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Dialetto

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Il termine dialetto[1] indica, a seconda dell'uso:

  1. un sistema linguistico in contrapposizione ad una lingua,
  2. una varietà di una lingua,
  3. la lingua di una singola località,
  4. o la lingua di un territorio più vasto di questa.[2]

Tuttavia, la componente principale per la definizione di dialetto resta quella di "varietà di una lingua".[3]

Accezioni del termine[modifica | modifica wikitesto]

La definizione di dialetto non ha significato univoco. Sulla difficoltà di definizione di "dialetto" si confronti il Dizionario di linguistica (pg. 229, a cura di Gian Luigi Beccaria, alla voce dialetto), dove è detto che "non esiste un valore semantico univoco ed assolutamente non ambiguo [di questo termine], né a livello di uso comune, né a livello vocabolaristico, né a livello di impiego scientifico." In generale, al termine si riconoscono due diverse accezioni.

Dialetto come varietà di una lingua[modifica | modifica wikitesto]

La prima definisce una varietà della lingua nazionale, di un sistema, di un continuum linguistico geografico (è il caso dei dialects dell’inglese americano, che condividono gli stessi caratteri strutturali e la stessa storia della lingua nazionale)[4]. Secondo questa definizione, la più diffusa nei paesi anglosassoni[5], il termine dialetto è riferito ad una precisa famiglia linguistica ed eventualmente relazionato alla "forma linguistica di riferimento" o standard (o koinè); e talune famiglie possono presentare più di una forma 'standard' (si veda diasistema). In questo senso è lecito parlare di "dialetto di una lingua" o "dialetto di un continuum linguistico o dialettale" poiché equivale a parlare di una varietà linguistica intelligibile con le altre del gruppo a cui è ascritta.

Dialetto come lingua contrapposta a quella nazionale[modifica | modifica wikitesto]

La seconda accezione, di derivazione greco-antica, identifica un sistema linguistico autonomo rispetto alla lingua nazionale, che ha caratteri strutturali e una storia distinti da quelli della lingua nazionale [6]. In questo caso il dialetto viene considerato come qualsiasi lingua con una propria caratterizzazione territoriale, ma privo di rilevanza politica o prestigio letterario; dal punto di vista della linguistica descrittiva e della filologia prescinde qualsiasi legame di dipendenza, subordinazione o appartenenza con la lingua ufficiale (o con le lingue ufficiali) vigente nel suo territorio di pertinenza, quantunque tra dialetto e lingua ufficiale possano esistere notevoli parentele e somiglianze. Questa seconda accezione è adottata da alcuni linguisti italiani ed è implicitamente prevalente nella tradizione politica europea[senza fonte] e italiana, dove numerosissime lingue locali sono chiamate dialetti nonostante non derivino né dipendano dalla lingua ufficiale con la quale possono non essere neppure mutualmente intelligibili.

Dialetti nel mondo[modifica | modifica wikitesto]

In Italia[modifica | modifica wikitesto]

In Italia, paese nel quale è errata qualunque ipotesi di monolinguismo a causa delle numerose parlate presenti accanto all’italiano unitario, il termine dialetto viene appunto utilizzato abitualmente per indicare tutti i sistemi linguistici locali derivati dal latino. Tale sostantivo nel linguaggio comune ha assunto differenti significati, connotazioni negative e pregiudizi. Tuttavia, dal punto di vista della linguistica, la discriminazione dei dialetti è ingiustificata, così come la presunzione di superiorità di alcune varietà rispetto ad altre[7]. I dialetti presenti in Italia hanno infatti una loro grammatica, un loro lessico e spesso una letteratura. Lo stesso italiano è in origine un dialetto, ovvero il toscano letterario (in particolar modo fiorentino) del XIV secolo, che dal XVI secolo venne progressivamente impiegato come modello esemplare[8]. Poiché per la linguistica tutti i dialetti e le lingue sono insiemi di segni e regole ordinati e funzionanti analogamente, la distinzione avviene dunque esclusivamente a livello politico: ricorrendo al sostantivo "lingua" molte culture fanno riferimento ad un sistema riconosciuto dalle istituzioni, codificato e con a disposizione testi letterari o ufficiali. È questo il caso del sardo e del friulano, che hanno ottenuto lo status di lingue e il riconoscimento di minoranze linguistiche per i propri parlanti[9].

Per la linguistica è comunque errato considerare i dialetti come corruzioni, deviazioni o alterazioni della lingua italiana di base toscana, in quanto si tratta di continuazioni locali del latino e pertanto lingue “sorelle” dell’italiano[10][11]. In questo senso non è ammissibile parlare di "dialetto della lingua ufficiale" in riferimento, ad esempio, al piemontese o al napoletano: essendo sì idiomi sviluppatisi dal latino, ma in modo indipendente dal toscano, non possono essere considerati varietà locali della lingua italiana. Più opportuno è allora parlare di dialetti italiani (o dialetti d'Italia) in riferimento alle varianti in uso in una regione, zona o città e non-dialetti dell’italiano (ad esempio, si può affermare che il lombardo occidentale è un dialetto italiano, e non dell’italiano, per intendere che si tratta di un dialetto parlato all’interno dei confini nazionali). Inoltre, per definire queste parlate si può fare ricorso appunto al termine varietà, che indica un sistema linguistico indipendentemente da riferimenti legati al prestigio, alla diffusione geografica e a tutte le equivocità veicolate dalla parola dialetto nell’uso comune[12]. O ancora, in gergo scientifico, è possibile riferirsi a dialetti utilizzati in diglossia oppure in condizione di bilinguismo con la lingua ufficiale.

E in quanto varietà linguistiche italo-romanze indipendenti, le parlate diffuse in Italia sono considerate dialetti romanzi primari, cioè subordinati all’italiano solo da un punto di vista sociolinguistico a fronte di un’origine latina comune. Al contrario, sono dialetti secondari quelli generati dalla diversificazione di un’unica lingua in vari territori, come nel caso dello spagnolo in America latina o del già citato inglese americano: non si tratta quindi di dialetti originati autonomamente dal latino o dal proto-germanico, ma varianti dello stesso sistema. Sono invece dialetti secondari dell’italiano quelli noti come italiani regionali, cioè le varietà intermedie tra lingua standard nazionale e le altre varietà autonome.[13].

Tuttavia, anche l’accezione di dialetto inteso come varietà della lingua nazionale è ancora radicata, con ambiguità e relativismo semantici. In particolare dal punto di vista politico, legislativo e giurisprudenziale il termine dialetto è usato in questa accezione per definire qualsiasi idioma storico romanzo (e talvolta anche non-romanzo) parlato in un'area geografica del paese e che non goda dello status di "lingua" (ufficiale o coufficiale). Nella categoria ricadono i numerosi idiomi italiani dotati di storia propria, non intercomprensibili e spesso fregiati di una propria tradizione letteraria di rilievo, come, ad esempio, il veneto e tanti altri.

L'opinione alternativa, che sta incominciando a farsi strada anche tra i linguisti, rifiuta l’accezione di dialetto inteso come varietà della lingua nazionale preferendo quella di sistema linguistico indipendente dalla lingua nazionale. Ciò ha portato dunque in tantissimi casi ad utilizzare il termine lingua in luogo di dialetto (ad esempio, lingua siciliana o lingua romagnola); questa posizione è quella condivisa da organizzazioni internazionali quali il Consiglio d'Europa e l'UNESCO.

Valore culturale del dialetto[modifica | modifica wikitesto]

Forte di una radicata tradizione verbale ma anche letteraria, il dialetto in Italia è servito nel tempo da spunto per la realizzazione di molti lavori teatrali entrati poi stabilmente nel repertorio di uno specifico genere chiamato teatro dialettale. Un valore particolare al dialetto è stato attribuito specialmente in tempi relativamente recenti, da quando si è avuta piena consapevolezza della predominanza della lingua nazionale sulle parlate regionali. Affinché i dialetti non scompaiano diventando lingue morte, si è tentato e si tenta di studiare e recuperare appieno il significato storico e il senso culturale della parlata locale, anche in chiave di un recupero delle radici e dell'identità propri di ogni regione. All'interno di queste dinamiche si assiste recentemente ad un uso del dialetto nelle tifoserie di calcio, specie con l'esposizione di striscioni in dialetto che evidenziano un recupero dei dialetti con finalità di rivendicazione identitaria.[14][15].

Dialetti e lingue minoritarie nel contesto italiano[modifica | modifica wikitesto]

A differenza di molti dialetti d'Italia, alcuni idiomi storici (romanzi e no) sono identificati come lingue minoritarie proprie delle minoranze linguistiche storiche riconosciute dallo Stato, collegate a un'area storica precisa (per esempio friulano, sardo, catalano e varie altre) dove godrebbero del pieno diritto all'insegnamento (finanziato dallo Stato) e all'uso nella comunicazione pubblica, potendo inoltre raggiungere con l'emanazione di apposite norme lo stato di sostanziale coufficialità con l'italiano nell'area amministrativa di pertinenza [16]. Queste lingue minoritarie in genere non vengono mai chiamate dialetti, se non per ragioni ideologiche o come residuo di vecchie consuetudini, e la stessa legislazione (statale e regionale) per identificare sottovarianti interne a queste "lingue" preferisce sempre il termine "variante" (e suoi corrispettivi nelle lingue in questione) a scapito del termine "dialetto".

Ovviamente tale distinzione fatta tra lingue minoritarie e i restanti dialetti non si basa, se non solo in parte, su criteri linguistici quanto piuttosto su riconoscimenti di carattere storico-politico: sia le lingue minoritarie sia la gran parte dei dialetti d'Italia sono idiomi tra loro linguisticamente indipendenti e spesso non intercomprensibili, e non sono varianti dell'italiano benché in varie situazioni abbiano con esso particolari rapporti di convivenza e di identificazione (si veda, sotto, Diglossia). Sono infatti vere varietà della lingua italiana solo le parlate toscane e una parte ristretta delle parlate del Lazio (come il romanesco), oltre naturalmente alle varie forme di italiano regionale, che risentono dell'influsso della lingua minoritaria o del dialetto locali specie negli aspetti prosodici e, in parte, nel lessico e nella sintassi.

Pertanto sul piano linguistico un dialetto è sempre un sistema completo di comunicazione verbale (orale o a segni ma non necessariamente scritto) con un proprio vocabolario o grammatica, al pari di una lingua.

Dialetti e lingue minoritarie in territorio italiano[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Lingue parlate in Italia ed Elenco dei dialetti d'Italia.
Rappresentazione intuitiva e approssimativa dei dialetti e delle lingue minoritarie parlate nelle varie regioni italiane

Una pur sommaria suddivisione dei dialetti italiani e delle lingue minoritarie può essere tassonomicamente così riassunta: (l'elenco rispetta la convenzione di Wikipedia sull'uso dei termini "lingua" e "dialetto")

Penisole linguistiche[modifica | modifica wikitesto]

Isole linguistiche[modifica | modifica wikitesto]

In Francia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Lingue della Francia.

In Francia si utilizza il termine patois per indicare tutte le lingue non standard locali derivate dal latino e opposte al francese. Il sostantivo, che designa la prima forma linguistica appresa in famiglia e nella quale per lo più ci si esprime nel contesto domestico[17], viene utilizzato con significato analogo a quello di dialetto in Italia. Anch’esso veicola giudizi di valore sulla contrapposizione tra ambiente rurale ed urbano o cultura e arretratezza, così come avviene nell’uso comune italiano. Altri significati sono quelli di idioma di una o più località rurali o varietà di un dialetto impiegato in una particolare contrada[18] (e non dunque di vaste aree come l’Occitania). “Patois” è stato però applicato erroneamente a varietà indipendenti dal francese, quali quelle occitane e francoprovenzali, a lungo connotate negativamente come “cattivo francese”. Ciò si è verificato in quanto la lingua francese standard, derivante dal patois dell’Île-de-France (il franciano irradiato da Parigi) gode da secoli di prestigio letterario in un paese nel quale sono mancate, in forma estesa, forti resistenze al potere centrale. Ma è dal XIX secolo che la pressione costante del francese si è imposta in tutti gli aspetti della società, riducendo le altre parlate antiche (piccardo, normanno, vallone, champenois, borgognone e lorenese, definite congiuntamente come lingua d'oïl nel Medioevo) a patois rustici relegati all’uso familiare [19].

La Francia ha tuttavia riconosciuto lo status di lingua al còrso insegnato come seconda lingua nelle scuole, sebbene non vi sia una forma standard normata: in Corsica si distinguono infatti varietà dette ‘’ultramontane’’ e ‘’cismontane’’[20] di tipo toscano.

In Svizzera[modifica | modifica wikitesto]

Nella Svizzera italiana e in quella romanda si ricorre rispettivamente ai termini dialetto e patois per designare le lingue lombarda e francoprovenzale con relative varietà locali, analogamente a quanto avviene in Italia e Francia. Tali idiomi non godono infatti di alcun riconoscimento giuridico, al contrario di un’altra lingua regionale quale il romancio e delle tre più diffuse (tedesco, francese e italiano).

Nella Svizzera tedesca non vi è invece stigmatizzazione culturale nei confronti delle varianti alemanne, forme di dialetto (Dialekte) della lingua tedesca che sono state denominate svizzero tedesco per differenziazione rispetto al tedesco standard. Dalla metà del Novecento l’alemanno è infatti ampiamente diffuso in ogni aspetto della società, nei mass media e nel mondo dello spettacolo e dunque è utilizzato in ogni registro linguistico e in ogni situazione della vita quotidiana, a differenza di quanto avviene in Germania e Austria con le altre varietà locali. Il fenomeno è dovuto ad una reazione al pangermanesimo di fine XIX secolo e al nazionalsocialismo del XX secolo provenienti dalla Germania.

Lingua vernacolare[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua vernacolare.

Il termine vernacolo, spesso usato come sinonimo di dialetto, indica più precisamente la lingua vernacolare, una parlata limitata a una precisa zona geografica, usata specificatamente dal popolo, e si differenzia dal dialetto, che ha una copertura geografica e un uso sociale più vasti.[21]

"Dialetto" e "lingua"[modifica | modifica wikitesto]

Non esistono criteri scientifici o universalmente accettati per discriminare le "lingue" dai "dialetti", anche se esistono alcuni paradigmi, che danno risultati spesso contraddittori. La distinzione esatta è pertanto soggettiva, e dipende dal proprio sistema di riferimento.

Le varietà linguistiche sono spesso definite "dialetti" piuttosto che "lingue":

  • perché non riconosciute come lingua letteraria, non avendo una letteratura propria;
  • perché alla comunità dei locutori della varietà non corrisponde alcuno Stato a sé stante che la riconosca come propria, o alcun gruppo etnico che si riconosca e venga riconosciuto come tale;
  • perché non sono utilizzate per redigere documenti ufficiali;
  • perché mancano di prestigio presso i locutori e/o presso altri.

I linguisti antropologici definiscono il dialetto come variante. In questo paradigma la differenza tra lingua e dialetto è quella tra l'astratto o il generale e il concreto o il particolare: da tale prospettiva, nessuno parla una "lingua", tutti parlano un dialetto di una lingua. L'identificazione di un particolare variante come versione "standard" o "corretta" potrebbe essere costituita da una distinzione sociale anziché artificiale o letteraria, e quindi la lingua standard in questi casi può identificarsi col socioletto della classe di élite.

La linguistica moderna afferma che lo status sociale di "lingua" non è unicamente determinato da criteri linguistici, ma è anche il risultato di uno sviluppo storico e politico. Il croato e il serbo diventarono lingue scritte sviluppando due tradizioni letterarie indipendenti, addirittura con l'uso di alfabeti differenti, e sono quindi considerate lingue indipendenti dai rispettivi parlanti, sebbene in realtà siano quasi identiche.

Il celebre aforisma "אַ שפּראַך איז אַ דיאַלעקט מיט אַן אַרמיי און פֿלאָט" ("A shprakh iz a dialekt mit an armey un a flot": "Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina militare"), usualmente attribuito al linguista lituano di lingua yiddish Max Weinreich, illustra il fatto che la distinzione fra lingua e dialetto è di natura politica, più che linguistica. Questa è forse la dichiarazione più citata di un'analogia che è stata attribuita ad altri autori. Weinreich dichiara esplicitamente di non averla ideata, ma di averla sentita in una conversazione privata.[22] Qualcuno ha suggerito che la formulazione iniziale fosse di Hubert Lyautey come[senza fonte]

« "Une langue, c'est un dialecte qui possède une armée, une marine et une aviation." ("Una lingua è un dialetto che possiede un esercito, una marina e un'aviazione.") »

Fattori politici[modifica | modifica wikitesto]

A causa della politica e dell'ideologia, la classificazione delle diverse parlate come dialetti o lingue e il loro rapporto con altri tipi di idioma, può essere controversa, e i verdetti inconsistenti e/o incoerenti. L'inglese e il serbo-croato sono un valido esempio. Sia l'inglese sia il serbo-croato hanno due varianti principali (inglese britannico e inglese americano, serbo e croato, rispettivamente), insieme ad altre varianti minori. Per ragioni politiche, la scelta di classificare queste varietà come "lingue" o "dialetti" porta a risultati inconsistenti e/o contrastanti: inglese britannico ed inglese americano, parlati da stretti alleati politici e militari, sono quasi universalmente considerate varianti di una lingua unica, mentre le lingue standard di Serbia e Croazia, le cui differenze sono del tutto paragonabili a quelle tra le varianti dell'inglese, sono considerate da molti linguisti della regione come lingue distinte.

Gli esempi paralleli abbondano. In Libano i "Guardiani dei Cedri", un partito politico di destra fortemente nazionalista (principalmente cristiano) che si oppone ai legami del paese col mondo arabo, sostiene che il "libanese" debba essere riconosciuto come lingua separata dall'arabo e ha finanche premuto per sostituire l'alfabeto arabo con l'antico alfabeto fenicio. In Spagna, il catalano e il valenziano vengono ufficialmente trattati come idiomi distinti dagli statuti delle regioni di Catalogna e Comunità Valenzana, sebbene persino la stessa Accademia valenzana della lingua (istituzione che regolamenta l'uso del valenziano) consideri quest'ultimo come varietà del catalano, analogamente al mondo accademico e all'Istituto di Studi Catalani. L'Accademia della lingua valenziana descrive una "lingua pluricentrica" - cioè con un continuum linguistico-dialettale sottoposto a norme (specialmente nel campo della regolamentazione fonetica) parzialmente differenti (come è il caso del fiammingo e l'olandese). Ciononostante, esiste nella Comunità Valenzana un diffuso movimento (il blaverismo) che nega l'unità della lingua e afferma che il valenziano è, non solo giuridicamente, ma anche linguisticamente una lingua differente, distinta e separata dal catalano. Altro esempio è il moldavo: tale lingua non esisteva prima del 1945 e la comunità linguistica internazionale resta scettica sulla sua classificazione. Dopo l'annessione da parte dell'Unione Sovietica della provincia rumena Bessarabia, successivamente ribattezzata Moldavia, fu imposto l'alfabeto cirillico per la scrittura del rumeno, e numerose parole slave furono importate nella lingua, nel tentativo di indebolire qualsiasi senso di identità nazionale condivisa con la Romania. Dopo che la Moldavia ottenne l'indipendenza nel 1991 (e cambiò nome in Moldova), tornò a un alfabeto latino modificato, come rifiuto delle connotazioni politiche dell'alfabeto cirillico. Nel 1996, però, il parlamento moldavo, citando timori di "espansionismo rumeno", rifiutò una proposta del presidente Mircea Snegur di ritornare al nome di lingua romena, e nel 2003 fu pubblicato un dizionario "rumeno-moldavo" , con l'intento di dimostrare che i due paesi parlassero lingue diverse. I linguisti dell'Accademia Rumena reagirono dichiarando che tutte le parole moldave erano anche parole rumene. Anche in Moldavia, il presidente dell'Istituto di Linguistica dell'Accademia delle Scienze, Ion Bărbuţă, descrisse il dizionario come un'"assurdità" con motivazioni politiche. In contrasto, le lingue parlate del Cinese Han sono usualmente denotate come dialetti (talvolta addirittura nel senso stretto di "variante") di una lingua cinese, per promuovere l'unità nazionale, benché non siano tra loro mutuamente intelligibili senza un'adeguata istruzione o esperienza verbale.

Il significato dei fattori politici in un qualsiasi tentativo di rispondere alla domanda "Che cos'è una lingua?" è abbastanza grande da mettere in dubbio la possibilità di una definizione strettamente linguistica, senza un approccio socioculturale. Questo è illustrato dalla frequenza con cui l'aforisma discusso precedentemente dell'esercito e della marina viene citato.

Il punto di vista della linguistica storica[modifica | modifica wikitesto]

Molti linguisti storici considerano ogni forma verbale come un dialetto del mezzo di comunicazione più antico da cui si è sviluppata. Questa prospettiva vede le lingue neolatine moderne come dialetti del latino, il greco moderno come dialetto del greco antico, e il pidgin Tok Pisin come dialetto dell'inglese.

Questo paradigma non è esente da problemi. Mette al primo posto le relazioni tassonomiche; i "dialetti" di una "lingua" (che può essere a sua volta un "dialetto" di una "lingua" più antica) potrebbero essere mutuamente intelligibili o meno. Inoltre, una lingua genitrice potrebbe dar luogo a parecchi "dialetti" che a loro volta si suddividono numerose volte, e alcuni "rami" dell'albero cambiano più rapidamente di altri. Ciò può dare origine alla situazione dove due dialetti (definiti secondo questo paradigma) con una relazione genetica alquanto lontana sono più facilmente comprensibili l'uno con l'altro di dialetti più strettamente imparentati. Questo schema è chiaramente presente nelle lingue neolatine, dove l'italiano e lo spagnolo hanno un grado elevato di mutua comprensibilità, che nessuno dei due condivide con il francese, nonostante ciascuna delle due lingue sia tassonomicamente più vicina al francese che all'altra. Il francese ha subito cambiamenti più rapidi dello spagnolo o dell'italiano.

Criterio di mutua intelligibilità[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni hanno tentato di distinguere i dialetti dalle lingue dicendo che i dialetti sono mutuamente comprensibili mentre le lingue no. Ma questo concetto è meno nitido di quanto possa sembrare. I parlanti dell'italiano e dello spagnolo, ad esempio, potrebbero riuscire a comprendere una porzione considerevole dell'altra lingua, mentre i parlanti del lombardo e del siciliano, due dialetti che per molto tempo sono stati propagandati (fra tanti altri) come varianti dell'italiano, possono incontrare barriere grandissime alla mutua comprensione, decisamente ardue per parlanti che si accingono all'altro dialetto senza averlo potuto ascoltare per sufficiente tempo, se non addirittura decisamente insuperabili per parlanti con istruzione medio-bassa. In generale comunque in Italia l'apprendimento di un "dialetto" diverso dal proprio passa sempre per una qualche forma di progressiva istruzione impartita oralmente, tipicamente in lingua italiana in quanto assai spesso unico idioma comune (anche se, è bene ribadirlo, parlato spesso sotto forma di diverse varianti, i cosiddetti "Italiani Regionali").

Status di lingua o dialetto nelle pagine della Wikipedia in lingua italiana[modifica | modifica wikitesto]

Circa il problema del discrimine tra "lingue" e "dialetti", la Wikipedia in lingua italiana adotta come criterio di distinzione le modifiche di standardizzazione ISO 639-1, ISO 639-2 e ISO 639-3, definendo "lingue" gli idiomi in qualche modo ascrivibili alle "lingue" riconosciute in queste codifiche (ossia quelle a cui è assegnato un codice), e definendo "dialetti" tutti gli altri idiomi. Per effetto di tale sistema di classificazione tutte le "lingue" del territorio italiano riconosciute come tali dallo stato italiano vengono indicate con lo stesso appellativo di lingua perché sono tutte anche individuate negli standard ISO sopraindicati; tuttavia tale appellativo è esteso anche a vari altri idiomi d'Italia, politicamente riconosciuti come "dialetti" ma indicati nella Wikipedia in italiano con l'appellativo di "lingua" perché anche essi individuabili negli standard ISO (ad esempio il veneto, il napoletano e il siciliano).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Voce dotta, ripresa dal lat. tardo dĭălectŏs, s. f., "dialetto", prestito dal greco διάλεκτος, letteralmente "colloquio, parlare ordinario, lingua, pronuncia particolare, dialetto".
  2. ^ Dizionario di linguistica, dialetto.
  3. ^ Dizionario di linguistica, s.v. dialetto.
  4. ^ Carla Marcato, Dialetto, dialetti e italiano, Il Mulino, Bologna, 2002, pag. 20 cfr. Manualetto di linguistica italiana, Zanichelli, Bologna, 1996, pag. 171
  5. ^ Anche se l'inglese "dialect" viene usato anche per far riferimento a quello che viene a volte chiamato "socioletto"
  6. ^ Carla Marcato, Dialetto, dialetti e italiano, Il Mulino, Bologna, 2002, pag. 20 cfr. Manualetto di linguistica italiana, Zanichelli, Bologna, 1996, pag. 171
  7. ^ Carla Marcato, guida allo studio dei dialetti, Clep, Padova, 2011, pag. 11
  8. ^ Carla Marcato, Dialetto, dialetti e italiano, Il Mulino, Bologna, 2002, pag 20
  9. ^ Carla Marcato, guida allo studio dei dialetti, Clep, Padova, 2011, pag. 12
  10. ^ Manuale di linguistica e filologia romanza, Lorenzo Renzi e Alvise Andreose, Il Mulino, Bologna, 2003, pag. 50
  11. ^ Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Laterza, Roma-Bari, 2009, pagg. 4-5
  12. ^ Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Laterza, Roma-Bari, 2009, pagg. 4-5
  13. ^ Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Laterza, Roma-Bari, 2009, pagg. 4-5
  14. ^ Il vohabolario degli ultras viola. Un revival del vernacolo fiorentino? Aspetti linguistici, semiotici e semantici della tifoseria calcistica fiorentina, L'Italia Dialettale - 2013
  15. ^ I poeti della curva. Un’analisi sociolinguistica degli striscioni allo stadio, Aracne- 2010
  16. ^ Legge n. 482 del 15 dicembre 1999 e regolamento attuativo DPR n. 345 del 2 maggio 2001
  17. ^ A. Martinet, Eléments de linguistique générale, Colin, Paris, 1960, traduzione La Terza, Bari, 1971 pag. 172
  18. ^ Dictionnaire de l'Académie française, quatrième édition Version informatisée
  19. ^ Manuale di linguistica e filologia romanza, Lorenzo Renzi e Alvise Andreose, Il Mulino, Bologna, 2003, pagg. 44-45
  20. ^ Manuale di linguistica e filologia romanza, Lorenzo Renzi e Alvise Andreose, Il Mulino, Bologna, 2003, pag. 50
  21. ^ Vernacolo: Definizione e significato di Vernacolo – Dizionario italiano – Corriere.it
  22. ^
    (YI)

    « פֿאַר אַ יאָרן האָבן מיר אין דער ד״ר צמח שאַבאַד־אַספּיראַנטור געהאַט אַ קורס פֿון צוואַנציק לעקציעס אויף דער טעמע׃ „פּראָבלעמען אין דער געשיכטע פֿון דער ייִדישער שפּראַך“. צווישן די צוהערערס איז איין מאָל אױך אַרײַנגעפֿאַלן אַ לערער פֿון אַ בראָנקסער הײַסקול. ער איז געקומען קײן אַמעריקע ווי אַ קינד און האָט פֿאַר דער גאַנצער צײַט קײן מאָל ניט געהערט, אַז ייִדיש האָט אַ געשיכטע און קען דינען פֿאַר העכערע ענינים אויך. ווי אַזוי ער איז פֿון דער אַספּיראַנטור פֿון ייִוואָ געווויר געוואָרן ווייס איך ניט, נאָר פֿון יעמאָלט אָן האָט ער שוין גענומען קומען. איין מאָל נאָך אַ לעקציע גייט ער צו צו מיר און פֿרעגט׃ „וואָס איז דער חילוק פֿון אַ דיאַלעקט ביז אַ שפּראַך?“ איך האָב געמיינט, אַז עס רופֿט זיך אים דער משׂכּילישער ביטול, און איך האָב אים געפּרוּווט אַרויפֿפֿירן אויפֿן ריכטיקן וועג, נאָר ער האָט מיך איבערגעריסן׃ „דאָס ווייס איך, אָבער איך וועל אײַך געבן אַ בעסערע דעפֿיניציע׃ אַ שפּראַך איז אַ דיאַלעקט מיט אַן אַרמיי און פֿלאָט“. איך האָב זיך יעמאָלט באַלד פֿאַרגעדענקט, אַז די דאָזיקע וווּנדערלעכע פֿאָרמולירונג פֿון דער סאָציאַלער מערכה פֿון ייִדיש מוז איך ברענגען צו אַ גרויסן עולם. »

    (IT)

    « L'anno scorso abbiamo tenuto un ciclo di venti conferenze al Dr. Tsemakh Shabad Jewish Studies Program su 'Problemi nella storia della lingua yiddish'. Un insegnante di una scuola superiore del Bronx è venuto una volta ad ascoltare. [..] dopo una conferenza venne da me e mi chiese, 'Qual è la differenza tra una lingua e un dialetto?' Io ho detto che era una questione di soggettività intellettuale e mi è sembrato che lui sentisse che ciò portava nella giusta direzione, ma lui mi ha interrotto dicendo 'Questo lo so, ma le voglio dare una definizione alternativa. Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina.' Mi ha colpito tanto che ho voluto trasporre questa espressione meravigliosa del periglio sociale dello Yiddish a un grande pubblico. »

    (Max Weinreich, "דער ייִוואָ און די פּראָבלעמען פֿון אונדזער צײַט", ("Der YIVO un di problemen fun undzer tsayt")", YIVO Bletter, vol. 25 nr. 1, Jan-Feb 1945, p.13.)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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