe in città una sua singolare notorietà come centro di cultura, oltre che ai tempi di Ferrante, anche con Filippo (1600 circa), Roberto (1750 circa) ed altri membri della famiglia.

Nel 1620 venne risistemato e allargato il giardino dal senatore Filippo Pandolfini, acquistando alcune proprietà confinanti.

Alla fine del 1700 il cosiddetto "ramo del Palazzo" della famiglia Pandolfini si sarebbe estinto se Eleonora, figlia di Agnolo Pandolfini, non avesse adottato il nipote Alessio Hitrof. Fu lei a far sistemare il giardino secondo la moda romantica dell'epoca e a far costruire una serra per custodire in inverno le collezioni di piante ornamentali. Con lei il palazzo tornò ad ospitare artisti e letterati come nel Rinascimento.

Dall'Ottocento a oggi[modifica | modifica wikitesto]

Una foto di palazzo Pandolfini verso il 1860, dove si vede ancora l'oratorio di San Silvestro
Prospetto interno del palazzo con la loggetta-limonaia
Il giardino decorato da statue

All'interno della lunga e complessa storia dell'edificio si segnala come questo abbia ospitato, negli anni di Firenze Capitale (1865-1871) e della proprietà Nencini, l'ambasciata del Brasile in Italia.

Dal 1870 al 1885 circa fu Alessio Pandolfini a procedere alla ristrutturazione del palazzo tramite l'architetto Cesare Fortini. Venne modificata la scala e fu sostituita la porta esterna dell'antico Oratorio di San Silvestro con una finestra uguale alle altre, così che il piccolo luogo di culto divenne esclusivamente la cappella privata di famiglia. In seguito l'edificio venne sconsacrato e vi fu costruito al suo posto un ingresso collegato all'androne del grande portale monumentale alla romana; gli arredi sacri vennero trasferiti nella vicina chiesa di San Giovanni dei Cavalieri.

La moglie del Conte Alessio, Sofronia Stibbert, si dedicò all'abbellimento del giardino e divenne lei stessa un'esperta giardiniera. Sono famose le sue collezioni di camelie e cinerarie, di cui alcune rarità botaniche furono premiate alla fine dell'800 dalla Società Botanica dell'Orticultura. Il figlio Roberto per la moglie Beatrice Corsini costruì una serra per le orchidee sopra al giardino d'inverno, che fu l'ultima modifica apportata alla splendida residenza dei Pandolfini.

Per quanto riguarda gli interventi di restauro si ricorda un cantiere tra il 1874 e il 1875 (peraltro segnalato da un'iscrizione sulla bozza di una terrazza), seguito da altri interventi di ripristino della gronda (1900) e della balaustrata (1925). Nel 1942, a seguito di ulteriori interventi di ripristino, fu demolito un torrino ottocentesco costruito sul tetto. Al 1956 sono documentati lavori alla facciata, ripresi e finiti nel 1965-1966. Il palazzo è stato poi oggetto di un ulteriore intervento di restauro alle facciate nel 1994-1996 su progetto dello studio di architettura Gurrieri Associati (direzione dei lavori dell'architetto Maurizio De Vita), finalizzato al rifacimento degli intonaci deteriorati e al consolidamento e alla reintegrazione degli elementi lapidei, per iniziativa di Filippo Pandolfini padre degli attuali proprietari Roberto e Niccolò. L'intervento, premiato dalla Fondazione Giulio Marchi, è ampiamente documentato nei metodi e nei materiali impiegati nella pubblicazione edita dalla stessa Fondazione nel 1997.

Il palazzo appare nell'elenco redatto nel 1901 dalla Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti, quale edificio monumentale da considerare patrimonio artistico nazionale.

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

Il palazzo è di impostazione tipicamente romana, ma adattata per la realtà di Firenze, con un insieme maestoso e solenne, ma al tempo stesso sobrio e armonico.

Molto controversa è la questione di quanto il progetto originale di Raffaello corrisponda all'aspetto odierno; può darsi che sia stato modificato dai Sangallo, ma anche che lo stesso urbinate avesse previsto l'originale soluzione di un palazzo a due soli piani (piano terra e piano nobile) invece dei canonici tre. La facciata su via Salvestrina, probabilmente la prima ad essere terminata e databile forse precedentemente al 1520, in origine presentava (come documentato dalle indagini termografiche svolte nel 1984) cinque o sei finestre crociate fra cui le tre attuali.

Per quanto riguarda l'edificio nel suo insieme, "il corpo di fabbrica, formante angolo, è a due piani, con alterne finestre a timpano triangolare e curvo (quelle al piano superiore a balcone e fiancheggiate da semicolonne); robusta bugnatura angolare; poderoso cornicione a mensole sopra un'alta fascia con scritta a grandi lettere" (Firenze 1974).

Il bugnato in pietra serena e pietra bigia evidenzia gli spigoli, mentre la facciata principale, su via San Gallo, è intonacata color ocra, con i dettagli architettonici che vi "emergono" sottolineati dall'uso della pietra bigia: la serie delle eleganti finestre timpanate, e al primo piano dotate anche di balaustra e affiancate da semicolonnine; la cornice marcapiano, il fregio all'altezza delle architravi delle finestre e il maestoso cornicione, sotto il quale spicca l'iscrizione a lettere cubitali che si svolge lungo tutto il perimetro dell'edificio:

« Iannoctius Pandolfinius. Eps. Troianus Leonis X et Clementis VII Pont. Max. Beneficiis Auctus a Fundamentis Erexit An. Sal. M.D.XX. Alexius Pandolfinius restauravit An. Sal. MDCCCLXXV »

Un marcapiano decorato fascia senza soluzione di continuità la palazzina. Questo divide il piano nobile dal pian terreno sul lato a due livelli e costituisce l'appoggio visvo per la terrazza ed i balconcini sul lato destro della facciata. Sul portale a bugnato rustico si innalza un balcone più grande.

La facciata interna del giardino è decorata da una loggia che rappresentava l'ingresso originario del palazzo.

Non è chiaro se il portale, che oggi dà sul giardino, dovesse trovarsi al centro di una facciata di dimensioni ben più grande, con un corpo di fabbrica di dimensioni raddoppiate. Lo stesso Vasari parlava di un progetto alla sua epoca incompleto. Inoltre la prima raffigurazione iconografica del palazzo come lo si vede oggi risale solo al 1779, mentre planimetrie più antiche non riportano una pianta come quella attuale. In ogni caso il fabbricato alla destra del portone non risale che ad un'aggiunta databile tra il 1731 e il 1783, che riprese lo stile della parte più antica. Questa porzione, originariamente con un semplice muro di cinta come è proprio degli orti fiorentini, compare nelle forme attuali solo tardivamente (per la prima volta è documentata in una pianta del 1855), ed è quindi da ritenersi un completamento del corpo laterale contenente il grande portale bugnato originale, probabilmente databile al Settecento, come del resto conferma la diversa qualità e la lavorazione della pietra utilizzata.

Nonostante l'irregolarità il palazzo è degno di ammirazione, con la terrazza scoperta all'altezza del primo piano che dà respiro e ampiezza a un quartiere nobile non particolarmente vasto. Per quanto concerne il corpo principale della fabbrica, fatti salvi alcuni interventi ottocenteschi volti al ripristino di elementi degradati, questo non ha subito sostanziali modifiche.

Molti dei pezzi del mobilio e delle decorazioni sono originali del XVI secolo.

Il giardino[modifica | modifica wikitesto]

Battente della porta del giardino
Il giardino odierno
Veduta esterna del giardino

Il giardino cinquecentesco è descritto dal poeta Benedetto Varicensio nel 1525, che parla di un ambiente ombroso decorato da una fontana con giochi d'acqua, un prato e alcuni alberi di arancio.

Ai primi dell'Ottocento sopravviveva ancora l'impostazione come giardino all'italiana, articolato in due parti quadrangolari: una più piccola su via San Gallo e una più grande tra via Salvestrina e via Cavour. La vasca con puttino, elemento decorativo di raccordo tra le due sezioni, si trova oggi nell'atrio di ingresso del palazzo. Nel giardino "grande", diviso in quattro aiuole, esisteva una collinetta artificiale al centro, con un boschetto di cedri e limoni, una ragnaia di alloro e lecci, uno stanzone-limonaia, alberi da frutto e viti sistemate a spalliera.

La trasformazione a parco all'inglese risale verosimilmente all'inizio del XIX secolo, dopo che Eleonora Pandolfini nel 1806 ne prese proprietà. La prima testimonianza del nuovo assetto risale al 1876, ma i lavori dovettero avvenire tra il 1830 e il 1840. Nel 1853 venne creato il giardino d'inverno, come una loggia chiusa da vetrate, tuttora addossato al muro di cinta lungo via Salvestrina. Oggi è dominato da un prato centrale, circondato da siepi ed alberi ad alto fusto, che nascondono i muri perimetrali, dal palazzo e dalla loggia della limonaia. Sull'asse del portone su via San Gallo si trovano una fila di statue decorative in marmo, con soggetti mitologici.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Le bellezze della città di Firenze, dove a pieno di pittura, di scultura, di sacri templi, di palazzi, i più notabili artifizi, e più preziosi si contengono, scritte già da M. Francesco Bocchi, ed ora da M. Giovanni Cinelli ampliate, ed accresciute, Firenze, per Gio. Gugliantini, 1677, p. 7;
  • Ferdinando Ruggieri, Studio d’architettura civile sopra gli ornamenti di porte, e finestre, colle misure, piante, modini, e profili, tratte da alcune fabbriche insigni di Firenze erette col disegno de’ più celebri architetti, 3 voll., Firenze, nella Stamperia Reale presso Gio. Gaetano Tartini e Santi Franchi, 1722-1728, II, 1724, tavv. 73-75;
  • Marco Lastri, Palazzo de' conti Pandolfini, e disciplina ecclesiastica del secolo XVI, in L'Osservatore fiorentino sugli edifizi della sua Patria, quarta edizione eseguita sopra quella del 1821 con aumenti e correzioni del Sig. Cav. Prof. Giuseppe Del Rosso, Firenze, Giuseppe Celli, 1831, II, pp. 146-147;
  • Federico Fantozzi, Nuova guida ovvero descrizione storico artistico critica della città e contorni di Firenze, Firenze, Giuseppe e fratelli Ducci, 1842, p. 445;
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  • Emilio Bacciotti, Firenze illustrata nella sua storia, famiglie, monumenti, arti e scienze dalla sua origine fino ai nostri tempi, 3 voll., Firenze, Stabilimento Tipografico Mariani e Tipografia Cooperativa, 1879-1886, III, 1886, p. 205;
  • Carl von Stegmann, Heinrich von Geymüller, Die Architektur der Renaissance in Toscana: dargestellt in den hervorragendsten Kirchen, Palästen, Villen und Monumenten, 11 voll., München, Bruckmann, 1885-1908, VII, p. 1, tavv. 1-5 (Raffaello);
  • Iscrizioni e memorie della città di Firenze, raccolte ed illustrate da M.ro Francesco Bigazzi, Firenze, Tip. dell’Arte della Stampa, 1886, pp. 246-247;
  • Ministero della Pubblica Istruzione (Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti), Elenco degli Edifizi Monumentali in Italia, Roma, Tipografia ditta Ludovico Cecchini, 1902, p. 249;
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  • Augusto Garneri, Firenze e dintorni: in giro con un artista. Guida ricordo pratica storica critica, Torino et alt., Paravia & C., s.d. ma 1924, p. 234, n. XXXVIIII;
  • Donato Cellesi, Sei fabbriche di Firenze disegnate e incise da Donato Cellesi, Firenze, 1851;
  • Gino Chierici, Il palazzo italiano dal secolo XI al secolo XIX, 3 voll., Milano, Antonio Vallardi, 1952-1957, II, 1954, pp. 152-153;
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  • Franco Cesati, Le strade di Firenze. Storia, aneddoti, arte, segreti e curiosità della città più affascinante del mondo attraverso 2400 vie, piazze e canti, 2 voll., Roma, Newton & Compton editori, 2005, II, p. 580;
  • Touring Club Italiano, Firenze e provincia, Milano, Touring Editore, 2005, p. 323;
  • Toscana Esclusiva XIII edizione, Associazione Dimore Storiche Italiane, Sezione Toscana, 2008.
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  • Claudio Paolini, Vincenzo Vaccaro, Via Cavour, una strada per Firenze Capitale, Firenze, Polistampa, 2011, pp. 109-112, n. 43.
  • Pietro Ruschi, Un episodio architettonico a Firenze in età leonina: Raffaello e Palazzo Pandolfini, in Nello splendore mediceo: Papa Leone X e Firenze, catalogo della mostra (Firenze, Museo delle Cappelle Medicee e Casa Buonarroti, 26 marzo-6 ottobre 2013) a cura di Nicoletta Baldini e Monica Bietti, Livorno, Sillabe, 2013, pp. 286-291.

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