Battaglia di Santa Lucia

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Coordinate: 45°25′26.1″N 10°56′54.7″E / 45.423917°N 10.948528°E45.423917; 10.948528

Battaglia di Santa Lucia
Battaglia di Santa Lucia (particolare).jpg
La battaglia di Santa Lucia. I piemontesi attaccano contrastati dagli austriaci.
Data6 maggio 1848
LuogoSanta Lucia (oggi quartiere di Verona), Regno Lombardo-Veneto
EsitoVittoria austriaca.
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Presso Santa Lucia ma non tutti impegnati: 33.000 uomini e 40 cannoni[1].
Presso Croce Bianca: circa 10.000 uomini di cui 7.000 impegnati[2].
26.500 uomini e 63 cannoni[3].
Perdite
110 morti e 776 feriti[4]72 morti, 190 feriti e 87 prigionieri[4]
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La battaglia di Santa Lucia fu un episodio della prima guerra d'indipendenza italiana. Ebbe luogo il 6 maggio 1848, quando il re di Sardegna, Carlo Alberto, mosse con l'esercito sardo contro le posizioni dell’Austria presso Verona, all'epoca compresa nel Lombardo-Veneto austriaco.

Nonostante la superiorità numerica dei piemontesi, l’esercito di Carlo Alberto non riuscì a conquistare tutte le posizioni che avrebbero potuto consentirgli di iniziare l’assedio di Verona. Ciò per la perfetta organizzazione delle truppe austriache comandate dal generale Josef Radetzky che sfruttarono le asperità del terreno a difesa delle loro posizioni. I piemontesi riuscirono a conquistare solo uno dei tre capisaldi austriaci e al termine della giornata, mancando pure la sollevazione della cittadinanza di Verona, furono costretti a ripiegare. Dopo questa vittoria gli austriaci ripresero l’iniziativa che non abbandonarono più per tutto il corso della campagna militare.

Fu la terza importante battaglia della prima guerra di indipendenza (dopo quella del Ponte di Goito e quella di Pastrengo), la più sanguinosa delle tre e la prima sconfitta piemontese.

Alla battaglia di Santa Lucia parteciparono sia il duca di Savoia, il futuro re Vittorio Emanuele II, sia il diciassettenne arciduca d’Austria, futuro imperatore Francesco Giuseppe che in quella occasione ebbe il suo battesimo del fuoco.

Dalle Cinque Giornate a Santa Lucia[modifica | modifica wikitesto]

Dopo le cinque giornate di Milano e la dichiarazione di guerra all’Austria del 23 marzo 1848, Carlo Alberto attraversò con cautela la Lombardia dalla quale gli austriaci si erano ritirati. La prima vera opposizione i piemontesi la trovarono presso Goito sul fiume Mincio, dopo il quale iniziava la zona del Quadrilatero.

Qui i piemontesi, nella battaglia del ponte di Goito dell’8 aprile, sconfissero gli austriaci che si ritirarono sulla linea dell'Adige. Il fiume, scorrendo da nord a sud, oltre a difendere la città fortificata di Verona, costituiva con la sua valle una via di comunicazione con l’Austria. I piemontesi, tuttavia, non sfruttarono l’occasione e invece di inseguire rapidamente gli austriaci si limitarono a cominciare l’assedio di Peschiera che era rimasta quasi isolata a ovest. Solo il 30 aprile l’esercito di Carlo Alberto riuscì ad organizzarsi e a sferrare, con la battaglia di Pastrengo, un attacco con il quale riuscì a portare la propria ala sinistra (procedendo da ovest verso est, l’ala nord) fino all’Adige.

Ora Carlo Alberto avrebbe voluto ricacciare l’esercito del generale Radetzky dentro le mura di Verona sloggiandolo dalle posizioni antistanti la città. Sarebbe stata un’azione dimostrativa che aveva anche uno scopo di politica interna: stavano infatti per aprirsi i lavori della Camera dei deputati nata dalla promulgazione dello Statuto, e il Re voleva approfittarne per annunciare una brillante vittoria[5].

I piani e le forze piemontesi[modifica | modifica wikitesto]

Il piano iniziale[modifica | modifica wikitesto]

Il re di Sardegna Carlo Alberto avrebbe voluto annunciare la vittoria per la prima apertura della Camera dei deputati.
La zona e le forze austriache presso Verona prima della battaglia.

Il 3 maggio 1848 Carlo Alberto rivelò al suo comandante in capo dell’esercito, il generale Eusebio Bava, che si stava segretamente contattando la cittadinanza di Verona affinché potesse insorgere all’assalto delle truppe piemontesi e che probabilmente a quel punto gli austriaci sarebbero usciti dalla città. Il Re invitò quindi il generale a fornirgli un piano d’operazioni adeguato[6].

Il giorno dopo, Bava fece avere al Re un progetto di “ricognizione offensiva” contro Verona. In questo piano l’azione doveva essere svolta dalle due divisioni del 1º Corpo dell’esercito comandato direttamente da Bava, con la Divisione di riserva a sostegno. Il generale supponeva che il nemico avrebbe opposto alle sue divisioni una semplice resistenza ritardatrice sulla linea avanzata di cui sopra e poi ripiegare su Verona. La ricognizione, dopo aver occupato le alture tra Chievo, Croce Bianca (dove sarà costruito il Forte Croce Bianca), San Massimo e Santa Lucia avrebbe raggiunto il suo scopo, ovvero ricacciare gli austriaci della linea avanzata, così da permettere ai piemontesi di esaminare da vicino l’efficienza delle fortificazioni di Verona. Nel caso però che Radetzky avesse accettato battaglia in campo aperto e che i veronesi fossero insorti, lo scontro avrebbe avuto nuovi sviluppi e sarebbe stata utilizzata, per sfruttare al massimo ogni occasione, la Divisione di riserva[6].

Il piano definitivo e le forze coinvolte[modifica | modifica wikitesto]

Eusebio Bava, comandante del 1º Corpo d'armata dell'esercito piemontese.

Carlo Alberto sottopose il piano al ministro della Guerra, il generale Antonio Franzini, il quale lo modificò rapidamente e il giorno 5 maggio ne diede lettura con inizio delle operazioni addirittura per la mattina dopo. L’impostazione di Bava della ricognizione con lo scopo di «presentare battaglia alle forze nemiche» rimaneva, ma avrebbero partecipato all’azione oltre alle divisione ricordate, anche la 3ª del 2º Corpo, dunque non tre ma quattro delle cinque divisioni dell’esercito piemontese. Tuttavia si sarebbe trattato di una ricognizione più cauta di quanto previsto da Bava: una volta occupate le alture il movimento in avanti avrebbe avuto termine, con la chiara previsione che il nemico dentro le mura non avrebbe accettato battaglia e che Verona non sarebbe insorta[7].

Complessivamente le forze piemontesi ammassate presso Santa Lucia risulteranno composte da 35 battaglioni con vari squadroni di cavalleria e 40 cannoni, anche se non tutte queste forze saranno impegnate. Considerando che l’esercito piemontese contava 800 uomini per battaglione si arrivava alla cifra di 28.000 fanti e altri 5.000 uomini delle altre specialità[8].

Le divisioni piemontesi avrebbero mosso aprendosi a semicerchio: quelle ai lati avrebbero avuto un percorso maggiore da percorrere. Per evitare che l’attacco mancasse di sincronismo era prescritta una sosta nella marcia su di una linea da uno a due chilometri dalle linee austriache, della durata di un paio d’ore al massimo. Alle 7 del mattino le truppe piemontesi si sarebbero mosse dai loro alloggiamenti, dalle 9 in poi avrebbero raggiunto la linea di sosta e alle 11 sarebbe iniziato l’attacco. Questo avrebbe dovuto cominciare dal centro, sul villaggio di San Massimo (a ovest di Verona) e poi gradualmente estendersi a nord verso Croce Bianca e a sud verso Santa Lucia; più a sud est la posizione austriaca di Tomba sarebbe dovuta cadere per aggiramento. Su San Massimo, quindi, doveva convergere l’attacco principale della 1ª Divisione, comandata dal generale Federico d'Arvillars rincalzata dalla Divisione di riserva comandata da Vittorio Emanuele duca di Savoia, erede di Carlo Alberto. Alla destra della 1ª Divisione, la 2ª di Vittorio Garretti di Ferrere avrebbe dovuto investire Santa Lucia. Alla sinistra della 1ª, la 3ª Divisione di Mario Broglia di Casalborgone avrebbe attaccato gli austriaci a Croce Bianca[9][10].

Le forze austriache[modifica | modifica wikitesto]

Il capo dell'esercito austriaco Josef Radetzky predispose la linea difensiva che respinse i piemontesi appena fuori Verona.
Il generale austriaco Karl Schwarzenberg sulle cui truppe gravò a Santa Lucia la maggiore pressione delle forze piemontesi.

Presso Verona l’esercito austriaco era diviso in tre parti: una sulla sinistra dell’Adige, a salire fino all’altezza di Pastrengo; una seconda nei villaggi davanti Verona, e una terza entro le mura della città. Tali forze ammontavano a circa 30.000 uomini. Di questi, 12 battaglioni, ovvero circa 15.600 uomini, erano schierati a difesa dei villaggi situati fra le due branche della grande ansa dell’Adige, in fondo alla quale c’è Verona. Tali villaggi erano stati rafforzati con grande abilità dagli austriaci, così da costituire un’eccellente linea avanzata con i fianchi appoggiati all’Adige[11].

Difendevano i villaggi parte del 1º Corpo austriaco e cioè la divisione del generale Karl Schwarzenberg costituita dalle brigate dei generali Julius Cäsar von Strassoldo e Eduard Clam-Gallas (1805-1891), con 5.600 uomini circa disposti fra Santa Lucia e Tomba; nonché il 2º Corpo del generale Konstantin d'Aspre costituito da tre brigate di fanteria e una di cavalleria disposte fra Chievo, Croce Bianca e San Massimo, con circa 10.000 uomini[12][13].

Il terreno e la linea difensiva[modifica | modifica wikitesto]

Con soli 12 battaglioni (9 in prima linea e 3 di riserva), meno della metà di quelli piemontesi, la linea difensiva austriaca esterna alla città di Verona diede forse l’illusione al Comando di Carlo Alberto di non potervi trovare una resistenza a oltranza. Sebbene si appoggiasse alle due anse del fiume fuori la città a Chievo e a Tombetta (dove verrà poi costruita la Torre Tombetta) presentava anche il difetto di essere troppo ampia e di non avere una seconda linea. Ciò nonostante la difesa era fortissima: dai capisaldi le artiglierie battevano con efficacia le strade; il terreno, coperto di alberi e filari di viti, ostacolava moltissimo i movimenti; frequenti linee di sassi ammonticchiati (le “marogne”) parallele al fronte difensivo austriaco costituivano un altro ostacolo per i piemontesi, obbligati a scoprirsi completamente nello scavalcarle. Questi problemi avrebbero anche reso difficile per gli uomini di Carlo Alberto il piazzamento dell’artiglieria[14].

La linea austriaca aveva però un punto di minore efficacia alla sua sinistra (cioè verso Santa Lucia), dove gli ostacoli naturali erano meno forti. Ma né Bava, né Franzini avevano contemplato un’azione importante da questo lato, che avrebbe consentito poi di aggirare l’intero fronte difensivo. L’attacco principale era invece previsto verso il centro, contro San Massimo, dalle due località di Sona e Sommacampagna[15].

L’avanzata piemontese e l’inizio dello scontro[modifica | modifica wikitesto]

Austriaci in difesa del villaggio di Santa Lucia durante la battaglia. L’ufficiale in osservazione sulla scala è il futuro imperatore Francesco Giuseppe.[16]

A dispetto degli ordini per l’arresto sulla linea di sosta, i movimenti delle brigate che costituivano le varie divisioni piemontesi mancò di sincronismo. Come riportato sopra, l’assalto principale contro la borgata di San Massimo era affidato alla 1ª Divisione del 1º Corpo rincalzata dalla Divisione di riserva. In testa avrebbe marciato la Brigata “Regina” del generale Ardingo Trotti che fungeva da avanguardia, preceduta da due compagnie di bersaglieri e da uno squadrone di cavalleria. Queste ultime truppe avanzate si spinsero oltre la linea di sosta e furono subito bersagliate da un violento fuoco austriaco. Si ritirarono quindi mirando a proteggere lo schieramento che stava avvenendo del 9º Reggimento della “Regina” e l’arrivo del 10º Reggimento della stessa brigata[15].

In quel frangente, aiutanti di campo di Bava e Franzini chiesero al comando della “Regina” di effettuare il collegamento a destra con l’altra brigata della 1ª Divisione, l’”Aosta” di Claudio Seyssel d'Aix di Sommariva che era, sorprendentemente, impegnata dagli austriaci davanti Santa Lucia (zona di competenza della 2ª Divisione). Il 10º Reggimento prima e il 9° poi furono fatti quindi piegare verso destra, procedendo con estrema difficoltà nel terreno accidentato e solo alle 12 giunsero in località Fenilone, punto di riferimento della linea di sosta appena a ovest di Santa Lucia. Era successo che la Brigata “Aosta” che doveva da Sommacampagna procedere verso San Massimo al bivio di Caselle aveva voltato a destra verso Santa Lucia e non a sinistra. Il generale Bava era con la brigata e, a quanto sembra, fu proprio lui a decidere di deviare a destra. Sicuramente l’ordine di Franzini era poco chiaro e anche contraddittorio, poiché prima riportava che l’”Aosta” avrebbe dovuto dopo aver raggiunto la linea di sosta dispiegarsi fino al Fenilone e poi disponeva che tutta la linea delle due brigate avrebbero dovuto assalire San Massimo. Fatto sta che Bava finì con il trasferire contro Santa Lucia l’attacco principale e tutta la 1ª Divisione fu chiamata a sostegno della 2ª Divisione, anzi a precederla nell’assalto di destra[17].

La battaglia si sposta a Santa Lucia[modifica | modifica wikitesto]

il compito di portare l’attacco principale piemontese fu affidato alla 1ª Divisione del generale Federico d'Arvillars.

I fatti dimostravano che la linea di sosta stabilita dal comando piemontese era troppo vicina al fronte austriaco. La Brigata “Aosta”, infatti, che si dispiegò sulla linea del Fenilone presso Santa Lucia si trovò a 700 metri di distanza dalle posizioni austriache e fu subito fatta segno di un intenso fuoco nemico. La seguiva la Brigata “Guardie” del generale Carlo Biscaretti della Divisione di riserva che, imitando l’”Aosta”, voltò anch’essa a destra al bivio di Caselle. Ormai la battaglia gravitava su Santa Lucia. Intanto Carlo Alberto e il generale Franzini avevano raggiunto le posizioni dell’”Aosta” che avrebbe dovuto attendere sulla linea di sosta, bersagliata dagli austriaci, fino alle 11, ossia almeno un’ora. Il Re rimaneva in posizione avanzatissima, impassibile, fra Fenilone e Santa Lucia, per cui Bava decise di attaccare il villaggio[18].

Contravvenendo al piano, quindi, il generale Bava non si fermò sulla linea di sosta, né si preoccupò di verificare i collegamenti fra l’”Aosta” e le altre unità ai suoi lati. Durante l’avanzata di quest’ultima, a circa 200 metri dalle posizioni austriache il fuoco si fece molto intenso e Bava dovette manovrare, come alle manovre, per schierare i primi battaglioni in linea di tiro. L’operazione riuscì in perfetto ordine e la linea riprese ad avanzare, poi si fermò e iniziò il fuoco di fila contro gli austriaci, ben preparati a difesa[18].

Inizialmente difendevano Santa Lucia 2.300 austriaci di due battaglioni e due squadroni di cavalleria con 6 cannoni della brigata comandata dal generale Strassoldo. Costui, all’avvicinarsi dei piemontesi chiamò di rinforzo un battaglione della brigata del generale Clam-Gallas di riserva alla rotonda di Portanova, a tre chilometri di distanza. Queste forze avevano di fronte la Brigata piemontese “Aosta”, comandata dal generale Sommariva, composta da due reggimenti (il 5° e il 6°) e una batteria di 8 cannoni per un totale di circa 5.000 uomini[19].

Lo stallo davanti al villaggio[modifica | modifica wikitesto]

Particolarmente adatto alla difesa si rivelò il cimitero del villaggio che su tre lati era fornito di feritoie. Lo scontro di fucileria si prolungò senza risultati e anche l’intervento di 8 cannoni piemontesi si rivelò insufficiente, controbattuto com’era dai 6 austriaci assai meglio piazzati. I feriti piemontesi affluivano intanto al Fenilone, dov’era stata allestito un pronto soccorso, abbastanza sfornito, dato che non si prevedeva un’azione sanguinosa. Lo scontro durò un’ora circa, dalle 10 alle 11. La Brigata “Regina”, richiamata da San Massimo, tardava a giungere, né si vedeva arrivare la 2ª Divisione che aveva avuto sin dall’inizio il compito di attaccare Santa Lucia. Verso le 11, però, giunse la Brigata “Guardie” della Divisione di riserva che venne subito schierata a sinistra dell’”Aosta”. Il generale Bava condusse di persona due battaglioni delle Guardie riuscendo a occupare località Pellegrina sulla linea difensiva austriaca, ma non si trattò di uno sfondamento e il successo rimase limitato[20].

L’attacco piemontese e la conquista di Santa Lucia[modifica | modifica wikitesto]

I granatieri piemontesi attaccano in vista del campanile di Santa Lucia.
I Cacciatori austriaci (con il caratteristico cilindro piumato) presso il cimitero di Santa Lucia difesi dalle “marogne” di pietre.

Finalmente, verso le 12, cominciarono ad arrivare davanti a Santa Lucia sia i primi elementi della Brigata “Regina”, sia, con oltre un’ora di ritardo, le prime unità della 2ª Divisione, e precisamente quelle del 11º Reggimento della Brigata “Casale”. Il comandante di quest’ultima, il generale Giuseppe Passalacqua di Villavernia, si dispose immediatamente ad attaccare la linea austriaca e fra le 12,30 e le 13 venne sferrato l’attacco generale, mentre dalla Pellegrina sussisteva la possibilità di aggirare gli austriaci. Le brigate “Guardie”, “Aosta” e “Casale” avanzarono in modo irrefrenabile e il 6º Reggimento della “Aosta” al grido di «Viva il Re, viva l’Italia!» assalì alla baionetta il cimitero di Santa Lucia penetrandovi attraverso le brecce create dall’artiglieria. Qui la lotta con il battaglione di Cacciatori austriaci (Kaiserjäger) che aveva bersagliato al riparo per ore la fanteria piemontese fu cruento ma vittorioso[20][21].

Più a sud il generale Passalacqua, alla testa dell’11º Reggimento conquistò la località Colombara e da lì diresse verso il centro del villaggio di Santa Lucia penetrandovi assieme ai soldati della Brigata “Guardie” e della ”Aosta”. La lotta accanita durata tre ore, dalle 10 alle 13, ebbe finalmente termine. Gli austriaci a difesa del villaggio furono costretti ad abbandonare le forti posizioni e ripiegarono su Verona. Alle 13 circa, dunque, i piemontesi conquistarono Santa Lucia schierandosi poi lungo il ciglio di fronte a Verona. Carlo Alberto, in mezzo al suo stato maggiore, scrutò la città nella speranza di avvistare un indizio di sollevazione anti-austriaca, che non vi fu[20].

La sconfitta piemontese a Croce Bianca[modifica | modifica wikitesto]

Il generale austriaco Friedrich von Liechtenstein (1807-1885) che respinse l’attacco piemontese a Croce Bianca.

Radetzky, intanto, non aveva vere riserve, dato che i 12 battaglioni che presidiavano Verona dovevano mantenere l’ordine in città ed erano i meno efficienti. Né disponeva di una seconda linea mentre la prima minacciava di essere aggirata, con la conseguenza del passaggio di Carlo Alberto sulla riva sinistra dell’Adige a Chievo. Ciò avrebbe voluto dire l’interruzione dei collegamenti con il Trentino e l’isolamento della guarnigione di Verona. Ma i piemontesi si fermarono[1].

Il terreno e le forze austriache[modifica | modifica wikitesto]

Quasi contemporaneamente alle azioni su Santa Lucia, sull’altra ala dello schieramento dell’esercito di Carlo Alberto, quella sinistra, si combatteva per il villaggio di Croce Bianca. Qui la Brigata “Savoia” del generale Francesco d'Ussillon della 3ª Divisione raggiunse gli avamposti austriaci verso le 11,30. Il terreno verso Croce Bianca si presentava ai piemontesi prima declinante e poi in leggero pendio fino alla località Cascina Labbia. Già prima di questo punto le linee austriache erano perfettamente disposte dietro i caseggiati, le siepi e le marogne di massi che dominavano quella depressione che doveva essere attraversata dai piemontesi[22].

Difendevano Croce Bianca gli austriaci del 2º Corpo del generale D’Aspre e più precisamente gli uomini della brigata del generale Friedrich von und zu Liechtenstein (1807-1885). Si trattava di circa 3.000 uomini, con 2 squadroni di cavalleria e 6 cannoni. Ma valendosi della riserva di artiglieria del 2º Corpo, Liechtenstein aveva potuto schierare altri 10 cannoni, con 1.500 fanti a sostegno. Gli altri 1.500 soldati erano pronti a intervenire da Cascina Labbia in caso di necessità[23].

Le forze piemontesi e lo scontro[modifica | modifica wikitesto]

Dal canto suo, il generale piemontese Broglia di Casalborgone, attese che arrivasse sul posto anche l’altra brigata della sua 3ª Divisione, la “Composta” del generale Francesco Conti, disponendola man mano che giungeva alla sinistra della “Savoia”. Terminato lo spiegamento, i battaglioni piemontesi cominciarono ad avanzare in linea fortemente contrastati dal nemico. Un attacco piemontese di fianco fallì e dopo un’ora per la “Savoia” fu necessario tornare momentaneamente indietro per riorganizzarsi. Sulla sua sinistra, intanto, il 16º Reggimento della “Composta” (che comprendeva anche un battaglione di volontari parmensi) avanzando fu fatto segno improvvisamente da una scarica d’artiglieria a mitraglia, che in un solo colpo procurò 33 morti tra le sue fila. Attaccavano in sostanza 10 battaglioni piemontesi per circa 7.000 uomini. Una forza poco più che doppia a quella austriaca che era perfettamente schierata a difesa[24].

La 3ª Divisione si trovava per di più con il fianco destro scoperto perché le truppe piemontesi contro San Massimo avevano deviato verso Santa Lucia. Dopo le 14, quindi, giunse a Carlo Alberto la notizia che il generale Broglia aveva rinunciato alla presa di Croce Bianca. Anche in questo caso come per Santa Lucia non vi era stata nessuna esplorazione precedente, nessun vero servizio di stato maggiore, nessun vero servizio di pronto soccorso. La notizia indusse Carlo Alberto a ordinare il ripiegamento. D’altronde Radetzky non era uscito con i suoi uomini da Verona, né la cittadinanza di questa era insorta come i piemontesi speravano[1].

La controffensiva austriaca[modifica | modifica wikitesto]

L’arciduca d’Austria Francesco Giuseppe (in primo piano) al suo battesimo del fuoco alla battaglia di Santa Lucia.

Fra le 14,30 e le 15, le truppe piemontesi si disposero a ripiegare. Il disimpegno presso Santa Lucia fu protetto dalla Brigata “Cuneo”, della Divisione di riserva, e a destra dalla Brigata “Acqui” della 2ª Divisione. Proprio in questa fase si ebbe una energica controffensiva austriaca sferrata complessivamente da 7 battaglioni scelti fra quelli meno provati dalla battaglia (circa 7.500 uomini), con una batteria di cannoni e uno squadrone di cavalleria. L’attacco venne respinto da unità delle due brigate piemontesi. Radetzky allora rincalzò l’assalto con forze provenienti dalla guarnigione di Verona che pure erano state in piccola parte sfruttate durante il corso della battaglia. Ma giunti gli austriaci a Santa Lucia, trovarono le prime case sgombre constatando che ovunque le posizioni erano state abbandonate dai piemontesi. Alle 18 la battaglia che era iniziata verso le 9 presso San Massimo, poteva dirsi terminata. Gli austriaci potevano considerarsi i vincitori[4][25].

Le perdite e le conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Al termine della giornata, i due eserciti avevano subito perdite numerose: quello austriaco 72 morti (di cui 7 ufficiali), 190 feriti (di cui 8 ufficiali) e 87 dispersi o prigionieri; quello piemontese 110 morti (di cui 6 ufficiali) e 776 feriti (di cui 31 ufficiali). Fra gli ufficiali piemontesi caduti vi fu il comandante del 5º Reggimento della Brigata “Aosta”, il colonnello Ottavio Caccia (1794-1848) colpito al petto durante l’attacco a Santa Lucia[4][26].

Le conseguenze di questa battaglia per l’esercito piemontese furono gravi. I soldati di Carlo Alberto nell’insieme mostrarono una disciplina e uno slancio ammirevoli[27]. Tuttavia il piano di battaglia era mediocre e la direzione degli alti gradi manchevole; soprattutto era mancato, nel corso della battaglia, come a Palestro, lo sfruttamento del successo. D’ora in avanti l’atteggiamento dell’esercito piemontese sarebbe stato di sola attesa, volto solamente a parare i colpi degli austriaci. L’iniziativa, tenuta per nove giorni dai piemontesi, dal 28 aprile al 6 maggio, sarebbe ora passata agli austriaci. L’esercito di Radetzky appariva ormai ripreso dalla crisi di scoraggiamento e proprio i battaglioni composti da soldati del Lombardo-Veneto si erano distinti nell’ostinata difesa delle posizioni avanti Verona[4].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Pieri, p. 217.
  2. ^ Fabris, pp. 228, 230
  3. ^ Di questi 15.600 erano sul campo fin dall’inizio della battaglia e 10.900 erano a guardia di Verona. Questi ultimi furono impegnati solo una parte nella fase finale della battaglia. Vi erano inoltre 7.000 uomini sulla riva sinistra dell’Adige che non parteciperanno alla battaglia. Fabris, p. 215 Pieri, p. 213.
  4. ^ a b c d e Pieri, p. 218
  5. ^ Pieri, p. 211
  6. ^ a b Pieri, p. 212
  7. ^ Pieri, pp. 212-213
  8. ^ Pieri, pp. 212, 217
  9. ^ Pieri, p. 213
  10. ^ Fabris, pp. 212-213
  11. ^ Pieri, p. 212.
  12. ^ Fabris, p. 215
  13. ^ Antonio Schmidt-Brentano, "Die k. k. bzw. k. u. k. Generalität 1816-1918 (Generali austriaci dal 1816 al 1918)", su oesta.gv.at. URL consultato il 12 agosto 2017.
  14. ^ Pieri, pp. 213-214
  15. ^ a b Pieri, p. 214
  16. ^ Dipinto di Louis Braun (1836-1916) del 1899.
  17. ^ Pieri, pp. 214-215
  18. ^ a b Pieri, p. 215
  19. ^ Fabris, pp. 220-221
  20. ^ a b c Pieri, p. 216
  21. ^ Fabris, p. 226
  22. ^ Fabris, pp. 227-228
  23. ^ Fabris, p. 228
  24. ^ Fabris, pp. 228-230
  25. ^ Fabris, p. 239
  26. ^ Fabris, pp. 225-226, 244-245
  27. ^ Il capitano franco-svizzero Alexandre Le Masson scrisse: «Non si potrebbe troppo lodare l’estrema bravura dei Corpi che seppero trionfare a Santa Lucia, degl’immensi mezzi di difesa loro opposti; questa bravura stupì gli austriaci, e l’impressione che ricevettero non fu inutile in seguito ai piemontesi». Pieri, p. 218

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cecilio Fabris, Gli avvenimenti militari del 1848 e 1849, Volume I, Tomo II, Torino, Roux Frassati, 1898.
  • Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1962.