Saverio Bettinelli

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« A Dante null'altro mancò che buon gusto e discernimento nell'arte. Ma grande ebbe l'anima, e l'ebbe sublime, l'ingegno acuto e fecondo e la fantasia vivace e pittoresca, onde gli cadono alla penna de’ versi e de’ tratti mirabili »

(Saverio Bettinelli, Lettere dieci di Virgilio agli Arcadi, Lettera III, pp. 45-46)
Saverio Bettinelli

Saverio Bettinelli (Mantova, 18 luglio 1718Mantova, 13 dicembre 1808) è stato un gesuita, scrittore e critico letterario italiano, famoso per la sua adesione all'Illuminismo ed "archetipo", insieme al suo confratello Pompeo Venturi, dell'ostilità dantesca da parte della cultura italiana nel '700.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato nel 1718 da una famiglia di modeste condizioni, Saverio Bettinelli entrò nell'ordine dei gesuiti nel 1738, dopo aver studiato presso di loro a Bologna[1]. Il Bettinelli fu presto conosciuto soprattutto per le sue doti di poligrafo, drammaturgo, polemista, critico letterario e poeta. Insegnò retorica in varie città italiane, tra cui Venezia, dove visse tra il 1748 e il 1750, frequentando i principali intellettuali dell'ambiente lagunare e partorendo le 55 ottave del poemetto Il Parnaso veneziano, poi più volte rivisto fino alla definitiva edizione del 1767[2]. Nel 1758 intraprese un viaggio per tutta l'Italia e la Germania. Nei suoi viaggi entrò in contatto con numerosi letterati dell'epoca, tra cui Voltaire e Rousseau, con i quali intrattenne una fitta corrispondenza. Nel 1773 in occasione dello scioglimento dell'ordine dei gesuiti, si ritirò a Mantova. Negli ultimi trent'anni di vita continuò la sua attività critica e letteraria, distinguendosi per l'esaltazione di Petrarca (Delle lodi del Petrarca, Bassano 1793) e la per la nuova critica alla Divina Commedia (Dissertazione accademica sopra Dante, 1800). In seguito all'arrivo di Napoleone, dopo averlo criticato ferocemente nell'Europa Punita, ne divenne un sostenitore, pubblicando tre canti di elogio intitolati Bonaparte in Italia. Morì novantenne nella sua città natale nel 1808[3].

L'attività letteraria[modifica | modifica wikitesto]

La critica a Dante[modifica | modifica wikitesto]

Saverio Bettinelli, Illustrazioni de Dieci lettere di Publio Virgilio Marone. Scritte dagli Elisj all'Arcadia di Roma sopra gli abusi introdutti nella poesia italiana, Modesto Fenzo, Venezia 1758

La sua fama è legata principalmente all'opera di critico letterario ricca di umori antiaccademici e antiretorici, ma si fece notare anche per le sue opere di carattere prettamente illuministico. Nel 1757 scrisse le Lettere a Virgilio (o Lettere virgiliane), opera composta da 10 lettere di cui le prime tre sono una celebre stroncatura della Divina Commedia di Dante Alighieri[4], riguardo alla quale Bettinelli affermò: «Sia posto tra i libri di erudizione, e della Commedia si lascino solo taluni pezzi che, raccolti e, come meglio si può, ordinati, formino non più di cinque canti»[5]. Nonostante gli riconosca tratti poetici e possenza linguistica, il Bettinelli disprezza l'opera dantesca in quanto contrastante con il più formale classicismo e per gli ideali illuministici così lontani dal pensiero medievale, facendo concludere a Mario Fubini che:

« Di fatto l'importanza delle Virgiliane, anche per il particolare problema dantesco, non sta nelle conclusioni [...] bensì nella sua efficacia polemica, attestata non meno che dalle lodi di un Voltaire e degli uomini del Caffè, dalle confutazioni che se ne tentarono, la cosidetta Difesa di Dante di Gaspare Gozzi, l'Epistola al canonico Gioseffo Ritorni sul poema dantesco di Agostino Paradisi, e sopra tutto l'articolo del critico svizzero Johann Jacob Bodmer, pubblicato nel 1763 e rimasto ignoto in Italia, tanto più profondo e nuovo che, superando i limiti classicistici in cui rimaneva chiuso il B[ettinelli], dimostra l'errore di giudicare con gusto moderno e secondo fissi canoni un'opera composta in tutt'altra condizione storica. »

(Fubini)

Critico di Petrarca[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Petrarca

Definito da Bonfanti come «nume presente di tutta la critica bettinelliana»[6], Bettinelli celebra Francesco Petrarca nella IV lettera delle Lettere Virgiliane in cui:

« Tutti [gli dei] d’accordo dicevano non aver mai sì vivamente sentito quell’incanto, e quel fascino di una secreta delizia, che è proprio della poesia, come in questo poeta. »

(Lettere Virgiliane, Lettera IV, p. 58)

Seguendo il saggio di Bonfanti, la passione per Petrarca derivava sin da quando studiò a Bologna presso i gesuiti, facendo maturare in lui quelle convinzioni classiciste che vedevano in Virgilio l'alfiere della poesia latina, e in Petrarca di quella volgare[7]. Nonostante ciò, anche gli dei delle Lettere Virgiliane avevano delle remore verso Petrarca, in quanto vi sentivano sempre l'influenza dell'antica poesia volgare, specialmente nei Trionfi, ricchi ancora di quell'allegoria che rimandava alla mente quella dantesca[8]; e per la ripetitività delle tematiche del Canzoniere, cosa che suscitava noia negli dei[9]. Queste riserve furono poi dissolte con la pubblicazione dell'Entusiasmo delle belle lettere (1769), frutto di profonde riflessioni durate anni e che permisero al Bettinelli la comprensione piena del genio peterarchesco, intravedendo in lui il valore dell'entusiasmo alla base dell'ispirazione e della fantasia nell'arte secondo una tendenza che è stata considerata preromantica[10]. Esemplificazione di questa più matura comprensione di Petrarca sono le già citate Delle lodi del Petrarca, edite a Bassano del Grappa nel 1793[11].

L'altra attività critica e letteraria[modifica | modifica wikitesto]

Al 1766 risalgono invece le Lettere inglesi per mezzo delle quali propone un ideale di "buon gusto" e una letteratura moderna e disinvolta. Il Bettinelli fu anche l'autore di poesie di modello arcaico, raccolte nei Versi sciolti del 1758 e ispirate ai componimenti di Carlo Innocenzo Frugoni, di alcune tragedie quali Gionata (1774), Demetrio Poliorcete (1758), Serse (1764) che si collocano nel solco del teatro gesuitico, e dell'opera storica Risorgimento d'Italia negli studi, nelle arti e nei costumi dopo il Mille che risale al 1775. Figlio di una cugina di Bettinelli, nonché marito di una sua nipote, fu lo studioso Matteo Borsa, di cui l'abate favorì la carriera di professore e critico letterario a Mantova, influenzandone significativamente il pensiero, fedele, come il suo, a un severo classicismo, ma non immune al contempo da suggestioni cesarottiane e aperture preromantiche[12].

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Saverio Bettinelli, Dieci Lettere di Publio Virgilio Marone scritte dagli Elisi all'Arcadia di Roma sopra gli abusi introdotti nella poesia italiana, Venezia, Fenzo, 1758
    Frontespizio del Serse re di Persia, 1800

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Bonfanti, p. 153
  2. ^ Ricorda, pp. 247 e ssg.
  3. ^ Per la biografia, si veda Muscetta.
  4. ^ Fubini
  5. ^ Saverio Bettinelli - Lettere di Virgilio agli Arcadi di Roma — Lettera IX.
  6. ^ Bonfanti, p. 152
  7. ^ Bonfanti, p. 156
  8. ^ Bonfanti, p. 159
  9. ^ Bonfanti, p. 160
  10. ^ Bonfanti, pp. 164-169
  11. ^ Bonfanti, p. 179
  12. ^ Bigi, pp. 695 e ss.
  13. ^ Contiene anche il Discorso intorno al teatro italiano e alla tragedia, redatto originariamente in francese per l'Infante Filippo I di Parma.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Emilio Bigi, «Nota introduttiva » a Matteo Borsa, in Critici e storici della poesia e delle arti nel secondo Settecento - La letteratura italiana. Storia e testi, 44, tomo 4, Milano-Napoli, Ricciardi Editore, 1955, SBN IT\ICCU\SBL\0026245.
  • Alfredo Bonfatti, Il petrarchismo critico di Saverio Bettinelli, in Lettere Italiane, vol. 4, nº 3, 1952, pp. 151-180, ISSN 00241334 (WC · ACNP). URL consultato il 14 agosto 2018.

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