Inferno - Canto tredicesimo

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La selva dei suicidi, illustrazione di Gustave Doré

Il canto tredicesimo dell'Inferno di Dante Alighieri si svolge nel secondo girone del settimo cerchio, dove sono puniti i violenti contro se stessi; siamo all'alba del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300.

Incipit[modifica | modifica wikitesto]

« Canto XIII, ove tratta de l’esenzia del secondo girone ch’è nel settimo circulo, dove punisce coloro ch’ebbero contra sé medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo sé ma guastando i loro beni. »
(Anonimo commentatore dantesco del XIV secolo)

Analisi del canto[modifica | modifica wikitesto]

La selva dei suicidi - versi 1-30[modifica | modifica wikitesto]

La scena del XIII canto, immaginata da William Blake

Dante e Virgilio, attraversato il Flegetonte grazie all'aiuto del centauro Nesso, si ritrovano in un bosco tenebroso (l'intero episodio ha un precedente nell'Eneide virgiliana, al canto III, vv. 22 sgg.). Non ci sono sentieri (vedremo poi che ciò è dovuto alla nascita casuale delle piante e al fatto che il dover farsi strada tra gli sterpi sia parte della pena degli scialacquatori) e Dante evoca il sinistro luogo con una famosa terzina scandita dalla tecnica della "Privatio" -o antitesi- "Non... ma...", anafora che si ripete nei vv. 1-4-7.

« Non fronda verde, ma di color fosco;

non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco. »

(vv. 4-6)

Non ci sono piante verdi quindi, ma di colore scuro, non rami dritti ma nodosi e contorti, nessun frutto ma solo spine avvelenate. Dante precisa la descrizione con una similitudine: le dimore tra Cecina e Corneto (cioè la Maremma) di quelle bestie che odiano i terreni coltivati non sono in confronto così fitte e con vegetazione tanto aspra. Qui, dice il poeta, le Arpie (le "brutte" Arpie, che cacciarono con presagi funesti i troiani dalla Strofade, da un episodio del III libro dell'Eneide) fanno i loro nidi: esse, descrive il poeta, hanno corpo di uccello e volto umano, ed emettono strani lamenti (fanno lamenti in su li alberi strani vv 15, è un iperbato, ovvero la parola a cui si riferisce l'aggettivo viene allontanata dalla parola stessa). La descrizione delle Arpie è piuttosto statica ed esse non compiono nessuna azione diretta nel canto: Dante le sente e le vede, ma parla come se ce le stesse descrivendo senza guardare, a prescindere dalla percezione.

Virgilio, prima di entrare nel bosco, ricorda a Dante che si tratta del secondo girone del VII cerchio, quello dei violenti contro sé stessi, al quale seguirà il "sabbione" dei violenti contro Dio e contro natura. Inoltre la guida dice a Dante di guardare bene, che vedrà cose a cui non crederebbe se gli venissero raccontate.

Infatti Dante nota come si sentano lamenti ovunque senza vedere nessuno, al che pensa che ci siano delle anime nascoste tra la boscaglia. Virgilio gli legge nel pensiero e lo invita a troncare un rametto da una pianta perché la sua idea venga confutata ("li pensier c'hai si faran tutti monchi", v. 30). Inizia al verso 25 lo stile arzigogolato di figure retoriche tipico di questo canto, ispirato allo stile ufficiale delle lettere dei funzionari di Stato come Pier delle Vigne che si incontrerà tra breve: "Cred'io ch'ei credette ch'io credesse" (in queste parole è presente un polittoto).

Questa foresta quindi è mostruosamente intricata e il poeta si sofferma nel descrivere i dettagli più angoscianti perché il lettore non immagini il luogo come un ameno boschetto: niente foglie, frutti e fiori, e al posto del cinguettio degli uccelli si sentono solo le grida delle arpie e i lamenti. Non dobbiamo poi immaginare maestosi alberi ad alto fusto, ma sterpi, arbusti nodosi, come ve ne sono in Maremma, alti comunque abbastanza da appendere un corpo umano (come verrà detto ai vv. 106-108).

È la selva dei violenti contro se stessi, suicidi e scialacquatori, come preannunciato nello schema dell'Inferno nell'XI canto. Per Dante la violenza contro se stessi è più grave della violenza contro il prossimo, confermando in pieno la visione teologica di San Tommaso D'Aquino: il comandamento di "amare il prossimo tuo come te stesso" postula prima un amore verso la nostra persona in quanto riflesso della grazia e della grandezza divina.

Questa selva richiama l'immagine del locus horridus, caratterizzato da una natura cupa, accidentata, squassata da terribili sconvolgimenti ed animata da paurose e misteriose forze soprannaturali. Nelle letterature classiche ne troviamo testimonianza in Euripide, Virgilio (Eneide, III, vv. 13-68), Ovidio e Seneca.[1]

L'arbusto sanguinante - vv. 31-54[modifica | modifica wikitesto]

L'arbusto sanguinante, illustrazione di Gustave Doré

Dante "coglie" un ramicello da un grande arbusto e viene sorpreso dal grido "Perché mi schiante?" seguito dal fuoriuscire di sangue marrone dal punto reciso. Di nuovo arrivano parole dalla pianta "Perché mi scerpi? / non hai tu spirto di pietade alcuno? / Uomini fummo, e or siam fatti sterpi" (vv. 35-37) cioè "perché mi laceri? Eravamo uomini e ora siamo piante, perciò la tua mano dovrebbe essere più clemente". Al che Dante impaurito lascia subito il ramo.

Come quando si brucia un legno verde, dal quale esce liquido linfatico da un capo e l'altro cigola soffiando vapore, così dal punto della frattura "usciva[no]" parole e sangue (Dante usa il verbo al singolare per indicare i due sostantivi, con uno zeugma).

Si tratta quindi di uomini trasformati in piante, un decadimento verso una forma di vita inferiore, pena principale dei dannati di questo girone. Essi hanno rifiutato la loro condizione umana uccidendosi e per questo (per contrappasso) non sono degni di avere il loro corpo. Questa situazione paradossale si manifesta anche in maniera pratica nel canto: i due pellegrini non hanno un volto da guardare e in due occasioni essi non capiscono se il dannato ha finito di parlare o stia per continuare, perché non possono vedere l'espressione del suo volto.

La figura dell'albero sanguinante è ripresa dal III canto dell'Eneide, dove si narra dell'episodio di Polidoro: Enea, sbarcato sulle rive del mare di Tracia, vuole preparare un'ara e strappa alcuni rami da una pianta, ma dal legno troncato esce sangue, seguito, dopo alcuni tentativi, dalle parole di Polidoro, l'ultimogenito di re Priamo, che in segreto lo aveva affidato al re di Tracia affidandogli un'ingente quantità d'oro perché Troia era sotto assedio. Egli si è trasformato in pianta dopo essere stato trucidato e crivellato dalle frecce di Polimestore per impadronirsi del suo oro. Polidoro a questo punto invita Enea a lasciare al più presto quella terra maledetta. Al verso 48 Dante ammette di aver usato come fonte Virgilio, anzi è il poeta stesso che dice come quella scena Dante l'abbia veduta già nella "sua" rima.

A questo punto Virgilio dice che se Dante avesse saputo non avrebbe tagliato il ramoscello, ma in verità era necessario che Dante lo recidesse per il processo pedagogico della Commedia, affinché conoscesse la pena di questi dannati e promette che comunque in riparazione del danno, se vorrà presentarsi, Dante potrà ricordarlo tra i vivi.

Pier delle Vigne - vv. 55-78[modifica | modifica wikitesto]

Pier delle Vigne cieco e imprigionato, versione cinematografica de L'Inferno (1911)

Il tronco, adescato dalle dolci parole, non può tacere e spera di non annoiarli se li "invischierà" un po' con i suoi discorsi: si notino due verbi tipicamente mutuati dalla pratica venatoria, passatempo tipico della corte di Federico II di Svevia, come adescare, prendere con l'esca, e invischiare, afferrare con vischio. Il tono della conversazione si alza e diventa ricercato e artificioso, con rime difficili, discorsi intricati e ricchi di figure retoriche come ripetizioni, allitterazioni, metafore, similitudini, ossimori, ecc.

L'anima finalmente si presenta: egli è colui che tenne entrambe le chiavi del cuore di Federico II (quella dell'aprire e del chiudere, ovvero del sì e del no, immagine presente anche in Isaia a proposito di Re Davide), e che le girò aprendo e chiudendo così soavemente da diventare l'unico partecipe dei segreti del sovrano; compì il suo incarico glorioso con fedeltà, perdendo prima il sonno e poi la vita; ma quella meretrice che non manca mai nelle corti imperiali (dall'"ospizio di Cesare"), cioè l'invidia, mise gli occhi su di lui e infiammò contro di lui tutti gli animi; e questi infiammati infiammarono a loro volta l'Imperatore (si noti la ripetizione di infiammò, 'nfiammati, infiammar), che mutò gli onori in lutti. Il suo animo allora, per spirito di sdegno, credendo di sfuggire lo sdegno del sovrano con la morte (disdegnoso/disdegno, altra ripetizione), fece contro di sé ingiustizia sebbene fosse nel giusto (ingiusto/giusto, terza ripetizione). Ma giurando sulle nuove radici del suo legno (la sua morte non è avvenuta da molto), egli proclama la sua innocenza, e se qualcuno di loro (dei due poeti) tornasse nel mondo dei vivi, il tronco prega di confortare lassù la sua memoria, ancora abbattuta del colpo che le diede l'invidia.

In tutta questa lunga perifrasi il dannato non ha mai pronunciato il suo nome, ma ha lasciato elementi sufficienti per la sua identificazione: si tratta di Pier della Vigna, ministro di Federico II che ebbe una brillante carriera nella corte imperiale, almeno fino al culmine nel 1246, quando fu nominato protonotaro e logoteta del Regno di Sicilia ed era di fatto il consigliere più potente e vicino al sovrano. Nel 1248, dopo la sconfitta di Vittoria, l'Imperatore cominciò a perdere fiducia nel suo consigliere e un anno dopo, forse a causa di un sospetto di complotto, venne arrestato a Cremona e incarcerato a San Miniato al Tedesco (o a Pisa), dove venne accecato con un ferro arroventato; dopodiché si suicidò pare fracassandosi la testa contro il muro della cella. La sua vicenda atroce destò molto scandalo all'epoca e molte storie circa suoi presunti complotti, spesso frutto di voci non vere. In ogni caso la storiografia moderna ha trovato a suo carico un colloquio sospetto con Papa Innocenzo IV a Lione e alcuni rilevanti abusi di potere.

Dante stesso è colpito da una forte pietà verso il dannato, tanto che non riuscirà a porgergli alcuna domanda e dovrà farlo Virgilio per lui. Il poeta inoltre ribadisce la sua innocenza, anche se da un punto di vista teologico questa costituisce un'aggravante al suicidio, perché uccidendosi egli ha tolto la vita a un innocente.

Spiegazione di come i suicidi si trasformino in piante - vv. 79-108[modifica | modifica wikitesto]

La selva dei suicidi, Priamo della Quercia (XV secolo)

Virgilio, su richiesta di Dante, chiede quindi come le anime si trasformino in piante e se alcuna di esse si divincoli mai da tale forma. Di nuovo il tronco soffia prima forte e poi da quel "vento" tornano le parole: (parafrasi) "Brevemente vi sarà risposto: quando l'anima feroce del suicida si separa dal corpo dal quale essa stessa si è distaccata con la forza, Minosse (il giudice infernale), la manda al settimo cerchio ("foce"), dove cade nella selva a caso, dove la fortuna la balestra (di nuovo un verbo legato alla caccia). Lì nasce un ramoscello, poi un arbusto: le Arpie mangiando le sue foglie gli arrecano dolore e il dolore si manifesta in lamenti (chiasmo riferito a come dai rami rotti possano uscire parole e lamenti)" (vv. 93-102).

Poi Pier delle Vigne racconta come, dopo il Giudizio universale, le loro anime trascineranno i corpi alla foresta e li appenderanno ciascuna al suo tronco, senza riunirsi con essi poiché non è giusto riprendere ciò che ci si è tolti ("non è giusto aver ciò c'om si toglie", v. 105). Questa è un'invenzione puramente dantesca e nessun teologo parla di questa condizione speciale dei suicidi dopo il Giudizio Universale. L'idea del bosco dove penzolano macabramente i corpi dei suicidi è una delle più cupe rappresentazioni dell'Inferno.

L'anima, nell'immaginario medievale, era legata spesso a simboli vegetali. La mistica Ildegarda di Bingen (secolo XII), nel Liber Scivias, intuisce l'anima divina in un albero. Presso gli antichi popoli nomadi, la pianta è simbolo sia della vita, poiché fruttifica, sia della sapienza divina (Proverbi 3, 18), così le anime dei giusti alla loro morte si chiameranno "querce di giustizia" (Isaia 61,3) e andranno ad esornare la piantagione del Signore per manifestarne la gloria.[2]

Gli scialacquatori - vv. 109-129[modifica | modifica wikitesto]

Gli scialacquatori, illustrazione di Gustave Doré

I due poeti sono ancora in attesa di altre parole dal tronco quando la scena cambia improvvisamente. Si sentono rumori di caccia, come chi si senta venire incontro un cinghiale braccato da cani e cacciatori e che senta gli animali e le frasche spezzate. Ed ecco che dal lato sinistro Dante vede due anime nude e piene di graffi che scappano per la selva spaccando rami dappertutto (si tratta di un esempio di caccia infernale o caccia selvaggia[3]).

Quello più avanti invoca: "Or accorri, accorri morte!", intesa probabilmente come seconda morte che annullerebbe le loro pene, mentre quello più dietro lo chiama, ricordando a "Lano" che non fuggiva così veloce alle Giostre del Toppo dov'era caduto in battaglia. Stremato il secondo si nasconde dietro un cespuglio, ma arriva una schiera di cagne nere, che come veltri lo raggiunge e lo lacera a brandelli, portando via le sue membra dolenti.

I due fuggiaschi braccati, sono, secondo lo schema del canto, due violenti contro i loro beni, i cosiddetti "scialacquatori" (usando una parola che non appartiene al vocabolario di Dante) e dalle parole che pronunciano si può risalire alla loro identità. Sono il senese Lano da Siena, forse già membro della brigata spendereccia e morto alle Giostre del Toppo, e Jacopo da Sant'Andrea, oggetto di numerosi aneddoti su come distrusse con leggerezza le sue proprietà.

La differenza tra il peccato degli scialacquatori e quello dei prodighi sta nelle intenzioni: i primi avevano scopi distruttivi (si cita sempre l'esempio di Jacopo che aveva dato a fuoco le proprie case per diletto), mentre i secondi non sapevano contenere la loro indole a spendere, desiderando solo accumulare beni con rapacità.

Il suicida fiorentino - vv. 130-151[modifica | modifica wikitesto]

Dante raccoglie i ramoscelli nel bosco dei suicidi, illustrazione di Giovanni Stradano (1587)

Dopo la parentesi della caccia infernale, la scena torna silenziosa e meditativa: Virgilio indica a Dante il cespuglio dove si era riparato Jacopo e questi lo vede tutto piangente per le numerose ferite riportate durante l'assalto. Esso si lamenta contro Jacopo da Sant'Andrea ("Che t'è giovato di me far schermo? / Che colpa ho io della tua vita rea?", vv. 134-135), poi Virgilio gli chiede di parlare un po' di sé.

Il cespuglio prega prima malinconicamente i due pellegrini di raccogliere le sue fronde e metterle ai suoi piedi. Poi inizia a dire che è fiorentino, non nominando la città ma compiendo una lunga perifrasi: dice che era della città che cambiò il primo patrono in San Giovanni Battista, riferendosi alla diffusa leggenda che l'antica Florentia romana fosse una città dedicata al dio Marte. Per questo il primo padrone, dio della guerra e della discordia, continua a perseguitarla "con la sua arte", rendendola sempre triste."Per fortuna che almeno resti un frammento di statua colloco al passaggio sull'Arno, altrimenti coloro che la ricostruirono dopo la distruzione di Attila avrebbero lavorato invano."Il cespuglio si sta riferendo alla statua che i fiorentini credevano raffigurasse Marte e che si trovava alla testa dell'antico Ponte Vecchio (ricostruito nel Trecento). Questa statua smozzicata, citata da vari cronisti, era il rimasuglio di un cavallo di una statua equestre della quale nessuno ricordava l'origine. Poiché non si conoscono statue equestri di Marte, gli storici moderni hanno avanzato l'ipotesi che si trattasse forse di un'effigie di Totila, il re degli Ostrogoti, che fu responsabile della distruzione di Firenze nel 550 (e non Attila re degli Unni che Dante ha indicato confondendosi).

La presenza di questo "palladio" veniva vista come una protezione per la città: nel 1333 fu travolto da un'alluvione e i più pessimisti vi videro un preannuncio della peste nera (1348). In ogni caso al tempo di Dante esso esisteva ancora.

Il canto si chiude con un verso lapidario, l'unico sulla biografia del dannato: "Io fei gibetto a me de le mie case", cioè "io feci la mia forca (gibetto è un francesismo da gibet) nelle mie case", ovvero "mi impiccai in casa mia". La drammatica scena dell'appeso, anonimo come tanti fiorentini che in quegli anni di boom economico non stavano al passo e si toglievano la vita, è permeata del senso di solitudine del suicidio.

Il contrappasso[modifica | modifica wikitesto]

I suicidi sono trasformati in piante, forma di vita inferiore, perché essi hanno rifiutato la loro condizione umana uccidendosi: perciò (per analogia) non sono degni di avere il loro corpo. Perfino dopo il Giudizio Universale essi saranno i soli a non rientrare nel proprio corpo, ma lo trascineranno e lo appenderanno ai loro rami. La questione del sangue e delle ferite è solo un accrescimento della pena o semmai va intesa come il fatto che essi, che versarono il proprio sangue, ora lo vedono versato per mano altrui.

Gli scialacquatori, che distrussero le proprie sostanze, adesso (anche qui per analogia) vengono fatti a pezzi (a brano a brano) da cagne fameliche.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Beatrice Panebianco, Cecilia Pisoni, Loretta Reggiani, Marcello Malpensa, Antologia della Divina Commedia, ed. Zanichelli, 2009, pag. 54
  2. ^ Medioevo. Immaginario, L'anima; giugno 2013, pag. 56-57.
  3. ^ Scialacquatori in “Enciclopedia Dantesca” – Treccani

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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