Collegio dei gesuiti (Messina)

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Il collegio dei Gesuiti di Messina in una stampa settecentesca
Church Messina Chiesa di San Giovanni Battista dei Gesuiti1.jpg
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Il collegio dei Gesuiti con l'attigua chiesa di San Giovanni Battista dei Gesuiti è stato un importante complesso edilizio della città di Messina, opera di Natale Masuccio. Venne distrutta dal terremoto del 1908.

Storia[modifica | modifica sorgente]

I gesuiti furono presenti in città fin dal 1548, con la concessione della chiesa di San Nicolò dei Gentiluomini. Su impulso dello stesso Ignazio di Loyola fu fondato il primo collegio dei Gesuiti al mondo, che quindi fu detto Primum ac Prototypum Collegium, modello per le innumerevoli strutture educative che l'ordine fondò in tutto il mondo cattolico come caratteristica principale della propria attività all'interno della Chiesa.

L'edificio che accolse in via definitiva il collegio venne edificatato a partire dal 1608 su progetto del gesuita Natale Masuccio. Il collegio divenne Messanense Studium Generale cioè sede della prima Università della città di Messina, gestita almeno in parte dagli stessi gesuiti. Dopo la loro cacciata nel 1767, l'edificio mantenne la funzione di scuola ospitando l'Accademia Carolina. Danneggiato nel sisma del 1783 fu restaurato e ospitò a partire dal 1839 l'Università, ripristinata da Ferdinando I[1], dopo la sua chiusura a seguito della rivolta del 1674. Il terremoto del 1908 danneggiò gravemente tutto il complesso edilizio che fu demolito nel 1913 e di cui non rimane traccia a parte il portale d'ingresso che si è conservato dai danni del terremoto e dalla demolizione e che venne murato in una parete secondaria della nuova sede dell'Università, edificata anch'essa sull'area del vecchio collegio.

Architettura[modifica | modifica sorgente]

Fu progettato (dal 1604) con il collaudato schema planimetrico a 2 cortili che prevedeva l'ubicazione delle scale all'incrocio dei corpi di fabbrica, i corridoi sui prospetti e le aule e i dormitori sui cortili interni, secondo un modello che la Compagnia definiva “modo nostro” e che derivato dal chiostro benedettino medioevale mirava a rendere collegate e organizzate, pur nella loro autonomia funzionale, le 3 parti dell'edificio: quella destinata alle scuole (area scholarum), quella per i religiosi (area collegii) e quella per la chiesa.

Fu un modello per tutti gli altri che venivano costruiti nell'isola, caratterizzati da un prospetto severo, con semplici lesene e fasce marcapiano, in cui il rilievo plastico è concentrato esclusivamente nel portale.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ N. Aricò, cartografia di un terremoto, in "Storia della città" n.45, 1988, pag.74

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]