Giovanni Boccaccio

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« Umana cosa è aver compassione degli afflitti; e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richiesto, li quali già hanno di conforto avuto mestiere, et hannol trovato in alcuni: fra' quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno, o gli fu caro, o già ne ricevette piacere, io son uno di quegli »
(Giovanni Boccaccio, Decameron, Proemio)

Giovanni Boccaccio detto "il Boccaccio" (Certaldo, fra il giugno e il luglio 1313[1]Certaldo, 21 dicembre 1375[2][3][4]) è stato uno scrittore e poeta italiano. Conosciuto anche per antonomasia come il Certaldese[5] è stato uno fra i maggiori narratori italiani e europei del XIV secolo[6]: con il suo Decameron, che venne subito tradotto in molte lingue, diviene infatti conosciuto ed apprezzato a livello europeo (e mondiale poi)[7], tanto da influire, per esempio, anche nella letteratura inglese, con Geoffrey Chaucer. Da alcuni studiosi[8] (tra i quali Vittore Branca) è considerato il maggior narratore europeo e ha avuto un ruolo egemone nel panorama letterario del XIV secolo. Scrittore poliedrico e versatile, propugnatore di uno sperimentalismo capace di inglobare varie tendenze e generi letterari, fondendoli in opere originali, fu anche tra i precursori dell'umanesimo lanciato dall'amico e maestro Francesco Petrarca, gettandone le basi a Firenze. Insime a Petrarca e a Dante, fa parte delle cosiddette «tre corone» e, nel '500, Pietro Bembo consacrò Boccaccio come modello per eccellezza della prosa[9]. Boccaccio fu un importante promotore della figura e dell'opera di Dante, copiando codici della Divina Commedia e dando inizio alla critica e filologia dantesca. Nel Novecento, Boccaccio fu oggetto di studi critico-filologici da parte di Vittore Branca e Giuseppe Billanovich, mentre il Decameron fu trasportato sul grande schermo da Pier Paolo Pasolini.

Indice

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L'infanzia fiorentina (1313-1327)[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Boccaccio nacque tra il giugno e il luglio del 1313 da una relazione extraconiugale di Boccaccino di Chelino, mercante fiorentino, e da una donna di umilissime condizioni[10][11]. Non si conosce quale fosse esattamente il suo luogo natio, se Firenze o Certaldo: Vittore Branca sostiene che, quando Boccaccio si firma "Johannes de Certaldo", ciò indichi che Certaldo sia la patria della famiglia, ma non il luogo fisico di nascita[12][13]. Il fatto di essere un figlio illegittimo dovette pesare notevolmente sulla psiche del Boccaccio, in quanto nelle opere in volgare costruisce una sorta di biografia mitica, idealizzata, facendo credere di essere figlio di una donna membro della famiglia dei Capetingi, prendendo in tal modo spunto dai viaggi mercantili che il padre compiva a Parigi[14][15][16]. Riconosciuto in tenera età dal padre, Giovanni fu accolto, verso il 1320[17], nella casa paterna sita nel quartiere di San Piero Maggiore[14]. Grazie ai buoni uffici del padre, compie i primi studi presso la scuoletta di Giovanni Mazzuoli da Strada, padre di Zanobi[14][18]. Durante la giovinezza, Boccaccio impara quindi i primi rudimenti del latino e delle arti liberali, oltre ad apprendere la Divina Commedia di Dante Alighieri, in quanto il padre si era sposato con la nobildonna Margherita de' Mardoli, imparentata con la famiglia Portinari[19].

L'adolescenza napoletana (1327-1340)[modifica | modifica wikitesto]

Cristoforo Orimina, Re Roberto d'Anjou circondato dai suoi scrivani, miniatura, XIV secolo. Re colto e profondamente religioso, con la moglie Sancia d'Aragona tenne una corte brillante, l'ultimo grande splendore della Napoli angioina prima delle guerre civili sotto Giovanna I.

Un ambiente cosmopolita: la formazione da autodidatta[modifica | modifica wikitesto]

Boccaccino, però, desiderava che il figlio si avviasse alla professione di mercante, secondo la tradizione di famiglia. Dopo avergli fatto fare un breve tirocinio a Firenze, nel 1327 Boccaccino decide di portare con sè il giovane figlio a Napoli[20], città ove Boccaccino è un agente di cambio per la famiglia De' Bardi[21]. Boccaccio arriva quindi, quattordicenne, in una realtà totalmente diversa da quella di Firenze: se Firenze era una città comunale fortemente provinciale, Napoli era invece sede di una corte regale e cosmopolita, quella degli Angiò. Il re Roberto d'Angiò (1277-1343) era un re estremamente colto e pio, un appassionato della cultura tanto da avere una notevole biblioteca[22], gestita questa dall'erudito Paolo da Perugia. Il padre Boccaccino vide ben presto che quel suo figliolo non si trovava a suo agio negli uffici dei cambiavalute, e di come preferisse dedicarsi agli studi letterari[20]. Pertanto, dopo aver cercato di distoglierlo da questi interessi del tutto estranei alla mercatura, Boccaccino iscrisse il figlio a giurisprudenza all'Università di Napoli. Boccaccio vi seguì per due anni (1330-31) le lezioni del poeta e giurista Cino da Pistoia, ma anziché studiare con lui il diritto canonico, preferì accostarsi alle lezioni poetiche che il pistoiese impartiva al di fuori dell'ambiente accademico[20]. Grazie a Cino, infatti, Boccaccio approfondì la grande tradizione stilnovistica in lingua volgare, dal momento che Cino stesso fu in amichevoli rapporti con l'amato Dante[23]. Ben presto Giovanni incominciò a frequentare la corte angioina (dove conobbe, oltre a Paolo da Perugia, anche Andalò del Negro[24]) e ad occuparsi di letteratura; scrive sia in latino, sia in volgare, componendo opere come il Teseida, il Filocolo, il Filostrato e la Caccia di Diana. Altro elemento inusitato per l'educazione tipica dell'epoca, è l'apprendimento di alcune nozioni grammaticali e lessicali del greco da parte del monaco e teologo bizantino Barlaam di Seminara, giunto nell'Italia Meridionale in ambasceria per conto dell'imperatore bizantino[25]. La giovinezza napoletana non si esaurisce, però, soltanto nella frequentazione degli ambienti accademici e di corte: le fiabe e le avventure dei mercanti che Boccaccio sente mentre presta servizio al banco commerciale saranno fondamentali per il grande affresco narrativo che prenderà vita col Decameron[26].

Fiammetta[modifica | modifica wikitesto]

A questo punto il poeta, divenuto un autodidatta colto ed entusiasta, crea il proprio mito letterario, secondo i dettami della tradizione stilnovistica: Fiammetta, probabilmente Maria d'Aquino, figlia illegittima di Roberto D'Angiò. Al fine di incrementare il mito inventerà anche un'autobiografia ideale, secondo la quale nacque a Parigi da una nobildonna di alto lignaggio. Nel De genealogiis osserverà che le imposizioni del padre gli hanno impedito di divenire un miglior poeta e scrittore, in quanto l'hanno obbligato ad imparare un mestiere a lui odioso. Il periodo napoletano si conclude improvvisamente nel 1340 quando il padre lo richiama a Firenze per un forte tracollo economico a causa del fallimento di alcune banche in cui aveva fatto numerosi investimenti[27].

L'inizio del secondo periodo fiorentino (1340-1350)[modifica | modifica wikitesto]

Il ritorno malinconico a Firenze[modifica | modifica wikitesto]

Luigi Sabatelli, La peste di Firenze nel 1348, incisione dell'edizione da lui curata del Decameron. La pestilenza servì a Boccaccio come prologo morale del suo capolavoro letterario, descrivendo la miseria morale e la morte che regnavano nella società umana.

L'orizzonte di Boccaccio, col ritorno a Firenze agli inizi degli anni '40, cambia totalmente dal punto di vista economico e sociale. Insofferente verso la vita troppo ristretta e provinciale di Firenze, cercherà per tutta la vita di ritornare nell'amata Napoli, iniziando già nel 1341 con la stesura dell'Epistola V indirizzata al vecchio amico Niccolò Acciaioli, ormai divenuto connestabile del Regno di Napoli[28][29]. Nonostante quest'insofferenza emotiva per l'abbandono della ridente città partenopea, Boccaccio seppe percepire quell'affettività "materna" nei confronti della sua città natale, tipico della cultura medievale, cercando di accattivarsi l'animo dei suoi concittadini attraverso la Commedia delle Ninfe fiorentine e il Ninfale fiesolano. Nonostante i successi letterari, la situazione economica di Boccaccio non diede segni di miglioramento, costringendo il giovane letterato ad allontanarsi da Firenze nel tentativo di ottenere un ruolo in qualche corte emiliana.

L'intermezzo ravennate e forlivese (1347-1348)[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1345 e 1346 risiede a Ravenna, presso la corte di Ostasio da Polenta[30], presso il quale tenterà di ottenere qualche incarico renumerativo e dove portò a compimento la volgarizzazione della terza e della quarta decade dell'Ab Urbe Condita di Tito Livio[31], dedicandolo al signore ravennate[32]. Fallito questo proposito, nel 1347 Boccaccio si trasferì a Forlì alla corte di Francesco Ordelaffi[30]. Qui qui frequenta i poeti Nereo Morandi e Francesco Miletto de Rossi, detto Checco, col quale mantenne poi amichevole corrispondenza sia in latino che in volgare[33]. Tra i testi di questo periodo, si deve citare l'egloga Faunus, in cui Boccaccio rievoca il passaggio a Forlì di Luigi d'Ungheria (Titiro, nell'egloga), a cui si unisce Francesco Ordelaffi (Fauno, appunto), diretto verso Napoli. Il componimento viene poi incluso dal Boccaccio nella raccolta Buccolicum Carmen (1349-1367)[34].

La peste nera e la stesura del Decameron[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante questi soggiorni, Boccaccio non riuscì ad ottenere i posti desiderati tanto che, tra la fine del 1347 e il 1348, fu costretto a ritornare a Firenze. Il ritorno del Certaldese, però, coincise con la terribile "peste nera" che contagiò la stragrande della maggioranza della popolazione, causando la morte di molti suoi amici e parenti, tra cui il padre e la matrigna. Fu però durante la terribile pestilenza che Boccaccio elaborò quello che sarà la base narrativa della novellistica occidentale, cioè il Decameron, che probabilmente completò nel 1351.

Boccaccio e Petrarca[modifica | modifica wikitesto]

Gli anni '40 e l'ammirazione per Petrarca[modifica | modifica wikitesto]

Andrea del Castagno, Francesco Petrarca, particolare tratto dal Ciclo degli uomini e delle donne illustri, affresco, 1450 ca, Galleria degli Uffizi, Firenze. Petrarca fu una figura fondamentale per l'evoluzione intellettuale del Boccaccio, conducendolo alla comprensione del suo rivoluzionario programma culturale.

Boccaccio ebbe sentire parlare di Petrarca già durante il soggiorno napoletano: grazie a padre Dionigi (arrivato a Napoli nel 1338)[35] e, forse, a Cino da Pistoia, Boccaccio poté avere notizia di questo giovane prodigioso residente ad Avignone. Ritornato a Firenze, la conoscenza con Sennuccio del Bene ed altri vari ammiratori fiorentini (Lapo da Castiglionchio, Francesco Nelli, Bruno Casini, Zanobi da Strada e Mainardo Accursio)[20] contribuirono nell'animo del Certaldese a rinsaldare quella che prima era una curiosa attenzione, fino a farla diventare una passione viscerale nei confronti di quest'uomo che, pudico, austero e grande poeta, avrebbe potuto risollevare il Boccaccio dallo stato di decadenza. In questo decennio Boccaccio realizzò alcune composizioni celebrative di Petrarca: la Mavortis Milex del 1339, elogio nei confronti della persona di Petrarca capace di salvarlo dalla sua degradazione morale[36][37]; il Notamentum, scritto dopo il 1341 col fine di celebrare Petrarca come il primo poeta laureato a Roma dopo Stazio, come Virgilio redivivo, come filosofo morale alla pari di Cicerone e di Seneca[38]; ed infine la De vita et moribus domini Francischi Petracchi, scritta prima del 1350 e ricalcante l'esaltazione del Notamentum[37]. Grazie alla loro frequentazione, Boccaccio poté raccogliere nella sua “antologia petrarchesca”[39] i carmi che Petrarca scambiava con i suoi discepoli, tra cui i carmi tra il Casini e il poeta laureato, cercando così di appropriarsi della cultura che il Certaldese tanto ammirava.

L'incontro con Petrarca nel 1350[modifica | modifica wikitesto]

L'incontro “fisico” con il grande poeta laureato poté avvenire quando questi, in occasione del Giubileo del 1350, si accinse a lasciare Valchiusa dove si era rifugiato a causa della grande peste per andare a Roma[37]. Lungo il tragitto, Petrarca decise di fermarsi, d'accordo con il circolo degli amici fiorentini, per tre giorni a Firenze a leggere e spiegare le sue opere. E' un momento di straordinaria intensità: Lapo da Castiglionchio donò a Petrarca la Institutio oratoria di Quintiliano, mentre Petrarca in seguito invierà loro la Pro Archia, scoperta anni prima nella biblioteca capitolare di Liegi[40].

La conversione all'umanesimo (1350-1355)[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1350 in avanti, nasce un rapporto profondo tra Boccaccio e Petrarca, che si concretizzerà negli incontri degli anni successivi, durante i quali avvenne gradualmente, secondo un termine coniato dal filologo spagnolo Francisco Rico[41], la “conversione” del Boccaccio al nascente umanesimo. Boccaccio, già fin dalla sua prima giovinezza a Napoli, era entrato in contatto con ricche biblioteche[42], tra le quali spiccava sicuramente quella del monastero di Montecassino, ove erano custoditi numerosissimi codici di autori pressoché sconosciuti nel resto dell'Europa occidentale: tra questi, Apuleio[43], Ovidio, Marziale e Varrone[44]. Fino all'incontro con Petrarca, però, Boccaccio continuò a vedere i classici nell'ottica della salvezza cristiana, deformati rispetto al loro messaggio originario ed estraniati al contesto in cui furono composti[45]. I vari incontri con il poeta laureato, mantenuti costanti attraverso una fitta corrispondenza epistolare e l'assidua frequentazione degli altri protoumanisti, permise a Boccaccio di sorpassare la mentalità medievale e di abbracciare il nascente umanesimo. Nel giro di un quinquennio, Boccaccio poté avvicinarsi alla mentalità di colui che diverrà il suo preceptor, constatandone l'indifferenza che questi nutriva per Dante[46] e l'ostentato spirito cosmopolita che spinse il poeta aretino a rifiutare l'invito del Comune di Firenze di assumere il ruolo di docente nel neonato Studium e ad accettare invece, nel 1353, l'invito di Giovanni II Visconti, acerrimo nemico dei fiorentini[47][48]. Superata la crisi dei rapporti per il voltafaccia di Petrarca, Boccaccio riprese le fila delle relazioni culturali tra lui e il circolo degli amici fiorentini, arrivando alla maturazione della mentalità umanista quando il Certaldese, nel 1355, donò all'amico due preziosissimi codici: uno delle Enarrationes in Psalmos di sant'Agostino[49], cui seguì poco dopo quello contenente il De Lingua Latina dell'erudito romano Varrone e l'intera Pro Cluentio di Cicerone[50].

Gli anni dell'impegno (1350-1365)[modifica | modifica wikitesto]

Tra incarichi pubblici e problemi privati[modifica | modifica wikitesto]

William Bell Scott, Boccaccio fa visita alla figlia di Dante, Olio su tela, anno sconosciuto.

Mentre Boccaccio consolidava l'amicizia con Petrarca, il primo cominciò ad essere impiegato dalla Signoria per varie ambasciate diplomatiche, ben conscia delle qualità retoriche del Certaldese. Già tra l'agosto e il settembre del 1350[20], per esempio, Boccaccio fu inviato a Ravenna per portare a Suor Beatrice, la figlia di Dante, 10 fiorini d'oro a nome dei capitani della compagnia di Orsanmichele[51][52], durante la quale avrà probabilmente raccolto informazioni riguardanti l'amato poeta[53] e avrà fatto la conoscenza dell'amico del Petrarca, il retore Donato Albanzani[54]. Nel 1351, la Signoria incaricò sempre Boccaccio di una duplice missione: convincere Petrarca, che nel frattempo si trovava a Padova, a stabilirsi a Firenze per insegnare nel neonato Studium (i colloqui tra i due si svolsero a Marzo)[55]; e stipulare con Ludovico di Baviera, marchese del Brandeburgo, un'alleanza contro le mire espansionistiche di Giovanni Visconti (dicembre 1351-gennaio 1352)[56]. Nonostante il fallimento delle trattative con Petrarca, la Signoria rinnovò al Boccaccio la propria fiducia, inviandolo ad Avignone presso Innocenzo VI (maggio-giugno 1354)[20] e, nel 1359, a Milano presso il nuovo signore di Milano Bernabò Visconti[20], città in cui Boccaccio si fermò per visitare Petrarca, la cui casa si trovava vicino a Sant'Ambrogio[57]. Questo decennio di intensa attività politica fu contrassegnato, anche, da alcune dolorose vicende personali: nel 1355 morì al Boccaccio la figlioletta naturale Violante[58] (Boccaccio, in una data imprecisata, fece i voti per diventare chierico, come testimoniato in un beneficio del 1360[59]);sempre nel medesimo anno, lo scrittore provò amarezza e rancore nel non essere stato aiutato, dall'influente amico Niccolò Acciaiuoli, nell'ottenere un posto alla corte di Giovanna di Napoli[60]. Il 1355 vide però anche un piccolo successo finanziario da parte del Certaldese, in quanto alcuni commerci da lui intrapresi con la città di Alghero gli fruttarono quelle risorse delle quali dimostrerà di poter disporre negli anni successivi, caratterizzati da varie difficoltà economiche[61].

La momentanea caduta in disgrazia[modifica | modifica wikitesto]

L'anno 1360 segnò una svolta nella vita sociale del Boccaccio. In quell'anno, infatti, durante le elezioni dei priori della Signoria, fu scoperta una congiura alla quale parteciparono persone vicine allo stesso Boccaccio[62]. Benché fosse estraneo al tentato colpo di stato, Boccaccio fu malvisto da parte delle autorità politiche fiorentine, tanto che fino al 1365 non partecipò a missioni diplomatiche o ad incarichi politici.

Ritratto di Giovanni Boccaccio in tarda età, estratto da un ciclo d'affreschi dell'Antica sede dell’Arte dei Giudici e Notai (Firenze)[24]. É il più antico ritratto esistente del Certaldese[63].

Boccaccio umanista e Leonzio Pilato[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso degli anni '50, mentre avanzava nella conoscenza della nuova metodologia umanistica, Boccaccio si accinse a scrivere quattro opere in lingua latina, frutto del continuo studio sui codici dei classici. Tre di queste hanno un carattere erudito (le Genealogie deorum gentilium, il De Canaria e il De montibus), mentre le restanti (il De Casibus e il De mulieribus claris) hanno un sapore divulgativo. Uno dei più grandi meriti del Boccaccio per la diffusione della cultura umanistica fu l'interesse dimostrato nei confronti del monaco calabrese Leonzio Pilato, erudito conoscitore del greco di cui Petrarca parlò all'amico fiorentino[64]. Ottenuta da parte della Signoria fiorentina[65] che Pilato venisse accolto nello Studium come insegnante di greco, Boccaccio ospitò a sue spese il monaco tra l'agosto 1360 e l'autunno 1362[66][67]. La convivenza non dovette essere molto semplice a causa del pessimo carattere del Pilato[68], ma al contempo si rivelò proficua per l'apprendimento del greco da parte del Certaldese. A Firenze, Pilato tradusse i primi cinque libri dell'Iliade e l'Odissea (oltre a commentare Aristotele ed Euripide[66]) e, realizzatone due codici di entrambe le opere, Boccaccio glieli inviò a Petrarca (1365)[69].

Il periodo fiorentino-certaldese (1363-1375)[modifica | modifica wikitesto]

Il periodo che va dal 1363 all'anno della morte (1375) viene denominato «periodo fiorentino-certaldese»: infatti, l'autore del Decameron comincerà sempre più a risiedere a Certaldo, nonostante i maggiorenti fiorentini decisero di reintegrarlo nei pubblici uffici, inviandolo come in passato in missioni diplomatiche. A partire dal 1363, infatti, Boccaccio risiedette per più di dieci mesi nella cittadina toscana, dalla quale sempre più raramente si mosse anche a causa della salute declinante (negli ultimi anni fu afflitto dalla gotta, dalla scabbia e dall'idropisia[70]). Gli unici viaggi che avrebbe compiuto sarebbero stati per rivedere il Petrarca, alcune missioni diplomatiche per conto di Firenze, oppure per ritentare la fortuna presso l'amata Napoli. Oltre alla decadenza fisica, si aggiunse anche uno stato di abbattimento psicologico: nel 1362 il monaco certosino (e poi beato) Pietro Petroni[71] rimproverò lui e Petrarca di dedicarsi ai piaceri mondani quali la letteratura[72], critica che toccò nel profondo l'animo di Boccaccio, tanto che questi pensò addirittura di bruciare i suoi libri[73] e, poi, di rinunziare agli studi vendendo al Petrarca la sua biblioteca[74][75].

La riabilitazione pubblica[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1365, infatti, Boccaccio venne messo a capo di una missione diplomatica presso la corte papale di Avignone. In quella città, il Certaldese doveva ribadire la lealtà dei fiorentini al papa Urbano V contro le ingerenze dell'imperatore Carlo IV di Boemia[76]. Nel 1367, Boccaccio andò a Roma per congratularsi del ritorno del papa nella sua sede diocesana[77].

Il circolo di Santo Spirito e l'autorità di Boccaccio[modifica | modifica wikitesto]

La Chiesa di Santo Spirito, coll'annesso monastero agostiniano, negli ultimi anni del Boccaccio fu luogo d'incontro tra i vari intellettuali vicini alla sensibilità umanistica.

Gli anni successivi videro sempre più un rallentamento dei viaggi del Boccaccio: nel 1368 incontrò, per l'ultima volta, l'amico Petrarca, ormai stabile ad Arquà[77]; tra il 1370 e il 1371[77] è a Napoli, città in cui decise sorprendentemente di non fermarsi più a risiedere per l'età avanzata e la salute sempre più malandata[78]. Lo scopo principale del Certaldese, negli ultimi anni di vita, fu quello di portare a termine le sue opere latine e rafforzare il primato della cultura umanistica in Firenze. Furono proprio in questi anni che Boccaccio, già ammirato dall'élite culturale italiana, poté crearsi una cerchia di suoi fedelissimi intellettuali a Firenze presso il convento agostiniano di Santo Spirito[79]. Tra i suoi fedelissimi ricordiamo almeno le figure di fra' Martino da Signa, di Benvenuto da Imola e, soprattutto, quella del notaio e futuro cancelliere della Repubblica Coluccio Salutati[80].

Gli ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

A fianco della produzione umanista, Boccaccio continuò il suo amore per la poesia volgare, specie per l'amato Dante. Di costui, infatti, curò un'edizione critica delle opere, cui premette il Trattatello in Laude di Dante. Nel 1370, inoltre, trascrisse un codice autografo del Decameron. Nonostante le malattie si facessero sempre più gravi, Boccacciò accettò un ultimo incarico dal Comune di Firenze, iniziando una lettura pubblica della Commedia dantesca nella Badia Fiorentina, interrotta al canto XVII dell'Inferno a causa del tracollo fisico[81].

Lastra tombale, realizzata tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, in onore di Giovanni Boccaccio, al centro della navata della chiesa dei Santi Jacopo e Filippo a Certaldo.

La morte e la sepoltura[modifica | modifica wikitesto]

Gli ultimi mesi passarono tra le sofferenze fisiche e alla sofferenza per la perdita dell'amico Petrarca, morto nell'estate del 1374. Infine, il 21 dicembre 1375, Boccaccio spirò nella sua casa di Certaldo[82]. Pianto sinceramente dai suoi contemporanei o discepoli (Franco Sacchetti[83], Coluccio Salutati[84]) e dai suoi amici (Donato degli Albanzani, Francescuolo da Brossano, genero di Petrarca), Boccaccio fu con tutti gli onori sepolto nella chiesa dei Santi Iacopo e Filippo[85]. Sulla sua tomba ha voluto che venisse ricordata la sua passione dominante per la poesia, con la seguente iscrizione funebre[86]:

(LA)

« Han sub mole iacent cineres ac ossa Iohannis:

Mens sedet ante Deum meritis ornata laborum

Mortalis vite. Genitor Bocchaccius illi,

Patria Certaldum, studium fuit alma poesis. »

(ITA)

« Sotto questa lastra giacciono le ceneri e le ossa di Giovanni:


La mente si pone davanti a Dio, ornata dai meriti delle fatiche della vita mortale.


Gli fu genitore Boccaccio, certaldese di patria, amore l’alma poesia »

(Epitaffio funebre di Giovanni Boccaccio)

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Nella produzione del Boccaccio si possono distinguere le opere della giovinezza, della maturità e della vecchiaia. La sua opera più importante e conosciuta è il Decameron.

Opere del periodo napoletano[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Opere della giovinezza di Giovanni Boccaccio.

Tra le sue prime opere del periodo napoletano vengono ricordate: Caccia di Diana (1334 circa)[87], Filostrato (1335), il Filocolo (1336-38)[88], Teseida (1339-41)[89]. Tra le opere scritte durante la sua permanenza nella borghese Firenze emergono La Comedia delle Ninfe fiorentine (o Ninfale d'Ameto) del 1341-1342[90], L'Amorosa visione (1342-1343)[91], la Elegia di Madonna Fiammetta (1343-1344)[92] e il Ninfale fiesolano (1344-1346)[91]. Le opere della giovinezza riguardano il periodo compreso tra il 1333 e il 1346.

La caccia di Diana (1333–1334)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Caccia di Diana.

Poemetto di 18 canti in terzine dantesche, celebra in chiave mitologica alcune gentildonne napoletane. Le ninfe, seguaci della casta Diana, si ribellano alla dea ed offrono le loro prede di caccia a Venere, che trasforma gli animali in bellissimi uomini. Tra questi vi è anche il giovane Boccaccio che, grazie all'amore, diviene un uomo pieno di virtù: il poemetto propone, dunque, la concezione cortese e stilnovistica dell'amore che ingentilisce e nobilita l'uomo[93].

Codice riportante un passo del Filocolo. Codex Christianei, conservato nella Bibliotheca Gymnasii Altonani (Amburgo)

Il Filostrato (1335)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Filostrato (Boccaccio).

Il Filostrato (che alla lettera dovrebbe significare nel greco approssimativo del Boccaccio «vinto d'amore») è un poemetto scritto in ottave che narra la tragica storia di Troilo, figlio del re di Troia Priamo, che si era innamorato della principessa greca Criseida. La donna, in seguito ad uno scambio di prigionieri, torna al campo greco, e dimentica Troilo. Quando Criseida in seguito si innamora di Diomede, Troilo si dispera e va incontro alla morte per mano di Achille. Nell'opera l'autore si confronta in maniera diretta con la precedente tradizione dei «cantari», fissando i parametri per un nuovo tipo di ottava essenziale per tutta la letteratura italiana fino al Seicento[94]. Il linguaggio adottato è difficile, altolocato, spedito, a differenza di quello presente nel Filocolo, in cui è molto sovrabbondante[95].

Il Filocolo (1336-1339)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Filocolo.

Il Filocolo, che, secondo un'etimologia approssimativa, significa «fatica d'amore», è un romanzo in prosa, rappresentando così una svolta rispetto ai romanzi delle origini scritti in versi. La storia ha due protagonisti, Florio, figlio di un re saraceno, e Biancifiore (o Biancofiore), una schiava cristiana abbandonata da bambina. I due fanciulli crescono assieme e da grandi, in seguito alla lettura del libro di Ovidio Ars Amandi si innamorano, come era successo per Paolo e Francesca dopo avere letto Ginevra e Lancillotto. Tuttavia il padre di Florio decide di separarli vendendo Biancifiore a dei mercanti. Florio decide quindi di andarla a cercare e dopo mille peripezie (da qui il titolo Filocolo) la rincontra. Infine, il giovane si converte al Cristianesimo e sposa la fanciulla[96].

Teseida delle nozze d'Emilia (1339-1340)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Teseida.

Il Teseida è un poema epico in ottave in cui si rievocano le gesta di Teseo che combatte contro Tebe e le Amazzoni. L'opera costituisce il primo caso in assoluto nella nostra storia letteraria di poema epico in volgare e già si manifesta la tendenza di Boccaccio a isolare nuclei narrativi sentimentali, cosicché il vero centro della narrazione finisce per essere l'amore dei prigionieri tebani Arcita e Palemone, molto amici, per Emilia, regina delle Amazzoni e cognata di Teseo; il duello fra i due innamorati si conclude con la morte di Arcita e le nozze tra Palemone ed Emilia[97].

Emilia nel roseto, manoscritto francese del 1460 ca.

Opere del periodo fiorentino[modifica | modifica wikitesto]

Comedia delle ninfe fiorentine (1341-1342)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Comedia delle ninfe fiorentine.

La Comedia delle ninfe fiorentine (o Ninfale d'Ameto) è una narrazione in prosa, inframmezzata da componimenti in terzine cantati da vari personaggi. Narra la storia di Ameto un rozzo pastore che un giorno incontra delle ninfe devote a Venere e si innamora di una di esse, Lia. Nel giorno della festa di Venere le ninfe si raccolgono intorno al pastore e gli raccontano le loro storie d'amore. Alla fine Ameto è immerso in un bagno purificatore e comprende così il significato allegorico della sua esperienza: infatti le ninfe rappresentano la virtù e l'incontro con esse lo ha trasformato da essere rozzo e animalesco in uomo[98].

Amorosa Visione (1341-1342 / 1342-1343)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Amorosa visione.

Si tratta di un poema in terzine suddiviso in cinquanta canti. La narrazione vera e propria è preceduta da un proemio costituito da tre sonetti che, nel loro complesso, formano un immenso acrostico nel senso che essi sono composti da parole le cui lettere (vocali e consonanti) corrispondono ordinatamente e progressivamente alle rispettive lettere iniziali di ciascuna terzina del poema. La vicenda descrive l'esperienza onirica di Boccaccio che, sotto la guida di una donna gentile perviene ad un castello, sulle cui mura sono rappresentate scene allegoriche che vedono protagonisti illustri personaggi del passato. Più in dettaglio in una stanza sono rappresentati i trionfi di Sapienza, Gloria, Amore e Ricchezza, nell'altra quello della Fortuna, grazie ai cui exempla spera di portare Boccaccio alla purezza dell'anima. Se l'influenza dantesca è notevole (sia per la tematica del viaggio che della visione), Boccaccio però si dimostra restio nel giungere alla redenzione: preferisce concludere la vicenda rinnegando l'esperienza formativa, rifugiandosi con fiammetta nel bosco da cui era iniziata la vicenda, anche se poi il desiderio amoroso verso di li non si compirà per l'improvvisa sparizione dell'amata[99].

Elegia di Madonna Fiammetta (1343-1344)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Elegia di Madonna Fiammetta.
A Vision of Fiammetta, olio su tela dipinto da Dante Gabriel Rossetti nel 1878

Romanzo in prosa suddiviso in nove capitoli che racconta di una dama napoletana abbandonata e dimenticata dal giovane fiorentino Panfilo. La lontananza di Panfilo le crea grande tormento accresciuto dal fatto che Fiammetta è sposata e deve nascondere al marito il motivo della sua infelicità. L'opera ha la forma di una lunga lettera, rivolta alle donne innamorate; la lunga confessione della protagonista consente una minuziosa introspezione psicologica[100]. La vicenda è narrata dal punto di vista della donna, un elemento assolutamente innovativo rispetto ad una tradizione letteraria nella quale la donna era stata oggetto e non soggetto amoroso[101]: essa non viene più ad essere ombra e proiezione della passione dell'uomo ma attrice della vicenda amorosa; vi è, quindi, il passaggio della figura femminile da un ruolo passivo ad un ruolo attivo[102].

Ninfale fiesolano (1344 -1346)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Ninfale fiesolano.

Il Ninfale fiesolano è un poemetto eziologico in ottave in cui si raccontano le origini di Fiesole e Firenze: l'opera è un cordiale omaggio alla città di Firenze, di cui il Boccaccio cercava di attirarsi i favori. Il giovane pastore Africo, che vive sulle colline di Fiesole coi genitori, sorpresa nei boschi un'adunata di ninfe di Diana, si innamora di Mensola, che, con le altre ninfe della dea, è obbligata alla castità. Dopo una vicenda d'amore tormentata, dovuta all'impossibilità dell'amore tra una dea ancella di Venere e un mortale, Africo si suicida, e il suo sangue cade nel fiume che poi assumerà il suo nome. La ninfa però è incinta, e nonostante si sia nascosta in una grotta, aiutata dalle ninfe più anziane, viene un giorno scoperta da Diana, che la trasforma nell'acqua del fiume che da quel giorno in poi assumerà il suo nome. Il bambino viene invece affidato ad una vecchia ninfa che lo consegnerà alla madre del povero pastore[103].

Il Decameron (1348-1353)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Decameron.

Titolo e struttura[modifica | modifica wikitesto]

The Decameron, olio su tela del 1937 di Franz Xaver Winterhalter

Il capolavoro di Boccaccio è il Decameron[104], il cui sottotitolo è Il principe Galeotto (ad indicare la funzione che il libro avrà di intermediario tra amanti) e il cui titolo fu ricalcato dal trattato Hexameron di sant'Ambrogio[105]. Il libro narra di un gruppo di giovani (sette ragazze e tre ragazzi) che, durante l'epidemia di peste del 1348, incontratisi nella chiesa di Santa Maria Novella, decidono di rifugiarsi sulle colline presso Firenze. Per due settimane, l'«onesta brigata» si intrattiene serenamente con passatempi vari, e in particolare raccontando a turno le novelle, raccolte in una cornice narrativa dove si intercavallano più piani narrativi, cosa che permette al Boccaccio di intervenire criticamente su varie tematiche connesse ad alcune novelle che già circolavano liberamente[106].

La Brigata[modifica | modifica wikitesto]

I nomi dei dieci giovani protagonisti sono Fiammetta, Filomena, Emilia, Elissa, Lauretta, Neifile, Pampinea, Dioneo, Filostrato e Panfilo. Ogni giornata ha un re o una regina che stabilisce il tema delle novelle; due giornate però, la prima e la nona, sono a tema libero. L'ordine col quale vengono decantate le novelle durante l'arco della giornata da ciascun giovane è prettamente casuale, ad eccezione di Dioneo (il cui nome deriva da Dione, madre della dea Venere), che solitamente narra per ultimo e non necessariamente sul tema scelto dal re o dalla regina della giornata, risultando così essere una delle eccezioni che Boccaccio inserisce nel suo progetto così preciso e ordinato. L'opera presenta invece una grande varietà di temi, di ambienti, di personaggi e di toni; si possono individuare come centrali i temi della fortuna, dell'ingegno, della cortesia, dell'amore[107].

Tematiche[modifica | modifica wikitesto]

Il Decameron è, secondo le parole del padre della storiografia letteraria italiana Francesco De Sanctis, «la terrestre Commedia»[108]: in essa, Boccaccio dimostra di aver saputo magistralmente affrescare l'intero codice etico dell'essere umano, costretto ad affrontare situazioni in cui si richiede l'ingegno per superare le difficoltà poste dalla Fortuna. In Boccaccio, ormai, è completamente svincolata da forze sovrannaturali (come nel caso di Dante, che riflette sulla Fortuna nel VII canto dell'Inferno[109]), lasciandola gestire e affrontarla dal protagonista[110]. La narrazione di tematiche erotiche o sacrileghe (come per esempio quelle relative) non sono giudicate moralmente dall'autore, che invece guarda con sguardo neutrale quanto possa essere ricca e variegata l'umanità. Giudizio ancor più comprensibile alla luce dei valori "laici" portati nella narrativa da un esponente della classe mercantile e borghese del '300, perdipiù figlio naturale di uno di quei mercanti che popolano questa commedia umana[111].

Opere della vecchiaia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Opere della vecchiaia di Giovanni Boccaccio e Il Corbaccio.
Miscellanea latina copiata dal Boccaccio, XIV sec., Pluteo 33.31, 05, conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze.

Nell'ultimo ventennio della sua vita, Boccaccio si dedicò sia alla stesura di opere impregnate della nuova temperie umanistica, sia a quelle in lingua volgare, continuando pertanto quel filone che si protraeva fin dagli anni napoletani. Nel primo caso, Boccaccio si dedicò alla stesura di opere enciclopediche (Genealogia deorum gentilium e il De Montibus) sulla scia dell'amico e maestro Petrarca, affiancandola anche a quella dal sapore più narrativo quali il De mulieribus claris e il De casibus virorum illustrium, impregnate comunque di un sapore moralisticheggiante per il fine etico di cui sono portavoci[112]. Tornando sul filone della letteratura in lingua volgare, dell'ultimo Boccaccio si ricorda principalmente Il Corbaccio (o Laberinto d'amore), opera dal titolo oscuro, datato dopo il 1365 ed opera nettamente in controtendenza rispetto alla considerazione positiva che le donne hanno rivestito nell'economia letteraria boccacciana[113]. La narrazione è incentrata sull'invettiva contro le donne: il poeta, illuso e rifiutato da una vedova, sogna di giungere in una selva (che richiama il modello dantesco), nella quale gli uomini che sono stati troppo deboli per resistere alle donne vengono trasformati in bestie orribili. Qui incontra il defunto marito della donna che gli ha spezzato il cuore, il quale dopo avergli elencato ogni sorta di difetto femminile, lo spinge ad allontanare ogni suo pensiero da esse lasciando più ampio spazio ai suoi studi, che invece innalzano lo spirito[114]. Da segnalare, infine, le Esposizioni sopra la Comedia, frutto dei commenti esegetici tenuti in Santo Stefano in Badia, poco prima della morte.

Considerazioni culturali[modifica | modifica wikitesto]

Tra Dante e Petrarca[modifica | modifica wikitesto]

Tra medioevo e umanesimo[modifica | modifica wikitesto]

boccacciano e boccaccésco

I due termini, al contrario di quanto si creda, non sono del tutto sinonimi fra di loro. Se boccacciano è un aggettivo usato soltanto nella terminologia scientifica (es: studi boccacciani; poetica boccacciana)[115], boccaccesco può essere usato sì come omonimo di boccacciano se usato nella terminologia accademica, ma è usato soprattutto per indicare la familiarità con le tematiche licenziose proprie di alcune novelle del Decameron[116].

La figura di Boccaccio, sia umana che letteraria, rappresenta un ponte tra il medioevo e l'età moderna. Attratto, da un lato, verso il mondo medievale pr il suo attaccamento alla città natale e ai valori medievali, dall'altro il suo ottimismo e la sua fiducia nelle potenzialità dell'essere umano lo portano già ad essere un protoumanista quale il suo maestro Petrarca[117]. Al contrario di quest'ultimo, infatti, Boccaccio si rivelò sempre attaccato alla città natale Firenze, rivelando un’affinità straordinaria con l’atteggiamento dantesco. Comunque, se Dante si considerava come figlio dell'amata Firenze, tanto da non riuscire a lenire il dolore col passare degli anni[118], Boccaccio sentì la lontananza anche di Napoli, la città della giovinezza, rivelando quindi una maggiore apertura culturale e sociale rispetto all’Alighieri.

Una sensibilità moderna e medievale al contempo[modifica | modifica wikitesto]

Boccaccio dimostrò una sensibilità moderna nell'affrontare le vicende umane, legate alla volubile fortuna, dandole un'ottica decisamente più "laica" rispetto a Dante: da qui, Francesco De Sanctis giunse a definire Boccaccio come il primo scrittore distaccato dalla mentalità medievale[119]. Al contrario, il maggiore studioso di Boccaccio del XX secolo, Vittore Branca, nel suo libro Boccaccio medievale, tese a rimarcare la mentalità medievale del Certaldese, in quanto i valori, le immagini e le scene delle novelle sono incentrate[120].

Lo "sperimentalismo boccacciano"[modifica | modifica wikitesto]

P. Salinas, Boccaccio alla corte di Giovanna di Napoli, 1892. La corte napoletana fu la vera fucina ove Boccaccio apprese e fece proprio il materiale narrativo che sfoggerà nel corso della sua attività letteraria.

Già fin dal periodo napoletanto, Boccaccio dimostra un'incredibile versatlità nel campo delle lettere, sapendo con maestria adoperare il materiale letterario con cui entra in contatto, rielaborandolo e producendo nuovi lavori originali. Nel clima cosmpolita napoletano, ove l'etica cavalleresca francese importata dagli Angiò, le influenze arabo-bizantine, l'erudizione di corte e la presenza di cultori della memoria dantesca si incontrano fra i vicoli della città partenopea, Boccaccio dà adito ad uno sperimentalismo in cui tutti questi elementi si incrociano[121][122]. Prendendo, per esempio, il Filocolo, primo romanzo in volgare italiano[121], si può notare che:

La narrativa moderna[modifica | modifica wikitesto]

Con la narrativa promossa dal Boccaccio, la prosa letteraria italiana raggiunge un livello elevatissimo. Grazie alla volgarizzazione di Tito Livio, Boccaccio adotta infatti un periodare delle frasi più sciolto, meno paratattico e incentrato invece sulla concatenazione gerarchica dei periodi, tipica dell'opera liviana[125]. Tale stile fluido e scorrevole, intriso di un linguaggio proprio della dimensione quotidiana[126] (resa ancor più marcata dalla presenza di dialettismi[127] e da contesti dominati da doppi sensi[128]), si contrappone decisivamente al resto della produzione letteraria in prosa, caratterizzata da un periodare paratattico ed asciutto[129].

L'umanesimo di Boccaccio[modifica | modifica wikitesto]

Il valore del greco[modifica | modifica wikitesto]

Boccaccio, in certe occasioni, si dimostrò più volte in disaccordo con Petrarca man mano che il Certaldese si impadroniva dei principi della lezione umanistica. A parte la crisi del 1354, dovuta al trasferimento di Petrarca nella nemica Milano, tra Boccaccio e il poeta aretino ci fu uno scontro sul valore che il greco antico poteva apportare alla cultura occidentale: se per Petrarca tutta l'eredità della cultura greca fu assorbita da quella latina, Boccaccio (che fu a stretto contatto col lavoro di traduzione di Leonzio Pilato) invece ritenne che i latini non avevano assorbito tutte le nozioni della civiltà ellenica. Come gli antichi latini imitavano e riprendevano la letteratura greca, così anche gli umanisti dovevano riprenderla. La lungimiranza culturale di Boccaccio, la cui proposta culturale troverà conferma già sotto la generazione d'umanisti successiva[130], fu in questo modo sintetizzata dal filologo bizantino Agostino Pertusi:

« [Il Boccaccio] intravvide, seppur vagamente, che l'Umanesimo per esser veramente integrale doveva completarsi con la matrice della cultura e della 'humanitas latina, cioè con la cultura e l'humanitas' dei Greci »
(Agostino Pertusi in Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, cit., p. 118)

L'erudizione "didattica" e l'umiltà del Boccaccio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Genealogie deorum gentilium e De Montibus.
Enrico Pollastrini (1817-1876), Morte di Giovanni Boccaccio, Olio su carta applicata a tela, data sconosciuta.

Al contrario del maestro Petrarca, Boccaccio cercò sempre di fornire un'utilità pratica alle sue opere umanistiche di carattere erudito. Sia nelle Genealogie che nel De Montibus, infatti, Boccaccio ebbe come scopo quello di fornire dei prontuari enciclopedici volti a conservare il patrimonio della cultura classica e a trasmetterlo alla posterità. Nel caso de Proemio de I libro delle Genealogie, rivolgendosi al destinatario dell'opera, Ugo IV di Lusignano, Boccaccio espresse tale proposito con grande umiltà, dopo aver ricordato la sua inadeguatezza nell'adempiere questo compito, ricordando il valore intellettuale di Petrarca[131]:

(LA)

« Iussu igitur tuo, montanis Certaldi cocleis et sterili solo derelictis, tenui licet cimba in vertiginosum mare crebrisque implicitum scopulis novus descendam nauta, incertus, num quid opere precium facturus sim, si omnia legero litora et montuosa etiam nemora, scrobes et antra, si opus sit, peragravero pedibus, ad inferos usque descendero, et, Dedalus alter factus, ad ethera transvolavero; undique in tuum desiderium, non aliter quam si per vastum litus ingentis naufragii fragmenta colligerem sparsas, per infinita fere volumina deorum gentilium reliquias colligam, quas comperiam, et collectas evo diminutas atque semesas et fere attritas in unum genealogie corpus, quo potero ordine, ut tuo fruaris voto, redigam. »

(ITA)

« Per tuo comandamento adunque, lasciati i sassi dei monti di Certaldo et lo sterile paese, con debile barchetta in un profondo mare, pieno di spessi scogli, come novo nocchiero entrerò, dubbioso veramente che opra io mi sia per fare, se bene leggerò tutti i liti, i montuosi boschi, gli antri et le spelonche, et se sarà bisogno caminar per quelli et discender fino all’Inferno. Et fatto un altro Dedalo, Secondo il tuo disio volelerò per insino al cielo; non altramente che per un vasto lido raccogliendo i fragmenti d’un gran naufragio, così raccorrò io tutte le reliquie che troverò sparse quasi infiniti volumi dei Dei gentili; et raccolte et sminuite, et quasi fatte in minuzzoli, con quel ordine ch’io potrò, acciò che tu habbi il tuo disio, in un corpo di Geneologia le ritornerò. »

(Genealogie deorum gentilium, Proemio Libro I; per la traduzione De Geneologia Deorum, tradotta et adornata per Messer Giuseppe Betussi da Bassano, 1547)

Lo stesso proposito è proprio del prontuario geografico De montibus , ove sottolinea i possibili punti di "debolezza" dovuti agli errori e alle imprecisioni dovute alla sua ignoranza, ricordando ai lettori di intervenire, qualora si dovessero accorgere di tali mancanze:

« E se ho visto libri più corretti di quelli che si utilizzano, i lettori se ne accorgano e, per carità, siano inclini all'indulgenza e li correggano. »
(De montibus VIII, 4)

La fortuna[modifica | modifica wikitesto]

Ezra Pound (sinistra) con Vittore Branca. Branca, filologo e uno dei massimi studiosi su Boccaccio del secondo Novecento insieme a Giuseppe Billanovich, ha contribuito (in collaborazione con Pier Giorgio Ricci) a certificare il carattere autografo del codice Hamilton 90, riportante il Decameron[132].

Critica letteraria[modifica | modifica wikitesto]

Italia[modifica | modifica wikitesto]

Boccaccio ebbe già un'enorme successo già a partire dalla sua scomparsa. Nella Firenze umanistica, che era debitrice profondamente della lezione filologica impartita dal Boccaccio ai suoi giovani allievi nel circolo di Santo Spirito, la sua figura è ricordata con affetto e venerazione, come si può notare già dall'epistolario di Coluccio Salutati o dalla Vita di Giannozzo Manetti[133], delineando, insieme alle biografie di Dante e Petrarca scritte da Leonardo Bruni, al culto delle «tre corone fiorentine»[134]. La consacrazione, però, giunse nel 1525, allorché il futuro cardinale e poeta italiano Pietro Bembo, con le sue Prose della volgar lingua, delineò come modello prosaico il Decameron:

« Ma quante volte aviene che la maniera della lingua delle passate stagioni è migliore che quella della presente non è [...] e molto meglio faremo noi altresí, se con lo stile del Boccaccio e del Petrarca ragioneremo nelle nostre carte, che non faremo a ragionare col nostro, perciò che senza fallo alcuno molto meglio ragionarono essi che non ragioniamo noi. »
(Pietro Bembo, Prose della volgar lingua I, XIX)
Geoffrey Chaucer, illustrazione dalla History of England di Cassell, 1902 ca.

Se la fortuna della lirica petrarchesca durerà fino all'800, dando il via al fenomeno del petrarchismo, Boccaccio invece subì una netta condanna da parte del Concilio di Trento, per via dei contenuti "immorali" presenti in molte novelle, ove il Certaldese mise a nudo vizi e difetti del clero: tra il 1573 e il 1574, il filologo e religioso Vincenzio Borghini compì una vera e propria emendatio morale del Decameron, cosa che nel contempo permise all'opera di salvarsi dalla distruzione totale[135][136]. Soltanto con l'inizio dell'età contemporanea (e della laicizzazione della società), il Boccaccio del Decameron iniziò ad essere riconsiderato dalla critica, nonostante alcune timide rivisitazioni ci fossero già state nel corso del XVIII secolo[137]. Il giudizio favorevole di Ugo Foscolo e di Francesco de Sanctis diede inizio ad una fiorente stagione di studi letterari che, nel corso del XX secolo, culminerà con gli studi filologici di Vittore Branca[138] e di Giuseppe Billanovich[139], tesi a dare un'immagine più reale a quella "boccaccesca" affibiatogli negli ultimi secoli[137].

Europa[modifica | modifica wikitesto]

La diffusione del Decameron, secondo quanto ebbe a dire Branca, «è più europeo che italiano»[140]: la diffusione che l'opera ebbe in Francia, in Spagna, in Germania e, soprattutto, in Inghilterra, fu senza precedenti[141]. Nel mondo anglosassone, infatti, Boccaccio fu più di un semplice modello: fu l'ispiratore della pietra miliare che ispirò il primo grande letterato e poeta inglese Geoffrey Chaucer, autore dei The Canterbury Tales che si strutturano, sia dal punto di vista del genere letterario che quello contenutistico. Il successo di Boccaccio in Europa non fu legato, però, soltanto al Decameron, ma anche a quelle opere considerate come "minori", come il De casibus virorum illustrium, il Filocolo e, presso gli eruditi, quelle enciclopediche latine[142].

Il rapporto con Dante e Petrarca[modifica | modifica wikitesto]

Discipulus e praeceptor: Boccaccio e Petrarca[modifica | modifica wikitesto]

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Odoardo Fantacchiotti, Statua di Giovanni Boccaccio, 1845, Loggia degli Uffizi, Firenze

Boccaccio vide, in tutta la sua vita, nel Petrarca un preceptor[143], capace di risollevarlo dai peccati della carne tramite la letteratura classica e la spiritualità agostiniana, giungendolo a considerarlo come una vera e propria guida spirituale. Da parte sua, l'intellettuale aretino nutriva ancora una sorta di distacco intellettuale dal suo affettuoso amico, benchè lo considerasse l'unico ad «essergli compagno nella titanica impresa culturale che stava compiendo»[144]. Infatti, Petrarca non permise mai a Boccaccio di accedere del tutto alla sua biblioteca personale[145], mentre il secondo gli procurava, come si è visto, rari codici contenenti opere latine e le versioni dal greco curate da Leonzio Pilato. Era un rapporto ambiguo che emerge anche dalle ultime quattro Seniles, quando Petrarca, irritato dall'eccessiva preoccupazione di Boccaccio per la sua salute, decise di tradurre l'ultima novella del Decameron, Griselda, in latino, per dimostrare ancora il suo vigore[146]. Pertanto, non si può considerare il rapporto fra i due come un rapporto di “sudditanza psicologica” del Boccaccio nei confronti del Petrarca, quanto invece una «rivendicazione orgogliosa della parte da lui sostenuta perché si affermasse il progetto globale concepito dal Petrarca»[144].

Tra Seneca e il greco: attriti intellettuali[modifica | modifica wikitesto]

Infatti Boccaccio, in certe occasioni, si dimostrò più volte in disaccordo con Petrarca man mano che il Certaldese si impadroniva dei principi della lezione umanistica: la questione “greca” e quella “senecana”. Riguardo la prima, Boccaccio ribadiva (al contrario del praeceptor) di come fosse necessario recuperare la letteratura greca per una migliore comprensione della civiltà occidentale. Sulla seconda questione, l'Epistola XX scritta al giurista napoletano Pietro Piccolo da Monteforte[147], vicino alla cultura umanista e grande appassionato del Boccaccio[148], rivela la diatriba di natura filologica tra Petrarca e Boccaccio. Quest'ultimo, difatti, dimostra amarezza per essere stato contraddetto da Petrarca sulla questione se esistessero due Seneca distinti fra di loro[149]. Nonostante le procedure filologiche adottate dal Certaldese, che aveva appreso di questa divisione da un errore di Marziale[150], risultassero esatte, Petrarca ritenne, sulla base dello stile praticamente uguale, che non potessero essere due autori distinti.

Conclusioni[modifica | modifica wikitesto]

Concludendo sulla base della sintesi dei due maggiori studiosi del Boccaccio, Vittore Branca e Giuseppe Billanovich, il rapporto fra i due uomini non si può marcare nella semplice binomia preceptor-discipulus, quanto invece si deve osservare la

« [...] convergenza in problemi, in interessi, in soluzioni analoghe anche stilistiche: di intertestualità, si è poi detto. La caccia agli echi e alle riprese doveva in conseguenza, a nostro avviso, cedere il passo alla ricerca degli scambi e della circolazione di esperienze che di continuo, nell'alto commercio Petrarca-Boccaccio, si arricchiscono reciprocamente. Favorivano quella convergenza letteraria e questo commercio spirituale, una comunanza di gusti e di sensibilità nella stessa atmosfera di prepotente rinnovamento culturale. »
(Vittore Branca, Intertestualità in Boccaccio: autore e copista, pp. 39-40)

Il culto di Dante[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Influenza culturale di Dante Alighieri.

Boccaccio, durante tutta la sua vita, fu un appassionato cultore di Dante e della sua opera, che ebbe modo di conoscere fin dalla sua prima giovinezza grazie al contatto con Margherita e Filippa de' Mardoli[151]. Perfezionatosi, poi, alla scuola di Cino da Pistoia[152], amico dell'Alighieri, già nella Caccia di Diana la presenza delle terzine dantesche indica un precoce avvicinamento alla poetica dantesca, che si protrarrà fino al senile Corbaccio, ove la presenza della selva e della visione rimandano inequivocabilmente all'ambientazione infernale dell'immortale poema. L'avvicinamento alla mentalità umanistica e il culto per Petrarca, però, non distolsero il Boccaccio dalla volontà di diffondere a Firenze il culto per Dante e la sua opera: oltre ad aver copiato di suo pugno tre codici della Commedia[153][154], il Certaldese scrisse anche il Trattatello in laude di Dante Alighieri (composto in due redazioni tra il 1351 e il 1366)[155] e tenne delle lectiones magistrales sui canti dell'Inferno, fermatisi solo all'esegesi del XVII canto per la morte stessa del Boccaccio[156].

Boccaccio nel cinema[modifica | modifica wikitesto]

Pier Paolo Pasolini diresse, nel 1971, Il Decameron, vincitore dell'Orso d'argento a Berlino[157]. Alberto Moravia, recensendo il film, ribadisce di come Pasolini abbia trattato il Decameron come «un libro...in cui letteratura e realtà si identificano perfettamente per una rappresentazione totale dell'uomo»[158]. Per le tematiche "immorali" presenti in varie scene del film, il film subì numerose censure da parte delle autorità italiane[159].

Su Giovanni Boccaccio e specialmente sul suo Decameron furono girati moltissimi film, molti dei quali di genere goliardico, parodistico e demenziale, tipico del filone italiano decamerotico[160][161][162]:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giovanni Boccaccio, Dizionario Biografico degli Italiani. URL consultato il 22 febbraio 2015.
  2. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 192/193, nota 23.
    «Il Salutati...innalzò un lamento altissimo nell'Ep. III 25 a Francescuolo da Brossano: "vigesima quidem prima die decembris Boccaccius noster interiit...».
  3. ^ Cronologia del Boccaccio, Ente Nazionale Giovanni Boccaccio. URL consultato l'11 giugno 2015.
  4. ^ Francisco Rico, La “conversione” del Boccaccio in Sergio Luzzato e Gabriele Pedullà (a cura di), Atlante della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2010, p. 228.
    «Comunque sia, Boccaccio morì il 21 dicembre del 1375...».
  5. ^ certaldése in Vocabolario online Treccani. URL consultato l'11 giugno 2015.
  6. ^ Vita di Boccaccio, Brown University, Dipartimento di studi italiani. URL consultato il 4 febbraio 2008.
  7. ^ Rachele Jesurum, Roberta Quattrin, Luca Ghirimoldi et alii, Il 'Decameron' di Boccaccio: Fortuna e Natura, Oilproject. URL consultato il 24 giugno 2015.
  8. ^ Romano Luperini, Pietro Cataldi, Lidia Marchiani, La scrittura e l'interpretazione: storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea, 1, tomo II, Palermo, Palumbo Editore.
  9. ^ Vittorio Coletti, Storia della lingua italiana in Enciclopedia dell'Italiano. URL consultato il 26 giugno 2015.
  10. ^ Giuseppe Bonghi, Biografia di Giovanni Boccaccio, Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi, 10 luglio 2001. URL consultato il 6 giugno 2015.
  11. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 6.
  12. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 6.
  13. ^ Vittore Branca, Boccaccio, Giovanni in Dizionario critico della letteratura italiana, vol. 1, p. 345.
  14. ^ a b c Teresa Nocita, Certaldo o Firenze ?, Internet Culturale. URL consultato il 6 giugno 2015.
  15. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 8.
    «Egli aveva forse voluto sfruttare così la notorietà delle dimore parigine del padre per decorare di colori fascinosi lo squallido mattino di sua vita, proprio mentre l'ambizione di affermarsi e brillare letterariamente e mondanamente alla Corte di Napoli».
  16. ^ Loredana Chines (a cura di), Dalle origini al Cinquecento, p. 144. URL consultato il 21 giugno 2015.
  17. ^ Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, vol. 1, p. 42 dell'Introduzione.
  18. ^ MAZZUOLI, Giovanni, detto lo Stradino, Dizionario Biografico degli Italiani. URL consultato il 22 febbraio 2015.
  19. ^ Più che Margherita, fu probabilmente la madre di lei, Lippa de' Mardoli, coetanea di Dante e di Beatrice, a raccontare al giovane Boccaccio della loro vicenda. Si veda: Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 11.
    «...la matrigna era imparentata con la famiglia di Beatrice, e proprio la madre di lei Lippa de' Mardoli fu, con ogni probabilità, la "fededegna persona" che "per consanguinità strettissima a lei" molto parlò al Boccaccio di Beatrice e di Dante stesso».
  20. ^ a b c d e f g Natalino Sapegno, Boccaccio, Giovanni in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 10. URL consultato il 10 giugno 2015.
  21. ^ Vittore Branca, Profilo Biografico, pp. 12-13.
  22. ^ Romolo Caggese, Roberto d'Angiò, re di Sicilia in Enciclopedia italiana, 1936. URL consultato il 10 giugno 2015.
    «Il re non fu, certo, un uomo di genio né, come parve al Petrarca, un sapiente, ma entro i limiti che gli furono consentiti protesse letterati, giuristi, poeti, bibliografi, raccolse una biblioteca per i suoi tempi preziosa e fu egli stesso curioso di molte curiosità».
  23. ^ Sui rapporti tra Dante e Cino da Pistoia, si veda: Mario Marti, Cino da Pistoia in Enciclopedia Dantesca, 1970. URL consultato il 10 giugno 2015.
  24. ^ a b Stefano Zamponi, Giugno 1313: Giovanni Boccaccio su storiadifirenze.org, Università degli Studi di Firenze. URL consultato l'11 giugno 2015.
  25. ^ Boccaccio, circolobarlaam.it, 13 novembre 2014. URL consultato l'11 giugno 2015.
  26. ^ Per l'inquadramento generale sul periodo napoletano, si veda: Teresa Nocita, L’apprendistato letterario, Internet Culturale. URL consultato il 6 giugno 2015.
  27. ^ De genealogiis, XV, 10
  28. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 55.
  29. ^ Natalino Sapegno, Boccaccio, Giovanni in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 10. URL consultato il 10 giugno 2015.
    «Le lettere all'Acciaiuoli, certi accenni dell'Ameto e della Fiammetta mostrano quanto il B. soffrisse di questo distacco da un mondo di care consuetudini e con quanta amarezza contrapponesse il ricordo di quelle "delizie mondane" all'uggia della nuova dimora "oscura e muta e molto trista"».
  30. ^ a b Vittore Branca, Boccaccio in Dizionario critico della letteratura italiana, I, p. 347.
  31. ^ Vittore Branca, in Giovanni Boccaccio: profilo biografico, cit., p.77, sostiene che il volgarizzamento di Livio fosse già iniziato a Napoli e a Firenze. Branca si basa, come fonte, su Giuseppe Billanovich, Il Boccaccio, il Petrarca e le più antiche traduzioni in italiano delle Decadi di Titolo Livio in Giornale storico della letteratura italiana, nº 130, 1953.
  32. ^ Vittore Branca, Profilo Biografico, p. 74.
    «...e in testa al volgarizzamento della quarta deca liviana, ormai attribuito con estrema probabilità al Boccaccio..., leggiamo la dedica:"al nobile cavaliere messere Ostagio da Polenta, spezialissimo mio signore, ad istanza del quale ad opera così grande io mi disposi"».
  33. ^ Vittore Branca, Profilo biografico, p. 74.
  34. ^ Angelo Piacentini, Scheda sul Buccolicum carmen di Giovanni Boccaccio in Teresa De Robertis, Carla Maria Monti, Marco Petoletti et alii (a cura di), Boccaccio autore e copista, pp. 203- 208.
  35. ^ Francisco Rico, La "conversione" del Boccaccio in Sergio Luzzato e Gabriele Pedullà (a cura di), Atlante della letteratura italiana, p. 225.
  36. ^ Francisco Rico,, La “conversione” del Boccaccio in Sergio Luzzato e Gabriele Pedullà (a cura di), Atlante della letteratura italiana, p. 225.
    «Ma già nel 1339 [Boccaccio] sperava di trovare in lui la guida che l'aiutasse che gli insegnasse non solo ad uscire dall'ignoranza, ma a trovare anche a vincere "le angosce d'amore"».
  37. ^ a b c Teresa Nocita, L’incontro con Petrarca, Internet Culturale. URL consultato il 10 giugno 2015.
  38. ^ Petrarca, grazie all'Affrica e al De viris illustribus, viene visto come colui che raccoglie in sé la tradizione poetica virgiliana e quella prosaica ciceroniana, considerati come i due maestri eccellenti della tradizione. Si veda: Carla Maria Monti, Boccaccio e Petrarca in Teresa De Robertis, Carla Maria Monti, Marco Petoletti et alii (a cura di), Boccaccio autore e copista, p. 34.
  39. ^ aGiuseppe Billanovich, Lo scrittoio del Petrarca in Petrarca letterato, 1995, p. 91.
  40. ^ La Pro Archia sarà un modello fondamentale per l'elaborazione di quella difesa della poesia che Boccaccio elaborerà nel Trattatello in laude di Dante e nel XIV libro della Genealogia deorum gentilium. La perfetta poesia, tanto per Cicerone quanto per Boccaccio, dev'essere una poesia che umanizza, che libera dalle catene l'uomo, permettendogli di toccare vette sconosciute alla realtà sensibile. Si veda Giuseppe Billanovich, Lo scrittoio del Petrarca in Petrarca letterato, 1995, p. 123.
  41. ^ Francisco Rico, La “conversione” del Boccaccio in Sergio Luzzato e Gabriele Pedullà (a cura di), Atlante della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2010, pp. 224-228.
  42. ^ Boccaccio redasse di proprio pugno un codice (oggi smembrato in due, il pluteo 29.8 e 33.31 conservati alla Biblioteca Medicea Laurenziana) contenente numerosissimi rimandi letterari ad opere latine, testimonianza della ricchezza culturale della città partenopea. Si veda: Stefano Zamponi, Giugno 1313: Giovanni Boccaccio su storiadifirenze.org, Università degli studi di Firenzees. URL consultato l'11 giugno 2015.
  43. ^ Le prime lettere che costituiscono l'esiguo epistolario boccacciano (Crepor celsitudinis, Mavortis milex extrenue e Nereus amphytritibus) sono pieni di rimandi ad Apuleio, per esempio. Si veda: Teresa Nocita, Dictamina, Internet culturale. URL consultato il 10 giugno 2015.
    «...i dictamina boccacciani tradiscono anche un evidente riuso apuleiano». Francisco Rico, Sergio Luttazzo e Gabriele Pedullà, La "conversione" del Boccaccio, p. 225.
    «Poi lesse tutto ciò che gli capitava tra le mani e tutto mischiato: le cansos dei trovatori e le Metamorfosi di Apuleio, Dante e Ovidio, trattati filosofici e romans francesi, Andrea Cappellano e Stazio...».
  44. ^ Remigio Sabbadini, Le scoperte dei codici latini e greci ne' secoli XIV e XV, pp. 29/31. URL consultato il 10 giugno 2015.
    «Del pari ignoto al Petrarca fu Marziale [...] Inoltre il Boccaccio scoperse il codice di Tacito [...] Sembra pertanto ragionevole concludere che la scoperta del De lingua latina [di Varrone] spetti al Boccaccio [...] erano intanto ignoti al Petrarca l'Ibis di Ovidio...».
  45. ^ Si veda, riguardo la "cristianizzazione" dei classici operata dai medievali: Lisa Pericoli, La "Commedia" di Dante: fonti e modelli, Oilprojectc. URL consultato il 10 giugno 2015.
    «Nè si può dimenticare che alla base della rilettura dei “classici” c’è sempre, nella mentalità medievale, la teoria dei “quattro sensi” dell’interpretazione: il senso letterale (che trasmette la “lettera” del testo, ovvero il suo riferirsi al mondo reale), quello allegorico (in cui dietro la storia fittizia c’è un senso recondito da scoprire), quello morale (relativo all’insegnamento etico che si può desumere dalle pagine scritte) e quello anagogico (che reinterpreta il contenuto dell’opera in ottica spiritual-salvifica).».
  46. ^ L'indifferenza e sufficienza che Petrarca dimostra nei confronti dell'Alighieri è espressa nella Fam. II, 15, in cui Petrarca nega il presunto odio nei confronti dell'esule fiorentino, riconoscendogli la palma nella poesia volgare ma ribadendo la sua predilizione per la lingua latina.
  47. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 93.
    «...il Boccaccio fu amaramente sopreso, anzi offeso, dalla decisione del magister, rientrato in Italia solo nel giugno del '53, di stabilirsi presso l'arcivescovo Giovanni Visconti».
  48. ^ Boccaccio esprimerà la sua indignatio nell'Epistola X, indirizzata a Francesco Petrarca, ove, grazie alla tecnica retorica dello sdoppiamento e a topoi letterari, Boccaccio si lamenta col magister di come Silvano (il nome letterario usato nella cerchia petrarchesca per indicare il poeta laureato) avesse osato recarsi presso il tiranno Giovanni Visconti (identificato in Egonis):«Audivi, dilecte michi, quod in auribus meis mirabile est, solivagum Silvanum nostrum, transalpino Elicone relicto, Egonis antra subisse, et muneribus sumptis ex pastore castalio ligustinum devenisse subulcum, et secum pariter Danem peneiam et pierias carcerasse sorores».
  49. ^ Come testimoniato dalla Fam. XVIII, 3, il cui incipit è: «Ad Iohannem de Certaldo, gratiarum actio pro transmisso Augustini libro in psalterium daviticum», cioè «A Giovanni da Certaldo, ringraziamento per avergli trasmesso il libro di Agostino sul salterio davidico»
  50. ^ Giorgio Piras, Nuove testimonianze della biblioteca di Petrarca: le annotazioni al De Lingua Latina di Varrone in Petrarca, l'umaneesimo e la civiltà europea, p. 829. URL consultato l'11 giugno 2015.
    «L’invio del codice di Varrone e Cicerone deve essere avvenuto quindi poco dopo quello di Agostino...».
  51. ^ Alighieri, Antonia in Enciclopedia Dantesca. URL consultato l'11 giugno 2015.
    «Per antica tradizione s'identifica A. con la suor Beatrice, monaca nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi a Ravenna, a cui il Boccaccio avrebbe dovuto recare nel 1350 dieci fiorini d'oro da parte dei capitani della compagnia di Orsanmichele».
  52. ^ Renato Piattoli, Codice diplomatico dantesco, pp. 284-285.
  53. ^ Vittore Branca, Profilo biografico, p. 83.
    «..che forse... [Boccaccio] raccolse commosso anche in quella occasione ricordi sul Poeta che aveva illuminato fin dalla fanciullezza la sua ansia di poesia».
  54. ^ Guido Martellotti, Albanzani, Donato in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 1. URL consultato l'11 giugno 2015.
    «A Ravenna s incontrò col Boccaccio, forse già nel 1350, più probabilmente nel 1353-54».
  55. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 87.
  56. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 86.
  57. ^ Giuseppe Billanovich, Petrarca letterato. Lo scrittoio del Petrarca, 1995, p. 211. URL consultato l'11 giugno 2015.
  58. ^ Giuseppe Billanovic, Petrarca letterato. Lo scrittoio del Petrarca, 1995. URL consultato l'11 giugno 2015.
    «Ma ancora più funesto divenne subito quell'arrivo [a Napoli]: perché presto gli giunse la notizia che mentre compiva il viaggio gli era morta la piccola e cara Violante».
  59. ^ Giulio Ferroni, L'alba dell'Umanesimo - Petrarca e Boccaccio. La crisi del mondo comunale (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, vol. 3, p. 31.
    «Ma, come il suo maestro Petrarca, scelse la condizione di chierico: la cosa è documentata da una bolla di papa Innocenzo VI del 2 novembre 1260, che gli concedeva l'autorizzazione ad avere cura d'anime e a esercitare il sacerdozio.».
  60. ^ Vittore Branca, in Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 103, ricorda come uno sdegnato Boccaccio scrisse contro l'Acciaiuoli l'Egloga VIII, il cui contenuto è riassunto anche da: Teresa Nocita, Buccolicum carmen, Internet culturale. URL consultato l'11 giugno 2015.
    «Con Midas Boccaccio denuncia l’inaffidabilità di Niccolò Acciaiuoli, vendicandosi del “tradimento” dell’influente amico.».
  61. ^ Giuseppe Meloni, Il mercante Giovanni Boccaccio a Montpellier e Avignone in Studi sul Boccaccio, XXVI, 1998, p. 99.
  62. ^ Giulio Ferroni, L'alba dell'Umanesimo - Petrarca e Boccaccio. La crisi del mondo comunale (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, vol. 3, p. 31.
  63. ^ Casa del Boccaccio - Galleria fotografica, Ente Nazionale Giovanni Boccaccio. URL consultato l'11 giugno 2015.
  64. ^ Billanovich ci descrive dettagliatamente del soggiorno fiorentino di Leonzio Pilato in Petrarca letterato. Lo scrittoio del Petrarca, pp. 244-249.
  65. ^ Nonostante la caduta in disgrazia, i rapporti con le istituzioni non si fermarono riguardo alle iniziative culturali. Si può concludere che il raffreddamento verificatosi dopo la congiura del 1360 si limitò agli incarichi politici.
  66. ^ a b Manlio Pastore Stocchi, Pagine di storia dell'Umanesimo italiano, p. 262. URL consultato l'11 giugno 2015.
  67. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 114/116.
    «Leonzio si presentò, probabilmente all'inizio dell'estate del 1360 [...] Nei due anni e mezzo circa che passò a Firenze (fino all'ottobre-novembre 1362)».
  68. ^ Sul pessimo carattere di Leonzio Pilato sono testimoni sia Boccaccio che Petrarca. Il primo dirà, nelle sue Genealogiae Deorum Gentilium: «Viene da Salonicco ed è un uomo rozzo nell’aspetto, con un volto abietto, barba lunga e chioma nerissima, costantemente perso nei propri pensieri, piuttosto primitivo nei costumi e poco educato» (traduzione riportata in Emanuele Coccia, Il greco, la lingua fantasma dell’Occidente medievale in Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà (a cura di), Atlante della letteratura italiana, p. 253.). Petrarca, in seguito ad un attrito avuto con Leonzio, lo definirà come una «gran bestiaccia» (si veda sempre Emanuele Coccia, Il greco, la lingua fantasma, cit., p. 252).
  69. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 116.
  70. ^ Vittore Branca, Boccaccio, Giovanni in Dizionario critico della letteratura italiana, vol. 1, p. 350.
  71. ^ Beato Pietro Petroni, santiebeati.it, 24 agosto 2012. URL consultato l'11 giugno 2015.
  72. ^ Giuseppe Bonghi, Biografia di Giovanni Boccaccio, classicitaliani.it, 2000. URL consultato il 21 giugno 2015.
  73. ^ Giuseppe Bonghi, Biografia di Giovanni Boccaccio, classicitaliani.it, 2000. URL consultato il 21 giugno 2015.
    «Erano, quindi, anni intensi di studio da un lato, e di dolore dall'altro, che avevano messo a dura prova il suo spirito, agitato da preoccupazioni religiose, come ci è attestato da alcune sue egloghe latine di questo periodo, e dai suoi rapporti con la Chiesa che abbiamo appena accennati. In questo contesto un fatto ancor più grave viene a sconvolgere l'equilibrio del suo spirito: nella primavera del '62, va a fargli visita a Firenze, in gran mistero, il monaco Gioacchino Ciani, il quale, da parte del certosino senese Pietro Petroni, morto qualche anno prima in odore di santità, si faceva premura d'informarlo di certe rivelazioni avute da quel sant'uomo, prima di morire: per esse, lo spensierato scrittore avrebbe dovuto aspettarsi la morte entro poco tempo e quindi avrebbe dovuto prepararvisi seriamente, rinunziando alle seduzioni della poesia profana, per dedicarsi tutto ad argomenti più elevati di religione e di morale. Il povero Boccaccio rimane come fulminato da questo avviso, ch'egli, nel turbamento dell'animo suo, non dubitava fosse ispirato dalla misericordia divina; la paura della morte lo invade a tal punto, che viene tentato di dare alle fiamme tutte le sue carte e di finirla con la gloria di questo mondo. Fortunatamente, ha la prudenza di consigliarsi col suo grande amico Petrarca che gli risponde con tale nobiltà e opportunità di argomenti, da dissipare ogni timore e farlo persistere negli studi prediletti.».
  74. ^ Natalino Sapegno, Boccaccio, Giovanni in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 10. URL consultato l'11 giugno 2015.
    «Nella primavera del '62 si presentava al B. un monaco, con un messagio per lui del certosino senese Pietro Petroni, morto poco prima in fama di santità: veniva a ricordargli la morte incombente e a consigliargli di abbandonare gli studi profani [...] In un primo momento, profondamente turbato, avrebbe voluto bruciare subito tutti i suoi scritti e proponeva al Petrarca di vendergli la sua biblioteca».
  75. ^ Petrarca risponderà all'amico con la Senile I, 5, ribadendo il valore sacro della letteratura sulla base delle esperienze biografiche di Lattanzio e Agostino d'Ippona.
  76. ^ Teresa Nocita, In viaggio per conto del comune fiorentino, Internet culturale. URL consultato l'11 giugno 2015.
  77. ^ a b c Giulio Ferroni, L'alba dell'umanesimo: Petrarca e Boccaccio. La crisi del mondo comunale (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, vol. 3, p. 32.
  78. ^ Teresa Nocita, Il mito di Napoli, Internet culturale. URL consultato l'11 giugno 2015.
    «...Boccaccio rifiuta di fermarsi. Si è ormai sfaldata l’immagine idealizzata della città partenopea, miraggio salvifico nei periodi più difficili della sua vita, scalzata dall’otium certaldese, ubicazione adesso preferita a qualunque altra possibile.».
  79. ^ Vittore Branca, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, vol. 1, p. 185. URL consultato l'11 giugno 2015.
  80. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 183.
  81. ^ Teresa Nocita, Il culto di Dante, Internet culturale. URL consultato l'11 giugno 2015.
  82. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 192.
  83. ^ Franco Sacchetti, Il libro delle Rime, canzone CLXXXI, a cura di Franca Brambilla Ageno, Firenze-Perth, Olschky-University of Australia western press, 1990, p. 225.
    «Or è mancata ogni poesia / E vòte son le case del Parnaso».
  84. ^ Coluccio Salutati, che sarà destinato a raccogliere l'eredità umanista all'interno di Firenze, aggiunse all'epitaffio boccacciano un elogio commosso dell'alto valore umano e culturale lasciato in eredità dal Boccaccio:
    (LA)

    « Inclyte cur vates, humili sermone locutus, / de te pertransis? [...] te vulgo mille labores / percelebrem faciunt: etas te nulla silebit. »

    (ITA)

    « Perché, o celebre poeta, che hai cantato nel volgare idioma, / avanzi nel corso del tempo? [...] Mille fatiche ti rendono celebre presso il volgo / : nessuna epoca tacerà sul tuo conto. »

    (Coluccio Salutati, epitaffio ricavato da Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, cit., p. 193)
  85. ^ Come per le spoglie di Dante, anche quelle del Boccaccio non ebbero un riposo adeguato. Riesumato nel 1783 in vigore delle leggi sui cimiteri legiferate dal granduca Pietro Leopoldo, il corpo di Boccaccio fu "scoperto", agli inizi del '900, dal preposto di Certaldo don Alessandro Pieratti. Le ossa ritrovate furono identificate con quelle del Boccaccio, nel "Convegno dei dotti" del 1949. Si veda: Tomba del Boccaccio, Casa del Boccaccio. URL consultato il 25 giugno 2015.
  86. ^ Casa del Boccaccio, Ente Nazionale Giovanni Boccaccio. URL consultato il 22 febbraio 2015.
  87. ^ Giovanni Boccaccio, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 41.
  88. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 44.
  89. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 49.
  90. ^ Giulio Ferroni, L'alba dell'Umanesimo. Petrarca e Boccaccio in Storia della letteratura italiana, vol. 3, p. 36.
  91. ^ a b Giulio Ferroni, L'alba dell'Umanesimo. Petrarca e Boccaccio in Storia della letteratura italiana, vol. 3, p. 37.
  92. ^ Giulio Ferroni, L'alba dell'Umanesimo. Petrarca e Boccaccio in Storia della letteratura italiana, vol. 3, p. 38.
  93. ^ Rachele Jesurum, Boccaccio, "La Caccia di Diana": analisi e commento, Oilproject. URL consultato il 23 giugno 2015.
  94. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, pp. 42-43.
  95. ^ Per il Filostrato in generale, si veda: Rachele Jesurum, Boccaccio, "Il Filostrato": riassunto e commento, Oilproject. URL consultato il 23 giugno 2015.
  96. ^ Rachele Jesurum, Boccaccio, "Il Filocolo": riassunto e commento, Oilproject. URL consultato il 23 giugno 2015.
  97. ^ Per il Teseida in generale, si veda: Rachele Jesurum, Boccaccio, "Teseida": introduzione e commento dell'opera, Oilproject. URL consultato il 23 giugno 2015.
  98. ^ Su veda, in generale, sulla Comedia delle ninfe fiorentine: Rachele Jesurum, La "Comedia delle ninfe fiorentine" di Boccaccio: analisi di un estratto, Oilproject. URL consultato il 24 giugno 2015.
  99. ^ Per l'Amorosa Visione in generale, si veda: Rachele Jesurum, Boccaccio: "Amorosa visione", introduzione e commento dell'opera, Oilproject. URL consultato il 24 giugno 2015.
  100. ^ Modello di riferimento sono le Heroides del poeta latino d'età augustea, Ovidio: «Modello di riferimento sono le Heroides di Ovidio». Teresa Nocita, Elegia di Madonna Fiammetta. Tra riscrittura ovidiana e romanzo psicologico, Internet Culturale, 2012. URL consultato il 24 giugno 2015.
    «Modello di riferimento sono le Heroides di Ovidio.».
  101. ^ S. Battaglis, La novità dell' "Elegia di Madonna Fiammetta", Luigi De Bellis, 2001. URL consultato il 24 giugno 2025.
    «Con la Fiammetta il Boccaccio scrive il primo romanzo psicologico della nostra letteratura: protagonista è la donna, non più ombra e proiezione della passione dell'uomo, ma attrice della vicenda amorosa».
  102. ^ Rachele Jesurum, Boccaccio, "Elegia di Madonna Fiammetta": prologo e commento, Oilproject. URL consultato il 24 giugno 2015.
  103. ^ Si veda, per un discorso generale sul Ninfale Fiesolano: Rachele Jesurum, Boccaccio, "Ninfale fiesolano": introduzione e commento all'opera, Oilproject. URL consultato il 24 giugno 2015.
  104. ^ Rachele Jesurum, Roberta Quattrin, Luca Ghirimoldi, Alessandro Cane, Matilde Quarti e Giulia Ravera (a cura di), Il "Decameron" di Boccaccio: Fortuna e Natura, Oilproject. URL consultato il 24 giugno 2015.
    «Considerato a ragione uno dei capolavori della narrativa mondiale».
  105. ^ Rachele Jesurum, Boccaccio, "Decameron": trama e riassunto dell'opera, Oilproject. URL consultato il 24 giugno 2015.
  106. ^ Teresa Nocita, Decameron. Architettura del Centonovelle boccacciano, Internet Culturale, 2012. URL consultato il 24 giugno 2015.
  107. ^ Per un discorso generale sui protagonisti e narratori del Decameron, si veda: Teresa Nocita, Decameron. I nomi dell’onesta brigata, Internet Culturale, 2012. URL consultato il 24 giugno 2015.
  108. ^ Francesco de Sanctis, Storia della letteratura italiana, p. 357. URL consultato il 24 giugno 2015.
  109. ^ In Dante, ogni evento della vita è nelle mani di Dio, la cui saggezza provvede a regolare gli eventi nella sua prescienza e volontà trascendente. Si veda If VII, 70-96.
  110. ^ Rachele Jesurum, Boccaccio, "Decameron": trama e riassunto dell'opera, Oilproject. URL consultato il 23 giugno 2015.
    «La Fortuna è considerata qui in un’ottica laica ed immanente, ed è l’elemento fondamentale dello scorrere della vita dell’uomo, che dev’essere sempre pronto a reagire agli imprevisti del caso».
  111. ^ Rachele Jesurum, Boccaccio, "Decameron": trama e riassunto dell'opera, Oilproject. URL consultato il 22 giugno 2015.
  112. ^ Si veda, per un inquadramento generale dell'umanesimo di Boccaccio: Giovanni Boccaccio, Treccani.it. URL consultato il 25 giugno 2015.
  113. ^ Rachele Jesurum, Boccaccio, "Corbaccio": riassunto e commento dell'opera, Oilproject. URL consultato il 25 giugno 2015.
  114. ^ Per la trama, si veda: Teresa Nocita, Corbaccio. Boccaccio autore/attore, Internet Culturale, 2012. URL consultato il 25 giugno 2015.
  115. ^ boccacciano, Treccani.it - Vocabolario online. URL consultato il 23 giugno 2015.
  116. ^ boccaccésco, Treccani.it - Vocabolario online. URL consultato il 23 giugno 2015.
  117. ^ Non a caso Giulio Ferroni, in L'alba dell'Umanesimo: Petrarca e Boccaccio, in Storia della letteratura italiana, IV, cit., p. 34, definisce l'atteggiamento di Boccaccio come un "umanesimo municipale": «Boccaccio aspira piuttosto a integrare la nuova cultura entro l'orizzonte comunale...»
  118. ^ Dante Alighieri, FIRENZE-ONLINE, 2001-2015. URL consultato il 25 giugno 2015.
  119. ^ Francesco de Sanctis, Storia della letteratura italiana, p. 357.
    «È la nuova Commedia, non la divina, ma la terrestre Commedia. Dante si avvolge nel suo lucco, e sparisce dalla vista. Il medio evo con le sue visioni, le sue leggende, i suoi misteri, i suoi terrori e le sue ombre e le sue estasi è cacciato dal tempio dell’arte. E vi entra rumorosamente il Boccaccio e si tira appresso per lungo tempo tutta l’Italia.».
  120. ^ Giulio Ferroni, L'alba dell'Umanesimo: Petrarca e Boccaccio in Storia della letteratura italiana, vol. 3, pp. 51-52.
  121. ^ a b Loredana Chines (a cura di), Dalle origini al Cinquecento, p. 143. URL consultato il 21 giugno 2015.
  122. ^ L. Surdich, Esempi di "generi letterari" e loro rimodellizzazione modellistica in M. Picone (a cura di), Autori e lettori di Boccaccio.
  123. ^ a b Teresa Nocita, Filocolo: Le “fatiche d’amore” di due giovani amanti, internetculturale.it, 2012. URL consultato il 21 giugno 2015.
  124. ^ Si veda, per un discorso generale sul rapporto tra Boccaccio e l'autore della scuola siciliana: Roberto Venuda, Il Filocolo e la Historia destructionis Troiae di Guido delle Colonne, Firenze, Firenze Atheneum, 1993.
  125. ^ Giuseppe Billanovich, Il Petrarca, il Boccaccio e le più antiche traduzioni in italiano delle decadi di Tito Livio, p. 322.
  126. ^ Boccaccio, nell'Incipit della IV giornata (e quindi sfruttando la funzione della cornice su cui l'opera si sorregge), dà una definizione dello stile delle sue novelle: «le quali non solamente in fiorentin volgare e in prosa scritte per me sono e senza titolo, ma ancora in istilo umilissimo e dimesso più quanto il possono» (riportato in: Francesco Tateo, Boccaccio, p. 153.)
  127. ^ Francesco Tateo, Boccaccio, p. 153.
  128. ^ Rachele Jesurum, Boccaccio, "Decameron": trama e riassunto dell'opera, Oilproject. URL consultato il 26 giugno 2015.
  129. ^ Si veda, per esempio, il periodare delle Cento novelle di Franco Sacchetti, considerato come l'antitesi del Decameron per l'asciuttezza paratattica. Si vedano: Francesco Tateo, Boccaccio, p. 151.
  130. ^ Manuele Crisolora giunse a Firenze nel 1397, ove il cancelliere Coluccio Salutati (133 , gli offrì una cattedra di greco creata ad hoc per l'erudito bizantino. Si veda: Remigio Sabbadini, Crisolora, Emanuele in Enciclopedia Italiana, 1931. URL consultato il 23 giugno 2015.
    «Il Salutati, a Firenze, sperando che si offrisse così occasione di avere in Italia un maestro di greco, forse spronò Roberto Rossi e Iacopo d'Angelo della Scarperia a recarsi a Venezia, donde poi Iacopo d'Angelo accompagnò il Crisolora nel ritorno a Costantinopoli. Della cosa si occupò anche la repubblica fiorentina, che il 24 marzo 1396 decretava la condotta del Crisolora allo Studio. Egli giunse il 2 febbraio 1397 e vi iniziò le lezioni, a cui accorsero studiosi anche di fuori.».
  131. ^ «Verum si tantum regi hoc erat animo, erat onus aptum, si inter mortales ullus est tanto labori sufficiens, viribus preclarissimi viri Francisci Petrarce, cuius ego iam diu auditor sum. Homo quippe est celesti ingenio preditus et peremni memoria, ac etiam facundia admirabili, cui familiarissime quarumcunque gentium hystorie sunt, sensus fabularum notissimi, et breviter, quicquid phylosophie sacro iacet in gremio, manifestum est». (Genealogie)
  132. ^ Teresa Nocita, L’autografo decameroniano, cod. Hamilton 90, Internet Cultural, 23 giugno 2015. URL consultato il 23 giugno 2015.
  133. ^ (LA) Giannozzo Manetti, Jannotii Manetti. Vita Johannis Boccacci poete fiorentini incipit feliciter, a cura di Giuseppe Bonghi, Biblioteca dei Classici Italiani. URL consultato il 25 giugno 2015.
  134. ^ Riccardo Fubini, L'umanesimo italiano e i suoi storici: origini rinascimentali, critica moderna, p. 118. URL consultato il 25 giugno 2015.
  135. ^ Luciano Canfora, Quel censore boccaccesco in Corriere della Sera, 26 marzo 1996, p. 27. URL consultato il 25 giugno 2015.
    «Vincenzio Borghini (1515 1580) è il filologo fiorentino, priore nel monastero benedettino della sua città, che pose mano, per invito e sotto il pungolo dell' inquisitore romano Tommaso Manriquez a purgare, nello spirito della Controriforma, il Decameron di Giovanni Boccaccio: tra il 1573 e il 1574. Ne scaturirono l'edizione "rassettata", o per meglio dire sconciata, ma anche le Annotazioni dello stesso Borghini, documento di alta e consapevole considerazione del testo.».
  136. ^ Bruno Bentivogli e Paola Vecchi Galli, Filologia italiana, p. 21. URL consultato il 25 giugno 2015.
  137. ^ a b Laura Nuti, Il "Decameron": una difficile fortuna, a cura di Francesco Sabatini, Marco Biffi, Domenico De Martino e Nicoletta Maraschio, Vivit - Accademia della Crusca, 2010-2013. URL consultato il 25 giugno 2015.
  138. ^ Franco Cardini, Branca, Vittore in Dizionario Biografico degli Italiani. URL consultato il 25 giugno 2015.
  139. ^ Carlo Vecce, Billanovich, Giuseppe in Dizionario Biografico degli Italiani. URL consultato il 25 giugno 2015.
    «Ne derivarono attenti esercizi di ricostruzione storico-biografica [...] dei grandi della letteratura delle origini, Dante e soprattutto Boccaccio, indagati in aspetti sostanziali (e ancora ignorati) della loro vita e della formazione intellettuale e umana.».
  140. ^ Vittore Branca, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, p. 203, citato in: Codici del Decameron in Europa, INTERPRETAZIONI: Passato e Presente, 13 maggio 2015. URL consultato il 26 giugno 2015.
  141. ^ Per approfondire, si veda: Codici del Decameron in Europa, INTERPRETAZIONI: Passato e Presente, 13 maggio 2015. URL consultato il 26 giugno 2015.
  142. ^ Per approfondire, si veda: Vittore Branca, Boccaccio protagonista nell'Europa letteraria fra tardo Medioevo e Rinascimento in Cuadernos de Filologia Italiana, 2001, pp. 21-37. URL consultato il 26 giugno 2015.
  143. ^ Così Boccaccio lo definisce, per esempio, nell'Epistola XX a Pietro Piccolo da Monteforte: «preceptorem meum Franciscum Petrarcam».
  144. ^ a b Carla Maria Monti, Petrarca e Boccaccio in Teresa de Robertis, Carla Maria Monti, Marco Petoletti et alii (a cura di), Boccaccio: autore e copista, p. 35.
  145. ^ Cesare Segre, Petrarca, «avaro» fra i Tre Grandi. Critico di Dante e sprezzante verso la lingua di Boccaccio in Corriere della Sera. URL consultato il 23 giugno 2015.
    «Un tipo di rapporto evidente nei prestiti e negli scambi di manoscritti, per i quali Boccaccio è estremamente liberale, e Petrarca avarissimo.».
  146. ^ Francisco Rico, La 'conversione' di Boccaccio in Atlante storico della letteratura italiana, p. 227.
  147. ^ Giovanni Boccaccio, Epistola XX a Pietro Piccolo da Monteforte, Biblioteca Italiana, 2007. URL consultato il 23 giugno 2015.
  148. ^ Andrea Labardi, Pietro Piccolo da Monteforte in Enciclopedia Federiciana. URL consultato il 23 giugno 2015.
  149. ^ Boccaccio rivela questa sua convinzione nelle Esposizioni sopra la Commedia di Dante, nel commento su If, IV 141: «E Seneca morale. È cognominato questo Seneca «morale», a differenza d'un altro Seneca, il quale, della sua famiglia medesima, fu poco tempo appresso di lui, il quale, essendo il nome di questo morale» Lucio Anneo Seneca, fu chiamato Marco Anneo Seneca e fu poeta tragedo, per ciò che egli scrisse quelle tragedìe le quali molti credono che Seneca morale scrivesse»
  150. ^ Marziale, in Epigrammata I, 61 vv. 7-8, aveva parlato di «Duosque Senicas». Boccaccio, che era entrato in possesso di un codice di Marziale dopo aver consultato la biblioteca di Montecassino, ritenne che ci fossero due seneca. Il codice, però, conteneva un errore: il destinatario non era Seneca, ma Severo. Si consulti, per la spiegazione, Giuseppe Billanovich, Petrarca letterato. Lo Scrittoio del Petrarca, pp. 109-116. URL consultato il 23 giugno 2015.
  151. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 11.
  152. ^ Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, p. 31.
  153. ^ Boccaccio autore e copista in mostra alla Laurenziana, youtube. URL consultato il 25 giugno 2015.
  154. ^ Sul ruolo di Boccaccio "editore" e copista di Dante, si veda: Bruno Bentivogli e Paola Vecchi Galli, Filologia italiana, p. 13. URL consultato il 25 giugno 2015.
  155. ^ Rachele Jesurum, Boccaccio, "Trattatello in laude di Dante": introduzione e analisi, Oilproject. URL consultato il 25 giugno 2015.
  156. ^ Teresa Nocita, Il culto di Dante, Internet Culturale, 2012. URL consultato il 25 giugno 2015.
  157. ^ Teresa Nocita, Il Decameron di Pier Paolo Pasolini, Internet Culturale, 2012. URL consultato il 26 giugno 2015.
  158. ^ Alberto Moravia, Il Decameron di Pasolini: commento-recensione di Alberto Moravia su gioboccaccio.altervista.org. URL consultato il 26 giugno 2015.
  159. ^ Teresa Nocita, Il Decameron di Pier Paolo Pasolini, Internet Culturale, 2012. URL consultato il 26 giugno 2015.
  160. ^ Riccardo F. Esposito, Commedie boccaccesche, decamerotici e altre historie: I precursori (1965-1968), cinemedioevo.ne, 2008. URL consultato il 26 giugno 2015.
  161. ^ Lino Aulenti, 23. Da Boccaccio alla Commedia sexy in Storia del cinema italiano. URL consultato il 26 giugno 2015.
  162. ^ Per una lista di alcuni film decamerotici, si veda questa lista, che prosegue nella pagina seguente: Decamerotico - playlist film, filmtv.it, 12 ottobre 2014. URL consultato il 26 giugno 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Giuseppe Billanovich, Il Boccaccio, il Petrarca e le più antiche traduzioni in italiano delle Decadi di Tito Livio in Giornale storico della letteratura italiana, vol. 110, nº 391, 1 luglio 1953, pp. 311-337, ISSN 0017-0496.
  • Giovanni Boccaccio, Decameron, ora in: Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, vol. 1, Bologna, Poligrafici editoriale, 2004, ISBN 88-89180-61-7.
  • Vittore Branca, Giovanni Boccaccio: profilo biografico, Firenze, Sansoni, 1977, SBN IT\ICCU\SBL\0148727.
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  • Carlo Vecce, Billanovich, Giuseppe in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012. URL consultato il 26 giugno 2015.

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