Canaletto

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Giovanni Antonio Canal

Giovanni Antonio Canal, meglio conosciuto come il Canaletto (Venezia, 17 o 18 ottobre 1697Venezia, 19 aprile 1768), è stato un pittore e incisore italiano, noto soprattutto come vedutista.

I suoi quadri, oltre a unire nella rappresentazione topografica architettura e natura, risultavano dall'attenta resa atmosferica, dalla scelta di precise condizioni di luce per ogni particolare momento della giornata e da un'indagine condotta con criteri di scientifica oggettività, in concomitanza col maggiore momento di diffusione delle idee razionalistiche dell'Illuminismo. Insistendo sul valore matematico della prospettiva, l'artista, per dipingere le sue opere si avvaleva talvolta della camera ottica.

La vita[modifica | modifica sorgente]

Nascita e formazione[modifica | modifica sorgente]

Nacque a Venezia da Bernardo quondam Cesare Canal e Artemisia Barbieri. Esisteva una famiglia Canal ascritta al patriziato, ma quasi certamente non aveva legami con quella di Giovanni Antonio che, comunque, era di estrazione benestante[1].

Il soprannome "Canaletto" gli venne dato per distinguerlo dal padre, che era pure pittore (di scenografie teatrali), o forse per la bassa statura[1]. Sarà proprio attraverso il padre che il giovane Giovanni Antonio viene avviato alla pittura. Così come il padre, anche il fratello maggiore, Cristoforo, si occupa della pittura di fondali per il teatro. Antonio comincia così a collaborare con il padre e il fratello e le prime commissioni, nel 1716, riguardano la realizzazione dei fondali per alcune opere di Antonio Vivaldi.

Tra il 1718 e il 1720 il giovane si trasferisce, insieme a Bernardo e a Cristoforo, a Roma per realizzare le scene di due drammi teatrali di Alessandro Scarlatti. Il viaggio a Roma è decisivo per Giovanni Antonio Canal in quanto proprio a Roma ha i primi contatti con i pittori vedutisti. In particolare, i suoi modelli di riferimento sono tre importanti artisti che si cimentarono con il genere della veduta: il primo è Viviano Codazzi, che Antonio non può conoscere da vivo in quanto scomparso nel 1670, il secondo è Giovanni Paolo Pannini, famoso per le sue vedute fantastiche, molte delle quali ispirate alle antichità romane, e il terzo è Gaspar van Wittel, olandese, considerato tra i padri del vedutismo. Non è però possibile attribuire un peso più o meno importante a ognuno dei tre: certo è che il giovane Canal prende notevoli spunti e suggestioni dalle opere dei succitati artisti e nel frattempo continua a perfezionare la sua tecnica. Agli anni del soggiorno a Roma risalgono le prime opere a lui attribuite (benché non ci sia grande certezza): la Santa Maria d'Aracoeli e il Campidoglio e il Tempio di Antonino e Faustina, opere in cui Giovanni Antonio Canal comincia a prendere confidenza con il genere della veduta, come si vede dalla non impeccabile resa prospettica.

Piazza San Marco (1723 circa, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza)

Le prime importanti committenze a Venezia[modifica | modifica sorgente]

Tornato nella città natale, il Canaletto stringe contatti con i vedutisti veneziani, tra i quali spiccavano i nomi di Luca Carlevarijs e di Marco Ricci e comincia a dedicarsi a tempo pieno alla pittura di vedute: ai primi anni venti del Settecento risalgono quattro importanti opere che entrarono poi a far parte delle collezioni dei reali del Liechtenstein: il Canal Grande verso il ponte di Rialto, dipinto giocato sui contrasti tra luce e ombra, il Bacino di San Marco dalla Giudecca, una Piazza San Marco che rappresenta una delle prime realizzazioni della piazza che sarà poi uno dei soggetti preferiti del Canaletto, e il Rio dei Mendicanti, interessante in quanto opera raffigurante un rione popolare, nel quale viveva un suo parente Gaspare di Francesco da Canal che sposerà nel 1709 Anzola del Pio Loco della Pietà, un'allieva di Antonio Vivaldi. Al 1723 risalgono le prime due opere firmate e la cui data è certa: sono due Capricci, ossia raffigurazioni di elementi tratti dalla realtà insieme a elementi di fantasia, ambedue attualmente conservati in collezioni private.

Il canal Grande verso Rialto (1723 circa, Venezia, Museo del Settecento Veneziano)

Grazie alla sua notevole abilità e alla sua tecnica che nel giro di pochi anni aveva fatto grandi progressi, il Canaletto riesce in breve tempo a diventare uno dei pittori più affermati di Venezia, e, nel corso della seconda metà degli anni venti, per lui le committenze cominciano ad aumentare. Uno dei primi importanti committenti è il mercante lucchese Stefano Conti, che attraverso la mediazione del pittore Alessandro Marchesini, fa realizzare al Canaletto quattro opere, tra le quali una veduta di Campo Santi Giovanni e Paolo. Al 1727 risale invece la prima composizione a carattere celebrativo dell'artista, il Ricevimento dell'ambasciatore francese a Palazzo Ducale, conservata al Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo: è la prima di una lunga serie di opere che, descrivendo le feste della Repubblica di Venezia, riescono a dare un'immagine del lusso e dello splendore delle celebrazioni della Serenissima.

Un altro importante cliente del Canaletto in questi anni è il feldmaresciallo Johann Matthias von der Schulenburg, che prestò anche servizio per la Repubblica di Venezia e ne riformò l'esercito. Appassionato di arte, nella sua residenza di Ca' Loredan sulle rive del Canal Grande raccolse un'importante collezione nella quale figuravano opere di artisti come Raffaello, Correggio, Giorgione, Giulio Romano e altri ancora. Schulenburg commissiona a Giovanni Antonio Canal alcune opere tra le quali una veduta di Corfù, per celebrare la vittoria ottenuta dal tedesco nell'isola greca contro gli Ottomani, e una Riva degli Schiavoni oggi conservata al Sir John Soane's Museum di Londra.

Il Bacino di San Marco verso est (1730 circa, Boston, Museum of Fine Arts)

Molte opere realizzate dal Canaletto durante la prima fase della sua carriera, al contrario delle abitudini del tempo, sono state dipinte "dal vero" (piuttosto che da abbozzi e da studi presi sul luogo per poi essere rielaborati nello studio dell'artista). Alcuni dei suoi lavori tardi tornano a questa abitudine, suggerita dalla tendenza per le figure distanti a essere dipinte come macchie di colore - un effetto prodotto dall'uso della camera oscura, che confonde gli oggetti distanti. I dipinti del Canaletto comunque si distinguono sempre per la loro grande accuratezza.

L'incontro con Joseph Smith[modifica | modifica sorgente]

Acquisita una notevole fama, il Canaletto comincia a essere notato dai committenti inglesi: durante il Settecento Venezia era molto frequentata dai giovani dell'aristocrazia britannica che svolgevano il loro Grand Tour, del quale la città lagunare era una delle tappe preferite. Il Canaletto ebbe i primi contatti con i committenti inglesi tramite l'appoggio di Owen McSwiny, impresario teatrale e mercante d'arte irlandese. Oltre alle vedute, sul finire degli anni venti il Canaletto comincia a cimentarsi con il genere delle rappresentazioni celebrative, tra le quali spicca in questo periodo uno dei capolavori più famosi dell'artista, il Bucintoro al Molo il giorno dell'Ascensione, datato 1729 e oggi conservato a Barnard Castle, in Inghilterra. L'opera raffigura quella che era forse la festa maggiormente sentita da parte dei veneziani, e cioè lo sposalizio del mare, che si teneva ogni anno il giorno dell'Ascensione. Nel dipinto, l'artista raffigura il ritorno del Bucintoro verso Palazzo Ducale, con la grande nave da parata attorniata dalle imbarcazioni del corteo. I dipinti celebrativi del Canaletto sono molto spettacolari e offrono una tangibile testimonianza dello splendore delle celebrazioni della Serenissima, che continuava a cullarsi sui suoi fasti nonostante stesse conoscendo un declino irreversibile, che si sarebbe poi concluso, nel 1797, con la fine della millenaria indipendenza della Repubblica.

Il Bucintoro al Molo il giorno dell'Ascensione (1740 circa, Torino, Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli)

Nel frattempo Giovanni Antonio Canal entra in contatto con Joseph Smith, personaggio che si rivelò poi decisivo per la carriera dell'artista. Smith, ricchissimo collezionista d'arte e poi console britannico a Venezia tra il 1744 e il 1760, diventa il principale intermediario tra il Canaletto e i collezionisti inglesi. Inizialmente Smith fu un cliente del pittore, uno tra i più facoltosi, e quindi durante i primi anni del loro rapporto, il Canaletto realizzò anche per lui alcune opere d'arte, come la Regata sul Canal Grande e un suggestivo Interno di San Marco di notte (uno dei pochi dipinti notturni della produzione dell'artista): sono due opere celebrative, risalenti ai primi anni trenta e oggi conservate nelle collezioni dei reali d'Inghilterra.

Piazza San Marco verso la Basilica (1735 circa, Cambridge (Massachusetts), Fogg Art Museum)

Quindi Smith, dopo essere stato cliente dell'artista, svolge per lui un ruolo di "mecenate" e di intermediario con la ricca clientela inglese: questo anche per facilitare i rapporti, visto che, secondo le fonti dell'epoca, il Canaletto non aveva un carattere particolarmente accogliente. L'attività di Joseph Smith raggiunge il suo culmine durante la seconda metà degli anni trenta: importanti nobili come il Conte di Fitzwilliam, il Duca di Bedford, il Duca di Leeds e il Conte di Carlisle iniziano a richiedere i quadri del Canaletto. A questo periodo risalgono importanti opere come Il doge alla festa di San Rocco, altra opera dal carattere celebrativo, conservata alla National Gallery di Londra, e un'altra veduta di Piazza San Marco, conservata a Cambridge negli Stati Uniti, interessante perché permette un confronto diretto con la veduta che apparteneva ai reali del Liechtenstein e consente così di scoprire i progressi fatti dal Canaletto in circa dieci anni. Altre opere, realizzate per i committenti inglesi, sono la Riva degli Schiavoni verso est, risalente al 1738-40 circa e conservata nei musei del Castello Sforzesco di Milano, una veduta di Piazza San Marco verso sud-est conservata a Washington e una veduta dell'angolo nord-est della principale piazza di Venezia, conservata a Ottawa.

Il trasferimento in Inghilterra[modifica | modifica sorgente]

Veduta del Tamigi e della City da un arco di Westminster Bridge, (1747, collezione privata)

Verso il 1740 il mercato del Canaletto si riduce drasticamente quando la Guerra di successione austriaca (1741-1748) portò a un forte decremento dei visitatori britannici a Venezia. Smith non riusciva più a garantire l'elevato numero dei clienti di un tempo, anche perché ormai tutti i più importanti committenti inglesi che frequentavano Venezia avevano acquistato un elevato numero di opere di Giovanni Antonio Canal. Joseph Smith non era quindi più in grado di garantirgli committenze e nel 1746 il Canaletto decide di trasferirsi a Londra: l'artista scrive una lettera al suo primo "agente", Owen McSwiny pregandolo di introdurlo presso il Duca di Richmond, che tra l'altro era già stato cliente del Canaletto durante gli anni venti.

La rotonda di Ranelagh (1754, Londra, National Gallery)

Il Canaletto comincia quindi a creare i rapporti con i suoi nuovi clienti, tra i quali figuravano il principe boemo Johann Georg Christian von Lobkowitz e il nobile inglese Hugh Percy, futuro Duca di Northumberland. Accolto con iniziale diffidenza, riesce a ricevere comunque diverse commissioni da parte dell'aristocrazia inglese: tra le opere di questi anni si segnala Il Parco di Badminton da Badminton House, del 1748, realizzato per Charles Somerset, quarto duca di Beaufort. Si tratta di un dipinto interessante perché mostra un Canaletto diverso: se infatti l'artista era abituato a dipingere gli scorci urbani di una Venezia ricca di edifici e piena di persone indaffarate, in Inghilterra il Canaletto comincia a raffigurare i tipici paesaggi calmi e privi di architetture complesse della brughiera inglese. Esemplificativi in tal senso sono anche alcuni dipinti come Il castello di Warwick, realizzato per Francis Greville Brooke, futuro duca di Warwick, e alcune vedute del Tamigi, nelle quali il pittore poteva utilizzare gli artifici di cui si serviva per raffigurare i canali e i bacini di Venezia. Interessante è anche un dipinto conservato presso l'Abbazia di Westminster che raffigura l'abbazia stessa con la processione dei cavalieri dell'Ordine del Bagno: si tratta di un dipinto a scopo celebrativo nel quale Giovanni Antonio Canal poteva servirsi della sua esperienza maturata nel dipingere le lussuose feste della Repubblica di Venezia.

Dopo aver interrotto il soggiorno inglese una prima volta nel 1750 e una seconda volta nel 1753, il Canaletto torna a Londra e stringe rapporti con Thomas Hollis, uno dei più importanti committenti del periodo inglese: per lui l'artista dipinge il Ponte di Walton e L'interno della Rotonda di Ranelagh, quest'ultimo uno dei rari interni realizzati dal pittore.

Il ritorno a Venezia e gli ultimi anni[modifica | modifica sorgente]

Il Canaletto torna nella città natale tra il 1756 e il 1757 per non spostarsi più. Le ultime committenze prestigiose sono quelle del mercante tedesco Sigismund Streit e quelle per le "Solennità dogali". Per il primo, un committente molto esigente, l'artista realizza alcuni dipinti tra i quali due suggestivi notturni, la Veglia notturna a San Pietro di Castello e la Veglia notturna all'arzere di Santa Marta, entrambi conservati alla Gemäldegalerie di Berlino ed entrambi risalenti a un periodo collocabile tra il 1758 e il 1763. Sono tra i pochi notturni prodotti da Giovanni Antonio Canal e raffigurano i momenti salienti di due importanti celebrazioni: la gente festosa sulle imbarcazioni e sulle rive è illuminata soltanto dalla luce soffusa della luna. Per le Solennità dogali invece l'artista realizza un ciclo di disegni completati nel 1766.

Piazza San Marco verso est dall'angolo di nord-ovest (1760 circa, Londra, National Gallery)

Durante l'ultima fase della sua carriera, il Canaletto approfondisce il tema del capriccio, già affrontato in gioventù: importante in questo senso è il celeberrimo Capriccio palladiano, conservato presso la Galleria nazionale di Parma e risalente a un periodo compreso tra il 1756 e il 1759: si tratta di una veduta del quartiere di Rialto con il Ponte raffigurato secondo il progetto di Andrea Palladio e con la Basilica Palladiana di Vicenza. L'opera coniuga elementi reali (il quartiere di Rialto) a elementi altrettanto reali ma collocati altrove (la Basilica di Vicenza) e a elementi di fantasia (il Ponte di Rialto secondo il progetto palladiano), e in più è interessante perché permette di vedere come sarebbe stato il quartiere di Rialto se fosse stato scelto il progetto di Andrea Palladio piuttosto che quello di Antonio da Ponte.

Nel 1763 Giovanni Antonio Canal viene nominato socio dell'Accademia Veneziana di Pittura e Scultura, e da questo momento in avanti non si hanno più notizie sicure sulla sua attività: è probabile che abbia continuato a dipingere fino alla sua scomparsa, avvenuta il 19 aprile del 1768, dopo “lungo compassionevole male” – annota il Gradenigo nei Notatori – nella sua casa di Corte della Perina, tuttora esistente, circondato dall'affetto dei famigliari, e venne sepolto nella chiesa di San Lio; a Venezia, la tradizione vuole che la sua tomba si trovi sotto il pavimento della quattrocentesca Cappella Gussoni, nella Chiesa di San Lio (Pelusi, 2007).

Nel frattempo, in questi anni, Joseph Smith vende gran parte della sua collezione al re Giorgio III, che ha così modo di creare la base per la grande collezione di dipinti di Canaletto di proprietà della Royal Collection. Ci sono molti quadri dell'artista in altre collezioni britanniche tra cui la Wallace Collection di Londra, e in più c'è un insieme di una ventina di opere nella Sala da Pranzo della Woburn Abbey, nel Bedfordshire.

Critica[modifica | modifica sorgente]

La fortuna critica del Canaletto ha conosciuto fasi alterne: ci sono stati e ci sono critici che lo apprezzano in modo incondizionato, mentre ci sono altri critici che si sono espressi in modo poco tenero nei suoi confronti. Questo perché secondo alcuni, il Canaletto non sarebbe altro che un "pittore-fotografo", un meccanico riproduttore della realtà circostante (Cottino, 1991).

Il primo a dare un giudizio su di lui è Anton Maria Zanetti, erudito veneziano: in una sua opera del 1733, intitolata Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia e isole circonvicine, Zanetti definisce il Canaletto come pittor di vedute, al quale e nella intelligenza e nel gusto e nella verità, pochi tra gli scorsi e nessuno tra i presenti si può trovar che si accostino. Un altro contemporaneo, Charles de Brosses, dice nelle sue Lettere familiari del 1739 che la specialità di Giovanni Antonio Canal è di dipingere le vedute di Venezia; in questo genere supera tutto ciò che è mai esistito. La sua maniera è luminosa, gaia, viva, trasparente e mirabilmente minuziosa.

Luigi Lanzi nella sua famosa Storia pittorica dell'Italia del 1831, dice che l'artista usa qualche libertà pittoresca, sobriamente però e in modo che il comune degli spettatori vi trova natura e gl'intendenti vi notan arte, arte che secondo Lanzi il Canaletto possedé in grado eminente. L'Ottocento si dimostra il secolo in cui la fortuna critica dell'artista scende ai "minimi storici": l'arte del Canaletto in particolare viene letteralmente stroncata da John Ruskin nella sua opera Modern painters, uscita in quattro edizioni (la prima è del 1843. Ruskin dice: il manierismo del Canaletto è il più degradato che io conosca in tutto il mondo dell'arte. Esercitando la più servile e sciocca imitazione, esso non imita nulla se non la vacuità delle ombre, e ne offre singoli ornamenti architettonici, per quanto esatti e prossimi [...]: si tratta di un piccolo, cattivo pittore.

Niccolò Tommaseo, nella sua opera Bellezza e civiltà del 1857, propone un ritratto singolare del pittore veneziano, cercando di non sbilanciarsi troppo: negar lode a tale artista, vissuto in tempi sì miseri, che quando l'arte periva per ogni dove, aggiunse all'Italia una novella corona, sarebbe ingiustizia; ma soprabbondar nelle lodi, e quello ch'egli toccò, dire il sommo dell'arte, sarebbe stoltezza. Tommaseo conclude dicendo che il Canaletto artista valente, non è che una porzione d'artista: questo perché secondo Tommaseo l'arte è nata non già per essere imitatrice dell'arte [...] ma per illustrare la natura e rinnovarla d'affetto generoso. Tommaseo cerca di riconoscere al Canaletto il merito di essere stato un artista sincero in tempi corrotti, ma comunque sottolinea tutti i limiti della pittura vedutista, in particolar modo delle vedute di architetture (Pelusi, 2007).

Gino Damerini, nella monografia del 1912 dedicata a Francesco Guardi, riconosce la superiorità di quest'ultimo nei confronti del Canaletto: Guardi, infatti, si impadronisce del nostro spirito quando già il nostro spirito trova Canaletto antiquato o soverchiamente rigido.

Più positiva è l'interpretazione di Gino Fogolari, che nell'opera Il Settecento italiano del 1932 dice che nel dar significato alle vedute e nel taglio del quadro e nella prospettiva, è un costruttore, come è un poeta della luce nel rattenerne nelle lontananze tutta la chiarità solare.

A partire dalla seconda metà del Novecento i giudizi sull'arte del Canaletto cominciano a diventare sempre più positivi, a cominciare da quello di Roberto Longhi che nel 1946 lo chiama il grande Antonio Canal. Nel 1967 Pietro Zampetti, nell'opera Vedutisti veneziani del Settecento, descrive il Canaletto come il primo vero vedutista, per via della sua nuova forza e del suo nuovo senso della natura: finalmente nasce la veduta pura, la realtà schietta e sincera, il senso delle cose scrutate nella loro essenza più vera e profonda. Inoltre di recente molti storici dell'arte hanno cominciato a prendere le distanze dalla critica che vede il Canaletto come un "pittore-fotografo": per esempio, nel 1974 André Corboz dice che la supervalutazione del valore "oggettivo" di Canaletto è stata la conseguenza di una mentalità positivista della quale la critica ha da molto tempo sottolineato le insufficienze. La linea che valuta il rigorismo prospettico del Canaletto in chiave positiva ha trovato riscontro anche negli sviluppi più recenti della critica: il rigore di un preciso telaio prospettico, uno spazio liberamente inteso, preciso nei particolari ma non fedele al vero, una pittura sciolta in un soffio di poesia personalissima sono le caratteristiche dell'arte del Canaletto secondo Alessandro Bettagno (Canaletto prima maniera, 2001).

Gérard Genette (The Stonemason's Yard, 2005), individua in Canaletto due livelli: un “primo livello”, quello dei motivi di ammirazione più ovvi e immediati – per esempio, la seduzione principale dell'oggetto dipinto: “bel” paesaggio, modello affascinante – e un secondo, quello che riguarda un oggetto che nulla segnalerebbe all'ammirazione estetica, a priori e indipendentemente dal fatto che il pittore lo riproduce per mezzo del proprio trattamento pittorico. La “secondarietà” specifica, per Genette, che predilige il "Laboratorio dei marmi a San Vidal" al "Ritorno del Bucintoro", dipende dalla secondarietà generale che consiste nel preferire, in ogni caso, agli oggetti immediatamente seducenti ciò che Arthur Danto ha, in una prospettiva diversa, chiamato la “trasfigurazione del banale”, cioè il modo in cui l'arte del pittore si esercita e si manifesta su di un oggetto che l'osservatore profano avrebbe forse giudicato meno degno della sua attenzione e del suo interesse (Pelusi, 2007).

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

  • Il Canaletto è lo zio di Bernardo Bellotto, altro importante pittore vedutista veneziano, anch'egli talvolta noto come "Canaletto".
  • Il prezzo record pagato a un'asta per un Canaletto sono 18,6 milioni di sterline per una Vista di Canal Grande da Palazzo Balbi a Rialto, venduta da Sotheby's a Londra nel luglio del 2005. Il nome del collezionista non è noto.

Opere principali[modifica | modifica sorgente]

Inizi[modifica | modifica sorgente]

Periodo maturo[modifica | modifica sorgente]

I dipinti inglesi[modifica | modifica sorgente]

  • Westminster Bridge, 1746, olio su tela, 96×137 cm, New Haven, Yale Center for British Art
  • Veduta del Tamigi e della City da un arco di Westminster Bridge, 1746-47, olio su tela, 57×95 cm, Collezione privata
  • Il Tamigi e la City, 1746-47, olio su tela, Praga, Galleria Nazionale
  • Il Tamigi e la CIty da Richmond House, 1747, olio su tela, 105×117 cm, Collezione privata
  • Warwick Castle, lato sud, 1748, olio su tela, 75×120 cm, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza
  • Il parco di Badminton da Badminton House, 1748-49, olio su tela, 86×122 cm, Badminton House, Collezione del Duca di Beaufort
  • L'Abbazia di Westminster con la processione dell'Ordine del Bagno, 1749, olio su tela, 99×101 cm, Londra, Abbazia di Westminster
  • Warwick Castle, lato est, 1751, olio su tela, 73×122 cm, Birmingham, City Museum and Art Gallery
  • La rotonda di Ranelagh, 1754, olio su tela, 46×75 cm, Londra, National Gallery
  • Eton College Chapel, 1754 circa, olio su tela, 61×107 cm, Londra, National Gallery
  • Walton Bridge, 1754, olio su tela, 48×76 cm, Londra, Dulwich Picture Gallery

Gli ultimi anni[modifica | modifica sorgente]

  • Palazzo Ducale e Piazza San Marco, 1755 circa, 51×83 cm, Firenze, Uffizi
  • Il Canal Grande verso sud-est da Campo Santa Sofia al Ponte di Rialto, 1756 circa, olio su tela, 119×185 cm, Berlino, Staatliche Museen
  • Capriccio con rovine ed edifici classici, 1756 circa, olio su tela, 91×124 cm, Milano, museo Poldi Pezzoli
  • Capriccio palladiano, 1756-59, olio su tela, 56×79 cm, Parma, Galleria Nazionale di Parma
  • Piazza San Marco verso sud-ovest, 1755-59, 67×102 cm, Hartford, Wadsworth Atheneum
  • Piazza San Marco verso est dall'angolo di nord-ovest, 1760 circa, olio su tela, 46×38 cm, Londra, National Gallery
  • Piazza San Marco verso est dall'angolo di sud-ovest, 1760 circa, olio su tela, 45×35 cm, Londra, National Gallery
  • La veglia notturna all'arzere di Santa Marta, 1760 circa, olio su tela, 119×187 cm, Berlino, Staatliche Museen
  • La veglia notturna a San Pietro di Castello, 1760 circa, olio su tela, 119×187 cm, Berlino, Staatliche Museen
  • Il Campo di Rialto, 1758-63 circa, olio su tela, 119×186 cm, Berlino, Staatliche Museen
  • Prospettiva con portico, 1765, olio su tela, 131×93 cm, Venezia, Gallerie dell'Accademia

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b CANAL, Giovanni Antonio, detto il Canaletto.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Cesare Brandi, Canaletto, Arnoldo Mondadori Editore, 1960.
  • Pietro Zampetti, Vedutisti veneziani del Settecento, Alfieri, 1967.
  • Lionello Puppi, Giuseppe Berto, L'opera completa del Canaletto, Rizzoli, 1968.
  • André Corboz, Sur la prétendue objectivité de Canaletto in Arte veneta XXVIII (1974), pp. 205–218.
  • Alessandro Bettagno (a cura di), Canaletto: disegni, dipinti, incisioni, Neri Pozza, 1982.
  • André Corboz, Canaletto. Una Venezia immaginaria, Mondadori Electa, 1985.
  • Alberto Cottino, Vedutisti, Arnoldo Mondadori Arte, 1991.
  • Simonetta Pelusi (testi di), Canaletto, Mondadori-Electa, 2007.
  • Giuseppe Pavanello (a cura di), Canaletto. Venezia e i suoi splendori, catalogo della mostra (Treviso, 23 ottobre 2008 - 5 aprile 2009) Marsilio, 2008.
  • Alessandro Bettagno, Bozena Anna Kowalczyk, Antonio Canal detto il Canaletto, in Venezia da Stato a Mito, catalogo della mostra a cura di A. Bettagno (Venezia, Fondazione Giorgio Cini, 30 agosto - 30 novembre 1997), Venezia (Marsilio) 1997, pp. 357–360.
  • Bozena Anna Kowalczyk, Canaletto: il trionfo della veduta, catalogo della mostra (Roma, Palazzo Giustiniani,Senato della Repubblica, 12 marzo - 19 giugno 2005), Cinesello Balsamo (Silvana Editoriale) 2005.
  • Bozena Anna Kowalczyk, Canaletto e Bellotto: l’arte della veduta, catalogo della mostra (Torino, Palazzo Bricherasio, 14 marzo - 15 giugno 2008), Cinesello Balsamo (Silvana Editoriale) 2008.
  • Bozena Anna Kowalczyk, The Venetian veduta: Canaletto and Guardi, in Venice: from Canaletto to Turner and Monet, catalogo della mostra a cura di M. Schwander (Basilea, Fondation Beyeler, 28 settembre 2008 - 25 gennaio 2009), Basel (Fondazione Beyeler) 2008, pp. 28-37.
  • Bozena Anna Kowalczyk, "E tutto si diede a dipingere vedute dal naturale”: Canaletto e Roma, in Canaleto e i vedutisti. L’incanto dell’acqua, catalogo della mostra a cura di L. Tonani (Orta San Giuli, Palazzo Penotti Ubertini, 21 maggio-18 settembre 2011), Cinisello Balsamo 2011, pp. 21–23;

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