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Dialetto

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In linguistica, il termine dialetto[1] indica, a seconda dell'uso, una varietà di una lingua o una lingua in contrapposizione ad un'altra.[2] Tuttavia, la componente principale per la definizione di dialetto resta quella di "varietà di una lingua".[2]

Accezioni del termine[modifica | modifica wikitesto]

Il termine dialetto non ha significato univoco. Sulla difficoltà di definizione di "dialetto" si confronti il Dizionario di linguistica (pg. 229, a cura di Gian Luigi Beccaria, alla voce dialetto), dove è detto che "non esiste un valore semantico univoco ed assolutamente non ambiguo [di questo termine], né a livello di uso comune, né a livello vocabolaristico, né a livello di impiego scientifico." In generale, al termine si riconoscono due diverse accezioni: varietà di una lingua e lingua contrapposta ad un altra.

Dialetto come varietà di una lingua[modifica | modifica wikitesto]

La prima definisce una varietà della lingua nazionale, di un sistema, di un continuum linguistico geografico (è il caso dei dialects dell’inglese americano, che condividono gli stessi caratteri strutturali e la stessa storia della lingua nazionale).[3] Secondo questa definizione, la più diffusa nei paesi anglosassoni[4], il termine dialetto è riferito ad una precisa famiglia linguistica ed eventualmente relazionato alla "forma linguistica di riferimento" o standard (o koinè); e talune famiglie possono presentare più di una forma 'standard' (si veda diasistema). In questo senso è lecito parlare di "dialetto di una lingua" o "dialetto di un continuum linguistico o dialettale" poiché equivale a parlare di una varietà linguistica intelligibile con le altre del gruppo a cui è ascritta.

Dialetto come lingua contrapposta a quella nazionale[modifica | modifica wikitesto]

La seconda accezione, di derivazione greco-antica, identifica una lingua autonoma rispetto alla lingua nazionale, che ha caratteri strutturali e una storia distinti da quelli della lingua nazionale.[5] In questo caso il dialetto viene considerato come qualsiasi lingua con una propria caratterizzazione territoriale, ma privo di rilevanza politica o prestigio letterario; dal punto di vista della linguistica descrittiva e della filologia prescinde qualsiasi legame di dipendenza, subordinazione o appartenenza con la lingua ufficiale (o con le lingue ufficiali) vigente nel suo territorio di pertinenza, quantunque tra dialetto e lingua ufficiale possano esistere notevoli parentele e somiglianze. Questa seconda accezione è adottata da alcuni linguisti italiani ed è implicitamente prevalente nella tradizione politica europea[senza fonte] e italiana, dove numerosissime lingue locali sono chiamate dialetti nonostante non derivino né dipendano dalla lingua ufficiale con la quale possono non essere neppure mutualmente intelligibili.

Lingue e dialetti[modifica | modifica wikitesto]

Non esistono criteri scientifici o universalmente accettati per discriminare casi in cui due varietà linguistiche debbano considerarsi due "lingue" diverse o due "dialetti" (nel senso di "varietà") di una stessa lingua.[6] Lo stesso Bloomfield scrisse che la distinzione è di natura puramente relativa.[7] Inoltre, i termini stessi "dialetto", come accennato sopra, e "lingua" non possiedono una definizione univoca (vedere la sezione Lingue e varietà per una formalizzazione del concetto "lingua"). Anche se esistono alcuni criteri discriminatori, questi danno spesso risultati contraddittori a seconda di quale paradigma teorico si tenga in considerazione. La distinzione esatta è pertanto soggettiva, e dipende dal proprio sistema di riferimento.

La soggettività e le difficoltà che si incontrano nello stabilire confini linguistici tra lingue e varietà è illustrata dal celebre aforisma "Una lingua è un dialetto con un esercito ed una marina", usualmente attribuito al linguista lituano Max Weinreich. L'aforisma espone in maniera succinta il fatto che la distinzione fra lingua e dialetto è di natura politica, più che linguistica. Ancora è stato detto che una lingua è "un dialetto che ha fatto carriera."[8]

Criterio di mutua intelligibilità[modifica | modifica wikitesto]

Uno dei criteri proposti per distinguere dialetti di una stessa lingua da lingue diverse è quello di mutua intelligibilità. Due varietà sono mutualmente intelligibili quando due parlanti di due varietà diverse possono capirsi parlando ognuno la propria. Tuttavia questo criterio ha vari problemi.[9]

Uno riguarda i casi in cui ci sia un continuum dialettale: parlanti di varietà geograficamente vicine possono comprendersi facilmente, ma parlanti di varietà distanti hanno sempre più problemi a capirsi al crescere della distanza fino a diventare reciprocamente non intelligibili. Questa situazione è comune tra le lingue del mondo.[10] Un secondo problema riguarda proprio la parola "mutua": in molti casi si ha una asimmetria nella comprensione, cioè il parlante di una varietà capisce bene il parlante di un'altra ma non viceversa. Questo scenario è tipico quando una delle due varietà è una lingua standard ed è probabile che anche i parlanti della varietà non standard sia stati ripetutamente esposti alla lingua standard.[9]

Fattori politici[modifica | modifica wikitesto]

A causa della politica e dell'ideologia, la classificazione delle diverse parlate come dialetti o lingue e il loro rapporto con altri tipi di idioma, può essere controversa, e i verdetti inconsistenti e/o incoerenti. L'inglese e il serbo-croato sono un valido esempio. Sia l'inglese sia il serbo-croato hanno due varianti principali (inglese britannico e inglese americano, serbo e croato, rispettivamente), insieme ad altre varianti minori. Per ragioni politiche, la scelta di classificare queste varietà come "lingue" o "dialetti" porta a risultati inconsistenti e/o contrastanti: inglese britannico ed inglese americano, parlati da stretti alleati politici e militari, sono quasi universalmente considerate varianti di una lingua unica, mentre le lingue standard di Serbia e Croazia, le cui differenze sono del tutto paragonabili a quelle tra le varianti dell'inglese, sono considerate da molti linguisti della regione come lingue distinte.

Gli esempi paralleli abbondano. In Libano i "Guardiani dei Cedri", un partito politico di destra fortemente nazionalista (principalmente cristiano) che si oppone ai legami del paese col mondo arabo, sostiene che il "libanese" debba essere riconosciuto come lingua separata dall'arabo e ha finanche premuto per sostituire l'alfabeto arabo con l'antico alfabeto fenicio. In Spagna, il catalano e il valenziano vengono ufficialmente trattati come idiomi distinti dagli statuti delle regioni di Catalogna e Comunità Valenzana, sebbene persino la stessa Accademia valenzana della lingua (istituzione che regolamenta l'uso del valenziano) consideri quest'ultimo come varietà del catalano, analogamente al mondo accademico e all'Istituto di Studi Catalani. L'Accademia della lingua valenziana descrive una "lingua pluricentrica" - cioè con un continuum linguistico-dialettale sottoposto a norme (specialmente nel campo della regolamentazione fonetica) parzialmente differenti (come è il caso del fiammingo e l'olandese). Ciononostante, esiste nella Comunità Valenzana un diffuso movimento (il blaverismo) che nega l'unità della lingua e afferma che il valenziano è, non solo giuridicamente, ma anche linguisticamente una lingua differente, distinta e separata dal catalano. Altro esempio è il moldavo: tale lingua non esisteva prima del 1945 e la comunità linguistica internazionale resta scettica sulla sua classificazione. Dopo l'annessione da parte dell'Unione Sovietica della provincia rumena Bessarabia, successivamente ribattezzata Moldavia, fu imposto l'alfabeto cirillico per la scrittura del rumeno, e numerose parole slave furono importate nella lingua, nel tentativo di indebolire qualsiasi senso di identità nazionale condivisa con la Romania. Dopo che la Moldavia ottenne l'indipendenza nel 1991 (e cambiò nome in Moldova), tornò a un alfabeto latino modificato, come rifiuto delle connotazioni politiche dell'alfabeto cirillico. Nel 1996, però, il parlamento moldavo, citando timori di "espansionismo rumeno", rifiutò una proposta del presidente Mircea Snegur di ritornare al nome di lingua romena, e nel 2003 fu pubblicato un dizionario "rumeno-moldavo" , con l'intento di dimostrare che i due paesi parlassero lingue diverse. I linguisti dell'Accademia Rumena reagirono dichiarando che tutte le parole moldave erano anche parole rumene. Anche in Moldavia, il presidente dell'Istituto di Linguistica dell'Accademia delle Scienze, Ion Bărbuţă, descrisse il dizionario come un'"assurdità" con motivazioni politiche. In contrasto, le lingue parlate del Cinese Han sono usualmente denotate come dialetti (talvolta addirittura nel senso stretto di "variante") di una lingua cinese, per promuovere l'unità nazionale, benché non siano tra loro mutuamente intelligibili senza un'adeguata istruzione o esperienza verbale.

Il significato dei fattori politici in un qualsiasi tentativo di rispondere alla domanda "Che cos'è una lingua?" è abbastanza grande da mettere in dubbio la possibilità di una definizione strettamente linguistica, senza un approccio socioculturale. Questo è illustrato dalla frequenza con cui l'aforisma discusso precedentemente dell'esercito e della marina viene citato.

Il punto di vista della linguistica storica[modifica | modifica wikitesto]

Molti linguisti storici considerano ogni forma verbale come un dialetto del mezzo di comunicazione più antico da cui si è sviluppata. Questa prospettiva vede le lingue neolatine moderne come dialetti del latino, il greco moderno come dialetto del greco antico, e il pidgin Tok Pisin come dialetto dell'inglese.

Questo paradigma non è esente da problemi. Mette al primo posto le relazioni tassonomiche; i "dialetti" di una "lingua" (che può essere a sua volta un "dialetto" di una "lingua" più antica) potrebbero essere mutuamente intelligibili o meno. Inoltre, una lingua genitrice potrebbe dar luogo a parecchi "dialetti" che a loro volta si suddividono numerose volte, e alcuni "rami" dell'albero cambiano più rapidamente di altri. Ciò può dare origine alla situazione dove due dialetti (definiti secondo questo paradigma) con una relazione genetica alquanto lontana sono più facilmente comprensibili l'uno con l'altro di dialetti più strettamente imparentati. Questo schema è chiaramente presente nelle lingue neolatine, dove l'italiano e lo spagnolo hanno un grado elevato di mutua comprensibilità, che nessuno dei due condivide con il francese, nonostante ciascuna delle due lingue sia tassonomicamente più vicina al francese che all'altra. Il francese ha subito cambiamenti più rapidi dello spagnolo o dell'italiano.

Lingua vernacolare[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua vernacolare.

Il termine vernacolo, spesso usato come sinonimo di dialetto, indica più precisamente la lingua vernacolare, una parlata limitata a una precisa zona geografica, usata specificatamente dal popolo, e si differenzia dal dialetto, che ha una copertura geografica e un uso sociale più vasti.[11]

Il termine "dialetto" nel mondo[modifica | modifica wikitesto]

In Italia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Lingue parlate in Italia.

In Italia (paese nel quale è errata qualunque ipotesi di monolinguismo a causa delle numerose parlate presenti accanto all’italiano unitario) il termine dialetto viene utilizzato abitualmente per indicare tutte le lingue romanze presenti sul territorio ad esclusione dell'italiano.

Alcuni idiomi storici (romanzi e no) sono identificati come lingue minoritarie proprie delle minoranze linguistiche storiche riconosciute dallo Stato, collegate a un'area storica precisa (per esempio friulano, sardo, catalano e varie altre) dove godrebbero del pieno diritto all'insegnamento (finanziato dallo Stato) e all'uso nella comunicazione pubblica, potendo inoltre raggiungere con l'emanazione di apposite norme lo stato di sostanziale coufficialità con l'italiano nell'area amministrativa di pertinenza [12]. Queste lingue minoritarie in genere non vengono mai chiamate dialetti, se non per ragioni ideologiche o come residuo di vecchie consuetudini, e la stessa legislazione (statale e regionale) per identificare sottovarianti interne a queste "lingue" preferisce sempre il termine "variante" (e suoi corrispettivi nelle lingue in questione) a scapito del termine "dialetto".

Ovviamente tale distinzione fatta tra lingue minoritarie e i restanti dialetti non si basa, se non solo in parte, su criteri linguistici quanto piuttosto su riconoscimenti di carattere storico-politico: sia le lingue minoritarie sia la gran parte dei dialetti d'Italia sono idiomi tra loro linguisticamente indipendenti e spesso non intercomprensibili, e non sono varianti dell'italiano benché in varie situazioni abbiano con esso particolari rapporti di convivenza e di identificazione (si veda, sotto, Diglossia). Sono infatti vere varietà della lingua italiana solo le parlate toscane e una parte ristretta delle parlate del Lazio (come il romanesco), oltre naturalmente alle varie forme di italiano regionale, che risentono dell'influsso della lingua minoritaria o del dialetto locali specie negli aspetti prosodici e, in parte, nel lessico e nella sintassi.

In Francia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Lingue della Francia.

In Francia si utilizza il termine patois per indicare tutte le lingue non standard locali derivate dal latino e opposte al francese. Il sostantivo, che designa la prima forma linguistica appresa in famiglia e nella quale per lo più ci si esprime nel contesto domestico[13], viene utilizzato con significato analogo a quello di dialetto in Italia. Anch’esso veicola giudizi di valore sulla contrapposizione tra ambiente rurale ed urbano o cultura e arretratezza, così come avviene nell’uso comune italiano. Altri significati sono quelli di idioma di una o più località rurali o varietà di un dialetto impiegato in una particolare contrada[14] (e non dunque di vaste aree come l’Occitania). “Patois” è stato però applicato erroneamente a varietà indipendenti dal francese, quali quelle occitane e francoprovenzali, a lungo connotate negativamente come “cattivo francese”. Ciò si è verificato in quanto la lingua francese standard, derivante dal patois dell’Île-de-France (il franciano irradiato da Parigi) gode da secoli di prestigio letterario in un paese nel quale sono mancate, in forma estesa, forti resistenze al potere centrale. Ma è dal XIX secolo che la pressione costante del francese si è imposta in tutti gli aspetti della società, riducendo le altre parlate antiche (piccardo, normanno, vallone, champenois, borgognone e lorenese, definite congiuntamente come lingua d'oïl nel Medioevo) a patois rustici relegati all’uso familiare [15].

La Francia ha tuttavia riconosciuto lo status di lingua al còrso insegnato come seconda lingua opzionale nelle scuole, sebbene non vi sia una forma standard normata: in Corsica si distinguono infatti varietà dette "ultramontane" e "cismontane"[16] di tipo toscano.

In Svizzera[modifica | modifica wikitesto]

Nella Svizzera italiana e in quella romanda si ricorre rispettivamente ai termini dialetto e patois per designare le lingue lombarda e francoprovenzale con relative varietà locali, analogamente a quanto avviene in Italia e Francia. Tali idiomi non godono infatti di alcun riconoscimento giuridico, al contrario di un’altra lingua regionale quale il romancio e delle tre più diffuse (tedesco, francese e italiano).

Nella Svizzera tedesca non vi è invece stigmatizzazione culturale nei confronti delle varianti alemanne, forme di dialetto (Dialekte) della lingua tedesca che sono state denominate svizzero tedesco per differenziazione rispetto al tedesco standard. Dalla metà del Novecento l’alemanno è infatti ampiamente diffuso in ogni aspetto della società, nei mass media e nel mondo dello spettacolo e dunque è utilizzato in ogni registro linguistico e in ogni situazione della vita quotidiana, a differenza di quanto avviene in Germania e Austria con le altre varietà locali. Il fenomeno è dovuto ad una reazione al pangermanesimo di fine XIX secolo e al nazionalsocialismo del XX secolo provenienti dalla Germania.

Status di lingua o dialetto nelle pagine della Wikipedia in lingua italiana[modifica | modifica wikitesto]

Circa il problema del discrimine tra "lingue" e "dialetti", la Wikipedia in lingua italiana adotta come criterio di distinzione le modifiche di standardizzazione ISO 639-1, ISO 639-2 e ISO 639-3, definendo "lingue" gli idiomi in qualche modo ascrivibili alle "lingue" riconosciute in queste codifiche (ossia quelle a cui è assegnato un codice), e definendo "dialetti" tutti gli altri idiomi. Per effetto di tale sistema di classificazione tutte le "lingue" del territorio italiano riconosciute come tali dallo stato italiano vengono indicate con lo stesso appellativo di lingua perché sono tutte anche individuate negli standard ISO sopraindicati; tuttavia tale appellativo è esteso anche a vari altri idiomi d'Italia, politicamente riconosciuti come "dialetti" ma indicati nella Wikipedia in italiano con l'appellativo di "lingua" perché anch'essi individuabili negli standard ISO (ad esempio il veneto, il napoletano e il siciliano).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Voce dotta, ripresa dal lat. tardo dialectos, s. f., "dialetto", prestito dal greco διάλεκτος, diálektos (Beccaria 2004, s.v. "dialetto").
  2. ^ a b Beccaria 2004,  s.v "dialetto". Sono anche riportati i seguenti significati: lingua di una singola località; lingua di un territorio più vasto di questa.
  3. ^ Marcato 2002,  p. 20; cfr. Dardano 1996,  p. 171.
  4. ^ Anche se l'inglese "dialect" viene usato anche per far riferimento a quello che viene a volte chiamato "socioletto"
  5. ^ Carla Marcato, Dialetto, dialetti e italiano, Il Mulino, Bologna, 2002, pag. 20 cfr. Manualetto di linguistica italiana, Zanichelli, Bologna, 1996, pag. 171
  6. ^ Cysouw e Good 2013, p. 331.
  7. ^ "[M]ost linguists have accepted it [the distinction] as a practical device, while recognizing, with Bloomfield, "the purely relative nature of the distinction" (1933:54)." (Haugen 1966, p. 922). [La maggior parte dei linguisti l'hanno accettata [la distinzione] come strumento pratico, riconoscendone allo stesso tempo "la sua natura puramente relativa".]
  8. ^ Berruto, Fondamenti di sociolinguistica, citato in Gobber 2006, p. 33.
  9. ^ a b Genetti 2014, pp. 12–15.
  10. ^ Genetti 2014, pp. 12.
  11. ^ Vernacolo: Definizione e significato di Vernacolo – Dizionario italiano – Corriere.it
  12. ^ Legge n. 482 del 15 dicembre 1999 e regolamento attuativo DPR n. 345 del 2 maggio 2001
  13. ^ A. Martinet, Eléments de linguistique générale, Colin, Paris, 1960, traduzione La Terza, Bari, 1971 pag. 172
  14. ^ Dictionnaire de l'Académie française, quatrième édition Version informatisée
  15. ^ Manuale di linguistica e filologia romanza, Lorenzo Renzi e Alvise Andreose, Il Mulino, Bologna, 2003, pagg. 44-45
  16. ^ Manuale di linguistica e filologia romanza, Lorenzo Renzi e Alvise Andreose, Il Mulino, Bologna, 2003, pag. 50

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Beccaria, Gian Luigi (a cura di), Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, 2004.
  • Bloomfield, Leonard, Language, New York, Holt, 1933.
  • Manlio Cortelazzo, Carla Marcato, Dizionario etimologico dei dialetti italiani, Utet, 2005.
  • Manlio Cortelazzo (a cura di), Profilo dei dialetti italiani, edizioni Pacini (opera in più volumi)
  • (EN) Cysouw, Michael e Good, Jeff, Languoid, doculect, and glossonym: Formalizing the notion 'language' in Language Documentation and Conservation, vol. 7, 2013, pp. 331–359.
  • Dardano, Maurizio, Manualetto di linguistica italiana, Bologna, Zanichelli, 1996.
  • Tullio De Mauro, Paolo D'Achille, Lucia Lorenzetti, Le lingue der monno, Aracne editrice, 2007.
  • Tullio De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Laterza, 2008.
  • Antonio Fappani, Antonio Gatti, Nuova antologia del dialetto. Poesie / Dalle origini ai primi del '900 (vol. 1), Fondazione Civiltà Bresciana, 1999.
  • Genetti, Carol, How languages work. An introduction to language and linguistics, Cambridge, Cambridge University Press, 2014.
  • Erminio Girardi, "Dizionario dialettale dei vocaboli Bassopolesani", La Grafica, 1991
  • Gobber, Giovanni, Capitoli di linguistica generale, Milano, Pubblicazioni dell'I.S.U. Università Cattolica, 2006.
  • (EN) Haugen, Einar, Dialect, Language, Nation in American Anthropologist, vol. 68.4, 1966, pp. 922–935.
  • Marcato, Carla, Dialetto, dialetti e italiano, Bologna, il Mulino, 2002.
  • Pier Paolo Pasolini, Mario Dell'Arco, La poesia dialettale del Novecento, Einaudi, 1995.

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