Corso Donati

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La fine di Corso Donati e Gherardo Bordoni, miniatura della Nuova Cronica di Giovanni Villani
La fine di Corso Donati, miniatura della Nuova Cronica di Giovanni Villani
« Uno cavaliere della somiglianza di Catellina romano, ma più crudele di lui, gentile di sangue, bello del corpo, piacevole parlatore, addorno di belli costumi, sottile d'ingegno, con l'animo sempre intento a malfare, col quale molti masnadieri si raunavano e gran séguito avea, molte arsioni e molte ruberie fece fare, e gran dannaggio a' Cerchi e a' loro amici; molto avere guadagnò, e in grande altezza salì. Costui fu messer Corso Donati, che per sua superbia fu chiamato il Barone; che quando passava per la terra, molti gridavano: "Viva il Barone"; e parea la terra sua. »
(Dino Compagni, Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi)

Corso di Simone Donati detto Il Grande Barone (Firenze, XIII secoloFirenze, 6 ottobre 1308) è stato un politico italiano, tra i principali personaggi storici della Firenze medievale.

Stemma dei Donati

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Fu a capo della fazione dei "donateschi", chiamati poi "guelfi neri", fu un uomo facinoroso e fiero, soprannominato anche Il Barone per i suoi modi inclini al motteggio e all'offesa. Verso la fine del Duecento, dopo essere rimasto vedovo, fece una promessa di matrimonio con Tessa Ubertini, imparentata con i Cerchi da parte di padre, ma negò un'eredità che spettava alla donna ai suoi parenti, creando il primo motivo di inimicizia tra Cerchi e Donati. Il matrimonio avvenne nel 1296, ma già nel 1302 egli si risposò per la terza volta con una figlia di Uguccione della Faggiuola.

Nel 1289 partecipò con i fiorentini (guelfi) alla Battaglia di Campaldino, contro gli aretini (ghibellini) risultandone il vero protagonista: al comando delle riserve pistoiesi guidò senza aver ricevuto alcun ordine, la carica contro il fianco destro dello schieramento avversario in quel momento in procinto di prevalere sui fiorentini, provocando la rotta del nemico e garantendo la vittoria di Firenze.

Fu esiliato dai Bianchi nel 1299, ma tornò trionfalmente in città nel 1301 con l'aiuto di Bonifacio VIII, riprendendo i suoi vecchi modi da "barone" e cercando di trarre il massimo profitto dalla sua vittoria e aspirando al governo della città, tanto da inimicarsi i suoi stessi compagni del partito dei Neri. Nel 1304 uscì indenne da un attentato. Nel 1308 la Signoria lo condanna assieme a Gherardo Bordoni come ribelle e traditore. Un moto spontaneo della folla lo costrinse a fuggire precipitosamente dalla città il 6 ottobre, mentre il popolo saccheggiava le sue case. Inseguito, nella fuga cadde da cavallo rimanendo però impigliato in una staffa: fu così raggiunto dai suoi nemici che lo finirono presso San Salvi. Fu raccolto dai frati vallombrosani e sepolto nell'attigua chiesa. Corso Donati fu favorito in un arbitrato che lo vedeva contrapposto alla madre della sua seconda moglie Tessa, Giovanna degli Ubertini, da parte del magistrato Baldo d'Agugliano.

Dante lo citò indirettamente senza riportarne il nome nel Purgatorio (Canto XXIV, v. 82-87) attraverso una profezia fatta recitare da suo fratello Forese Donati e in cui lo destina all'inferno. In quei versi è stato notato un certo compiacimento del poeta per la triste sorte dell'avversario:

« "Or va", diss'el; "che quei che più n'ha colpa,
vegg'ïo a coda d'una bestia tratto
inver' la valle ove mai non si scolpa.

La bestia ad ogne passo va più ratto,
crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto. »
(Purgatorio XXIV, 82-87)

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