Gano di Maganza

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Gano
Ganelon.jpg
Supplizio di Gano, da un manoscritto conservato nella Biblioteca Nazionale di Francia
Sagaciclo carolingio
SessoMaschio
Professioneguerriero
Affiliazionepaladini di Carlo Magno

Gano di Maganza, o Gano di Magonza (Ganelon in antico francese), è un personaggio della Chanson de Roland, poema del ciclo carolingio. Appartiene alla famiglia dei Magonza, imparentati con Carlo Magno, che però verrà poi da loro tradito.

Il personaggio[modifica | modifica wikitesto]

Il nome deriverebbe, secondo Karl Ferdinand Werner, dall'arcivescovo di Sens Gualtiero, che tradì Carlo il Calvo e consacrò diversi re dei Franchi Occidentali[1].

Nella Chanson de Roland[modifica | modifica wikitesto]

Gano è il patrigno di Orlando e quindi è anche cognato di Carlo Magno, avendo sposato la madre di Orlando, Berta, sorella di Carlo Magno, dopo la morte del marito, Milone, per mano dei Saraceni.

Pur essendo uno dei paladini del re, Gano tradisce la propria patria svelando ai Saraceni il modo per cogliere di sorpresa a Roncisvalle la retroguardia franca di ritorno dalla Spagna. A capo di essa c'è Orlando, suo figliastro e oggetto di odio, che esita a suonare l'olifante per chiedere soccorso, causando così la propria morte e quella dei suoi compagni. La retroguardia viene sconfitta, ma Gano avrà una punizione orribile per il suo tradimento: egli sarà squartato vivo e i suoi resti bruciati e sparsi al vento.

Nella Divina Commedia[modifica | modifica wikitesto]

Gano è citato nel XXXIII canto dell'Inferno da Bocca degli Abati, cone l'appellativo di Ganellone

«Gianni da Soldanier credo che sia
Più là con Ganellone e Tebaldello»

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto XXXIII)

Nei testi ariosteschi[modifica | modifica wikitesto]

Il personaggio è presente nell'Orlando furioso e nei Cinque Canti di Ludovico Ariosto, col nome Ganellone.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Karl Ferdinand Werner, Nascita della nobiltà. Lo sviluppo delle élite politiche in Europa, in Biblioteca di cultura storica, traduzione di Stefania Pico e Sabrina Santamato, Torino, Giulio Einaudi editore, 2000, pp. 432-433, ISBN 88-06-15288-2.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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