Teseida

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Teseida
Giovanni Boccaccio 05.jpg
ritratto trecentesco di Boccaccio
Autore Giovanni Boccaccio
1ª ed. originale tra il 1339 e il 1341
Genere poema
Lingua originale italiano

Il Teseida è un poema scritto in lingua volgare da Giovanni Boccaccio.

Il poema venne con ogni probabilità iniziato negli ultimi anni del soggiorno a Napoli dell'autore e terminato nei primi anni del rientro a Firenze ed è quindi databile tra il 1339 e il 1341.

Si tratta di un poema eroico scritto in ottave di endecasillabo che, come scrive Roberto Mercuri, "costituisce l'antecedente dell'ottava romanzesca ed epica del Quattrocento e del Cinquecento"[1] ed è strutturato in dodici libri come l'Eneide di Virgilio preceduti ognuno da un sonetto che serve da introduzione e sommario, dove il primo contiene l'argomento generale dell'intera opera. Vi è poi una lettera in prosa dal titolo "A Fiammetta" che ha funzione di proemio dove l'autore dice di voler vincere il "turbato aspetto" della "crudel donna" raccontando una storia d'amore molto antica e simile alla sua e di essersi celato dietro uno dei personaggi.

Come conclusione del poema il Boccaccio inserisce due sonetti caudati[2], O sacre muse, le quali io adoro, dove invoca le dee della mitologia greca protettrici delle arti e Portati abbiam tuoi versi e bel lavoro con il titolo intero dell'opera, "Teseida delle nozze d'Emilia".

Trama[modifica | modifica sorgente]

Esso narra la storia d'amore dei due tebani Arcita e Palemone per Emilia, sorella di Ippolita regina delle Amazzoni, cognata di Teseo.
I due giovani si sfidano a duello. Arcita vince e, pur mortalmente ferito, sposa la giovane esprimendo nel testamento la volontà che, alla sua morte, Palemone sposi Emilia.

Teseo, figlio di Egeo, muove guerra contro le Amazzoni e ottenuta la vittoria sposa la loro regina, Ippolita per poi condurla, insieme alla sorella Emilia, nella città di Atene. Avvicinato da alcune donne tebane che lo pregano di aiutarle contro la cattiveria del loro re Creonte, egli accetta la loro preghiera e sfida a duello Creonte sconfiggendolo.
Al termine della battaglia i guerrieri greci girano per il campo di battaglia per recuperare i loro morti e i feriti e incontrano due giovani tebani sanguinanti dal portamento nobile e dalle ricche armi che conducono da Teseo. Essi dichiarano di chiamarsi Arcita e Palemone e di essere i nipoti di Cadmo.
Rinchiusi dal re Teseo nella prigione insieme agli altri prigionieri costoro vedono un giorno dalla finestra Emilia e ambedue se ne innamorano.

Teseo intanto decide di tramutare la pena del carcere in quella dell'esilio e Arcita viene allontanato per primo. Dopo numerose peregrinazioni sotto le spoglie di Penteo a Corinto, a Micene, a Egina e Pella, Arcita ritorna ad Atene e, nascondendo la sua vera identità sotto il nome di Penteo diventa servitore di Teseo. Egli si confida solamente a Panfilo che mette però al corrente Palemone del ritorno dell'amico.
Pelemone, che è ancora rinchiuso in carcere, sapendo l'amico libero, riesce, con l'aiuto di Panfilo, a scappare dalla prigione e si reca a cercare Arcita per ucciderlo.
Lo trova addormentato sotto un albero ma, preso dal sentimento d'amicizia che gli aveva sempre tenuti uniti, desiste dal suo proposito e svegliatolo gli rivela il suo amore per Emilia, ma non essendo nessuno dei due disposti a cedere all'amore per la bella fanciulla, spinti dalla gelosia, decidono di battersi a duello.

Interviene Teseo che, dopo aver saputo l'identità dei due e la causa della contesa, dichiara che darà il suo consenso alle nozze con Emilia a colui che riuscirà insieme a cento cavalieri a far uscire con le armi, dal teatro della reggia adibito a campo di battaglia, l'altro contendente con i suoi cento cavalieri.

Vengono descritti i preparativi per il singolare duello e tutti i nobili che erano giunti ad Atene per assistere al particolare duello. Avviene intanto lo scontro tra Arcita e Palemone che si conclude con la vittoria del primo, il quale, pur essendo ferito a morte sposa Emilia. Nelle disposizioni testamentarie Arcita lascia scritto che alla sua morte Emilia doveva andare sposa a Pelemone.

Arcita quindi muore e Teseo fa predisporre l'ufficio funebre e, dato l'ordine di tagliare un'intera selva, fa preparare un immenso rogo. Sul luogo dove era stata abbattuta la selva viene poi fatto innalzare un tempio che custodirà le ceneri del giovane tebano. La storia termina con le lussuose nozze di Palemone ed Emilia.

Commento[modifica | modifica sorgente]

Nel poema si sente l'influenza della Tebaide di Stazio, dell'Eneide di Virgilio, della narrativa francese e, come individua Carlo Muscetta[3], soprattutto del "Roman du Chastelain de Couci" di Jakemes de Boulogne, ma l'originalità del Boccaccio consiste nell'aver cercato di creare in lingua volgare un nuovo genere epico-cavalleresco.
Le tre ottave finali del libro XII, dove vengono descritte le nozze di Emilia con Palemone, riportano la dicitura Parole dell'autore al libro suo, dove il Boccaccio afferma di essere stato il primo a trattare un argomento epico in volgare[4].

L'opera ottenne il pieno consenso del Poliziano e la sua influenza si sente nell'Orlando innamorato di Boiardo e nell'Orlando Furioso di Ariosto.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Roberto Mercuri, Genesi della tradizione italiana in Dante, Petrarca, Boccaccio, in Letteratura italiana, vol. 1, Einaudi, Torino, 2007, pag. 486
  2. ^ Vedi il Sonetto caudato in Sonetto
  3. ^ Carlo Muscetta, Giovanni Boccaccio, Laterza, Roma-Bari, 1972
  4. ^ «e perciò che tu primo col tuo legno / seghi queste onde, non solcate mai / davanti a te da nessuno altro ingegno...» (XII, 85 e segg.)

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

letteratura Portale Letteratura: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di letteratura