Storia di Napoli

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1leftarrow.pngVoce principale: Napoli.

Napoli
Popolo fondatore Cumani
Anno fondazione VIII secolo a.C.
Stati Polis greca, fino al 326 a.C. (greci)

Roma, fino al 476 (romani)
Regno di Odoacre, fino al 493 (eruli ed altri)
Regno Ostrogoto, fino al 542 circa (ostrogoti)
Imp. Bizantino, fino al 763 (bizantini)
Ducato di Napoli, fino al 1137 (formalmente bizantino)
Regno di Sicilia, fino al 1197 (normanni)
Regno di Sicilia, fino al 1266 (svevi)
Regno di Sicilia, fino al 1302 (angioini)
Regno di Napoli, fino al 1442 (angioini, famiglia Durazzo)
Regno di Napoli, fino al 1501 (aragonesi)
Regno di Napoli, fino al 1646 (viceregno spagnolo)
Repubblica Napoletana, fino al 1647
Regno di Napoli, fino al 1713 (viceregno spagnolo)
Regno di Napoli, fino al 1734 (austriaci)
Regno di Napoli, fino al 1799 (dinastia borbonica, ma regno autonomo)
Repubblica Partenopea, 1799
Regno di Napoli, fino al 1806 (dinastia borbonica, ma regno autonomo)
Regno di Napoli, fino al 1815 (francesi)
Regno delle Due Sicilie, fino al 1860
Regno d'Italia, fino al 1946
Repubblica Italiana, attuale

Questa voce riguarda la storia della città di Napoli, dagli anni della sua fondazione sino ai giorni nostri.

Indice

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Preistoria e protostoria[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cultura del Gaudo.

Nel territorio napoletano, allo stato attuale delle conoscenze, le più antiche tracce di frequentazione sono quelle del Neolitico Medio tipo Serra d'Alto trovate a piazza S. Maria degli Angeli (cioè tra l'acropoli e la necropoli di Partenope, la parte interna - opposta al mare - della collina di Pizzofalcone[1]), ove è noto anche un interessante livello dell'Eneolitico Antico e un altro del Bronzo Antico\Medio; l'Enolitico Medio, tipo Gaudo, è noto più all'interno di quest'ultima dai vecchi rinvenimenti di Materdei, mentre il Bronzo Antico o meglio Medio Iniziale è presente fuori dal primo nucleo urbano della città di Napoli, a piazzale Tecchio[2], che si può considerare l'inizio dell'area flegrea (e anche in altri siti minori); infine il Bronzo Finale è noto da rinvenimenti nell'area costiera del porto di Napoli[3].

Età antica[modifica | modifica sorgente]

La fondazione di Partenope[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Magna Grecia, Partenope (storia), Partenope (mitologia) e Storia di Napoli greca.
Monte Echia, luogo dove sorse la polis greca

Partenope, fondata dai Cumani[4], sorse sulla collina di Pizzofalcone e nell'isolotto di Megaride. Prendeva il nome dalla Sirena eponima, la cui tomba, secondo la tradizione mitica, era situata nelle vicinanze.[5][6] L'insediamento nacque in una logica di approdi e capisaldi nel golfo di Napoli (epineion).

I più recenti ritrovamenti archeologici (2011) dimostrano che l'epoca di fondazione di Partenope è coeva a quella di Cuma e Pithecusa. Dai più recenti dati archeologici si risale infatti al terzo quarto dell'VIII secolo a.C.[7][1]

Probabilmente il porto era situato a valle della collina, verso l'attuale piazza del Municipio.

Da Partenope a Neapolis[modifica | modifica sorgente]

Con l'avvento dell'aristocrazia cumana espulsa dal tiranno Aristodemo di Cuma dopo la vittoria di Aricia nel 507 a.C.[8][9], la città rinacque come Neapolis (città nuova)[10].

La Magna Grecia.

Grazie all'influenza ateniese, la "Città Nuova" diverrà ben presto uno dei più importanti porti del Mediterraneo[11], producendo uno sviluppo urbanistico che rimase immutato sino alla metà del I secolo a.C.

L'influenza ateniese e siracusana[modifica | modifica sorgente]

La rinnovata città diventò ben presto un vero e proprio faro di cultura ateniese della Magna Grecia[11].

La "Città Nuova" seppe in breve tempo sia sostituirsi a Cuma nei commerci marittimi sia assumere il controllo sul golfo. Il suo successo in campo commerciale fu reso possibile grazie al declino della Tirannide dei Dinomenidi a Siracusa (466 a.C.) e all'abbandono di Pithecusa da parte del presidio siracusano, a causa di una violenta eruzione vulcanica. Tale situazione fece sì che Pericle potesse affermare senza molti problemi l'influenza ateniese nei territori della Magna Grecia e quindi su Neapolis[11].

Nella prima metà del V secolo a.C. l'attenzione ateniese per la Campania, ma anche per la Sicilia e l'Adriatico, fu dovuta dal bisogno di derrate alimentari (soprattutto per quanto riguarda il commercio cerealicolo) per una popolazione in continuo aumento. Il golfo di Napoli e più in generale le fertili pianure della Campania mostravano una scelta territoriale più che adeguata. La città attica si servì di Neapolis ma a trarne vantaggi fu soprattutto quest'ultima in quanto, oltre a constatare una notevole rilevanza del suo porto, si immise nell'area (insieme forse ad Elea) della sorgente comunità italiota non solo da una punto di vista culturale ma anche economico. Col diventare il capolinea degli scambi commerciali con il mondo campano interno,[11] Neapolis registrò un incremento demografico. Come testimonianza di questo marcato interesse da parte di Atene, vi è la spedizione del celebre ammiraglio ateniese Diotimo[12]. Quest'ultimo raggiunse Neapolis con la sua flotta al fine di fornirla di coloni attici e calcidesi di Eubea, per il potenziamento del corpo civico[13][14]. Allo stabilirsi di numerosi coloni Greci la popolazione crebbe sino a 30.000 abitanti. Grazie a questa spedizione venne oltremodo istituita una lampadedromia destinata a diventare celebre in tutto il mondo.[6]

Solo un ostacolo si interpose agli ateniesi per la conquista del ricco mercato campano, ovvero i tentativi siracusani di conservare, ancora in seguito alla caduta dei Tirannidi, un ruolo primario nel Tirreno[11]. Un fattore che alla lunga avrebbe portato allo scontro con la città siciliana. Nel 415 a.C. la spedizione contro Siracusa finì in un vero e proprio disastro. I rapporti tra Neapolis e Atene subirono una attenuazione con le vicende belliche della guerra archidamica e la peste, che minarono sostanzialmente l'economia dell'Attica[11].

Neapolis osca[modifica | modifica sorgente]

Intorno alla metà del V secolo a.C. l'equilibrio politico e sociale di Neapolis venne progressivamente minato dalla popolazione osca[15].

Nel 423 a.C. gli Osci, dopo un maggiore consolidamento del proprio ruolo, divennero una popolazione alquanto potente capace di liberare Capua dalla signoria Etrusca. Nel 420 a.C., dopo un terribile assedio, presero Cuma ed una parte dei suoi abitanti corse a rifugiarsi a Neapolis. Nello stesso periodo i neapolitani, divisisi in due partiti, riuscirono invece a salvaguardare la propria incolumità accogliendo nel proprio tessuto sociale, una parte di questa popolazione. Tuttavia, a causa di questo comportamento, Neapolis minò profondamente le sue relazioni con la città madre, Cuma.[4]

I Romani[modifica | modifica sorgente]

Napoli come seconda città della Regio I Latium et Campania, regione romana.

Nel 327 a.C. la città minaccia gli interessi romani distruggendo l'Agro Campano e Falerno. Roma ben presto le dichiarò guerra. L'assedio della città fu affidato al console romano Publilio Filone[4]. Nel frattempo giungevano circa 4000 soldati Sanniti a difesa di una fazione a loro amica. La città si arrese ai romani, anche grazie ad uno stratagemma con il quale i greci allontanarono i Sanniti dalla città (per approfondire questo episodio storico, vedi Partenope (storia)).

Nel 280 a.C., durante la battaglia di Eraclea, quando Pirro si accorse che non c'era alcuna possibilità di un accordo con il Senato romano, decise di passare al contrattacco, avanzando con la sua armata verso nord. Durante l'avanzata deviò su Neapolis con l'intento di prenderla o di indurla a ribellarsi a Roma.[16] Il tentativo fallì e comportò una perdita di tempo che giocò a vantaggio dei Romani: quando giunse a Capua la trovò già presidiata da Levino.

Dal 199 a.C., anno dell'istituzione di una dogana, le importazioni della città iniziarono a diminuire a vantaggio in particolare della vicina concorrente Pozzuoli e in seguito, nonostante i tentativi di Annibale (il quale fu respinto da Hegeas, alle porte della città) di sobillare i suoi abitanti contro Roma, Neapolis fu promossa a municipio romano, perdendo parte delle sue autonomie, sebbene restassero ancora in vigore le fratrìe e le figure di arconti di tradizione greca. Nel 82 a.C., nella lotta fra Mario e Silla, trovandosi a parteggiare per il primo, la città dovette subire le grandi devastazioni e stragi compiute dal secondo, animato dal desiderio di vendetta per l'affronto subito; ciò privò oltretutto Neapolis della sua flotta e dell'isola d'Ischia e ne compromise il commercio a tutto vantaggio di Pozzuoli, dando l'avvio ad un periodo di decadenza. Perso il ruolo mercantile, Neapolis cominciò a diventare la città degli otia. Nel 73 a.C., alle porte della città, a Capua, scoppiò la rivolta dei gladiatori guidata da Spartaco. Di lì a poco sul monte Vesuvio ebbe luogo una delle battaglie che vide la sconfitta dell'esercito romano. Nello stesso frangente in città sorgevano importanti corporazioni e scuole, come quella del filosofo epicureo Sirone dove studiò Virgilio.[17] Nel 49 a.C., nella guerra civile tra Cesare e Pompeo, la città anche stavolta si vide schierata dalla parte dello sconfitto: per questo motivo subì conseguenze negative.

La città degli otia[18] e Pausylipon[modifica | modifica sorgente]

Villa Imperiale di Pausylipon.

A partire dall'ultimo secolo della Repubblica, l'alta società romana si recò in città e dintorni per trascorrere dei periodi di riposo e svago. L'aristocrazia romana risiedeva in sfarzose ville disseminate in tutto il golfo di Napoli. Proprio vicinissima alla città sorgeva l'enorme villa di Lucio Licinio Lucullo: questa infatti si estendeva dall'isolotto di Megaride sino alla collina di Pizzofalcone ed era costituita anche da laghetti artificiali.

Sempre vicino Neapolis, precisamente a Pausylipon (odierno quartiere Posillipo, il cui nome è di derivazione greca e significa pausa del dolore), fu costruita la vasta villa imperiale di Publio Vedio Pollione; a tal fine venne realizzata anche la Grotta di Seiano opera dell'architetto cumano Lucio Cocceio Aucto. A detta degli storici, la Neapolis di questa frangente fu una città alquanto contraddittoria, se da un lato fu costituita dalla presenza di una forte componente romana, dall'altro la voglia di vivere alla greca non si spense mai. Uno squilibrio sociale che troverà un certo ordine solo con l'avvento dell'età augustea.

Anche gli imperatori stessi come ad esempio Nerone trascorsero a Neapolis le loro pause dal governo dell'Impero.

Età imperiale[modifica | modifica sorgente]

A Neapolis si formò la congiura per uccidere Cesare (sembra che Cassio partì proprio da uno dei lidi della città per andare a compiere il celebre omicidio). Nel 2 d.C. Neapolis, ritenuta la città più greca d'Italia[19], fu scelta dall'Imperatore Augusto come "custode della cultura ellenica" e la nominò quale sede dei giochi Isolimpici, sul modello di Olimpia (Grecia)[20][21]. Sempre nel I secolo, la città andò acquisendo elementi multiculturali col progressivo stanziarsi di colonie orientali provenienti da Alessandria d'Egitto e vide una violenta eruzione del Vesuvio, di tipo pliniano.

L'eruzione pliniana del 79 d.C.[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Eruzione del Vesuvio del 79.
San Gennaro, patrono di Napoli.

Nel 79 d.C. Neapolis fu scossa da una violenta eruzione del Vesuvio. A quei tempi, gli antichi, non conoscendo la vera natura della montagna furono del tutto colti di sorpresa. Oltremodo il Vesuvio non aveva dato molte opportunità di farsi conoscere, poiché per secoli fu un vulcano del tutto inattivo, in profondo stato di quiescenza. I primi eventi sismici si verificarono già nel 62 e nel 64 d.C., danneggiando tutte le città della baia, specie quelle poste in prossimità della montagna. A Neapolis crollò anche una parte del teatro all'aperto. Parte della storiografia moderna vuole che Nerone si stesse esibendo nel suddetto teatro, proprio durante uno di quegli eventi sismici.[22]

Il 24 agosto del 79 d.C. cominciò la terribile eruzione vulcanica. Essa fu osservata da Plinio il Vecchio dalla non lontana città di Miseno, ma ad averla tramandata ai posteri fu suo nipote, allora diciassettenne, Plinio il giovane. Dopo aver seppellito di cenere e lapilli le città che sorgevano non lontane dal vulcano, i flussi piroclastici diedero il colpo di grazia: questi ebbero una potenza tale da disperdersi in un raggio d'azione di più di 10 km dal cratere sul lato nord-ovest e circa 17 sul lato sud-est[23]. Neapolis non venne investita da questi ultimi ma fu piuttosto danneggiata dai discreti eventi sismici e dalle abbondanti piogge di cenere. Pompei, Ercolano, Oplontis e Stabia (qui morirà anche Plinio il Vecchio[24]) e tutti i villaggi più vicini alla montagna furono del tutto distrutti. In seguito, lo stesso imperatore Tito volle venir a quantificare i danni della calamità, ma pochi interventi furono possibili.[25]

L'avvento del cristianesimo[modifica | modifica sorgente]

Nel 117 d.C. ulteriori interventi urbanistici a Neapolis e, più in generale in Campania, furono attuati da Adriano. Con la successiva trasformazione da municipio romano a colonia, in città andò affermandosi sempre più la lingua latina e si ebbe una graduale ripresa dal periodo di decadenza (narrato anche da Petronio nel suo Satyricon), con un conseguente aumento della popolazione e un incremento dei commerci dovuto alla presenza alessandrina dall'Oriente nel I secolo. Nel 202 d.C. il Vesuvio eruttò di nuovo violentemente, i suoi boati furono udibili fino a Capua: con Tertulliano, che probabilmente risiedeva a Neapolis, la montagna diventò sinonimo di "inferi", entrando così nell'iconografia cristiana.[26]

La religione emergente, il Cristianesimo, fece presa e si radicò subito dopo la metà del I secolo, in quanto era già in atto un processo di progressiva assimilazione della colonia ebraica presente in città, come testimonia San Paolo nelle sue Lettere e alcuni rinvenimenti archeologici nelle Catacombe di San Gennaro e il Calendarium della Chiesa di San Giovanni Maggiore. Il primo vescovo napoletano fu Aspreno, forse ordinato dallo stesso San Pietro (che una leggenda vuole presente a Neapolis a dire messa nella Basilica di San Pietro ad Aram); Aspreno, poi canonizzato, resse la comunità cristiana napoletana per 33 anni e morì nel 69; l'assenza di martiri fra i cristiani di Neapolis spinse alla scelta, come santo patrono della città, di San Gennaro, vescovo di Benevento, decapitato nella vicina Pozzuoli nel 305.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi San Gennaro, Sant'Aspreno e Catacombe di Napoli.

L'arrivo a Neapolis dei testi di grandi apologisti latini come Tertulliano, l'azione organizzatrice di papa Vittore I prima e quella più strettamente caritativa di papa Callisto I da un lato e il nuovo corso impresso alla politica romana dalla dinastia dei Severi, diedero impulsi benefici alla comunità cristiana ed alla città più in generale.

Sotto Diocleziano, persecuzioni anti-cristiane avvennero anche a Neapolis, almeno sino al 311, anno in cui un editto imperiale concedeva ai cristiani libertà di riunione e di professione della loro fede.

Numerose sono le leggende legate alla figura di Costantino e molte di esse riguardano la costruzione di chiese, come quella di San Giovanni Maggiore e quella di San Gregorio Armeno, solo per citare le più note, ma gli influssi positivi della politica di questo imperatore furono di durata breve in quanto ebbero avvio, dal 410 in avanti numerose invasioni barbariche. La città fu attaccata, ma non espugnata grazie anche alle sue fortificazioni, dai vandali.

Nel 476 Romolo Augusto, l'ultimo degli imperatori romani d'Occidente, venne deposto ed imprigionato, per mano di Odoacre, presso Castel dell'Ovo, a quel tempo villa romana fortificata.

Medioevo[modifica | modifica sorgente]

Periodo bizantino[modifica | modifica sorgente]

La provincia bizantina di Campania[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campania (provincia romana).
La guerra gotica[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Napoli (536) e Assedio di Napoli (543).

Nel VI secolo la città venne sottratta ai Goti dall'Impero romano d'Oriente durante il tentativo di Giustiniano I di ricreare l'Impero e la città fu sottomessa dal nuovo conquistatore, il generale Belisario (536) che, dopo un duro assedio, saccheggiò la città per punire i napoletani dell'appoggio dato ai barbari, anche se, secondo Procopio di Cesarea (testimone oculare dei fatti), non compì stragi perché i napoletani erano cristiani come i Bizantini.

Dopo una nuova e breve parentesi gota (riconquista di Totila del 542), Napoli fu saldamente in mano bizantina grazie all'azione militare di Narsete e diventò provincia bizantina, a partire dal 534 e per i successivi sei secoli. La provincia bizantina di Campania era amministrata da uno Iudex Provinciae mentre la massima autorità militare era un dux o un magister militum. Nel 571 i Longobardi s'impadronirono di Benevento fondando il Ducato di Benevento e sottrassero ai Bizantini il controllo dell'entroterra campano. Qualche anno dopo l'Imperatore Tiberio II (578-582) decise di scindere la provincia di Campania in due: l'Urbicaria e la Campania. L'Urbicaria divenne poi il ducato romano mentre la Campania nel corso del VII secolo divenne anch'esso un ducato, governato da un duca.

L'ordinamento giuridico[modifica | modifica sorgente]

La notevole influenza del regno di Giustiniano in ambito culturale, artistico e, ancor più, nel campo della giurisprudenza (basti pensare al Novus Iustinianus Codex che fu la base del nuovo ordinamento giuridico) si fece sentire anche a Napoli.

Nacque così un governo che era da un lato dotato di una struttura militare, necessaria per la difesa del regno in un siffatto periodo di instabilità politica, e dall'altro di una struttura prettamente civile, deputata più che altro al governo delle province conquistate; inoltre, andò aumentando l'importanza conferita al clero, in particolar modo alla figura del vescovo con ampi poteri anche di giurisdizione civile ereditati dalla vecchia figura del magistrato, ormai scomparsa.

Il periodo vescovile[modifica | modifica sorgente]

Sotto il nome di periodo vescovile s'indica generalmente l'arco di tempo che va dal 578 al 670 e che vede l'affermarsi in città della figura del vescovo come figura di primaria importanza sia religiosa che civile e quindi dotata di potere temporale vero e proprio.

Proprio per le prerogative conferite loro dal nuovo sistema amministrativo e giuridico, spesso vi furono degli aspri contrasti dei vescovi con gli stessi pontefici romani, arrivando in alcuni casi anche a difendere la città dall'ingerenza della Chiesa.

Fu questo un periodo di continue guerre con i Longobardi che dominavano gran parte dell'Italia meridionale e che più volte assediarono la città (come nel 592 e nel 599) senza, tuttavia, riuscire ad assoggettarla, grazie anche al costante apporto del papato, in particolare nella persona di papa Gregorio Magno.

Ducato bizantino[modifica | modifica sorgente]

La Napoli bizantina nell'Italia dell'anno 1000.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ducato di Napoli.

La data di fondazione del ducato napoletano è incerta: secondo Eliodoro Savino (cfr. Campania tardoantica (284-604), p. 138) il territorio campano venne «smembrato pochi anni prima del 600 tra i due ducati bizantini di Roma e di Napoli e quello longobardo di Benevento». La mancanza di riferimenti alla provincia Campania nell'epistolario gregoriano, anche se non ne implica l'abrogazione (che viene smentita da numerose fonti che attestano la presenza di Iudices Campaniae nel corso del VII secolo), è significativa perché indica un crescente potere dei duchi che alla fine diventeranno la massima autorità civile e militare nel 638, portando nello stesso anno all'abolizione della carica di Iudex Provinciae.

Sulla scia della rivolta del 615 che a Ravenna portò all'assassinio dell'esarca, a Napoli Giovanni Consino si pose a capo del malcontento popolare che iniziava a suscitare il dominio di Bisanzio e che, testimoniava un sempre maggior desiderio di autonomia dei napoletani. Giovanni si rese quindi indipendente da Bisanzio ma la sua rivolta venne sedata energicamente e in poco tempo dall'esarca Eleuterio. Nel 638 il dux divenne la massima autorità civile e militare del ducato.

La tradizione dice che il primo duca locale di Napoli fu Basilio nel 661, ma questa tesi viene ora respinta dagli studiosi moderni (Cfr. The New Cambridge Medieval History: c. 500-700, p. 341). I duchi che si susseguirono e che furono, in ordine cronologico, Teofilatto I (666-70), Cosma (670-72), Andrea I (672-77), Cesario I (677-84), Stefano I (684-87), Bonello (687-96), Teodosio (696-706) e Cesario II (706-11), dovettero fronteggiare con una serie di guerre i Longobardi, l'altra potenza dell'Italia meridionale, che premevano dai vicini ducati di Capua e Benevento.

Nel 711 i napoletani, guidati dal saggio governo del duca Giovanni I e spalleggiati dall'apporto del Papa Gregorio II, riuscirono a riconquistare la città di Cuma, caduta inaspettatamente in mano longobarda.

La controversia iconoclasta scatenatasi nel 726 pose il nuovo duca, Teodoro I in una difficile condizione di incertezza fra la fedeltà all'Imperatore di Bisanzio e la devozione al Papa, dalla quale il duca seppe uscire a testa alta conservando una posizione di equidistanza che non compromise i rapporti di Napoli né con l'Impero né con il Papato.

Durante il periodo vescovile in città sorsero numerosi monasteri, oltre a svariate chiese; i monasteri erano per lo più cenobi di origine greca (retti da monaci basiliani) che trovavano allocazione sulle alture dell'interno o sulle isole ma anche in città come quello che sorgeva nell'antico Oppidum Lucullianum, sulla collina del Monte Echia o sull'isoletta di Megaride, sebbene non mancassero conventi in città come il monastero greco di San Sebastiano.

Anche a Napoli, come a Roma, i monaci furono i principali divulgatori della cultura in una lingua ormai diversa dal latino classico e che aveva ormai assorbito influssi greci di derivazione bizantina ma che produsse, oltre a trascrizioni e traduzioni dei classici anche la produzione cristiana, cosiddetta, agiografica.

Dal punto di vista artistico va ricordato che a Napoli l'influsso longobardo fu pressoché nullo, e la tradizione artistica romana e paleocristiana si perpetuò a lungo nel tempo ma, anche dell'arte bizantina da cui la città mutuava molti influssi, è rimasto molto poco a causa sia di eventi come calamità o distruzioni belliche sia di una capacità di trasformazione e di adattamento operata dagli artisti.

In quest'epoca Napoli, che era divenuta la principale città della Campania, fu rafforzata nelle sue mura, anche per una migliore difesa dalle minacce dei Longobardi, e tutta la zona portuale fu inclusa nella cerchia delle mura che di fatto non ebbero un ampliamento di grandissimo rilievo.

Il Ducato autonomo[modifica | modifica sorgente]

Il ducato autonomo.

Dopo i ducati di Giorgio e Gregorio I, divenne duca Stefano II, in un primo momento molto legato a Bisanzio e poco al Papato ma che, successivamente, nel 763 riconobbe il pontefice Paolo I e si ribellò apertamente all'autorità centrale, assumendo la carica vescovile e divenendo così di fatto il primo a guidare il ducato napoletano autonomo.

Ciò venne incontro al desiderio del popolo napoletano che andò acquistando una sempre più ampia coscienza civica e una fiducia sempre maggiore nella propria autonomia, tanto che da solo e con la lungimiranza dei suo capi e dei suoi vescovi poté resistere ai tentativi di conquista da parte dei Longobardi, dei Franchi e dei Saraceni. Nell'831 la città subì un duro assedio da parte dei Longobardi di Benevento che riuscirono ad impadronirsi del corpo di San Gennaro, mentre la testa rimase nella Basilica di Santa Restituta.

Nell'832 Stefano fu assassinato da una congiura ordita da alcuni nobili napoletani sobillati da emissari di Sicone, principe longobardo e fu eletto duca proprio uno dei suoi assassini, Bono, destituito dopo appena sei mesi dal suo incarico. Nel frattempo a Palermo si era insediata la dinastia araba, ma già a Napoli s'intravide una politica filo-musulmana in vista di una proiezione più mediterranea che continentale del ducato[27]. Nell'836 l'ennesimo assedio da parte dei Longobardi venne scongiurato da un intervento saraceno invocato dai Napoletani.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia dell'Islam nell'Italia medievale.

Nell'840, con l'avvento di Sergio I sembrò terminare il lungo periodo di lotta del Ducato contro i barbari e in difesa della romanità e fu inaugurata una politica estera più amichevole nei confronti dei Franchi, in funzione di garantire a Napoli una sempre più salda autonomia dalle incursioni saracene e longobarde; ciò tuttavia non impedì ai Saraceni di distruggere, nell'845 la località di Miseno. Le flotte napoletane seppero tener testa ai musulmani di Sicilia e Nordafrica. Nell'846 le flotte campane videro la vittoria di punta Licosa. La chiave del successo cittadino fu data dallo sviluppo in campo marittimo, civile e militare. Nello stesso anno Cesario Console liberò Gaeta dai fedeli dell'Islam. Tre anni dopo i musulmani attaccarono Roma ma furono respinti dalla flotta napoletana comandata ancora una volta da Cesario Console, giunta in soccorso del pontefice nella battaglia navale di Ostia.

Seguì un periodo in cui si tentò una sorta di alleanza con i Saraceni, osteggiata da Papa Giovanni VIII che riuscì a far condurre il duca in catene a Roma e a farlo giustiziare; fu questo un periodo in cui Napoli ed il Papato si ritrovarono ai ferri corti (anche sotto il ducato di Atanasio II). Successivamente Napoli fu nuovamente contro i corsari saraceni. Nel 902 i napoletani rasero al suolo il grande complesso conventuale posto sull'isolotto di Megaride (attuale Castel dell'Ovo), per evitare che vi si fortificassero i Saraceni usandolo come base per l'invasione della città, mentre i monaci si ritiravano a Pizzofalcone. In un documento del 1128, tuttavia, nel sito viene nuovamente citata una fortificazione, denominata Arx Sancti Salvatoris dalla chiesa che vi avevano costruito i monaci. Da un punto di vista sociale, in questo periodo la città si arricchì di scuole e biblioteche, mentre la marina mercantile rivolse il suo sviluppo anche verso Oriente.

I musulmani dell'insediamento del Traetto furono sconfitti nel 915 nella Battaglia del Garigliano, in cui l'esercito napoletano, alleatosi con il Ducato di Capua, fu praticamente sotto il comando di Bisanzio, che non perse occasione per riprendere ad esercitare la propria supremazia sul Ducato; di fatto, i duchi che si susseguirono furono nuovamente nella sfera imperiale, almeno sino al 963.

Intanto, un nuovo spauracchio si affacciò sul Ducato, il Sacro Romano Impero che, con Ottone III iniziò a far valere le proprie mire espansionistiche sulle terre del sud Italia e quindi su Napoli, che, pur rimanendo invischiata nei turbolenti anni delle lotte per il possesso di quelle terre, riuscì sostanzialmente a mantenere la sua indipendenza.

Nel 1030 il duca Sergio IV donò la contea di Aversa alla banda di mercenari normanni di Rainulfo Drengot, che lo avevano affiancato nell'ennesima guerra contro il principato di Capua, creando così il primo insediamento normanno nell'Italia meridionale. Da qui i normanni assimilarono la cultura della Napoli bizantina, trasformandosi da popolo incolto e rude a popolo civilizzato.[28][29] Dalla base di Aversa, nel volgere di un secolo, i normanni saranno in grado di sottomettere tutto il meridione d'Italia, dando vita al Regno di Sicilia. Nel 1077 la città resistette ad un assedio di due anni, mentre la vicina Salerno era già caduta in mano normanna. Il duca Sergio VII nel 1131 fu costretto a riconoscere Ruggero II come suo sovrano ma qualche tempo dopo il vassallaggio ebbe fine in quanto le flotte napoletane parteciparono alla lega anti-Ruggero a Scafati. Nel 1134 i napoletani rigettarono in mare un'ulteriore flotta normanna. Il sovrano si vendicò con un lungo periodo di stragi e distruzioni che decimarono la popolazione della città. In un gioco di sottomissioni e risottomissioni, Sergio seppe ad ogni modo tenere ancora sotto il suo controllo il ducato. Nel 1136-37 Sergio si ribellò nuovamente. Con la venuta dell'Imperatore Lotario III il popolo uscì momentaneamente da una situazione di grave pericolo. Con la discesa in Italia di Lotario III ebbe inizio una lunga guerra tra l'Impero e i Normanni che vide Re Ruggero II d'Altavilla perdere progressivamente i territori dell'Italia peninsulare. Ripartito Lotario nell'ottobre del 1137, Ruggero II poté riconquistare, oltre Napoli, anche Salerno, Avellino, Benevento e Capua. Il Ducato di Napoli fu, comunque, l'ultimo territorio a cadere in mano normanna. Anche dopo la capitolazione del Duca, i napoletani si ribellarono al sovrano straniero organizzandosi in una Repubblica aristocratica fino alla definitiva resa avvenuta in Benevento (1139).[15]

Periodo normanno[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno di Sicilia.
Gli Altavilla
Il blasone della casa di Altavilla
Quella degli Altavilla fu la dinastia reale che operò la riunificazione politica dell'Italia meridionale,(compresa la Sicilia). L'opera iniziata dai figli di Tancredi (capostipite della famiglia), Roberto il Guiscardo e Ruggero I, fu portata a termine da Ruggero II, nel 1130. Gli Altavilla regnarono indisturbati sui territori meridionali per oltre mezzo secolo quando dovettero arrendersi, nel 1194, alla potenza sveva. L'ultima degli Altavilla, Costanza sposò l'imperatore germanico Enrico VI di Hohenstaufen; quest'ultimo ereditò con le armi il regno normanno, garantendo ancora a lungo quella nuova continuità territoriale che gli Altavilla avevano costituito a scapito dell'autonomia che la città di Napoli si era conquistata nei secoli addietro a caro prezzo, nel periodo ducale.

Le vicende storiche[modifica | modifica sorgente]

Si andava nel frattempo costituendo quel Regno di Sicilia che unificò Sicilia e Italia meridionale sin dal 1130, anno in cui il nuovo stato unitario fu istituito dall'Antipapa Anacleto II e successivamente legittimato, nel 1139, per mano di Papa Innocenzo II. Tale nuovo Regno fu governato dai Normanni sino al 1195 con capitale non a Napoli ma, per volere di Ruggero II d'Altavilla, a Palermo. Pur tuttavia, la città acquisì grandi funzioni grazie all'importanza del suo porto. Quest'ultimo permise a Napoli di divenire l'unica città del Regno e più in generale della penisola italiana, in grado di far parte della Lega Anseatica (1164)[30][31]. Le città della Lega mantennero il monopolio dei commerci su gran parte dell'Europa settentrionale e del mar Baltico.[32]

Ruggero II giunse a Napoli nel 1140, accolto con tutti gli onori (così come narrato, con dovizia di particolari, da un cronista medievale[33]) e, dopo la nomina di un responsabile giuridico ed amministrativo (il compalazzo) accentrò in pratica tutti i poteri nelle sue mani, mettendo definitivamente fine al periodo di autonomia della città. Mentre la nobiltà mantenne per certi versi i propri privilegi, il clero conobbe un periodo di decadenza, anche considerando i dissapori dei re normanni con l'autorità papale.
Nel 1154, salì sul trono di Sicilia, Guglielmo I e tutto il periodo in cui fu sul trono fu caratterizzato da una serie di lotte interne e di difficili rapporti con gli stati esteri; inoltre, a Napoli si accese una contesa tra le classi dei milites e quella dei nobiliores e alcune rivolte portarono anche il popolo a scendere in piazza contro l'istituto monarchico. Guglielmo represse le rivolte nel sangue, fu molto severo nell'amministrazione della giustizia e aumentò l'imposizione di tasse avvalendosi, per portare a compimento il suo programma, del ministro barese Maione, poi assassinato in una congiura ordita dal suocero Matteo Bonello.
Con l'avvento sul trono di Guglielmo II, migliorò il dialogo della monarchia normanna con il popolo e Napoli visse un periodo di relativa tranquillità; fu nominato un governo consolare alla cui composizione contribuirono non solo esponenti delle classi nobiliari ma anche dei mediani e del popolo. Maggiore autonomia, specie in ambito commerciale (fu ripristinata l'antica promissio riguardante l'esenzione dai dazi), fu conferita alla città da Tancredi di Lecce, nuovo sovrano che regnò dal 1189 al 1194.

Ma l'estremo gesto di Tancredi che fece arrestare l'imperatrice Costanza (detenuta per un periodo anche a Napoli) e la debole reggenza del figlio di questi, Guglielmo III, non riuscirono ad impedire l'invasione del regno da parte degli Svevi che, con Enrico VI posero fine alla dominazione normanna, durata poco più di mezzo secolo.

Il nuovo sistema istituzionale e sociale[modifica | modifica sorgente]

Regno di Sicilia 1154.svg

Con l'avvento di Ruggero II, vennero implementate a Napoli, nuove istituzioni fondate sulla preminenza del potere regale che andava ad affiancarsi ai vecchi usi feudali e municipali[34]. Il nuovo sovrano stabilì rapporti molto più stretti con la nobiltà mediante la concessione di privilegi feudali (per la prima volta, a Napoli furono istituite le figure dei "cavalieri" feudali), assicurandosi così un costante appoggio alla sua politica. Il "compalazzo" (da comes palatii), di nomina regia, aveva importanti funzioni nell'ambito della vita cittadina che andavano dall'amministrazione delle rendite demaniali, alla gestione della giustizia sia civile che penale, sino al controllo della rete dei funzionari dell'amministrazione ("conestabili").
Fu anche grazie a questo nuovo sistema istituzionale che i re normanni riuscirono a controllare le rivolte, che pur non mancarono a Napoli e in altre zone campane e pugliesi del regno, che la classe dei "mediani", costituita essenzialmente da milizie professionali, sobillò contro il potere regio; furono proprio i nobili, fedeli al re, che s'incaricarono di stroncare queste rivolte.
Negli ultimi anni del governo normanno (specie con Tancredi di Lecce al potere, che governò con un "consiglio di consoli", presieduto dal compalazzo), si arrivò addirittura a ristabilire i diritti dei cittadini su alcune terre precedentemente usurpate proprio dal potere regio nella contea di Aversa. In tale periodo s'intensificarono i contatti commerciali, specie con la città di Amalfi e alla cittadinanza napoletana fu concessa la possibilità di battere moneta.
Dal punto di vista sociale si andarono costituendo gruppi familiari che si radicavano in particolari aree del territorio cittadino che, sempre più influenti, condividevano interessi economici e patrimoniali (i potentes o consortes). A queste consorterie civili si affiancarono gruppi di ispirazione religiosa come le confraternite o le estaurite.
Altro elemento che contribuì non poco al mutamento sociale del periodo post-ducale fu l'aggregazione dei piccoli monasteri di rito greco in strutture monastiche più grandi, che iniziarono a seguire il rito latino. Queste comunità, spesso urbane e non solo esterne alla città muraria come un tempo, beneficiando dei generosi lasciti patrimoniali delle classi aristocratiche napoletane, costituirono un elemento di garanzia per la stabilità del governo della città.

Periodo svevo[modifica | modifica sorgente]

La fondazione della prima Università statale e laica d'Occidente[35][36]
Stemma della "Federico II"
L'Università degli Studi di Napoli fu fondata da Federico II di Svevia il 5 giugno 1224 tramite l'editto generalis lictera. L'Università di Napoli è considerata in assoluto la prima Università di tipo statale (non fondata, cioè, da corporazioni o associazioni di intellettuali, bensì da un sovrano). Due furono i motivi principali che spinsero l'imperatore all'edificazione dello studium generale (l'Università principale del Regno di Sicilia): in primo luogo la formazione esclusiva del personale amministrativo e burocratico della curia regis e quindi la preparazione dei giuristi che avrebbero aiutato il sovrano nella definizione dell'ordinamento statale e nell'esecuzione delle leggi; in secondo luogo agevolare i propri sudditi nella formazione culturale, evitando loro inutili e costosi viaggi all'estero. L'università, polarizzata intorno allo studium di diritto e retorica, contribuì all'affermazione di Napoli quale capitale delle scienze giuridiche, dove formare la classe dirigente dello stato[37]. La scelta di Napoli come centro culturale dell'Impero fu legata a fattori riappacificatori, strategici e culturali. La città fu l'ultima a piegarsi ai normanni, mentre più recentemente si oppose per tre anni all'assedio di Enrico VI, padre di Federico. Oltremodo si ribellò anche a quest'ultimo, passando al partito di Ottone IV. In più Napoli era locata in un luogo ameno e costituiva già un affermato polo commerciale,[38][39][40] mentre da un punto di vista intellettuale la città campana poteva fregiarsi della propria tradizione virgiliana.

Il trapasso dalla monarchia normanna a quella sveva, sia pure facilitato dai legami dinastici che vedevano la figlia di Ruggero II, Costanza, sposa di Enrico VI di Svevia, non fu indolore e condusse ad un periodo di crisi per la città di Napoli e più in generale per tutta l'Italia meridionale durato almeno un ventennio.
Già nel 1191, con Tancredi ancora in carica, la città si era opposta strenuamente alle truppe imperiali resistendo per tre mesi ad un duro assedio; nel 1194 però Napoli dovette capitolare e fece atto di formale obbedienza all'imperatore. Alla morte di Enrico (1197), grazie anche ad un periodo di anarchia che ne seguì, la città ebbe un periodo di relativa autonomia, acquisendo anche una sua forza militare che mise in atto nella distruzione di Cuma, da dove imperversavano le truppe imperiali, avvenuta nel 1207[41].

Federico II[modifica | modifica sorgente]

L'autorità imperiale fu ristabilita, non senza difficoltà, in seguito all'ascesa sul trono degli Hohenstaufen di Federico II. Questi era stato incoronato nel 1198 da Papa Innocenzo III, ancora minorenne e preso in tutela proprio dal Papa, alla morte della madre Costanza avvenuta nel 1198. Nel 1208 fu dichiarato maggiorenne, pur se quattordicenne, ereditando di fatto il regno. L'anno seguente ebbero inizio le rivolte a Napoli, in Sicilia ed in Calabria che il giovane sovrano riuscì brillantemente a reprimere, mostrando anche una sempre maggiore insofferenza verso l'autorità ecclesiastica che lo porterà, anni dopo, alla scomunica papale. Gli aristocratici napoletani, approfittarono della situazione di semi-anarchia che si era venuta a creare negli ordinamenti civili e ben presto si trovarono in rotta di collisione con Federico che, gravato dai problemi politici e militari esteri, riuscì a ristabilire l'ordine nei rapporti di vassallaggio soltanto a partire dal 1231, con la promulgazione delle Costituzioni di Melfi.
Federico II fu un sovrano molto attento alla cultura, in special modo a quella letteraria e giuridica (tra i suoi collaboratori è possibile citare il poeta Pier delle Vigne e il giureconsulto Taddeo da Sessa). Nel 1224 istituì a Napoli lo Studio generale, la seconda università della penisola, e la prima statale. Nell'atto di fondazione si leggeva[42]:

« Noi esigiamo per i Nostri servigi uomini dotti, formati nel fervore dello studio di Jus e Justitia, ai quali senza apprensione affidare l'amministrazione dello Stato »

Ampliò Castel Capuano, diede incremento ai traffici, aggregò poi al compalazzo una Curia composta di cinque giudici e otto notai. Elementi fortemente negativi per l'autonomia cittadina furono invece la rigida politica di imposizione fiscale, l'abolizione delle autonomie comunali e della classe sociale dei notai (curiales) e la generalizzata ingerenza negli affari privati dei cittadini da parte dell'amministrazione fortemente accentrata del re; elementi che contribuirono a scatenare una sostanziale avversione verso lo stupor mundi (come lo svevo era soprannominato), fino a sfociare in aperta insurrezione popolare, alla notizia della sua morte, avvenuta nel 1250, contro il suo successore Corrado IV.

Gli ultimi anni svevi: rivolte e assedi[modifica | modifica sorgente]

Nel 1251 Napoli si costituì a Comune libero ponendosi sotto la protezione del papa Innocenzo IV. Nel 1253 la città, in stato di assedio, dovette arrendersi a Corrado, decimata dalla pestilenza e dalla fame, dopo quattro mesi di resistenza. La vendetta di Corrado si attuò col diroccare parte delle mura, trasferire lo Studio a Salerno e imporre ulteriori onerose gabelle. Dopo la morte di Corrado (1254) la città si pose nuovamente sotto il papa Innocenzo IV, che si stabilì a Napoli, ma vi morì poco tempo dopo (1254). Nel conclave, tenutosi a Napoli, il 12 dicembre 1254 fu eletto papa Alessandro IV, che si ritirò a Roma all'avvicinarsi dell'esercito di Manfredi, fratello di Corrado IV. Sottomessa da Manfredi, dopo la sconfitta di quest'ultimo (Battaglia di Benevento, 1266), Napoli aprì le porte al nuovo re Carlo I d'Angiò.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Benevento (1266).

Gli Angioini[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno di Napoli e Storia di Napoli angioina.
Il Regno di Napoli nei suoi perimetri storici.

Nel 1266 papa Clemente IV aveva assegnato il Regno di Sicilia a Carlo I d'Angiò. L'ingresso a Napoli del nuovo sovrano (fratello di Luigi IX di Francia), avvenne in modo trionfale il 7 marzo, dopo che il nuovo erede del regno era stato accolto da una delegazione di cavalieri napoletani alle porte di Aversa. Il cronista fiorentino Giovanni Villani descriverà più tardi il nuovo sovrano francese come «savio, di sano consiglio, e prode in armi, e aspro e molto temuto e ridottato da tutti i re del mondo, magnanimo e d'alti intendimenti»[43], a testimonianza del grande prestigio che Carlo aveva assunto sullo scenario europeo.
Prestigio che aumentò ancor più dopo la vittoria nella Battaglia di Tagliacozzo (1268), allorquando le truppe angioine sbaragliarono l'esercito di Corradino di Svevia, ultimo discendente diretto di Federico II e fautore del partito ghibellino mirante alla riconquista del regno. Con un processo formale, il giovane svevo (aveva solo 16 anni), fu condannato ad essere decapitato al Campo Moricino (l'odierna Piazza del Mercato) il 26 ottobre 1268; fu questo il primo episodio di una lunga serie di vendette che furono consumate a Napoli contro tutti coloro che avevano appoggiato il partito svevo di Federico II e di Manfredi.
Nel 1284, in seguito alla rivolta dei Vespri Siciliani (scaturiti anche dalla scelta di aver trasferito la capitale del regno a Napoli), gli Angioini persero la parte insulare a vantaggio degli Aragonesi. I due Regni continuarono a definirsi entrambi "di Sicilia"; in particolare, in quello continentale nacque la formula di Sicilia al di qua del Faro (Napoli) e Sicilia al di là del Faro (per approfondire, vedi Faro di Messina). Le due parti rimasero formalmente separate, nonostante abbiano condiviso quasi sempre lo stesso sovrano, fino al 1816 quando venne costituito il Regno delle Due Sicilie (vedi Regno di Napoli).
Persa la Sicilia, Carlo I d'Angiò fissò la sua residenza a Napoli che divenne in tal modo la capitale del regno; il periodo che seguì fu tumultuoso con Carlo che cercò di riconquistare l'isola perduta e gli Aragonesi, con a capo Pietro III d'Aragona, che risalirono il continente impossessandosi prima della Calabria e giungendo a lambire persino la capitale con il posizionamento di presidi militari a Ischia e Capri e tentando, con l'ammiraglio Ruggero di Lauria, di sbarcare a Nisida (1284). L'ammiraglio aragonese fece prigioniero lo stesso figlio del re; quest'ultimo dovette designare suo erede temporaneo il nipote Carlo Martello. Alla morte del re, avvenuta nel 1285, vi fu un periodo di interregno durato tre anni durante il quale fu il Papa, nella persona di Onorio IV, a gestire politicamente i territori angioini, con la promulgazione delle cosiddette Costituzioni di Sicilia[44], mentre non cessavano le incursioni aragonesi sulle coste di Sorrento, Castellammare, Positano ed Amalfi.
Il figlio del defunto re, Carlo II d'Angiò, detto lo Zoppo, cessato nel frattempo il periodo in cui era prigioniero degli aragonesi, fu incoronato nuovo re di Napoli nel 1289, riuscendo a garantire al regno alcuni anni di tranquillità anche in seguito alla stipula della Pace di Caltabellotta (1302), che limitava il regno degli Angioini al meridione continentale d'Italia e stabiliva che Federico III d'Aragona continuasse a regnare in Sicilia con il titolo di Re di Trinacria (e non di Sicilia).

Napoli capitale[modifica | modifica sorgente]

Nel periodo dei primi re angioini la città fu abbellita ed ampliata e in essa sorsero numerose chiese monumentali dovute alle sovvenzioni regie. Ai due castelli pre-esistenti (Capuano e dell'Ovo), Carlo I vi aggiunse il Maschio Angioino (dove fu ospite Papa Celestino V e fu centro di un nuovo rione popolato di palazzi principeschi), e Giovanna d'Angiò, sulla collina che domina la città, un quarto castello, castel Sant'Elmo. La città divenne cosmopolita per la presenza di Genovesi, Fiorentini, Provenzali, i quali risiedettero in quartieri propri, con fondachi e chiese costruiti secondo lo stile delle terre di origine.

L'aumento dei traffici marittimi portò alla costruzione del cosiddetto Porto di mezzo e di nuovi arsenali. Anticamente il porto di Napoli corrispondeva all'attuale Porto Piccolo; in epoca medievale, periodo in cui Napoli era rimasta nei limiti delle mura dell'imperatore romano Valentiniano III, al porto romano se ne aggiunse un secondo (Porto Grande). Successivamente, durante il periodo normanno e svevo, la città non subì ingrandimenti. Lo sviluppo urbano riprese invece alla fine del XIII secolo, con gli Angioini, la città fu ampliata verso occidente e fu allargato il Porto Grande.

Il potere della monarchia[modifica | modifica sorgente]

Lo sviluppo di Napoli continuò con i successori di Carlo, soprattutto con Roberto d'Angiò. Roberto, salito al trono alla morte di Carlo II d'Angiò (avvenuta nel 1309 nell'ospizio Reale di Casa Nova di Poggioreale), regnò per trentaquattro anni (1309-1343); conosciuto come "il Saggio", fu definito dal Boccaccio come «il re più sapiente del mondo dopo Salomone», godette di grande prestigio, soprattutto nei primi anni del regno; in questi anni anche l'Università napoletana, divenne una delle più importanti d'Europa. Nel medesimo periodo Napoli rafforzò il suo peso politico nella penisola, anche grazie allo sviluppo della propria vocazione umanistica (la dinastia angioina entrò più volte nello scenario politico degli Stati italiani e sotto il regime di Ladislao I ci fu un vero e proprio tentativo di unificazione. Inoltre, nel corso di duecento anni, la famiglia reale estese il suo potere anche in vari territori Oltralpe: è il caso dei Balcani, Regno d'Ungheria, Tunisia, Vicino Oriente, ecc.[45]). I gravi problemi del regno, il persistere e lo svilupparsi della feudalità e la contesa dinastica per la Sicilia, furono causa della successiva decadenza aggravata da un ulteriore problema che la rese più rapida: le questioni dinastiche fra i vari rami degli Angioini.

Il decadimento del Regno[modifica | modifica sorgente]

Una delle grandi costruzioni di epoca angioina: il castel Sant'Elmo.

Il regno di Roberto il Saggio, caratterizzato sia da alcuni infruttuosi tentativi di riconquista della Sicilia sia, a livello politico più ampio, dalla vocazione del sovrano di mettersi a capo del partito guelfo in Italia per fronteggiare l'imperialismo germanico[46], terminata nel 1343, anno in cui il re morì.

Mediante testamento, Roberto aveva designato alla successione sua nipote Giovanna d'Angiò intendendo così favorire suo marito Andrea d'Ungheria. La figura di questa regina, incoronata in Santa Chiara il 28 agosto 1344, certamente controversa per la sua complessa personalità, fu importante, se non altro, in quanto da considerarsi come la prima espressione di un sovrano interamente napoletano, grazie alla naturalizzazione progressiva che la dinastia angioina aveva compiuto nell'Italia meridionale.

Nel periodo in cui regnò Giovanna, si andarono accentuando i primi segnali di decadimento già emersi negli ultimi anni del regno di Roberto, con un progressivo aumento di lotte tra fazioni e complotti ed anche a causa del fallimento della politica estera angioina che non riusciva a ricostituire l'unità statale normanno-sveva, spezzata dalla mutilazione della Sicilia.

Giovanna fu spalleggiata dalla nobiltà napoletana nell'opporsi alle rivendicazioni dinastiche di suo marito appartenente al ramo ungherese degli angioini e dunque discendenti di Carlo Martello (fratello di Roberto il Saggio) e la regina fu probabilmente coinvolta anche nel suo assassinio avvenuto il 18 settembre 1345, ad Aversa.

Ma le lotte dinastiche non cessarono con la morte di Andrea; Giovanna sposò in seconde nozze Luigi di Taranto e, poco dopo, il cognato, (fratello del marito assassinato), Luigi d'Ungheria iniziò l'invasione del Regno, costrinse prima la sovrana a fuggire in Provenza e successivamente egli stesso fu costretto a ritirarsi a causa della terribile epidemia di peste nera che andava abbattendosi sulla città (64.000 vittime).

Eventi celebri[modifica | modifica sorgente]

Durante il periodo della dominazione angioina a Napoli si verificarono alcuni eventi rimasti famosi ancor oggi: la decapitazione del giovane Corradino di Svevia nel 1268, l'assassinio di Andrea d'Ungheria (marito di Giovanna I d'Angiò, l'entrata a Napoli di suo fratello Luigi, l'assedio della città da parte di Carlo di Durazzo, in seguito Carlo III, la reggenza di Margherita di Durazzo, le epidemie di peste nel 1348, 1362 e 1399, le lotte di Luigi II d'Angiò per ottenere il regno, il già citato regime di Ladislao I d'Angiò, gli assedi alla città nelle lotte per la successione di Giovanna II d'Angiò (1414-1435) fra Renato d'Angiò e Alfonso V d'Aragona finché quest'ultimo, dopo essere penetrato nella città attraverso un acquedotto, nel 1442 poté occupare definitivamente Napoli e metter fine alla dinastia angioina durata quasi due secoli (1268-1442).

Traguardi artistici[modifica | modifica sorgente]

Le testimonianze sull'arte napoletana pre-angioina sono molto limitate. Le discrete informazioni riguardano per lo più il periodo classico greco-romano (con l'aiuto degli Scavi di Pompei, oltremodo, si è intuito che il rosso pompeiano fosse molto in voga tra le città del golfo), o ancora si sa delle influenze artistiche sannite attraverso il ritrovamento di cocci e via dicendo. Alquanto misere sono le testimonianze del periodo bizantino e normanno-svevo. Di sicuro è che la città in epoca bizantina, generalmente parlando, apparisse molto diversa, di gusto orientalizzante: a prova di ciò sono gli interni della Chiesa di San Giovanni Maggiore.

Molto più documentata è stata invece l'arte di Napoli angioina. Alla corte di Napoli fu attivo Giotto che affrescò parte dei locali della Basilica di Santa Chiara (oggi il suo operato è riscontrabile in maniera frammentaria solo nel coro delle monache, a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale), e anche Lello da Orvieto, Roberto d'Oderisio e Pietro Cavallini. Architettonicamente, oltre ai castelli precedentemente citati, la dominazione angioina coincise anche con la costruzione di imponenti impianti gotici: la basilica di San Lorenzo Maggiore (con abside percorsa da ambulacro), la chiesa di San Domenico Maggiore, il già menzionato monastero di Santa Chiara e il Duomo (per il quale furono chiamati architetti di estrazione francese).

Gli Aragonesi[modifica | modifica sorgente]

L'egemonia aragonese nel 1385.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Corona d'Aragona, Umanesimo e Rinascimento napoletano.

Sotto gli Aragonesi l'ingrandimento urbano di Napoli divenne molto maggiore, con la costruzione di una nuova cinta muraria che aveva ventidue torri cilindriche. Si ebbe inoltre un notevole impulso demografico tanto che la città toccò 110 000 abitanti sul finire del XV secolo, per le continue immigrazioni, non esclusa una numerosa colonia di ebrei profughi dalla Spagna e dalla Sicilia.

Il primo dei re aragonesi, Alfonso I, non seppe conquistare l'animo dei Napoletani, soprattutto perché volle abolire il seggio del popolo, per essersi circondato troppo da Catalani e per aver governato col ricorso esclusivo a soldati mercenari. Nelle pretese contrastanti fra Angioini e Aragonesi s'innestava il conflitto interno fra la monarchia e i baroni, manifestatasi in episodi drammatici come la Congiura dei baroni sotto il regno del successore di Alfonso. Ciononostante Alfonso I riconobbe a Napoli un'importanza primaria rispetto alle altre città del suo vasto territorio facendo della città partenopea una vera e propria capitale del Mediterraneo, profondendo inoltre somme immense per abbellirla ulteriormente. La città nel periodo alfonsino si pose anche tra i massimi centri dell'Umanesimo-Rinascimento [28][47]. Vari anni prima dell'avvento al papato di Niccolò V, fu uno dei sovrani più appassionati dell'antichità, favorendo lo studio degli antichi autori. In questo periodo convennero alla Corte napoletana grandi personalità come Lorenzo Valla (che proprio a Napoli compose lo scritto sulla falsa Donazione di Costantino) il Panormita (che fondò una famosa accademia umanistica guidata successivamente dall'umbro Giovanni Pontano), Francesco Filelfo, Enea Silvio Piccolomini (l'umanista, in seguito papa Pio II). La biblioteca regia si accrebbe così tanto che, già nel 1443, i contemporanei la definirono "librorum infinitorun ornatam"[48]. Architettonicamente sono da annoverare i rifacimenti alfonsini di Castel Nuovo, danneggiato dalle continue guerre, aggiungendovi un mirabile arco di trionfo e decorandolo della superba sala del trono (successivamente sala dei baroni). Protesse le arti e le industrie, introducendo nel regno la lavorazione della seta.

Per aiutare la salita al trono del figlio Ferdinando, Alfonso cedette le isole di Sicilia, Sardegna e Baleari a suo fratello Giovanni II di Aragona. Il successore Ferdinando primo (o Ferrante, 1458-1494) continuò l'opera paterna di sviluppo edilizio e di mecenatismo. Completamente italianizzato, si deve a lui l'ampliamento della cinta muraria ricordata poco fa. Fra i principali monumenti edificati sotto il suo regno basti ricordare Porta Capuana, Palazzo Como, costruito fra il 1464 e il 1490, Palazzo Diomede Carafa, costruito attorno al 1470, la facciata del Palazzo dei principi di Salerno, attualmente facciata della Chiesa del Gesù Nuovo (1470 circa).

Il favore popolare degli ultimi Aragonesi, soprattutto di Alfonso II, fu scarso. Dopo gli effimeri regni di Ferrandino e Federico d'Aragona, la breve apparizione di Carlo VIII e la nuova occupazione francese, nel maggio del 1503, Napoli accolse festosamente il Gran Capitano Gonzalo Fernández de Córdoba. Ferdinando il Cattolico dichiarò l'annessione del regno alla corona di Spagna e lo costituì in vicereame.

Età moderna[modifica | modifica sorgente]

Carlo VIII: la presa di Napoli e le Guerre d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Carlo VIII di Francia e Guerre d'Italia del XVI secolo.
Le truppe francesi entrano a Napoli

Pacificati i rapporti con le potenze europee, Carlo VIII, che vantava attraverso la nonna paterna, Maria d'Angiò (1404-1463), un lontano diritto ereditario alla corona del Regno di Napoli, indirizzò le risorse della Francia verso la conquista di quel reame, incoraggiato da Ludovico Sforza, detto Il Moro (che ancora non era duca di Milano) e sollecitato dai suoi consiglieri, Briçonnet e de Vers. Il re volle impossessarsi di Napoli anche con lo scopo di farne la base per attaccare l'Impero ottomano[49].

L'esercito del re formato da 30.000 effettivi con un'artiglieria moderna travalicò le alpi minando il delicato equilibrio politico degli stati italiani. Lungo il cammino Carlo distrusse vari centri urbani, inoltre, sconfisse varie armate del Regno di Napoli e dello Stato Pontificio: ciò impaurì molto la penisola non abituata ad un esercito di tali proporzioni e violenza.

La rapidità e la facilità con cui Carlo VIII fu incoronato re di Napoli e la posizione di dominio in Europa che gli derivava dall'unione delle corone di Francia e di Napoli suscitarono una Lega antifrancese, composta da Venezia, dall'Austria, dal Papato, dal Ducato di Milano e dalla Spagna.[50] Carlo VIII, dopo poco più di un anno, comprese che era giunto il tempo di ritirarsi in Francia. Un esercito formato dagli stati italiani tentò di sbarrargli la strada: pur sconfitto, Carlo VIII riuscì a sfuggire all'accerchiamento al costo della perdita di gran parte delle sue truppe.[47]La sua fallimentare calata su Napoli diede inizio alle celebri guerre d'Italia definite "horrende" da Niccolò Machiavelli, in cui gli stati italiani si ritrovarono alla mercé delle potenze europee.

Gli spagnoli[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Impero spagnolo e Storia di Napoli spagnola.
Napoli nel XVI secolo.

La Napoli spagnola copre un arco di tempo che va dal 1503 al 1713[51]. In questo lungo periodo il paese fu governato da una miriade di viceré. Gli amministratori locali ebbero l'incombenza di vedersela con i dirigenti che risiedevano in Spagna, nella capitale (in realtà, prima del 1561 la Spagna non aveva una capitale ufficiale. Venne stabilita nella piccola cittadina di Madrid da Filippo II[52], forse a causa della sua posizione centrale nella penisola Iberica), i quali percependo le problematiche secondo la loro prospettiva, solo di rado erano propensi ad ascoltare quanto veniva riferito dalla periferia. Oltremodo gli intralci locali furono dovuti non tanto perché i viceré delineavano per dovere di mandato i compensi della Spagna, quanto per interessi personali, dispute, ecc. Anche le loro debolezze o necessità influenzarono non di poco l'operato politico.[53]

Lungo tutto questa parentesi storica, la città partenopea non cadrà in una condizione provinciale[47].

Napoli assurse ad un grado di crescita demografica (il secondo agglomerato urbano del Mediterraneo dopo Istanbul; il primo, probabilmente, del cristianesimo occidentale del XVI secolo[54]), economica, culturale, urbanistica, divenendo uno dei grandi centri della monarchia in oggetto ma divenendo anzitutto il grande centro del mediterraneo[47][55]. Il suo enorme rifornimento alimentare rappresentava un considerevole organismo di prestigio sia politico che economico [54][55]. La città era cresciuta a dismisura ma non aveva saputo assimilare il costante flusso migratorio: viveva già il gravissimo problema dell'urbanesimo e non c'era un insieme di classe dirigente ed una fonte d'appoggio del resto del regno, capace di sostenere questa crescita esponenziale. Sul fronte politico l'inserimento, a forza di cose, del baronato nell'organizzazione di governo comportò una paralisi socio-politica che minò gravemente sia lo sviluppo in chiave moderna dello stato sia i meccanismi di crescita economica.[55] Culturalmente Napoli divenne un centro così florido che, negli istanti più illustri del siglo de oro, oltrepassò, per la sua facoltà di attirare le personalità più estrose dell'Impero, la corte madrilena.[56]

La città, sul piano urbanistico, vide le trasformazioni attuate da Don Pedro di Toledo. Costui chiuse la città sia da terra che da mare e fece costruire via Toledo e i Quarteras.

Sul fronte bellico il Regno di Napoli venne minacciato dalla lega santa di Papa Clemente VII. Lo scopo della lega fu quello di cacciare gli spagnoli da Napoli e di consegnare il meridione ai francesi. Dopo la prima sconfitta della lega a Roma, i francesi risposero assediando Melfi e successivamente nel 1528 anche la capitale. Intanto Otranto e Manfredonia venivano occupate dalla Serenissima. Quando la flotta genovese passò dallo schieramento francese a quello spagnolo, l'assedio di Napoli si tramutò nell'ennesima sconfitta dei nemici della Spagna. Le ostilità francesi contro i domini spagnoli in Italia però non cessarono: Enrico II di Francia si alleò con l'Impero Ottomano. Nel 1552 la flotta turca attaccò quella imperiale a Ponza, sconfiggendola. La flotta francese però non riuscì a ricongiungersi con quella ottomana e l'attacco a Napoli fallì.

Napoli in questo periodo storico dovette vedersela anche con le scorrerie turche, con una terribile pestilenza, con una grande calamità naturale e con numerose sollevazioni popolari: ora dovute ai tentativi inquisitori (vedi anticurialismo) ora alle pressioni fiscali, la più famosa e ardimentosa delle quali fu quella che vide protagonista il popolano Masaniello.

La rivolta di Masaniello[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Masaniello e Repubblica Napoletana (1647).

Nel corso della prima metà del XVII secolo la città cadde in una crisi socio-economica alquanto grave. Tale situazione fu appesantita dalle sempre più costose spese di guerra sostenute dalla Spagna: a tal fine furono chiesti a Napoli elevati balzelli. Nel 1646 Rodrígo Ponce de León, duca d'Arcos aumentò in maniera ulteriore le tasse e l'anno successivo, con il lievitare del costo della frutta (l'alimento più consumato dai ceti umili del tempo), si scatenò la rivolta.

Il grido con cui il pescatore Masaniello sollevò il popolo il 7 luglio fu: «Viva il re di Spagna, mora il malgoverno», secondo la consuetudine popolare tipica dell'Ancien régime di cercare nel sovrano la difesa dalle prevaricazioni dei suoi sottoposti. Dopo dieci giorni di rivolta che costrinsero gli spagnoli ad accettare le rivendicazioni popolari, a causa di un comportamento sempre più dispotico e stravagante Masaniello fu accusato di pazzia, tradito da una parte degli stessi rivoltosi ed assassinato all'età di ventisette anni.
Con la fine di Masaniello la rivolta tuttavia non si spense ed anzi assunse, sotto la guida del nuovo capopopolo Gennaro Annese, un marcato carattere antispagnolo. Gli scontri contro la nobiltà ed i soldati si susseguirono violentissimi nei mesi successivi, fino alla cacciata degli spagnoli dalla città. Il 17 dicembre fu infine proclamata la Real Repubblica Napoletana sotto la guida del duca francese Enrico II di Guisa, che in qualità di discendente di Renato d'Angiò rivendicava diritti dinastici sul trono di Napoli. L'esempio di Masaniello fu poi seguito anche da popolani di altre città: da Giuseppe d'Alesi a Palermo, e da Ippolito di Pastina a Salerno. La parentesi rivoluzionaria si concluse solo il 6 aprile 1648, quando don Giovanni d'Austria, figlio naturale di Filippo IV, alla guida di una flotta proveniente dalla Spagna riprese il controllo della città.
Nel 1701, più di cinquant'anni dopo la rivolta popolare, ci fu un altro tentativo di insurrezione contro il governo spagnolo, ma stavolta da parte della nobiltà: la congiura di Macchia. La ribellione nobiliare fallì anche a causa di una scarsa partecipazione dei ceti umili, memori dell'ostilità dei nobili durante la rivolta di Masaniello. Fallita anche la congiura di Macchia, il dominio spagnolo su Napoli continuò senza più opposizioni fino al 1707, anno in cui la guerra di successione spagnola pose fine al viceregno iberico sostituendogli quello austriaco. La notizia della ribellione guidata dal pescivendolo napoletano varcò i confini del regno ed attraversò rapidamente tutta l'Europa. La Francia, all'epoca saldamente guidata dal cardinale Mazzarino, sostenne la rivolta in funzione antispagnola ed appoggiò l'impresa di Enrico II di Guisa allo scopo di far rientrare il Regno di Napoli sotto l'influenza francese.

L'eruzione del 1631 e la grande peste del 1656[modifica | modifica sorgente]

Il Vesuvio e Napoli
L'eruzione del Vesuvio (1872)

Nel corso della storia Napoli ha sempre avuto un difficile rapporto col proprio vulcano: basato su timori (spesso combattuti attraverso la sola arma della religione) e su ringraziamenti per aver reso le terre intorno estremamente fertili ma soprattutto dotate di quel fascino naturalistico decantato anche da centinaia di illustri stranieri. Da un punto di vista eruttivo il territorio dell'area storica centrale[57] fu seriamente minacciato durante l'eruzione pliniana del 1780 a.C. detta di Avellino. In quest'occasione le nubi ardenti vennero scagliate perlopiù verso nordovest e si dispersero in un raggio di più di 20 km[58], devastando o, a seconda della zona, minando gravemente il luogo che corrisponde grossomodo all'attuale parte centro orientale del comune di Napoli[59]. In seguito, con la fondazione della città non si sono mai verificate rilevanti minacce (fatta eccezione per le piogge di cenere e discrete attività sismiche). I flussi di magma non hanno mai raggiunto la città e così i terrificanti flussi piroclastici. Questo perché il Vesuvio, essendo un vulcano esplosivo anziché effusivo come l'Etna, non è in grado di emettere enormi colate laviche tali da raggiungere distanze considerevoli; anche nel secondo caso la Napoli storica ha potuto contare su di una maggiore distanza dal vulcano rispetto ad altri luoghi della baia ma ha potuto contare maggiormente su una questione di venti che sul golfo seguono soprattutto una direzione sud, sud-est.[60] Nel corso del tempo il Vesuvio ha registrato decine di eruzioni vulcaniche ma solo pochissime di queste sono state davvero devastanti (quelle del 79 d.C., del 472 e del 1631 sono un esempio a memoria d'uomo). Da un punto di vista antropologico e superstizioso, spesso la popolazione collegava le eruzioni in atto a imminenti cambiamenti politici del Regno di Napoli. Al di là del suo valore storico e geografico questa montagna stringe da sempre un forte legame con la città da un punto di vista artistico: centinaia sono i dipinti in cui Napoli è ritratta col Vesuvio in stato di quiescenza o in eruzione, soprattutto in opere del periodo romantico. Inoltre il Vesuvio ha riscosso un gran fascino nei visitatori, all'epoca del Grand Tour e non solo, si effettuavano le prime visite guidate che partivano proprio da Napoli; il vulcano ha rivestito un certo ruolo anche nel naturalismo europeo (sia in senso proprio che letterario), nella letteratura tedesca e nella cultura vulcanologica.[61][62]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Eruzione del Vesuvio del 1631 e peste del 1656.

Nel 1631 ci fu un'altra terribile eruzione del Vesuvio, di tipo subpliniana, seconda per intensità solo all'eruzione del 79 d.C. Dopo numerosi eventi premonitori quali rigonfiamento del suolo, piccoli terremoti, all'alba del 16 dicembre il Vesuvio rientrò in attività dopo un periodo di riposo di 130 anni, con l'apertura di una bocca laterale sul versante Sud-Est con una iniziale fase di attività stromboliana. Una prima fase espulse ceneri frammiste all'acqua che scescero a valle a grandi velocità, oltre a colonne di vapore. Successivamente ebbe luogo una violenta attività esplosiva dal cratere centrale con un'alta colonna di ceneri, pomici e gas. Nella seconda parte della giornata del 16 dicembre e nella successiva del 17 vi fu l'emissione delle nubi ardenti (l'elemento più distruttivo di un vulcano grigio) che mieterono le prime vittime a Portici, Torre del Greco e negli altri paesi ai piedi del vulcano e costrinsero gran parte della popolazione a cercar rifugio a Napoli.

Portici, Resina (l'antica Ercolano), Torre del Greco e Torre Annunziata furono semidistrutte, mentre la frazione Pietra Bianca fu ridenominata, da allora, Pietrarsa. Le vittime accertate in quell'area furono tremila; molti di più furono gli animali (soprattutto bovini) uccisi dal torrente di lava. A ricordo della minaccia diretta, a Napoli, ancor oggi, vi è la statua del santo patrono San Gennaro al Ponte della Maddalena, rivolta verso il Vesuvio; a Portici una lapide fatta murare dal Viceré, ammonisce il viandante a fuggire al minimo rumoreggiare del vulcano. Sebbene il Vesuvio minacciò prevalentemente i paesi vesuviani anziché Napoli, quest'ultima dovette comunque far fronte a varie problematiche interne, ovvero: un rapido incremento demografico a causa dei fuggitivi (circa 44.000), la considerevole pioggia di cenere abbattutasi sulla città (25–30 cm) e discreti eventi sismici. Le cronache dell'epoca, inoltre, ci parlano di una città in subbuglio, in preda al terrore; molta gente si serrò nelle case, altre presero d'assalto le chiese per cercar rifugio o per confessarsi, altre ancora si recarono sul lungomare per rivolgere verso il Vesuvio statue ed altri oggetti sacri, come forma di scongiuro[63]. In seguito i napoletani ringraziarono il loro Santo patrono per lo scampato pericolo, attraverso la costruzione della Guglia di San Gennaro.

Tuttavia, Napoli, nonostante seppe tener testa alle problematiche scaturite dall'eruzione del 1631 e a alle questioni riconducibili alla pesante dominazione spagnola, di lì a poco si sarebbe rivelata del tutto impotente davanti alla grande peste del 1656.

La peste del 1656 fu un'epidemia che colpì parte dell'Italia, in particolare il Regno di Napoli. A Napoli pare fosse arrivata dalla Sardegna e provocò circa 200.000 morti su un totale di 400.000 abitanti e anche nel resto del regno il tasso di mortalità oscillava fra il 50 e il 60% della popolazione. La città, che non possedeva ancora un adeguato sistema fognario, che non poteva contare su riserve sufficienti d'acqua (soprattutto i suoi casali, che non erano raggiunti adeguatamente dagli acquedotti), in più l'elevato numero di animali, la mediocre condizione delle strade, ecc., tutti questi elementi costituirono le basi per quel contagio portato dalle navi sarde. L. De Rosa asserì:

« La crescita demografica riprese vivace nei primi decenni del Seicento. Ed anche se la peste del 1656 decimò la sua popolazione alla fine del Seicento Napoli presentava un numero di abitanti maggiore che agli inizi del Cinquecento. Se Londra non fosse cresciuta nel corso del Seicento, nonostante l'incendio che l'aveva devastata, Napoli sarebbe stata, agli inizi del Settecento, non la terza, ma ancora dopo Parigi, la seconda città d'Europa per popolazione. »

Napoli barocca[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pittura napoletana, Barocco napoletano e Lingua napoletana.
Palazzo Donn'Anna, una delle costruzioni barocche della città

I caratteri del Barocco romano oltrepassarono presto i confini della città papalina. A Napoli i temi barocchi, uniti a quelli del Manierismo toscano, influenzarono soprattutto il primo trentennio del XVII secolo con l'avvento di architetti estranei alla formazione locale, tra i quali occorre ricordare Giovanni Antonio Dosio, il ferrarese Bartolomeo Picchiatti ed il lucano Francesco Grimaldi. Tuttavia, la figura di spicco del secolo fu Cosimo Fanzago. Al Seicento sono riconducibili: la chiesa dei Girolamini, i grandi rifacimenti della Certosa di San Martino, la Basilica di Santa Maria della Sanità, la Fontana del Gigante, la Basilica di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, la Cappella del Tesoro, ecc. Ma solo nel Settecento, con Ferdinando Sanfelice, il Barocco napoletano si indirizzò verso una vera sensibilità barocca per forme spaziali complesse.[64]

Questo stile, che si sviluppò in Campania e nel sud del Lazio (dove fu costruita l'Abbazia di Montecassino che rappresenta il massimo esempio di architettura barocca napoletana al di fuori di Napoli) fu portato all'attenzione della critica internazionale solo nel XX secolo, grazie al volume Architettura barocca e rococò a Napoli di Anthony Blunt.

Da un punto di vista letterario, Giulio Cesare Cortese fu molto importante per la letteratura dialettale e barocca, in quanto, con Giambattista Basile, pose le basi per la dignità letteraria ed artistica della lingua napoletana moderna.[65] Contemporaneo di questi ultimi fu Giovan Battista Marino, considerato il massimo rappresentante della poesia barocca in Italia, identificata, dal suo nome, anche come marinismo. La sua influenza su letterati italiani e stranieri del Seicento fu immensa.[66]

Per quanto concerne la produzione musicale, nel Seicento fu attivo il più alto rappresentante della scuola musicale napoletana, nonché uno dei più importanti musicisti dell'epoca: Alessandro Scarlatti. In città fiorirono l'Opera comica (sviluppatasi grazie al Il trionfo dell'onore di Scarlatti) e l'Opera buffa.

Il Viceregno austriaco e i Borbone[modifica | modifica sorgente]

Nel corso della Guerra di successione spagnola, l'Austria conquistò Napoli e la tenne fino al 1734, quando con Carlo III di Borbone - dopo la guerra di successione polacca - il regno tornò indipendente. In questo periodo, si ricorda soprattutto una lieve politica anticuriale, atta a limitare gli immobili di proprietà di chiese e conventi. Un intervento che avrebbe dovuto contrastare il vecchio problema di carenza di alloggi, vista l'elevata popolazione. Per gli stessi motivi, a questo periodo si rifà l'abolizione delle Prammatiche spagnole (1718) che avevano bloccato l'espansione urbana. Con Carlo III la città rafforzò i suoi status politici, artistici, culturali, architettonici, ecc. fattori che, indubbiamente, sottolinearono il suo ruolo di grande capitale europea[67][68], e l'opera di Carlo (che nel 1759 lasciò Napoli per assumere la corona di Spagna) fu continuata dal figlio Ferdinando IV, finché non venne rovesciato dalle correnti rivoluzionarie e dalle truppe francesi nel 1799.

Le riqualificazioni urbane e la nuova capitale[69][modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia dell'urbanistica e dell'architettura di Napoli.

Nel XVIII secolo, la città di Napoli vide tra i più importanti interventi urbanistici mai registrati nella sua storia. Oltre alle nuove riqualificazioni territoriali della capitale, Carlo III attuò rilevanti interventi in tutto il paese.

Con la guerra di successione spagnola, Napoli passò sotto il dominio Asburgico, con l'ausilio di viceré che governeranno per ventisette anni senza risolvere i problemi più importanti della città. La figura centrale della prima metà del secolo fu Francesco Solimena (pittore e architetto), fondamentale anche per la formazione di altri architetti che dominarono la scena fino alla prima metà del secolo: Ferdinando Sanfelice, Giovan Battista Nauclerio e Domenico Antonio Vaccaro. Con la tassazione dei beni ecclesiastici, il re frenò l'espansione di suoli sacri; altro atto fu quello di abbattere una buona parte delle mura per rendere la città meno congestionata. Intanto oltre agli architetti sopracitati si formarono anche altri quali Giuseppe Astarita, Nicola Tagliacozzi Canale e Mario Gioffredo; quest'ultimo aderirà alla corrente del neoclassicismo allora nascente. Con Carlo comparirono i nomi di altri architetti di varie formazioni ed estranei a quella locale come Giovanni Antonio Medrano (siciliano), Antonio Canevari (romano), Ferdinando Fuga (fiorentino) e Luigi Vanvitelli. I quattro architetti progetteranno regge, ville, e complessi sempre in gusto barocco ma con influenze classiciste. A partire dal 1709, infatti, anno della inaspettata scoperta del Teatro dell'antica Herculaneum, l'ambiente culturale dell'epoca fu fortemente scosso dai sempre più copiosi ritrovamenti, che influenzarono il gusto estetico degli artisti. È di questi anni, infatti, la fondazione dell'Accademia ercolanese (13 dicembre 1755) da parte di Carlo III, la quale raccolse i più eminenti filologi dell'epoca[70] e funse da fulcro culturale per lo studio dei reperti. Contemporaneamente si popolerà anche la zona del vesuviano come luogo di villeggiatura dei nobili napoletani. Lo splendore del periodo sotto il profilo architettonico è testimoniato dalla nascita del cosiddetto Miglio d'oro, vale a dire di un complesso di palazzi e ville che si sviluppò nella zona tra San Giovanni a Teduccio a Torre del Greco, ed ebbe come punto focale la Reggia di Portici, residenza di campagna dei Borbone. Tuttavia, l'intervento più importante del periodo fu senza dubbio la Reggia di Caserta[71]. In linea con le pianificazioni urbane della capitale, Carlo decise di regalare al suo regno una degna rappresentanza di governo. Si diede inizialmente per scontato che sarebbe stata costruita a Napoli, ma Carlo di Borbone, cosciente della considerevole vulnerabilità della capitale ad eventuali attacchi (specie da mare, vedi spedizione navale britannica contro Napoli del 1742), pensò di costruire la "nuova capitale" verso l'entroterra, nell'area casertana: un luogo più sicuro e tuttavia non troppo distante da Napoli, collegata con quest'ultima attraverso un grande vialone monumentale di oltre 20 km, rimasto incompiuto[72]. Negli stessi anni nel cuore della capitale Giuseppe Sammartino realizzava uno fra i più celebri complessi scultorei d'Italia, nella Cappella Sansevero: la cura estremamente formale e la modernizzazione stilistica di cui erano dotate le sue opere generarono polemiche negli ambienti cattolici napoletani, abituati agli esiti artistici del manierismo e del barocco.

Napoli capitale illuministica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Illuminismo in Italia.
Napoli nel XVIII secolo.

L'Illuminismo italiano era particolarmente attivo a Napoli. La città partenopea, con la capitale francese, fu quella che meglio espletò il "secolo dei lumi"; infatti, non assorbì semplicemente questa corrente, anzi, la generò in buona parte dando vita a nuove forme architettoniche, a nuovi pensieri filosofici e ponendo le basi dell'economia e del diritto moderno.[73] In realtà Napoli era già stata il centro vitale della filosofia naturalistica del Rinascimento,[74] ed ora tornò a dare nuovo impulso al pensiero di diversi esponenti, quali ad esempio Mario Pagano, uno dei più importanti giuristi e politici italiani dell'epoca rivoluzionaria,[75] che in gran parte si rifacevano all'opera di Giambattista Vico, eliminando però gli aspetti cristiani della sua filosofia.[76]

Rilevanti furono le costruzioni di imponenti edifici pubblici, fra tutti il Real Albergo dei Poveri (detto anche Palazzo Fuga dal nome dell'architetto che lo ideò e realizzò nel 1751 su commissione del Re Carlo di Borbone), che è tra le più notevoli costruzioni settecentesche, tipicamente illuminista: lunga ben 354 metri ed una superficie utile di 103.000 m2. Politicamente, le prese di posizione anticuriale ed antifeudale del governo napoletano divennero modelli d'ispirazione che riscossero successo anche all'estero.

Da ricordare anche la nascita della scuola economica di Antonio Genovesi, che portò diverse innovazioni nel campo dell'economia nazionale e non solo, seguito anche in Puglia dal letterato Ferrante de Gemmis Maddalena, che fondò una Accademia illuminista.[77]Altri nomi di spicco che posero le basi della moderna economia politica, delle discipline economiche e monetarie sono: Ferdinando Galiani e Gaetano Filangeri. Quest'ultimo in particolare, con la sua scienza della legislazione, farà da ispirazione agli artefici della Rivoluzione francese.[78]

Gli ultimi illuministi napoletani, come Mario Pagano, Ignazio Ciaia e Domenico Cirillo aderirono alla Repubblica Napoletana, finendo quindi giustiziati il 29 ottobre 1799 a seguito del ripristino del potere borbonico.

La riscoperta di Pompei ed Ercolano e l'impatto sull'Europa[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Neoclassicismo.

In Europa tra il XVIII ed il XIX secolo si assisté a un rinnovato interesse per la classicità. Il 1748 fu l'anno delle grandi ricerche archeologiche napoletane in zona pompeiana. Volute da Carlo III di Borbone, le prime campagne al mondo di scavo regolari furono attuate prima ad Ercolano e poi a Pompei[79]. Le scoperte in oggetto ebbero enorme[80] influenza nello stile Neoclassico[81].

La repubblica partenopea[modifica | modifica sorgente]

La bandiera della Repubblica Partenopea.

La Repubblica Napoletana sorta nel 1799 sul modello di quella francese ebbe vita breve ma intensa, non incontrando però mai il favore popolare essendo i suoi esponenti intellettuali molto lontani dalla conoscenza delle necessità reali del popolo. La Repubblica inoltre, sebbene non riconosciuta dalla Francia, fu di fatto sottoposta a una "dittatura di guerra" francese che ne limitò di molto l'autonomia e la costrinse a sostenere le ingenti spese causate principalmente dalle richieste dell'esercito francese costantemente in armi sul suo territorio. A questo si aggiunse una fortissima repressione contro gli oppositori del nuovo regime che certo non aiutò a conquistare le simpatie popolari (alcune fonti parlano di oltre 1500 persone condannate a morte e fucilate dopo sommari "processi politici" in tutto il Regno).

La Repubblica fu comunque spazzata via dopo pochi mesi dall'armata sanfedista giunta sul Ponte della Maddalena e guidata dal cardinale laico Fabrizio Ruffo: appoggiato dalla flotta inglese e formata in gran parte dai cosiddetti "lazzari" (i popolani napoletani filo-borbonici). La riconquista di Napoli da parte di Ferdinando fu però segnata dalla repressione nei confronti dei maggiori esponenti della Repubblica Napoletana, seguita da circa un centinaio di esecuzioni.

Età contemporanea[modifica | modifica sorgente]

Il Regno francese di Bonaparte e Murat[modifica | modifica sorgente]

Il Regno delle Due Sicilie.

Dopo pochi anni, comunque, nel 1806, Napoli fu conquistata nuovamente dai francesi (nonostante la vittoria anglo-napoletana di Maida, in Calabria). La guerra continuò fino al 1808 quando tutta la parte continentale del Regno fu conquistata e posta sotto il controllo di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone.

Nel 1811 il re Gioacchino Napoleone Murat, grande urbanista, vi fece istituire la Scuola di applicazione per il corpo degli ingegneri di ponti e strade, costituitasi come Scuola superiore politecnica ai primi del XX secolo per poi essere aggregata all'attuale università Federico II diventando, nel 1935, la prima facoltà di Ingegneria in Italia.

L'impresa più importante di Murat fu la celebre guerra austro-napoletana, che intese liberare gli stati italiani dalla presenza straniera e unificarli sotto un'unica nazione con Napoli capitale. In realtà il re intendeva ampliare i propri domini napoletani, facendo leva sui sentimenti indipendentistici, unitari e costituzionalisti. Perciò, giovandosi della collaborazione del giurista Pellegrino Rossi, lanciò da Rimini il 30 marzo un proclama in tal senso. Sebbene venne sconfitto nella battaglia di Tolentino, il suo intervento anti-austriaco è oggi riconosciuto come l'antesignana del Risorgimento sia da un punto di vista politico che d'azione concreta.[82]

Murat sopravvisse di poco a Napoleone e fu spodestato dai Borbone; tentò con uno sbarco in Calabria la riconquista armata del regno, finendo fucilato a Pizzo, in rispetto di una legge emessa dallo stesso Gioacchino.

Nel 1815 la città ritornò in mano a Ferdinando e ai Borbone, con la Restaurazione successiva alla caduta di Napoleone Bonaparte. Il ritorno dei Borbone avvenne grazie al Trattato di Casalanza, firmato il 20 maggio 1815 presso Capua, in casa dei Baroni Lanza.

L'unione del Regno di Napoli e Sicilia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno delle Due Sicilie.

L'8 dicembre 1816, Ferdinando IV riunì in un unico stato i regni di Napoli e Sicilia con la denominazione di Regno delle Due Sicilie (con Napoli capitale), abbandonando per sé il nome di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia ed assumendo quello di Ferdinando I delle Due Sicilie. Tale atto ebbe, tra l'altro, la conseguenza di privare di fatto la Sicilia della Costituzione promulgata dallo stesso Ferdinando. Nell'isola ben presto nacquero i primi movimenti anti-borbonici e separatisti: tuttavia il governo provvisorio di Palermo vide anche forti opposizioni interne, soprattutto messinesi e catanesi, che da tempo rivendicavano la loro sovranità sull'isola. In seguito salì al trono il figlio Francesco I delle Due Sicilie e il Regno visse un periodo di relativa calma, i suoi sei anni di Regno furono caratterizzati da progressi in campo economico e tecnologico. Sul piano politico perseguì una politica reazionaria, pur avendo avuto un atteggiamento favorevole nei confronti dei moti rivoluzionari durante il regno del padre.

Con Ferdinando II furono taciuti, seppur solo apparentemente, i disordini interni. Il re applicò una politica bellica nei confronti della Sicilia, bombardando le piazzeforti di Messina: tale episodio gli donò l'appellativo di "re bomba". Tuttavia si verificò la rottura totale tra la classe politica siciliana e quella napoletana.

Francesco II e la fine del Regno[modifica | modifica sorgente]

Francesco II, ultimo re del regno delle Due Sicilie, salì al trono nel 1859 assieme alla sua energica consorte, Maria Sofia di Wittelsbach (sorella delle famosa "Sissi", moglie dell'imperatore Francesco Giuseppe). Di carattere mite, il suo regno per quanto breve fu molto intenso, in quanto dovette far fronte prima ad una sommossa scoppiata nel 3º Reggimento Svizzero a Napoli (in conseguenza del fatto che il governo elvetico quell'anno decise che i suoi cittadini non avrebbero più potuto prestare servizio militare in potenze straniere)[83], e poi dovette affrontare la ben più grave invasione garibaldina e sarda. Travolto dagli eventi non riuscì a rompere l'isolamento politico del regno e a impedirne la dissoluzione, anche se alcune fonti storiche ci dicono che fosse sua volontà riconcedere la Costituzione e riprendere il percorso "riformista" interrotto nel 1849[83]. Infatti il Regno sopravvisse fino al 1861, quando dopo la conquista della massima parte del suo territorio ad opera di Giuseppe Garibaldi, con la "Spedizione dei Mille", iniziativa capace da un lato di raccogliere le volontà rivoluzionarie dei democratici del Partito d'Azione, dall'altro di agire con un tacito e parziale, ma reale, appoggio dei Savoia, le ultime fortezze borboniche (Gaeta, Messina e Civitella del Tronto) si arresero agli assedianti piemontesi e il paese entrò a far parte a tutti gli effetti del neonato Regno d'Italia. Il Mezzogiorno fu nel frattempo retto da Garibaldi con il titolo di dittatore. Un ruolo particolare fu assunto da Liborio Romano, già ministro del regno borbonico, che si appoggiò molto alla camorra. Il ruolo di segretario generale fu assunto da Agostino Bertani che accentrò un grande potere, ma suscitò l'opposizione non solo dei generali garibaldini, ma anche di Cavour, che ottenne la sua destituzione e la nomina a prodittatore di Giorgio Pallavicino Trivulzio.

Il termine Risorgimento italiano, richiama l'idea di una resurrezione della nazione italiana attraverso la conquista dell'unità nazionale per lungo tempo perduta. Tuttavia, per quanto questa visione del periodo sia, da talune interpretazioni moderne revisionistiche, riveduta in un ambito più ampio della situazione italiana ed internazionale e la stessa unificazione venga vista a volte più come un processo di espansione del regno di Sardegna che come un processo collettivo, il termine è ormai accettato ed ha assunto valenza storica per questo periodo della storia d'Italia[84].

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Revisionismo del Risorgimento e Regno delle Due Sicilie#Economia.

Napoli dopo l'Unità d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Questione meridionale.
La Mostra d'Oltremare simbolo delle espansioni ad ovest.

Nel 1860 il Regno delle Due Sicilie, venne conquistato dai Garibaldini e dalle truppe del Regno di Sardegna. Giuseppe Garibaldi entrò a Napoli il 7 settembre trionfalmente acclamato dalla popolazione[85]. Un plebiscito sancì l'unione al Regno d'Italia. In molti territori del vecchio Regno l'opposizione al nuovo regime, promossa in parte dal vicino Stato della Chiesa, durò per un decennio, con angherie e devastazioni. Decine di migliaia di soldati meridionali furono rinchiusi in precarie condizioni nel Forte di Fenestrelle in Piemonte. Questo episodio, a lungo poco considerato dalla storiografia risorgimentale, è oggetto di interpretazioni divergenti[86][87]. Parte della guerriglia contro le forze piemontesi si organizzò con il brigantaggio.

Perso il rango di capitale, la città rimase comunque il centro politico, economico e sociale più importante dell'Italia meridionale[88]. Quando si trattò di spostare la capitale da Torino per motivi militari, la città venne ritenuta la favorita assieme a Firenze[89]. Napoli, in quanto città più popolosa d'Italia e tra le prime in assoluto in Europa, venne considerata una candidata particolarmente adatta. La scelta, affidata a cinque generali, cadde tuttavia su Firenze in quanto Napoli non sarebbe stata sufficientemente difendibile con la flotta italiana che non era ai livelli di quella francese o inglese[90].

La Napoli di fine Ottocento versava in una profonda crisi economica e sociale (denunciata anche dalla scrittrice Matilde Serao nel suo libro Il ventre di Napoli). Nei medesimi anni la città fu oggetto di un grande risanamento urbano. L'intervento, ipotizzato sin dalla metà dell'Ottocento, fu portato a compimento a seguito di una gravissima epidemia di colera, avvenuta nel 1883. Sotto la spinta del sindaco di allora, Nicola Amore, nel 1885 fu approvata la Legge per il risanamento della città di Napoli e il 15 dicembre 1888 venne fondata la Società pel Risanamento di Napoli (confluita dopo varie vicissitudini nella Risanamento S.p.A.): allo scopo di risolvere il problema del degrado di alcune zone della città che era stato, secondo il sindaco Amore, la principale causa del diffondersi del colera. Si decise l'abbattimento di numerosi edifici per fare posto al corso Umberto I, e alle piazze Nicola Amore (piazza Quattro Palazzi) e Giovanni Bovio (piazza Borsa) e alla Galleria Umberto I. In realtà alle spalle dei grandi palazzi umbertini la situazione rimase immutata: essi infatti servirono a nascondere il degrado e la povertà di quei rioni piuttosto che a risolverne i problemi. Furono abbattuti anche molti monumenti di rilievo e sventrate intere zone medievali. Nel 1900 in città si riscontrò un grave scandalo - una specie di tangentopoli ante-litteram che portò al commissariamento di Napoli. A trentanove anni dall'unificazione italiana la città era già stata commissariata nove volte.[91] Le conseguenze di ciò furono da riscontrare nelle contingenze storiche post-unitarie[92] che portarono fino all'Inchiesta Saredo. Nel 1891 fu nominato Giuseppe Saredo come Commissario Regio di Napoli. Nel 1900 fu membro di una Commissione d'inchiesta su Napoli, divisa in più parti, che indagò sul risanamento, le fognature, l'acquedotto del Serino, ecc. La Commissione provò i legami con la camorra e l'amministrazione.

In contrapposizione, in questo periodo ebbe inizio anche la Belle Époque napoletana scandita dalla nascita dei Café chantant, dai grandi eventi musicali e teatrali. Anche dopo la prima guerra mondiale, l'attività culturale fu intensa e si espresse in special modo in campo pittorico ed editoriale[93]: a tal proposito si ricorda la nascita del Quartiere latino (con riferimento al più famoso quartiere parigino). L'ambiente culturale napoletano vide anche la presenza di Giustino Fortunato e Pasquale Villari, precursori del meridionalismo[94].

Col passare degli anni, Napoli divenne il porto dal quale partivano le spedizioni per le colonie d'oltremare (Libia, Eritrea, Somalia, il Dodecanneso e successivamente Etiopia) ma soprattutto, diventò uno dei principali porti dal quale milioni di italiani emigrarono in Argentina e negli Stati Uniti.

L'11 marzo 1918 nel corso del primo conflitto mondiale, pur trovandosi molto distante dalla zona di conflitto, la città fu bombardata dal dirigibile tedesco L.58 partito da una base bulgara. Il dirigibile, che aveva come obiettivo le strutture portuali, sganciò 6400 kg di bombe causando 16 vittime tra la popolazione civile.

Il re d'Italia Vittorio Emanuele III, nato a Napoli nel 1869, favorì la sua città natale con abbellimenti e miglioramenti sociali: l'aeroporto di costruzione (1936), le funicolari del Vomero e le linee ferroviarie di tipo metropolitano. A sud e ad est di Napoli nacquero zone industriali, incentivate anche dallo sviluppo dell'industria siderurgica. Quest'ultimo periodo coincise anche con l'affermazione della classe operaia e con le lotte sindacali, spesso accompagnate da eventi drammatici. È il caso della settimana rossa: una reazione popolare scaturita dall'uccisione di tre operai da parte delle forze dell'ordine. Anche a Napoli ci furono rilevanti disordini, come quello del 10 giugno 1914 in cui un corteo di socialisti ed anarchici tentò di assaltare la stazione centrale. Oltremodo nel 1863 la città stessa era stata teatro del primo eccidio della storia operaia italiana. I lavoratori della locale fabbrica ferroviaria di Pietrarsa scesero in sciopero ma furono aggrediti dalle forze dell'ordine.[95] Ci furono 20 feriti e 4 morti.

Il Fascismo e le trasformazioni urbane[modifica | modifica sorgente]

Colpita duramente anch'essa, come le altre città italiane, durante la crisi economica del primo dopoguerra, Napoli si riprese, in parte, durante il ventennio fascista. Il 24 ottobre 1922, in città si tenne una grande adunata di camicie nere, raduno che doveva servire da prova generale per la Marcia su Roma. In quell'occasione, Mussolini proclamò pubblicamente: "O ci daranno il governo o lo prenderemo calando a Roma". Il fascismo investì molto anche su Napoli, la quale venne proclamata dallo stesso Duce città "porto" dell'Impero"[96], anche se quest'ultimo perse il ruolo militare, dato che la flotta venne trasferita a Taranto. In questo periodo venne costruita la Mostra d'Oltremare. Essa fu ideata ed allestita nel 1937 parallelamente all'EUR di Roma, per ospitare una manifestazione diretta a celebrare l'espansione politica ed economica dell'Italia sui mari e nelle cosiddette terre d'oltremare. Fu scelta la città di Napoli perché, in virtù della sua posizione centrale nel Mediterraneo, era considerata un punto di partenza ideale per l'intraprendente politica coloniale del regime fascista. Oltremodo furono avviate altre trasformazioni urbane al fine di espandere la città verso i Campi Flegrei. Il progetto Mostra/Fuorigrotta rappresentò uno tra i più importanti piani urbani napoletani.[97] Furono attuati anche interventi nella zona collinare e costiera. Tuttavia, le realizzazioni fasciste risultarono insufficienti per la risoluzione delle politiche generali della città: soprattutto a causa della mancanza di strutture economiche atte a fronteggiare una popolazione perennemente in crescita, specie nel biennio 1925-27 (anni dell'annessione alla città di comuni limitrofi). Il 5 maggio 1938, Hitler venne invitato in città per assistere ad una grande parata di armate nel golfo, come dimostrazione del potere militare e politico del regime fascista[98].

La seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Bombardamenti di Napoli e Quattro giornate di Napoli.

L'economia cittadina crollò all'ingresso dell'Italia nella guerra. Napoli fu, durante la seconda guerra mondiale, la città italiana che subì il numero maggiore di bombardamenti, con circa 200 raid aerei (tra ricognizioni e bombardamenti) dal 1940 al 1944, principalmente da parte alleata, di cui ben 181 soltanto nel 1943 e con un numero di morti stimato tra le 20 e le 25'000 persone, in gran parte tra la popolazione civile[99][100]. Nel 1943 la città subì ingenti danni anche a causa della nave Caterina Costa. Il bastimento, ormeggiato nel porto, era carico di materiale bellico destinato alle forze italiane in Tunisia. A bordo si sviluppò un incendio (ancora oggi dalle cause poco chiare) che provocò un'esplosione devastante: il molo sprofondò e gli edifici intorno furono distrutti o gravemente danneggiati. Parti roventi di nave e di carri armati furono scagliate a grande distanza, finendo in via Atri, piazza Carlo III, piazza del Mercato, Vomero e stazione Centrale; sulla facciata est del Castel Nuovo sono ancora visibili gli effetti di questa terribile esplosione. Ci furono 600 morti e oltre 3.000 feriti.

Dopo l'armistizio dell'8 settembre da parte del Re che firmò la resa agli anglo-americani, i tedeschi occuparono la città il 12 settembre 1943; ben presto incominciarono le rivolte degli abitanti contro l'occupazione e il colonnello Scholl il 12 settembre 1943 fece affiggere un famoso manifesto con cui proclamava lo stato d'assedio in città, con l'ordine di "passare per le armi" ogni cittadino si fosse reso responsabile di azioni ostili con rappresaglie di cento civili per ogni tedesco ucciso.

Dopo diversi scontri e rappresaglie contro la popolazione, il 24 settembre il Comando tedesco ordinò lo sgombero di tutte le abitazioni entro 300 metri dalla linea di costa e il giorno dopo venne proclamato il "servizio obbligatorio al lavoro nazionale" generalizzato (in pratica la deportazione della popolazione attiva). Questo rappresentò in pratica la scintilla che fece esplodere definitivamente la rivolta generalizzata.

Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, ad insorgere con successo contro l'occupazione nazista[101]: in quattro famose giornate (dal 28 settembre al 1º ottobre 1943), la folla insorse contro i tedeschi permettendo così, pochi giorni dopo agli anglo-americani di poter giungere in città e occuparla già libera, senza perdite, e proseguire verso Roma. Per queste azioni e per le sofferenze patite dalla popolazione Napoli sarà tra le città decorate al Valor Militare per la Guerra di Liberazione insignita della Medaglia d'Oro al Valor Militare[102]. In una città ormai semidistrutta dalla guerra, nel 1944 si verificò anche l'ultima eruzione del Vesuvio che colpì la zona orientale. Vari problemi vennero riscontrati a Barra a causa della pioggia di cenere, mentre danni maggiori furono registrati nelle città satelliti di San Sebastiano al Vesuvio, Massa di Somma e San Giorgio a Cremano. Si verificarono anche spettacolari fontane di lava alte 800 metri. Ci furono 26 morti. L'eruzione fu resa famosa a causa dell'occupazione anglo-americana di Napoli[103]. Con l'occupazione americana, in città andò fortemente dilagandosi il mercato della prostituzione, in cambio di generi alimentari: un episodio storico raccontato anche da Curzio Malaparte, in La pelle[104].

Dal secondo dopoguerra ad oggi[modifica | modifica sorgente]

« Napoli è vero e proprio crocevia della vita e della cultura italiana dell'ultimo secolo, luogo reale e simbolico, tempio della lacerazione e della speranza, delle ipotesi che balenano senza poter davvero trasformarsi in realtà e delle derive più inarrestabili, dove è possibile l'abbandono melodico e lo strappo più cupo, dove si esercitano il soccorso più solidale e la beffa più impietosa, l'intelligenza più problematica e la più becera volgarità, dove convivono violenza e dolcezza. Da Napoli si fugge e da Napoli si torna: l'Italia può credere di sentire Napoli come una sorta di corpo estraneo, come un male radicale da isolare e magari da estirpare, ma deve sempre tornare a riconoscersi in Napoli, vedere segnato dentro il destino di Napoli il proprio stesso destino, le proprie contraddizioni, i propri scatti vitali e le proprie rovine. »
(Giulio Ferroni[105])
Napoli oggi, città della Repubblica Italiana.
Grattacieli del Centro Direzionale di Napoli.

Alla fine della guerra, quando si trattò di votare il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, nella circoscrizione di Napoli 904 mila furono a favore della monarchia, 241 mila per la Repubblica[106]. Tuttavia, nel capoluogo campano, dal 9 all'11 giugno 1946 - pochi giorni dopo la proclamazione della vittoria repubblicana - una spontanea protesta popolare in via Medina sfociò in un violento scontro, dalle circostanze mai oggettivamente chiarite, che provocò nove morti. Quei fatti furono chiamati i morti di via Medina. Pochi giorni dopo, fu Enrico De Nicola, napoletano, ad essere eletto primo presidente della Repubblica. In questo periodo, l'ormai vecchio problema dell'urbanistica cittadina fece scaturire la grande speculazione edilizia del 1947 che spinse alla cecità tutti quei ceti desiderosi di dare un volto nuovo alla città; a ciò si aggiunse anche la confusione di leggi e decreti, uffici ed enti, di deroghe e approvazioni[107]. Gli anni 50 furono invece contrassegnati dal fenomeno politico-sociale detto laurismo.

Nel secondo dopoguerra, Napoli ha avuto, come molte altre città italiane, un certo boom economico: edilizia, sanità, istruzione, lavoro. Tutti fattori che mantennero Napoli ad essere la terza città italiana più importante dopo Roma e Milano, ma davanti a Torino, Genova e Venezia. Il boom però finì presto, anche a causa delle speculazioni favorite da settori dell'amministrazione pubblica centrale (IRI e Cassa del Mezzogiorno).[senza fonte] Napoli, in questo decennio, si stava trasformando in una grande area urbana senza soluzione di continuità, sprovvista di un reale programma di sviluppo tra il centro e le nuove periferie intercomunali[108]. Nel 1968, anno del grande movimento studentesco, anche la città fu parte attiva di questa fase storica e l'Università centrale costituì il quartier generale dei giovani.

Nel 1973 Napoli si ritrovò in una situazione di arretratezza e miseria molto grave. La speculazione edilizia era inarrestabile e la mortalità infantile sensibilmente più alta di quella delle città del nord e l'aspettativa di vita decisamente inferiore. In questo clima già di per sé molto provato, si verificò un'epidemia di colera che colpì varie città mediterranee: Napoli venne definita dai vari cronisti dell'epoca la "Calcutta d'Occidente"[109]. La causa del contagio fu una partita di cozze proveniente dalla Tunisia. Il focolaio si estese successivamente fino a Bari. Morirono 30 persone e il mercato ittico entrò in una gravissima crisi. "Fuori" dai grandi giochi politici del Paese[senza fonte], a Napoli accaddero fatti di rilievo della "strategia della tensione" e del terrorismo. Dalla nascita dei Nuclei Armati Proletari alla Colonna Senzani delle Brigate Rosse, passando attraverso l'arresto e la prigionia di centinaia di militanti. Nel 1975 il centro sinistra, che aveva governato la città per oltre un decennio, entrò in crisi per via dei vecchi problemi insoluti legati al tessuto urbano. A questi anni è riconducibile anche la nascita della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.

Durante il terremoto del 1980, che distrusse quasi l'intera Irpinia, Napoli fu, seppur solo in alcune zone, fortemente danneggiata, ma non ottenne, nonostante le denunce del sindaco di allora Maurizio Valenzi, grosse somme di denaro per la ricostruzione. In molti casi, i lavori di recupero durarono per un decennio, complicando il già precario assetto dell'urbanistica cittadina. Nel 1981 si verificò il rapimento da parte delle Brigate Rosse dell'Assessore Regionale Ciro Cirillo. Nel 1982 iniziarono i cantieri del futuro Centro Direzionale di Napoli, il primo cluster di grattacieli d'Italia e dell'Europa meridionale[110]. Nel 1983 la città si trovò pervasa da una certa instabilità politica che aveva le sue radici soprattutto nelle vicende del terremoto dell'Irpinia: in questo clima ne trasse vantaggio la camorra e il terrorismo. Negli stessi anni a ovest della città i Campi Flegrei subivano una crisi bradisismica che provocò un esodo di massa, soprattutto a Pozzuoli, parte della popolazione trovò rifugio nella nuova zona urbana di Monterusciello. La crisi bradisismica venne avvertita dai quartieri napoletani di Bagnoli, Soccavo e Pianura attraverso lievi scosse di terremoto che destarono preoccupazione tra la popolazione civile. Nel 1984 diminuì la pressione nella camera magmatica e il fenomeno cominciò a scemare[111].

Nel 1992 le indagini sulla magistratura fecero luce sulle attività illecite e corruzioni, sconvolgendo il quadro politico nazionale. Tale situazione portò ad una nuova stagione politica che diede vita al periodo bassoliniano. Nel 1993 Antonio Bassolino fu eletto nuovo sindaco della città, ruolo che gli verrà confermato nel 1997 con quasi il 75% dei voti.

Nel 1994 la città ospitò il G7 e la conferenza mondiale dell'ONU per la lotta contro la criminalità organizzata, iniziando così un periodo di relativa rinascita. Negli stessi anni, i nuovi lavori per la rete metropolitana di Napoli cominciarono a costituire un paradigma di riqualificazione territoriale; nel 2000 nascerà un sistema integrato. Il notevole ampliamento della metropolitana, una priorità dell'Amministrazione Iervolino, nasce per decongestionare dal traffico l'area napoletana, tra le più popolose aree metropolitane d'Europa e con una densità abitativa molto elevata. La Linea 1, oggi a metà percorso del suo completamento, è la prima metropolitana al mondo costituita da vere e proprie stazioni dell'arte[112]. Napoli è una delle città mondiali a maggior densità di risorse culturali e monumenti; la sua ricchezza artistica ed architettonica riflette quasi tre millenni di storia. Il suo centro storico, il più vasto d'Europa, è patrimonio mondiale Unesco. Metropoli cosmopolita, essa è al novantunesimo posto per potere d'acquisto, avanti a Budapest e Zurigo[113]. Il porto di Napoli è uno dei più importanti d'Europa e il secondo al mondo dopo quello di Hong Kong per scalo passeggeri[114]. La città continua a costituire un emblema di forti tensioni sociali[115][116], soprattutto a causa delle sue irrisolte questioni socio-economiche: alquanto numerosi sono i disordini dovuti all'alto tasso di disoccupazione[117][118].

Nel 2010 è stato presentato "Naplest". I progetti sono stati inaugurati da un gruppo di imprenditori privati: gli interventi, che riguarderanno l'area orientale della città, saranno paragonabili a quelli dell'Expo di Milano[119]. Nel marzo 2011 la città, in quanto sede del Allied Joint Force Command Naples, il comando integrato delle forze NATO per l'Europa Meridionale, ha costituito il quartier generale per le operazioni militari in Libia, esattamente come ai tempi della guerra del Kosovo[120][121]. Nel 2012 Napoli ha ospitato l'Expo dello Spazio[122] e la sesta edizione del World Urban Forum promosso dall'ONU[123], mentre nel 2014 si terrà il Forum Universale delle Culture. Il governo italiano, come riconoscimento della complessa storia millenaria della città, l'ha più volte candidata come probabile sede di istituzioni europee e/o organismi internazionali (è il caso dell'assemblea europarlamentare ACP/UE[124], Banca Euromed[125], ecc.) che la farebbero rientrare tra quelle città che posseggono rilevanti sedi istituzionali pur non essendo capitali di stato: esempi del genere sono New York che ospita la sede ONU, Barcellona che ospita l'Unione per il Mediterraneo.

La camorra[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Camorra e Crisi dei rifiuti in Campania.

Dalla situazione economica e sociale così difficile del secondo dopoguerra, fu la camorra a proliferare; questa, attraverso il suo potere sociale, finanziario e militare darà inizio ad un impero economico su scala mondiale[126]: tutt'oggi risulta che molte attività illegali napoletane siano, direttamente o indirettamente, controllate dalla camorra. In risposta all'organizzazione criminale, il governo ha più volte inviato l'esercito per riacquisire il controllo sul territorio, non senza suscitare varie polemiche sia dal mondo politico che culturale[127][128]. Tale problema è stato affrontato anche da Washington; con un business di 25 miliardi, negli Stati Uniti ha ormai superato Cosa Nostra[129]. Durante una conferenza stampa alla Casa Bianca il presidente Barack Obama ha pubblicamente dichiarato: "La camorra è una delle quattro organizzazioni criminali più pericolose per l'interesse nazionale degli Stati Uniti"[130]. Tra le ripercussioni più gravi della camorra (seppur in concomitanza con le imprese del nord, con le responsabilità dei governi nazionali e locali[131]) vi è la grave Crisi dei rifiuti in Campania. Nel maggio 2008 il nuovo Governo appena insediato, presieduto da Silvio Berlusconi, tenne il suo primo consiglio dei ministri proprio a Napoli. L'emergenza rifiuti, finita sotto i riflettori del mondo, provocò una forte crisi soprattutto nel settore turismo, mentre a livello politico provocò sanzioni da parte dell'Unione Europea nei confronti dell'Italia[132].

Tra i personaggi di spicco che hanno denunciato, attraverso la letteratura, la situazione economica, sociale, di territorio e d'impresa della camorra vi è Roberto Saviano. Per le sue posizioni coraggiose non sono mancati gli appelli a non lasciarlo solo di importanti scrittori e personaggi culturali del calibro di Umberto Eco[133]. Dal suo best seller Gomorra verrà tratto anche un film. Il film è uscito nel circuito cinematografico italiano il 16 maggio 2008.[134] Nel primo weekend di programmazione è stato il film più visto in Italia, con un incasso di 1.825.643 euro.[135] A marzo 2009 il film raggiunge quota 10.175.071 euro.[136]

Il problema Vesuvio e Campi Flegrei: da rischio a risorsa[modifica | modifica sorgente]

In quanto al rischio Vesuvio, un considerevole numero di esperti nel campo sono concordi nell'affermare che la prossima eruzione potrebbe essere di tipo subpliniana, simile a quella del 1631[137]. Per ora la possibilità di manifestarsi un'eruzione pliniana è alquanto scarsa: queste infatti si verificano dopo secoli o addirittura millenni di inattività da parte del vulcano.

La zona rossa del Vesuvio include anche tre quartieri orientali del municipio di Napoli: San Giovanni a Teduccio, Ponticelli e Barra. Un risveglio dell'attività eruttiva del Vesuvio costituisce ad ogni modo il più grave problema di protezione civile presente in Italia[138].

L'intera area, con opportuni interventi basati su un decongestionamento demografico (già attuati, seppur con scarso successo[139]), basati su un eventuale reinserimento urbano della piana campana (lontana dal rischio Vesuvio) e con una valorizzazione adeguata del territorio vulcanico e archeologico potrebbe trasformarsi da "zona altamente a rischio a risorsa", con un impatto positivo sull'economia nazionale.[140] Simil discorso per le crisi bradisismiche dell'altro grande vulcano partenopeo, ossia i Campi Flegrei. Le sue attuali modalità eruttive creano veri e propri schieramenti tra i vulcanologi moderni. Il reale rischio di un'eruzione sarebbe scongiurato dal fatto che i Campi Flegrei hanno dei tempi geologici assai più lunghi rispetto al Vesuvio (migliaia di anni). L'ultima eruzione, risalente al 1538, fu di poco conto rispetto alle grandi eruzioni del passato e provocò la formazione della collina del Monte Nuovo. L'eruzione si verificò dopo un periodo di quiescenza durato 3000 anni (tra i minori periodi di inattività registrati in zona). Le cronache napoletane del tempo ci parlano di una lieve pioggia di cenere e di piccoli boati[141]. In Italia, esempi simili alla caldera flegrea si trovano a pochi km da Roma e sono costituiti dai Colli Albani.[142]

Un intervento che sta riguardando in prima persona la caldera flegrea è la trivellazione della stessa, per meglio studiarne e capirne i meccanismi - una ricerca vulcanologica che non ha precedenti al mondo.[143] I Campi Flegrei potrebbero costituire una grande risorsa di energia in grado di sostituire i combustibili fossili e il nucleare, dando vita ai primi impianti di energia geotermica.[144] Un intervento che tra l'altro fornirebbe informazioni anche sulla riduzione del rischio eruttivo. Le ricerche sono cominciate nel corso dell'anno 2012 a Bagnoli.[145]

Note[modifica | modifica sorgente]

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  11. ^ a b c d e f BooksGoogle.it. URL consultato il 7 settembre 2011.
  12. ^ È alquanto dibattuta la data esatta dell'arrivo di Diotimo a Napoli: dopo la fondazione di Thurii, anni trenta, ecc.
  13. ^ Books.google.it
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  19. ^ Una percezione in seguito ribadita anche da Nerone: "Neapolim quasi graecam urbem delegit" (Tacito, storico).
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  59. ^ A causa di un'eruzione pliniana simile (la più forte per intensità mai riscontrata nel territorio), con i venti rivolti verso nordovest, dunque verso il comune di Napoli, la zona orientale sarebbe oggetto di una distruzione totale, mentre buona parte della zona prospiciente (grossa parte del centro storico e non) vedrebbe dei danni a quasi tutti gli edifici (scarsa probabilità di sopravvivenza, specie per chi si trova al di fuori di una struttura)
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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  • Pierluigi Rovito, Res Publica dei Togati - Giuristi e Società nella Napoli del Seicento, Napoli, Jovene Editore, 1986
  • Pierluigi Rovito, Il Viceregno Spagnolo di Napoli, Arte Tipografica, Napoli, 2003.

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