Bella degli Abati

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search

Gabriella degli Abati, meglio nota come Donna Bella degli Abati (Firenze, XIII secolo1270-1275 circa[1]), era la madre di Dante Alighieri.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Le poche notizie che sappiamo della sua vita provengono da ricerche d'archivio che hanno dato solo prove "indiziarie" in alcune possibili figure dell'epoca, come nella divisione patrimoniale operata da Pietro e Jacopo Alighieri, figli di Dante, con Francesco, fratellastro del poeta, in un atto notarile del 16 maggio 1330[2]. Presumibilmente apparteneva al casato fiorentino degli Abati, anche se non vi sono notizie certe in proposito. Si è ipotizzato che suo padre fosse il giudice fiorentino Durante degli Abati, da cui il figlio di Bella avrebbe preso il nome - poi abbreviato in Dante[3]. Sposata con Alighiero Alighieri, morì quando Dante aveva 5 o 6 anni, permettendo al padre di sposarsi, tra il 1275 e il 1278 d.C., con Lapa di Chiarissimo Cialuffi[4].

La testimonianza di Boccaccio[modifica | modifica wikitesto]

Un aneddoto è raccontato dal più famoso biografo di Dante, Giovanni Boccaccio, nella Vita di Dante Alighieri.[5] La madre di Dante, prima di partorirlo, ebbe in sogno la visione profetica del figlio nato sotto un alloro, nei pressi di una fonte. Quando il figliuolo le nacque questi cominciò a nutrirsi delle erbacce che cadevano dall'albero e si dissetava alla fonte fino a trasformarsi in pavone. Questo sogno viene comunemente interpretato come presàgio della futura gloria poetica di Dante Alighieri[6].

La madre nella Divina Commedia[modifica | modifica wikitesto]

Dante nelle sue opere non cita mai esplicitamente Bella.[5] Ci sono però alcuni versi della Commedia in cui Dante fa riferimento alla figura materna e al rapporto affettivo che c'è tra madre e figlio.

Nei vv. 37-42 del XXIII canto del Purgatorio, Dante paragona il gesto compiuto da Virgilio a quello della madre che, resasi conto del pericolo, prende il figlio e scappa pensando alla salute di lui piuttosto che alla propria:

«Lo duca mio di sùbito mi prese,
come la madre ch'al romore è desta
e vede presso a sé le fiamme accese,

che prende il figlio e fugge e non s'arresta,
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una camiscia vesta;[...]»

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XXIII, vv. 37-42)

Nei vv. 121-123 del XXIII canto del Paradiso, Dante paragona il gesto del bambino di allungarsi verso la madre per mostrarle il proprio affetto a quello dei beati che porgono le braccia al cielo in segno di affetto verso Maria:

«E come fantolin che 'nver' la mamma
tende le braccia, poi che 'l latte prese,
per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma; […]»

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, XXIII, vv. 121-123)

Nei vv. 1-3 del XXIII canto del Paradiso, Dante fa un ulteriore paragone: vede il rivolgersi alla propria guida, Beatrice, come il gesto che un bambino fa verso la persona in cui confida di più, in questo caso la madre:

«Oppresso di stupore, a la mia guida
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre colà dove più si confida; […]»

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, XXII, vv. 1-3)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Borsellino-Pedullà, p.32.
  2. ^ Piattoli.
  3. ^ Zingarelli, pp. 80-85.
  4. ^ Petrocchi, p. 12.
  5. ^ a b Bella degli Abati, su treccani.it.
  6. ^ Marchi, p. 14.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Nino Borsellino e Walter Pedullà (a cura di), L'età di Dante. Il Trecento, Petrarca e Boccaccio, in Storia generale della letteratura italiana, vol. 2, Milano, F. Motta, 1999, SBN IT\ICCU\UFI\0337139.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti[modifica | modifica wikitesto]

  • Bella, Danteonline. URL consultato il 19 luglio 2018.