Muse (divinità)

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L'Apoteosi di Omero, bassorilievo ellenistico del III secolo a.C. conservato presso il British Museum di Londra, opera, forse, di Archelao di Priene su richiesta di un poeta sconosciuto, come ringraziamento per la vittoria conquistata in un agone poetico. In basso a sinistra, sul trono, è posto Omero incoronato dal dio del tempo infinito e dalla dea dell'ecumene. Davanti a Omero, Mythos e Historia sacrificano su un altare, avvicinati benevolmente dai geni protettori della poesia. Sopra di loro si erge il monte delle Muse: nella grotta risiede Apollo con la lira, avvicinato da una Musa che gli porge un papiro contenente l'opera del poeta che ha commissionato il bassorilievo, a sua volta rappresentato da una statua posta a destra della grotta. Le restanti Muse si pongono a sinistra della grotta, in un atteggiamento calmo che, risalendo verso la vetta del monte, si trasforma in una danza in onore di Zeus collocato alla cima del monte con il volto che guarda Mnemosýne, la madre delle Muse.
Clio, Thalia, Erato, Euterpe, Polyhymnia, Calliope, Terpsichore, Urania e Melpomene, sarcofago in marmo (Parigi, Louvre).

Le Muse (in greco antico: Μοῦσαι, -ῶν; in latino: Mūsae, -ārum) sono divinità della religione greca[1]. Erano le figlie di Zeus e di Mnemosýne (la "Memoria") e la loro guida era Apollo[2]. L'importanza delle muse nella religione greca era elevata: esse infatti rappresentavano l'ideale supremo dell'Arte, intesa come verità del "Tutto" ovvero l'«eterna magnificenza del divino»[3].

In questo modo Walter Friedrich Otto ne traccia le caratteristiche:

« Le Muse hanno un posto altissimo, anzi unico, nella gerarchia divina. Son dette figlie di Zeus, nate da Mnemosine, la Dea della memoria; ma ciò non è tutto, ché ad esse, e ad esse soltanto, è riservato portare, come il padre stesso degli Dei, l'appellativo di olimpiche, appellativo col quale si solevano onorare sì gli Dei in genere, ma - almeno originariamente - nessun Dio in particolare, fatta appunto eccezione per Zeus e le Muse »
(Walter Friedrich Otto. Theophania. Genova, Il Melangolo, 1996, pag.48)

Nome[modifica | modifica wikitesto]

Erano dette anche "Eliconie"[4], poiché la loro sede era il monte Elicona; dato che codesto monte si trova in Beozia, regione abitata dagli Aoni (Aonia), venivano anche chiamate "Aonie". A volte erano definite anche "Aganippidi", dal nome della fonte omonima, Aganippe, situata proprio in prossimità del monte Elicona, o "Pimplee", da una fonte a esse dedicata sul monte Pimpla, situato in Tessaglia.[5] In Teocrito sono definite "Pieridi", poiché una tradizione collocava la loro nascita nella Pieria, in Macedonia

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

L'etimologia delle Muse trova discordanze negli studiosi, alcuni di essi preferiscono non pronunciarsi,[6] Crisippo fu uno dei primi a fornire una loro origine lessicale[7] mentre fra le più diffuse quella che le vede legate ai monti, come «ninfe dei monti»[8]

Il nome di Μοῦσαι (in eolico, Μοῖσαι, per contrazione da Μόνσαι) potrebbe risalire, come "Mnen-" da cui deriva Mnemosine, alla radice μεν-μαν, col significato di "coloro che meditano, che creano con la fantasia"[9].

Le singole Muse[modifica | modifica wikitesto]

Esiodo e la Musa (1891) di Gustave Moreau (1826–1898), al Museo d'Orsay.

Il tratto tipico delle Muse è quello di divinità del canto e delle danze gioconde, e in tale vesti sono spesso rappresentate in poesia mentre mettono in musica e versi storie quali l'origine del mondo, la nascita degli dei e degli uomini, le imprese di Zeus. Nelle rappresentazioni più antiche, legate alla pittura vascolare, appaiono come accompagnate da i vari strumenti[9].

Solo in secondo momento, oltre alla gioia della danza, del canto e della musica, vennero loro associate tutte le espressioni canore e musicali, comprese quelle tristi e funebri. A partire dall'epoca ellenistica si assiste dunque alla specializzazione di ciascuna musa nei vari generi, in modo che potessero essere invocate singolarmente per esercitare la loro ispirazione e protezione[9].

Secondo l'ordine reso canonico da Esiodo nel passo dalla Teogonia, incipit, 76-79, i loro nomi erano:

  • Clio, colei che rende celebre, la Storia, ovvero il canto epico, con una pergamena in mano, spesso srotolata;
  • Euterpe, colei che rallegra, la Poesia lirica, con un flauto o con le tibie;
  • Talia, colei che è festiva, la Commedia, con una maschera comica, una ghirlanda d'edera e un bastone;
  • Melpomene, colei che canta, la Tragedia, con una maschera tragica, una spada e il bastone di Eracle (Ercole);
  • Tersicore, colei che si diletta nella danza, la lirica corale e poi la Danza, con la lira;
  • Erato, colei che provoca desiderio, la Poesia amorosa (poi anche la geometria e la mimica), con il rotolo;
  • Polimnia, colei che ha molti inni, la danza rituale e il canto sacro, ovvero il Mimo, senza oggetti;
  • Urania, colei che è celeste, l'Astronomia e l'epica didascalica, con un globo celeste, o un bastone, o l'indice, puntato al cielo;
  • Calliope, colei che ha una bella voce, l'Elegia, con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo, oppure col rotolo nella sinistra.

Nel tempo le attribuzioni non furono mai fisse: a capriccio dei vari poeti si allargarono, includendo oltre alla poesia, i campi della prosa e delle scienze: Clio dalla poesia epica divenne protettrice della Storia, Urania all'epica astronomica (legata cioè alla descrizione delle origini delle costellazioni) divenne sacra per l'Astronomia, e Talia all'agricoltura[9]. Le Muse si avviarono così a proteggere ogni campo della sapienza umana e, in epoca più tarda, vegliavano sull'educazione fisica e spirituale degli esseri umani assieme ad alcuni dei, in particolare Ermete, Eracle e Atena[9].

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Esistono diverse tradizioni riguardo l'origine delle Muse. Secondo Pausania, Zeus generò in Mnemosine tre muse[10] giacendo con lei per nove notti[11]: Melete (la pratica), Mneme (il ricordo) e Aede (il canto), indicate con il nome di Mneiai.[12]. Altri autori affermavano che fossero figlie di Urano e Gea[13], altri ancora vedevano Armonia, figlia di Afrodite quale loro progenitrice e Atene quale loro luogo natio.[14]. Eumelo di Corinto cita altre tre muse, Cefiso, Apollonide e Boristenide,[15] affermando che il loro padre fosse il divino Apollo.[16] Mimnermo fa riferimento a due generazioni di muse, figlie rispettivamente di Urano e Zeus[17]

Le tradizioni sono discordi anche riguardo al numero delle Muse. Tre muse venivano venerate anche a Sikyon[18] e Delfi, con i nomi di Mese, Nete e Ìpate. Cicerone narra di quattro muse: (Telsinoe, Melete, Aede, Arche),[19] sette (le sette muse erano venerate a Lesbo),[20] otto secondo Cratete di Mallo[21] o infine nove. Il numero di nove finì per prevalere in quanto citato da Omero[22] ed Esiodo[23]. Quest'ultimo le enumera nella sua Teogonia, ma senza specificare di quale arte siano le protettrici:

« le nove figlie dal grande Zeus generate,

Clio e Euterpe e Talia e Melpomene,
Tersicore e Erato e Polimnia e Urania,
e Calliope, che è la più illustre di tutte. »

(Esiodo, Teogonia, incipit, 76-79)

Loro sono "Spesso" collegate al personaggio mitologico di Pierio, eponimo della Pieria.[24] Pierio e la ninfa Antiope sono presentati come genitori alternativamente delle sette muse o di nove fanciulle che, sconfitte dalle Muse in una gara, vennero trasformate in uccelli. Da Pierio prende il nome la Pieria, regione macedone ai piedi del monte Olimpo in cui Esiodo colloca l'unione tra Zeus e Mnemosyne. Alcuni poeti (di cui possediamo le fonti) collocano nella Pieria anche la dimora delle Muse,[25] mentre Esiodo le pone sul monte Elicona, in Beozia, dove erano particolarmente venerate. Secondo Wilamowitz si tratta di due tradizioni distinte[26]. In quanto Mnemosine era una delle Titanidi le muse sono divinità olimpiche.

Mitografia[modifica | modifica wikitesto]

Il canto delle muse[modifica | modifica wikitesto]

Clio, Euterpe e Talia, olio su tela di Eustache Le Sueur (1616–1655).

Apollo era il loro protettore, quindi venivano invitate alle feste degli dèi e degli eroi perché allietassero i convitati con canti e danze, spesso cantando insieme.[27] Spesso omaggiavano Zeus, loro padre, cantandone le imprese. Le Muse erano considerate anche le depositarie della memoria (Mnemosine era la dea della memoria e secondo altre fonti anche quella del canto e della danza) e del sapere in quanto figlie di Zeus. Il loro culto fu assai diffuso fra i Pitagorici.

Nel canto, inteso come racconto storico musicato, le Muse erano superiori a qualsiasi umano poiché conoscevano alla perfezione non solo il passato e il presente, ma anche il futuro. Il loro canto più antico fu quello rivolto alla vittoria degli dei contro la rivolta dei titani[28] Allietavano ogni festa con il loro canto, si ricordano di loro nel caso delle nozze di Cadmo e Armonia e Teti e Peleo.[29] e si lamentarono per la perdita del prode Achille per diciassette giorni e diciassette notti.[30]

Le muse sono "preposte all'Arte in ogni campo" chiunque osasse sfidarle veniva punito in maniera severa: le sirene furono private delle proprie ali, utilizzate poi dalle stesse Muse per farsene delle corone. Le Pieridi, nove come le muse, le sfidarono al canto, chiedendo in caso di vittoria le fonti sacre alle avversarie[31] dopo la prova delle Pieridi fu Calliope a partecipare per le muse e dopo un lungo canto vinse e le donne vennero tramutate in uccelli.[32]

La loro magnificenza incantò Pireneo, che, dopo aver conquistato la Daulide e parte della Focide, morì al loro inseguimento[33] Fu Apollo a convincerle ad abbandonare la loro antica dimora, il monte Elicona portandole a Delfi,[34] da tale affinità l'epiteto del dio Musagete. Altre divinità a loro collegate erano Ermes[35] e Dioniso.[36]

La sfida con Tamiri[modifica | modifica wikitesto]

Quattro Muse e Pegaso sul Parnaso di Caesar van Everdingen (1616/1617–1678), L'Aia, olio su tela, circa 1650.

Il cantore Tamiri proveniente da Ecalia, si vantava della sua abilità nel canto e le sfidò a Dorio[37] ponendo la condizione che in caso di sua vittoria avrebbe fatto l'amore con tutte loro, mentre se avesse perso loro avrebbero potuto disporre del suo corpo come meglio credevano.[38] Conclusa la gara con la sconfitta di Tamiri, fu privato della vista e dell'abilità del canto[39] Di differente avviso Euripide che narra di gravi ingiurie alle Muse fatte da Tamiri e per questo punito con la cecità[40]

La sfinge[modifica | modifica wikitesto]

Le muse erano coloro che avevano insegnato il famoso indovinello alla sfinge,[41] il mostro generato da Echidna avuto da Tifone, che proponeva ai Tebani che passavano per il monte Fichio.[42]

Le Muse e Aristeo[modifica | modifica wikitesto]

Atena dialoga con le Muse, c. 1560 Frans Floris (1519/1520–1570), olio su tela.

Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, venne accudito dalle muse che gli offrirono in sposa Autonoe, da cui ebbe due figli, Atteone e Macride. Le muse furono benevole con lui, gli insegnarono i principi delle arti mediche, della guarigione e la capacità di fare profezie, in cambio Aristeo badava alle loro greggi che faceva pascolare nella pianura atamanzia di Ftia.[43] Egli si innamorò di Euridice, poi sposa di Orfeo.

I semidei figli delle Muse[modifica | modifica wikitesto]

Quando il prode Orfeo, figlio di una delle muse, Calliope, e del sovrano tracio Eagro, venne fatto a pezzi e gettato in mare, furono loro a raccogliere le membra sparse e decisero di seppellirlo a Libetra, luogo vicino alle pendici del monte Olimpo.[44]

Era figlio di una delle Muse anche Reso, il giovane e bellissimo re di Tracia: le fonti non concordano su quale delle nove fosse la madre.

La sfida tra Apollo e Marsia[modifica | modifica wikitesto]

Le Muse appaiono in occasione della sfida fatta ad Apollo lanciata dal pastore Marsia.[45] Egli era un satiro, figlio di Eagro che possedeva un flauto magico trovato per caso, con cui poteva suonare melodie al pari dell'abilità della lira della divinità. Sicuro della vittoria volle sfidarlo e si decise che fossero le muse i loro giudici.

Dopo aver assistito a entrambe le esibizioni le Muse non seppero assegnare la vittoria a nessuno dei contendenti, allora Apollo, per continuare la gara, decise di girare lo strumento, per poi suonarlo mentre si esibiva anche al canto; tale impresa era impossibile a chi deteneva come strumento il flauto e quindi le muse decisero che la vittoria fosse del Dio.[46]

Culto[modifica | modifica wikitesto]

Il Parnaso, affresco datato 1510-1511, situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro Stanze Vaticane. Raffaello Sanzio (1483–1520).

Le Muse, inizialmente, erano venerate come ninfe delle sorgenti, come personificazioni cioè delle acque che sgorgano da sottoterra o dalle pendici montane[9].

La venerazione per le muse era originaria della Tracia e della Pieria, successivamente si diffuse in Beozia, dove si trova il monte Elicona, luogo a loro consacrato, assieme al Monte Olimpo. Sulle pendici orientali di quest'ultimo, in Pieria appunto, si indicavano presso la città di Dio le località di Libetra e Pimplea come patria delle Muse (e parimenti di Orfeo, che assieme a Dioniso ebbe sempre uno speciale legame con le Muse), luoghi che avevano ricevuto il loro nome tradizionalmente proprio da fonti sorgive. In queste zone i sovrani macedoni, con speciale solennità da Alessandro Magno in poi, chelebravano in onore di Zeus e delle Muse le feste Olimpie, che duravano nove giorni[9].

Molti erano i luoghi sacri alle Muse: la sorgente di Aganippe e la fonte di Ippocrene, creata per loro dal cavallo Pegaso battendo gli zoccoli a terra (da cui il nome), entrambe nel bosco sacro dell'Elicona.[47]

Altri luoghi erano il monte Parnaso, la fonte Castalia posta a Delfi e lo stesso Olimpo.[12] Luoghi in cui si espanse il loro culto erano Ascra (Beozia), Sicione e Lesbo, in seguito il loro culto si diffuse in tutto il mondo greco, giunse anche nell'Antica Roma. Benché non fossero oggetto di vera e propria devozione, erano comunque considerate come protettrici delle arti; qui vennero considerate parallelamente alle Camene.

I sacrifici a loro dedicati prevedevano l'uso di acqua, latte e miele. Si racconta che i primi a onorare le muse dell'Elicona fossero i gemelli Efialte e Oto.[48] A Trezene venne fondato un santuario da Ardalo, figlio di Efesto, qui svolse la sua attività Pitteo.[49] Il culto delle Muse nell'Elicona fiorì specialmente in epoca ellenistica e romana, con la costruzione di monumenti di vario genere in onore di vari gruppi di Muse, che presero il nome di "musei" (Μουσεία) e che col tempo si diffusero in tutto il mondo greco-romano[9].

Si conoscono diversi luoghi dove sorgevano altari a loro dedicati come l'Ilisso[50] e fuori all'Accademia[51]

Spesso le Muse erano venerate in combinazione col dio Dioniso, oltre che con Apollo. Il legame col dio del vino appare per la prima volta nel mito di Orcomeno, dove il dio ferito trova rifugio e protezione presso le fonti delle Muse. Esse inoltre, attraverso gli spettacoli e la contemplazione delle bellezze della natura, donavano entusiasmo, proprio come quello al centro dei culti mistici dionisiaci. Per questo compaiono talvalta invocazioni a un Dioniso "Musagete"[9]. Tale epiteto, solo successivamente, lo si trova associato anche ad Apollo, quale dio che guida il coro delle Muse e che canta, suona e danza con loro per allietare i banchetti degli dei dell'Olimpo[9].

Come accennato, i Romani non abbero un vero e proprio culto delle Muse, intese come divinità. Furono tuttavia conosciute e invocate dai poeti, identificandole con le Camene[9].

Iconografia[modifica | modifica wikitesto]

Le Muse sono oggetto di grande devozione in tutti i campi dell'arte, ma dal punto di vista iconografico se ne conoscono esempi dal mondo greco arcaico fino a oggi. Sono ricordate da Pausania come rappresentate sulla cista di Cipselo[52], e altri le decrivono tra i rilievi che decoravano lo scudo di Ercole[9].

Grecia arcaica e classica[modifica | modifica wikitesto]

La loro rappresentazione più antica che ci sia pervenuta è il cratere di Clizia e Ergotimo, detto vaso François, del 550 a.C. circa, dove sono allineate, in uno schema ancora primitivo, coi rispettivi nomi mentre seguono, in gruppi di tre, il corteggio degli dei che si reca ad assistere alle nozze di Peleo e Tetide[9]. A parte questo illustre caso, nella ceramica a figure nere non si conoscono altri esempi, anche perché talvolta possono essere state rappresentate con attributi così generici da non permettere una chiara distinzione dalle ninfe o da altri personaggi mitici[9].

Ben più frequente è la loro rappresentazione nella ceramica a figure rosse, dove appaiono - spesso accompagnate dal nome - in vari episodi mitologici, vicine ad Apollo, a Marsia, a Tamiri e a Museo. In queste rappresentazioni variano spesso sia nel numero che negli attributi, ora con strumenti musicali, ora con rotoli, ora accennanti un passo di danza[9].

In scultura le Muse fanno la loro comparsa su scala monumentale entro il VI secolo a.C., sebbene gli esempi più antichi ci siano noti solo attraverso citazioni letterarie. Bisogna attendere il IV secolo a.C. perché gli scavi archeologici ci restituiscano qualche rappresentazioni, in particolare la base di Mantinea attribuita a Prassitele, e oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Atene[9]. Citata forse da Pausania[53] come possibile base di un gruppo statuario con Latona, Apollo e Artemide, mostra su tre lati sono rappresentate la contesa tra Apollo e Maria e due gruppi di tre figure vestite con chitone e in piedi, identificabili con le Muse. La prima, a sinistra, tiene un rotolo spiegato nelle mani, in atto di leggere, la seconda un rotolo chiuso, la terza solleva ostentatamente la cetra, la quarta (prima a destra) con le tibie, la quinta senza attributi visibili mentre si chiude strettamente il manto, la sesta, unica seduta, regge in grembo, con uno strumento a corde[9].

Ellenismo[modifica | modifica wikitesto]

Durante l'ellenismo i monumenti dedicati alle Muse si fanno, dal punto di vista archeologico, più numerosi e completi. Il rilievo votivo di Archelao di Priene (al British Museum) mostra l'apoteosi di Omeroed è riferibile circa al 150 a. C. Su due fasce intermedie sono riprodotte le nove Muse al completo sotto Zeus e Mnemosine, e assieme ad Apollo. Meglio definiti sono gli attributi delle singole figure, che oltretutto assumono ormai degli atteggiamenti caratteristici, per meglio contraddistinguerle. Per la prima volta compare il globo associato a Urania, e la musa tutta avvolta nel manto, col gomito appoggiato a un pilastro, sembra già essere l'iconografia tipica di Polimnia[9].

Dalla fine del II secolo a.C. la rappresentazione delle muse diventa frequente in tutti i campi della produzione artistica, dal rilievo alla statuaria, dalla pittura murale al mosaico, dalla glittica alla numismatica e alla produzione ceramica[9].

Per quanto riguarda la statuaria si conoscono numerosi esempi sparsi in molti musei, sebbene non siano sempre di facile rcionoscimento a causa della perdita degli attributi o di restauri malintesi[9]. La serie "eliconia" è dovuta allo scultore Cefisodoto, alla quale seguì quella "Tespiade" di Prassitele e quella di Megara di Lisippo. Siamo a conoscenza tramite le fonti letterarie anche di una serie statuaria di Ambracia, che nel 187 a.C. Fulvio Nobiliore fece trasferire a Roma e collocare nel tempio di Ercole, mentre nel tempio di Apollo presso il portico di Ottavia era presente un gruppo delle Muse scolpite da Filisco di Rodi[9].

Mondo romano[modifica | modifica wikitesto]

Le Muse divennero un soggetto estremamente frequente, in particolare, su rilievi e sarcofagi nel mondo romano.

Il sarcofago più antico conosciuto con tale rappresentazione è forse quello Chigi conservato nella villa di Cetinale nei dintorni di Siena, opera forse importata dalla Grecia, riferibile al IV secolo. Altamente noto e rappresentativo è poi il sarcofago Mattei al Museo nazionale romano di palazzo Massimo, pure del IV secolo, dove le Muse, accuratamente definite nei singoli attributi, sono raffigurate sotto nicchie[9].

Si trovano le Muse su affreschi (tra gli altri a Pompei, da Moregine), e su mosaici (ai Musei Vaticani, al Museo nazionale del Bardo di Tunisi, al palazzo dei Cavalieri di Rodi, ecc.).

A partire dagli illustri precedente greci presenti in alcuni templi di Roma, gli scultori dell'età imperiale realizzarono interi gruppi statuari per abbellire teatri, edifici pubblici in genere, e ville. Alcuni di questi gruppi ci sono pervenuti in maniera più o meno frammentaria, tra i quali quello nella Sala delle Muse dei Musei Vaticani (otto Muse e apollo Musagete), un secondo gruppo di otto muse senza Apollo, un terzo a Madrid (otto figure), un quarto al Museo archeologico nazionale di Napoli, dal teatro di Ercolano[9].

Tra le pitture spicca quella al Louvre proveniente da Ercolano, in cui le figure sono isolate e collocate su mensole dipinte, in evidente ispirazione alla statuaria[9]. Anche a Pompei le Muse fanno parte del repertorio decorativo degli affreschi nelle case private, in una notevole varietà di pose e atteggiamenti, a confermare come la loro rappresentazione non fosse qualcosa di rigidamente schematico[9].

Arte post-classica[modifica | modifica wikitesto]

Il tema ebbe un revival a partire dal Rinascimento: famosi sono il Parnaso che Andrea Mantegna realizzò per lo studiolo di Isabella d'Este e quello di Raffaello nella Stanza della Segnatura. Molto copiata fu anche la Danza delle Muse di Baldassarre Peruzzi, oggi nella Galleria Palatina a Firenze.

Tema aulico per eccellenza, quello delle Muse fu rappresentato dai classicisti emiliani e romani nel Seicento, e, frequentemente, nel periodo neoclassico. In tempi più moderni Giorgio De Chirico dipinse Le Muse inquietanti (1918)[54].

Nella letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Il concetto di musa può essere visto al pari della memoria, sono delle nozioni che conferiscono al poeta dell'antica Grecia potenza nelle parole, donando ad esse una maggiore efficacia, diventando così depositario della verità.[55] La loro invocazione serve all'autore per evocare eventi del passato.[56]

Molti autori celebri le citano nelle loro opere come Dante Alighieri[57] e William Shakespeare[58], sovente invocate all'inizio delle loro opere, come ad esempio nell'invocazione dei brani dell'Iliade e dell'Odissea.

Nella letteratura contemporanea sono le protagoniste di Muses, romanzo di genere fantastico di Francesco Falconi, ambientato ai giorni nostri, dove le nove muse si sono evolute nel corso dei secoli adattando le loro arti alla società.

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Il coreografo George Balanchine nel 1928 creò il balletto Apollon musagète su musiche di Igor Stravinskij, dove Apollo istruisce e conduce le Muse Calliope, Polimnia e Tersicore fino al Monte Parnasso.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^
    « Muse: Dee greche della letteratura, della poesia, della musica e della danza; in seguito anche dell'astronomia, della filosofia, e di tutte le occupazioni intellettuali. »
    (George M. A. Hanfmann. Oxford Classical Dictionary. Oxford, Oxford University Press, 1970; in italiano Dizionario delle antichità classiche, Cinisello Balsamo, Paoline, 1995, pag.1422)
  2. ^
    « Le Muse naturalmente sono per i greci le figlie di Zeus e Mnemosýne, "la Memoria", ma è Apollo la loro guida, Mousegétes. »
    (Walter Burkert. Griechische Religion der archaischen und klassischen Epoche, Stuttgart 1977 in italiano La religione greca di epoca arcaica e classica, Milano, Jaca Book, 2003, pag.295)
  3. ^ Walter Friedrich Otto, Theophania, Genova, Il Melangolo, 1996, p. 49.
  4. ^ Esiodo, Teogonia.
  5. ^ Ugo Foscolo nei Sepolcri le rievoca appunto come Pimplee, simbolo dell'armonia della poesia, che siedon custodi dei sepolcri e vincono di mille secoli il silenzio.
  6. ^ W. Pötscher chiede se fossero coloro che ricordano o coloro che meditano. Si veda Maria Teresa Camilloni, Le Muse, Editori riuniti, 1998, p. 8, ISBN 978-88-359-4534-5.
  7. ^ Ilaria Ramelli e Giulio A. Lucchetta, Allegoria: L'età classica, Vita e Pensiero, 2004, p. 122, ISBN 978-88-343-5007-2.
  8. ^ Pietro Citati e Marcel Detienne, La mente colorata: Ulisse e l'Odissea, Mondadori, 2004, p. 45, ISBN 978-88-04-52936-1.
  9. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y Treccani, Encilcopedia Italiana, 1934.
  10. ^ Pausania, Periegesi della Grecia, Libro IX, 29, 2
  11. ^ vedi anche Esiodo, Teogonia, incipit, 53-56
  12. ^ a b Anna Ferrari, Dizionario di mitologia, Milano, UTET, 2006, p. 481, ISBN 88-02-07481-X.
  13. ^ Diodoro Siculo, IV, 7
  14. ^ Euripide, Medea, versi 834. Si veda anche Luisa Biondetti, Dizionario di mitologia classica, Milano, Baldini & Castoldi, 1997, p. 474, ISBN 978-88-8089-300-4.
  15. ^ Andrea Debiasi, L'epica perduta: Eumelo, il Ciclo, l'occidente, 2004, p. 59, ISBN 978-88-8265-312-5.
  16. ^ Eumelo di Corinto, fr 17. Si veda Esiodo, Pietro Pucci, F. Serra, 2007, Inno alle muse: Esiodo, Teogonia, 1-115, pag 12, ISBN 978-88-6227-025-0.. Secondo quanto affermava l'autore erano 12 le muse, si veda Andrea Debiasi, L'epica perduta: Eumelo, il Ciclo, l'occidente, pag 60, L'erma di Bretschneider, 2004, ISBN 978-88-8265-312-5.
  17. ^ Mimnermo Colofoni, citato in Martin Litchfield West, fr 13, si veda fra gli altri: Marisa Tortorelli Ghidini, Alfredina Storchi Marino, Amedeo Visconti, Tra Orfeo e Pitagora, pag 181, Bibliopolis, 2000, ISBN 978-88-7088-395-4.
  18. ^ Una di esse si chiamava Polymatehia Plutarco, Simposio IX, 14,7
  19. ^ Marco Tullio Cicerone, De natura deorum, III, 54. Arche sera la musa dell'origine e Telsinoe (Thelxinoe) della seduzione. Si veda anche Antonio Prete, Il demone dell'analogia: da Leopardi a Valéry: studi di poetica, Feltrinelli, 1986, p. 145, ISBN 978-88-07-10061-1.
  20. ^ C. Mirtilo storico del III sec. a.C. narra del mito locale, dove le sette muse erano in origine sette schiave. Altri dettagli in Cratete di Mallo, I frammenti, pag 276, Ed. di Storia e Letteratura, 2006, ISBN 978-88-8498-348-0.
  21. ^ Fr. 128, tramandato da Arnobio in Adversus Nationes
  22. ^ Omero, Odissea, XXIV, 60
  23. ^ Esiodo, Teogonia, incipit, 76-79
  24. ^ Chiamato anche Piero. Egli introdusse il mito delle nove muse nel suo paese. Si veda Grimal, p. 508.
  25. ^ Fu uno dei luoghi dove si diffuse il loro culto e secondo diversi autori la loro dimora, in quanto pieridi era un epiteto delle muse si veda: Anna Ferrari, Dizionario di mitologia, pag 563, Milano, UTET, 2006, ISBN 88-02-07481-X., citazione originale Pindaro, Olimpiche X,96 testo anche in Pindaro, Olimpiche,(terza ristampa) pag 178-179, BUR, 2001, ISBN 978-88-17-17226-4.
  26. ^ (DE) Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff, Der Glaube der Hellenen, Fotomechanischer Nachdruck, 3ª ed., Darmstadt, 1931, pp. 245-246.
  27. ^ Omero, Iliade, Libro I versi 603-604. Si ipotizza che dopo ogni canto di Apollo rispondano le muse con un ritornello, Omero, Iliade, quinta edizione, pag 165, Bergamo, BUR, 2005, ISBN 88-17-17273-1. Traduzione di Giovanni Cerri. Per specifiche si veda Alfred Heubeck, ad Od. 24,60.
  28. ^ Grimal, p. 431.
  29. ^ Grimal, p. 432.
  30. ^ Graves, p. 631.
  31. ^ Colei che chiese del racconto alle muse era Atena, incuriosita alla vista di strani uccelli. Ovidio, Le Metamorfosi, V, 295-314.
  32. ^ Ovidio, Le Metamorfosi, V, 337 e seguenti.
  33. ^ Le inseguì fino a precipitare in un dirupo. Ovidio, Le Metamorfosi, V, 271-294.
  34. ^ Graves, p. 69. Si veda anche Plutarco, Dell'oracolo pitico 17
  35. ^ A Megalopolis vi è un santuario dedicato alle Muse ad Apollo e a Ermes. Pausania, VIII, 32-2.
  36. ^ Talvolta definito anch'esso Musagete, si veda Walter Friedrich Otto, Le muse e l'origine divina della parola e del canto, Milano, Fazi Editore, 2005, p. 65, ISBN 978-88-8112-602-6.
  37. ^ secondo Esiodo la sfida avvenne nella pianura di Dotia in Tessaglia. Frammento 65, Merkelbach-West
  38. ^ PseudoApollodoro, Biblioteca, I,3-3.
  39. ^ Per specifiche su Tamiri e le muse si veda Omero, Iliade, quinta edizione, pag 211-213, Bergamo, BUR, 2005, ISBN 88-17-17273-1. Traduzione di Giovanni Cerri. Il resconto originale in Omero, Iliade, II versi 594-600.
  40. ^ Euripide Rh, 924-925, si veda anche Apollodoro, I miti greci (VI edizione), pag 631, Milano, Arnoldo Mondadori, 2004, ISBN 88-04-41027-2. Traduzione di Maria Grazia Ciani.
  41. ^ Graves, p. 339.
  42. ^ Pseudo Apollodoro, Biblioteca, III, 5,8.
  43. ^ Graves, pp. 250-251.
  44. ^ Graves, p. 100.
  45. ^ Igino, Fabulae, 165.
  46. ^ Graves, pp. 66-67.
  47. ^ Ippocrene, la sorgente del cavallo, Publio Ovidio Nasone, Traduzione di Giovanna Faranda Villa, Bergamo, BUR, 2007, p. 297, ISBN 978-88-17-12976-3.
  48. ^ Graves, p. 122.
  49. ^ Graves, p. 294.
  50. ^ Secondo i racconti degli ateniesi, come riporta Pausania, Periegesi della Grecia libro I, 19-5.
  51. ^ L'accademia si trovava a nord ovest del Dipylon. In Pausania, Periegesi della Grecia libro I, 30-2.</
  52. ^ Paus., V, 18,4.
  53. ^ VIII, 9.
  54. ^ Lo dipinse due volte, dettagli dell'opera in Maria Carla Prette e Alfonso De Giorgis, La storia dell'arte. Dalle origini ai nostri giorni, Giunti Editore, 2001, p. 235, ISBN 978-88-09-01984-3.
  55. ^ Apollodoro, I miti greci, traduzione di Maria Grazia Ciani, 6ª ed., Milano, Arnoldo Mondadori, 2004, p. 631, ISBN 88-04-41027-2. Si veda per approfondimenti Marcel Detienne, I maestri di verità nella Grecia arcaica, Roma-Bari 1977, pp. 1-16 e Eric Alfred Havelock, Cultura orale e civiltà della scrittura. Da Omero a Platone, Roma-Bari. 1973, pp. 81-94.
  56. ^ (DE) Ansgar Lenz, Das Proöm des frühen griechischen Epos: ein Beitrag zum poetischen Selbstverständnis, Bonn, 1980, p. 149.
  57. ^ «O muse, o alto ingegno, or m'aiutate; o mente che scrivesti ciò ch'io vidi, qui si parrà la tua nobilitate.» Dante Alighieri, Inferno, canto II, versi 7-9
  58. ^ «O for a Muse of fire, that would ascend The brightest heaven of invention, A kingdom for a stage, princes to act And monarchs to behold the swelling scene!» In lingua italiana: «Oh, aver qui una Musa di fuoco che sapesse salire al più luminoso cielo dell'invenzione; un regno che servisse da palcoscenico, principi che facessero da attori e monarchi da spettatori di questa scena grandiosa!»William Shakespeare, Atto 1, Prologo di Enrico V

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

Moderna[modifica | modifica wikitesto]

  • Anna Ferrari, Dizionario di mitologia, Milano, UTET, 2006, ISBN 88-02-07481-X.
  • Robert Graves, I miti greci, 6ª, Milano, Longanesi, 1990, ISBN 88-304-0923-5.
  • Pierre Grimal, Enciclopedia della mitologia, traduzione di Pier Antonio Borgheggiani, 2ª, Brescia, Garzanti, 2005, ISBN 88-11-50482-1.

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