Cunizza da Romano

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
da Romano

Arpone
Figli
Ecelo I († dopo il 1091)
Figli
Alberico I (?)
Figli
Ezzelino I († dopo il 1180)
Figli
Ezzelino II († 1235)
Ezzelino III (1194-1259)
Figli
Alberico II († 1260)

Cunizza da Romano (1198 – dopo il 1279) è stata una nobildonna italiana, figlia di Ezzelino II da Romano e sorella di Ezzelino III e Alberico da Romano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

La sua biografia ci è nota, più che dagli scarsi documenti storici, dalle fonti cronachistiche e letterarie, sebbene queste non possano essere considerate pienamente affidabili[1]. La principale è la Cronica in factis et circa facta Marchiae Trivixanae di Rolandino da Padova, relativa alle vicende della sua città nel periodo ezzeliniano. Alle sue vicende amorose si accenna con ironia nelle tenzoni dei trovatori Jaufre Reforzat de Trets, Uc de Saint Circ e Johanet d'Albusson, mentre le sono solidali Peire Guilhem de Luserna e Sordello da Goito[2].

Ultimogenita di Ezzelino II da Romano e di Adelaide dei conti di Mangona, nacque probabilmente nel 1198. Sappiamo di certo che nel 1222 sposò Rizzardo da San Bonifacio, della famiglia dei conti di Verona. Il matrimonio rientrava nella politica di Ezzelino II, che intendeva distendere i rapporti con una famiglia nemica per introdurre la propria nella vita pubblica veronese. Non è un caso se, pressoché contemporaneamente, il fratello Ezzelino III sposava la sorella di Rizzardo, Zilia[1].

Il ratto di Sordello[modifica | modifica wikitesto]

Ciò non diede gli effetti sperati e negli anni successivi i da Romano continuarono ad affiancare la pars dei Montecchi contro la pars Comitum con a capo i San Bonifacio. È in questo contesto che si inserisce un episodio che fece scalpore tra i contemporanei: il ratto di Cunizza da parte del trovatore Sordello da Goito che, all'epoca, si trovava presso i San Bonifacio. Secondo Girolamo Biscaro il fatto va collocato tra la seconda metà del 1222 e la fine del 1223, mentre Fernando Coletti lo data nel 1226[1].

A detta di Rolandino e di due biografie del poeta, questa non fu un'iniziativa propria di Sordello, ma venne organizzata da Ezzelino III per oltraggiare il cognato rivale. Inoltre, questo permise di mettere al sicuro Cunizza dalle tensioni tra le due famiglie. Negli anni tra il 1225 e il 1235 Cunizza risulta accanto alla cognata Zilia a Treviso e a Oderzo, presso la famiglia d'origine, il che fa pensare che i da Romano avessero perlomeno acconsentito all'operazione[1].

Dagli indizi che si rilevano nelle fonti, pare che la relazione tra i due fosse inizialmente platonica, sul piano dell'amor cortese. Dopo la fuga il rapporto dovrebbe essersi fatto concreto e diversi autori trovadorici alludono a Cunizza come una donna passionale e attratta dell'avventura[2].

Le altre relazioni[modifica | modifica wikitesto]

Successivamente Sordello venne allontanato dagli Ezzelini e Cunizza cominciò una nuova storia amorosa con un certo Bonio, miles trevigiano che Biscaro ha identificato con Enrico Bonio, giudice e procuratore del Comune, ricco e già sposato. Secondo Rolandino, Cunizza intraprese con Bonio un lungo viaggio, dandosi ai sollazzi e alle spese, finché non tornò a Treviso, allora governata dal fratello Alberico in lotta con l'altro fratello Ezzelino. In base a quest'ultima precisazione, possiamo fissare il suo ritorno a non prima del 1239[1].

Poco tempo dopo Bonio morì difendendo la sua città dalle truppe di Ezzelino; nel 1253 spirava anche Rizzardo da San Bonifacio. In seguito, Cunizza si riavvicinò a Ezzelino che le procurò un nuovo marito, il nobile vicentino Naimerio da Breganze, ma di questa nuova relazione non si sa quasi nulla. Ancora a detta di Rolandino, dopo la morte di Ezzelino Cunizza contrasse un nuovo matrimonio con un Veronese; questo evento risulta poco probabile, poiché Ezzelino morì nel 1259 quando la sorella aveva superato i sessant'anni[1].

Gli ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Risulta verosimile che, con la rovina della famiglia da Romano seguita all'eccidio di Alberico e dei suoi congiunti, Cunizza abbia riparato in Toscana presso i parenti materni, dove sottoscrisse gli ultimi documenti di cui si ha conoscenza. Si tratta di due atti meramente simbolici che la nobildonna stilò nel tentativo di rivendicare la grandezza della sua famiglia[1].

Il primo è datato 1º aprile 1265 e fu redatto nella casa di Cavalcante Cavalcanti: Cunizza donava la libertà a tutti i servi di masnada che erano stati al servizio della sua famiglia, tuttavia questo era già stato sancito anni prima da una bolla del 1258 di papa Alessandro IV. Nel secondo, compilato nella residenza dei conti di Mangona dal giurista Convenevole da Prato nel giugno del 1279, ella donava al conte Alessandro di Mangona tutti i possedimenti che erano stati dei suoi fratelli nella Marca di Verona, cosa impossibile da attuarsi visto che i beni dei da Romano erano stati confiscati e ridistribuiti dai governi dei Comuni veneti[1].

Morì negli anni immediatamente successivi al 1279[1].

Nel Paradiso di Dante[modifica | modifica wikitesto]

Dante Alighieri inserisce Cunizza da Romano - che forse conobbe di persona quando, ormai anziana, viveva in Toscana - nel Canto IX del Paradiso, collocandola nel cielo di Venere fra le anime che vissero sotto l'influsso del «bel pianeta che d'amar conforta». L'incontro segue quello di Carlo Martello e precede quello di Folco da Marsiglia, formando un trittico sulla decadenza della società italiana, in contrasto con la visione estatica del Paradiso; Cunizza, in particolare, condanna le colpe e predice le disgrazie dei popoli «che Tagliamento e Adice richiude», ovvero gli abitanti della Marca di Verona[2].

La scelta del poeta di inserire nel Paradiso questo personaggio noto per i suoi costumi dissoluti è stata dibattuta dai commentatori sin dai tempi più antichi. Jacopo della Lana e l'Ottimo hanno ridimensionato la sua fama, ritenendola una donna "onesta", dedita solamente agli amori cortesi e poetici. Ma molti altri preferiscono descriverla come una lussuriosa che in tarda età si ravvide, assicurandosi la salvezza (secondo le Chiose Cassinesi «sicut fecit Madalena»)[2].

I pareri dei critici moderni sono invece più articolati. Ugo Foscolo è stato tra i primi a domandarsi se Cunizza, sorella del ghibellino Ezzelino, non fosse in realtà un espediente per predire e condannare le sanguinose azioni dei guelfi nella Marca. Simile il commento di Adolfo Bartoli, secondo il quale Dante diede in questo caso precedenza alle proprie opinioni storico-politiche rispetto alle giustificazioni legate alla salvezza di Cunizza[2].

Tralasciando Benedetto Croce (legge l'episodio come un omaggio di Dante all'affascinante Cunizza), si arriva alle tesi di Elisa Simioni e Manfredi Porena, i quali ribadiscono che tramite la nobildonna il poeta abbia voluto esaltare i da Romano, fieri ghibellini vicini a Federico II e precursori di Cangrande della Scala, in opposizione del guelfismo che, dopo la caduta della casata, dilagava nelle città venete assetato di vendetta. Questo spiega perché Cunizza non è minimamente descritta, né dal punto di vista fisico, né da quello morale: il suo racconto non focalizza su sé stessa, ma ha come unico scopo quello di parlare in rappresentanza della sua terra dilaniata[2].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i Remy Simonetti, ROMANO, Cunizza da, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2017.
  2. ^ a b c d e f Fernando Coletti, Romano, Cunizza da, su Enciclopedia Dantesca, Treccani, 1970. URL consultato il 16 ottobre 2017.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN69834140 · LCCN: (ENn2002033160 · ISNI: (EN0000 0000 5491 540X · GND: (DE123394481 · BNF: (FRcb16544609d (data)