Vai al contenuto

Inferno - Canto secondo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Voce principale: Inferno (Divina Commedia).

Il secondo canto dell'Inferno di Dante Alighieri funge da proemio della cantica, e si svolge dentro la selva; siamo alla sera dell'8 aprile 1300 (Venerdì Santo), o secondo altri commentatori del 25 marzo 1300 (anniversario dell'Incarnazione di Gesù Cristo).

«Canto secondo de la prima parte ne la quale fa proemio a la prima cantica cioè a la prima parte di questo libro solamente, e in questo canto tratta l’auttore come trovò Virgilio, il quale il fece sicuro del cammino per le tre donne che di lui aveano cura ne la corte del cielo.»

Analisi del canto

[modifica | modifica wikitesto]

Perplessità e timori di Dante - vv. 1-42

[modifica | modifica wikitesto]

Dante, dopo aver trascorso una notte e un giorno tra la selva e il pendio del colle, verso sera inizia il suo viaggio nell'oltretomba. Sulla terra tutti riposano, solo Dante si appresta ad intraprendere un viaggio duro (la guerra) e forse superiore alle sue forze: si tratta infatti di un viaggio sì del cammino quindi fisico, ma anche de la pietade cioè spirituale (tutta la Divina Commedia viene infatti indicata come un percorso di conversione, attraverso l'espiazione graduale del peccato nell'Inferno, la purificazione nel Purgatorio e la beatificazione nel Paradiso). Il tutto verrà raccontato dalla mente che non erra, cioè dalla memoria che si ricorda bene quello che ha visto.

La sera scende all'inizio del viaggio, illustrazione di Gustave Doré

Il secondo canto è il proemio alla cantica infernale e per questo Dante invoca le Muse per aiutarlo nel duro compito di riferire proprio senza errori tutto quello che è stato visto: qui si vedrà la nobiltà del suo ingegno di poeta e di uomo.

Questa riflessione sulla grandezza della sua mente provoca in Dante una riflessione sulla sua virtù: egli chiede al maestro di guardare s'ell'è possente, cioè all'altezza, prima di partire per l'alto passo (il difficile viaggio, più adatto al senso del canto piuttosto che riferito al difficile compito di riportare per iscritto quello che ha visto).

Altri hanno avuto esperienza, ancora vivi (mortali), nel regno dell'oltretomba:

  • Enea, padre di Silvio che andò nell'Averno sensibilmente, cioè con il proprio corpo e i propri sensi, accompagnato dalla Sibilla: Dio (avversario d'ogne male) glielo concesse perché sapeva l'alto compito che l'attendeva, la fondazione di Roma caput mundi e sede della Chiesa apostolica (il loco santo / u' (ubi, cioè "dove") siede il successor del maggior Pietro), quindi era tutt'altro che indegno. Proprio per quella visita nell'altro mondo egli capì cose che furono la causa della sua vittoria e (saltando all'era cristiana) del papale ammanto.
  • Il "Vas d'elezione", ovvero San Paolo (secondo la Seconda lettera ai Corinzi dove l'apostolo dice di essere stato rapito dal terzo cielo) che aveva avuto da Dio il compito di arrecare conforto alla fede cristiana, bisognosa, nel periodo delle origini, di conferma e coraggio.
«Ma io, perché venirvi? o chi 'l concede?

Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri 'l crede.»

Dante dunque non si reputa degno di tale compito (né se stesso né nessun altro), perché teme che (sul testo la costruzione di temo è alla latina con la negazione come timeo ne) se venisse l'impresa sarebbe folle: e arriva anche a spronare Virgilio di essere savio e capire. Così, in quell'oscura costa Dante diviene come colui che disvuol ciò che volle, perché nuovi pensieri gli hanno fatto cambiare idea e ora distoglie il pensiero dal cominciare l'impresa: quindi pensando e valutando le proprie forze Dante si pente della sua affrettata accettazione (cotanto tosta).

Conforto di Virgilio e soccorso delle tre donne - vv. 43-126

[modifica | modifica wikitesto]
Priamo della Quercia, illustrazione al Canto II
Incontro con Beatrice illustrato da Paul Gustave Doré

Virgilio non fa tardare la sua risposta: (parafrasi) "Se ho ben capito le tue parole, la tua anima è ora offesa da viltà, la quale spesso ingombra gli uomini allontanandoli dalle imprese onrate (degne di onore), come quando una bestia si impaurisce per qualcosa che invece è solo ombra. Perché tu ti sollevi da questo timore ti spiegherò perché venni da te e intesi la prima volta che mi preoccupai per te".

Inizia quindi la spiegazione di quello che è successo a Virgilio mentre Dante era smarrito nella selva, con un'analessi a più voci contemporanea agli avvenimenti del Canto I.

Virgilio si trovava tra color che son sospesi (nel Limbo) quando venne chiamato da una donna beata e bella, che gli fece provare il desiderio spontaneo di essere comandato, di obbedirle. Virgilio non lo dice subito ma è la figura angelicata di Beatrice, tra i protagonisti assoluti del poema, che fa il suo ingresso, indiretto, in questa cantica.

Ella aveva gli occhi più lucenti di una stella e cominciò a rivolgersi a lui soave e piana con angelica voce: (parafrasi) "Oh anima cortese (gentile, onesta) mantovana, la cui fama ancora è viva nel mondo e durerà fin quando dura esso, quanto il mondo lontana, (captatio benevolentiae), il mio amico (Dante), disinteressato (e non de la ventura, verso dall'interpretazione ambigua, in genere parafrasato come una nota all'amore divino e spirituale che lega i due), è impedito nel cammino nella diserta piaggia (la selva), tanto che è già tornato indietro per paura, e temo che si sia già smarrito se mi sono alzata a soccorrerlo troppo tardi, dopo che ho udito quello che mi hanno detto di lui in cielo... Ora vai, e con la tua bella arte retorica (la parola ornata) e con ciò che serva a farlo salvare (campare) aiutalo, così che io abbia consolazione. Chi ti fa andare sono io, Beatrice, e vengo dal luogo dove voglio tornare, da dove mi mosse l'amore (termine volutamente ambiguo: amore per Dante? o spirito di carità generico? o Dio stesso?) che mi fa parlare; quando tornerò davanti al mio Signore con lui mi loderò spesso di te."

Virgilio risponde entusiasta a quella che chiama "donna di sola virtù", per la cui virtù la specie umana oltrepassa fino al cielo con il cerchio minore (quello della Luna, a voler significare che la gente supera le cose terrene), dicendole che è così felice del suo ordine che non vede l'ora di ubbidire, basta che lei gli dica il suo desiderio (talento); chiede anche quale sia la ragione per la quale ella non ha temuto di scendere al centro dell'universo, dove presto lei vuole tornare (la Terra era il centro dell'universo nel sistema tolemaico e per i padri della Chiesa al centro della terra si estendeva l'Inferno che era il punto più lontano da Dio).

Beatrice allora risponde brevemente che non teme l'Inferno, perché non è cosa che per lei faccia male, quale creatura divina, non avendo effetto su di lei le fiamme di quello 'ncendio. C'è una Donna in paradiso (probabilmente la Madonna) che si dispiace per l'impedimento dove lei sta mandando Virgilio e che con la sua misericordia spezza il severo giudizio divino; questa chiese a Lucia di proteggere quel suo fedele (nel Convivio III 9, 15-16 Dante racconta di aver avuto una grave malattia agli occhi e che richiese l'aiuto della protettrice degli occhi). Allora Lucia andò da Beatrice, seduta accanto a Rachele e le parlò (si noti come le parole di Lucia sono riportate da Beatrice attraverso il racconto di Virgilio, attraverso la narrazione di Dante): (parafrasi) "Beatrice, lode vera di Dio, perché non soccorri colui che t'amò tanto e che per te uscì de la volgare schiera? (di nuovo il tema dell'amore spirituale che innalza gli uomini) Non senti il dolore del suo pianto, non vedi come egli combatte la morte sul fiume dove il mare non prevale? (metafora forse dei gorghi dell'esistenza)". Beatrice continua a spiegare come si sia affrettata scendendo dal suo beato scanno nella fiducia dell'onesta loquela di Virgilio, che onora lui e chi lo ode.

Finito di riportare il discorso di Beatrice, Virgilio prosegue: egli si era sentito lacrimare gli occhi dopo il soave discorso di Beatrice e venne subito da Dante, come ella aveva voluto; lo tolse di davanti a quella bestia (la lupa), che gli aveva impedito la via breve per scendere al monte. Inizia poi a spronare Dante chiedendogli cosa ci sia, perché (ripetuto due volte) egli si attarda; perché ha tanta viltà nel cuore senza ardire né franchezza, quando tre donne benedette si curano di lui nella corte celeste e quando il bel ragionamento che Virgilio gli ha detto finora prometta tanto bene?

Anche il viaggio di Dante risponde ad un disegno provvidenziale, come quelli di Enea e di San Paolo. Essendo voluto da Dio, non è solo conquista personale e personale elezione, ma si configura anche nei suoi aspetti generali come il viaggio dell'intera umanità per ritrovare pace e giustizia.

Le tre donne rappresentano probabilmente tre momenti della Grazia: la Grazia preveniente (la Vergine), la Grazia illuminante (santa Lucia) e la Grazia operante (Beatrice).[1]

Ritrovata sicurezza di Dante - vv. 127-142

[modifica | modifica wikitesto]
Baccio Baldini, Virgilio mostra a Dante Beatrice in cielo

Rinfrancato da queste parole, Dante si rianima, come quei fiori che piegati dalla brina notturna si drizzano forti sullo stelo quando il sole li scalda. Senza alcuna esitazione, ringrazia Beatrice (pietosa) e Virgilio (cortese) e si dichiara pronto a seguirlo nel suo difficile cammino, come aveva già deciso alla prima: i loro due voleri ora sono uno solo, cioè Dante concorda con Virgilio, suo duca (che lo precede nell'andare), signore (che prende le decisioni, comanda) e maestro (che spiega e risolve i dubbi).

Allora Dante parte ed entra per un sentiero alto e silvestro, cioè arduo e selvaggio.

Testo completo

[modifica | modifica wikitesto]

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno

toglieva li animai che sono in terra

da le fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate,

che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;

o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,

qui si parrà la tua nobilitate.

Io cominciai: "Poeta che mi guidi,

guarda la mia virtù s’ell’è possente,

prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.

Tu dici che di Silvïo il parente,

corruttibile ancora, ad immortale

secolo andò, e fu sensibilmente.

Però, se l’avversario d’ogne male

cortese i fu, pensando l’alto effetto

ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale

non pare indegno ad omo d’intelletto;

ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero

ne l’empireo ciel per padre eletto:

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,

fu stabilita per lo loco santo

u’ siede il successor del maggior Piero.

Per quest’andata onde li dai tu vanto,

intese cose che furon cagione

di sua vittoria e del papale ammanto.

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,

per recarne conforto a quella fede

ch’è principio a la via di salvazione.

Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?

Io non Enëa, io non Paulo sono;

me degno a ciò né io né altri ’l crede.

Per che, se del venire io m’abbandono,

temo che la venuta non sia folle.

Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono".

E qual è quei che disvuol ciò che volle

e per novi pensier cangia proposta,

sì che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa,

perché, pensando, consumai la ’mpresa

che fu nel cominciar cotanto tosta.

"S’i’ ho ben la parola tua intesa",

rispuose del magnanimo quell’ombra,

"l’anima tua è da viltade offesa;

la qual molte fïate l’omo ingombra

sì che d’onrata impresa lo rivolve,

come falso veder bestia quand’ombra.

Da questa tema acciò che tu ti solve,

dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi

nel primo punto che di te mi dolve.

Io era tra color che son sospesi,

e donna mi chiamò beata e bella,

tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi più che la stella;

e cominciommi a dir soave e piana,

con angelica voce, in sua favella:

"O anima cortese mantoana,

di cui la fama ancor nel mondo dura,

e durerà quanto ’l mondo lontana,

l’amico mio, e non de la ventura,

ne la diserta piaggia è impedito

sì nel cammin, che vòlt’è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,

ch’io mi sia tardi al soccorso levata,

per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata

e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,

l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.

I’ son Beatrice che ti faccio andare;

vegno del loco ove tornar disio;

amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,

di te mi loderò sovente a lui".

Tacette allora, e poi comincia’ io:

"O donna di virtù sola per cui

l’umana spezie eccede ogne contento

di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui,

tanto m’aggrada il tuo comandamento,

che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;

più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.

Ma dimmi la cagion che non ti guardi

de lo scender qua giuso in questo centro

de l’ampio loco ove tornar tu ardi".

"Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,

dirotti brievemente", mi rispuose,

"perch’i’ non temo di venir qua entro.

Temer si dee di sole quelle cose

c’ hanno potenza di fare altrui male;

de l’altre no, ché non son paurose.

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,

che la vostra miseria non mi tange,

né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.

Donna è gentil nel ciel che si compiange

di questo ’mpedimento ov’io ti mando,

sì che duro giudicio là sù frange.

Questa chiese Lucia in suo dimando

e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele

di te, e io a te lo raccomando -.

Lucia, nimica di ciascun crudele,

si mosse, e venne al loco dov’i’ era,

che mi sedea con l’antica Rachele.

Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,

ché non soccorri quei che t’amò tanto,

ch’uscì per te de la volgare schiera?

Non odi tu la pieta del suo pianto,

non vedi tu la morte che ’l combatte

su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -.

Al mondo non fur mai persone ratte

a far lor pro o a fuggir lor danno,

com’io, dopo cotai parole fatte,

venni qua giù del mio beato scanno,

fidandomi del tuo parlare onesto,

ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno".

Poscia che m’ebbe ragionato questo,

li occhi lucenti lagrimando volse,

per che mi fece del venir più presto.

E venni a te così com’ella volse:

d’inanzi a quella fiera ti levai

che del bel monte il corto andar ti tolse.

Dunque: che è perché, perché restai,

perché tanta viltà nel core allette,

perché ardire e franchezza non hai,

poscia che tai tre donne benedette

curan di te ne la corte del cielo,

e ’l mio parlar tanto ben ti promette?".

Quali fioretti dal notturno gelo

chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,

si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec’io di mia virtude stanca,

e tanto buono ardire al cor mi corse,

ch’i’ cominciai come persona franca:

"Oh pietosa colei che mi soccorse!

e te cortese ch’ubidisti tosto

a le vere parole che ti porse!

Tu m’ hai con disiderio il cor disposto

sì al venir con le parole tue,

ch’i’ son tornato nel primo proposto.

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:

tu duca, tu segnore e tu maestro".

Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.

  1. Antologia della Divina Commedia a cura di Pietro Cataldi e Romano Luperini, Le Monnier, Firenze, 1992, pag. 24.
  • Vittorio Sermonti, Inferno, Rizzoli 2001.
  • Umberto Bosco e Giovanni Reggio, La Divina Commedia - Inferno, Le Monnier 1988.
  • Franco Quartieri, "Il paradiso all'inferno, tre donne benedette (canto II dell'Inferno)" in "Analisi e paradossi su Commedia e dintorni", Longo editore, Ravenna 2006, pp. 141 ISBN 88-8063-501-8

Altri progetti

[modifica | modifica wikitesto]
  Portale Letteratura: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di letteratura