Cosimo Fanzago

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« Fu Cosimo alto a maraviglia della persona....Fu di aspetto che movea riverenza in vederlo »
(Bernardo De Dominici)
Autoritratto di Cosimo Fanzago

Cosimo Fanzago (Clusone, 12 ottobre 1591Napoli, 13 febbraio 1678) è stato uno scultore e architetto italiano. Operò soprattutto a Napoli.

La vita[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo Fanzago a Pescocostanzo
Busto di Nicolò Albergati nella Certosa di San Martino
Busto di Girolamo Flerio, 1620

Gli inizi[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Clusone nel 1591 da Ascenzio Fanzago, discendente dell'illustre famiglia dei Fanzago, e da Lucia Bonicelli. Lo zio Pietro fu un ingegnere, matematico e fonditore e aveva costruito l'orologio planetario di Clusone. In questa esperienza familiare fu che il giovane Cosimo iniziò a destreggiarsi nei primi rudimenti della scultura con ruoli limitati a quello di scalpellino e marmoraro. Gli inizi lombardi furono, con molta probabilità, accompagnati da brevi spostamenti verso le città di Bergamo e Milano dove era fervente l'attività edilizia dei conventi. Qui fu che molto probabilmente Cosimo Fanzago iniziò a muovere i primi passi nella sua definizione artistica. Gli scultori attivi a Milano verso la fine del Cinquecento e inizi del Seicento iniziarono ad elaborare nuove soluzioni plastiche dove la figura risulta è svincolata dall'architettura. Morto il padre, nel 1612, si spostò a Napoli presso lo zio paterno Pompeo che svolgeva nella Capitale del Viceregno il mestiere di orpellaio e Ufficiale delle Gabelle del Grano e delle Farine a Porta Capuana. Prima di arrivare a Napoli sostò a Chieti per un breve tempo. Nel 1612, quando risulta nei documenti già a Napoli da almeno quattro anni quando partì dalla sua terra natale, stipulò un contatto lavorativo con il marmoraro e scultore fiorentino Angelo Landi; arrivato a Napoli come molti altri artisti fiorentini al seguito di Giovanni Antonio Dosio per il cantiere della Certosa di San Martino. Nella stipula del contratto di lavoro si conosce che il Fanzago viveva, insieme ai familiari, alla Duchesca (attualmente alle spalle della Statua di Garibaldi in Piazza Garibaldi) nelle case dello scultore Girolamo D'Auria. Contemporaneamente alla stipula del contratto venne scambiata anche promessa di matrimonio con la figlia del Landi, Felicia. Dal matrimonio nacquero in seguito Caterina Vittoria, Ascenzio, Orsola e Carlo; quest'ultimo divenne continuatore dell'attività paterna anche in Spagna. Il rapporti lavorativi con il suocero furono ottimi anche dopo la scadenza biennale del contratto di lavoro fino alla morte di Landi nel 1620. In questi anni giovanili sono ascrivibili tre stemmi vicereali di Don Pedro Fernández de Castro per il Palazzo dei Regi Studi, realizzati tra il 1615 e il 1616 ed oggi al Museo nazionale di San Martino e il monumento funebre al cardinale Carafa nella Cattedrale di Napoli. Tratti più personali della sua scultura iniziarono a trovarsi nel Sant'Ignazio a Catanzaro, realizzato nel 1616 per Annibale Mannarino; nel Sepolcro del Cardinale Acquaviva, realizzato negli anni 1617-1618 per la cappella del Monte di Pietà. Nel 1618 realizzò il San Francesco Saverio e il Sant'Aspreno nella Chiesa del Gesù Nuovo, contemporaneamente scolpisce anche il busto di Michele Gentile a Barletta, e nel 1620 realizzò la prima opera matura e svincolata dai modi tardo-manieristi ancora presenti in città: il ritratto marmoreo di Girolamo Flerio nella Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli.

Gli anni centrali: La maturità[modifica | modifica wikitesto]

Guglia di San Gennaro, prototipo di altre guglie

In seguito alla morte del suocero, Fanzago si trasferì in via dei Cavaioli, nei pressi della Chiesa di Santa Maria Ognibene, dove gli venne ceduto un piccolo terreno per fabbricarvi sopra un'abitazione con giardino e laboratorio che poteva ospitare i suoi collaboratori. Tra il 1619 e il 1624 collaborò, insieme ai marmorari Nicola, Bartolomeo Botti e Francesco Balsimelli, alla realizzazione del ciborio dell'altare di Santa Patrizia. L'altare è stato, negli anni Settanta, mutilato delle sue decorazioni e solo recentemente sono state ritrovate le statuine in bronzo delle Virtù realizzate dal Fanzago[1]. A partire dal 1623 iniziò a lavorare per i suoi committenti più importanti, i Certosini di San Martino. Alle dipendenze di Giovan Giacomo Di Conforto il Fanzago intervenne nelle decorazioni del Chiostro Grande. Negli stessi anni, sempre sotto la dipendenza del Di Conforto, lavorò presso la Chiesa della Santissima Trinità delle Monache che realizzò il sagrato marmoreo. Nel 1628 fu accusato dell'omicidio, o come mandante, del marmoraro Nicola Botti, collaboratore del Fanzago nella Certosa e per tali ragioni fu allontanto dai Certosini per un breve periodo. Contemporaneamente fu attivo presso l'Abbazia di Montecassino dove fornì modelli per le sculture e i progetti di ammodernamento della chiesa. A partire da questi due eventi, la certosa e l'abbazia, il Fanzago diede avvio alla sua attività di progettista. Nel 1629 siglò il contratto per la realizzazione dell'altare maggiore nella Chiesa di San Nicolò a Lido e a Bergamo fornì i progetti per le chiese di Sant'Agata dei Teatini e della chiesa della Madonna della Neve in Rochetta; quest'ultima a pianta ottagonale e custodisce quattro statue disegnate dal Fanzago[2]. Nel 1630, a seguito della morte del Di Conforto, divenne direttore dei lavori presso la Certosa di San Martino, e nel frattempo progettò a Pescocostanzo la chiesa del Gesù e Maria, i cui lavori terminarono nel 1636. Nel 1632 fu operativo presso il Gesù Vecchio con la realizzazione del Cappellone di San Francesco Saverio. Nel cantiere della Certosa, luogo dove l'estro creativo del Fanzago ebbe il suo momento più felice, reromoalizzò gran parte delle decorazioni del chiostro con il pavimento bicromo; lavorò al rimaneggiamento della chiesa con la realizzazione di decorazioni in commesso marmoreo; eseguì la balaustra con teschi nel cimitero dei Certosini presente nel Chiostro Grande; progettò la facciata a serliana della chiesa e la scaletta a "calicò" nel giardino pensile dei monaci. Tra il 1630 e il 1647 fu operativo prevalentemente come progettista e direttore dei lavori. La gran mole di lavoro che si procurò in questi anni lo tacciarono di inadempienza di contratto causando non poche dispute legali con i committenti, tra questi anche i certosini. Curiosa fu la vertenza che ebbe con le monache di San Sebastiano, dove l'architetto si fece afferrare per pazzo per l'assegnazione della Chiesa. Il motivo fu di carattere familiare visto che una delle figlie del Fanzago aveva intenzione di prendere i voti nel monastero. La chiesa, in un primo momento fu affidata a Giuseppe Nuvolo, fu completamente riprogettata da Fanzago senza essere pagato e la realizzazione avvenne a proprio carico, ma le monache entrarono nuovamente in vertenza e il progetto di completamento ritornò nelle mani del Nuvolo. In questi anni vennero edificate chiese su suo progetto le chiese dell'Ascensione a Chiaia, di Santa Maria dei Monti, di San Giuseppe dei Vecchi e di Santa Maria degli Angeli alle Croci. A seguito dell'incendio che distrusse l'intera navata si occupò della ricostruzione barocca della Chiesa di San Giorgio Maggiore a partire dal 1640e terminata mezzo secolo dopo da Arcangelo Guglielmelli. Nel 1643 progettò la Chiesa di San Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo, con impianto ad aula centrale a croce greca; la facciata è frutto di un rifacimento realizzato nel 1709 da Giovanni Battista Manni.

Retablo nella chiesa degli Agostiniani, Salamanca
Scala a calicò nella Certosa di San Martino

Contemporaneamente come scultore e decoratore realizzò alcuni dei migliori brani della scultura secentesca napoletana come il ciborio nella Certosa di Serra San Bruno, realizzato tra il 1631 e il 1650; l'altare della Chiesa di Santa Maria la Nova, realizzato a partire dal 1632; l'altare in Santi Severino e Sossio. A partire dal 1628 e continuando per circa un quarantennio, progettò e realizzò il possente cancello di ottone nella Cattedrale di Napoli per la cappella del tesoro di San Gennaro; l'opera fu affidata agli ottonari Biagio Monte e Orazio Scoppa. I lavori andarono a rilento e l'opera fu continuato sotto un nuovo contratto stipulato con Giacinto de Paola e Giovanni Mazzuolo e successivamente da Bartolomeo Rampinelli, Tommaso Fusco e Gennaro Monte. Nel 1635 realizzò la Fontana del Sebeto con la collaborazione del figlio Carlo. L'anno successivo, con la collaborazione di Giuliano Finelli, mise mano al progetto della Guglia di San Gennaro su commissione dell Deputazione del Tesoro per la scampata devastazione dell'eruzione del 1631. Nel frattempo con la venuta del viceré Manuel de Acevedo y Zúñiga fu commissionato al Fanzago e al Picchiatti di disegnare e realizzare la chiesa degli Agostiniani Scalzi a Salamanca. Al Picchiatti fu affidato il ruolo di progettare di pianta l'intera chiesa, mentre al Nostro fu affidato il compito di realizzare il pulpito marmoreo, il retablo dell'altare maggiore e il portale d'ingresso. Dalla metà degli anni Trenta del Seicento la fama del Fanzago crebbe esponenzialmente tanto da trasformarsi anche in imprenditore. In questi anni furono realizzati gli interventi di via Toledo, presso il palazzo Colonna di Stigliano e sulla riviera di Chiaia con il Palazzo Barile (oggi rifatto in forme ottocentesche). Nel 1638 realizzò l'altare della Basilica della Santissima Annunziata Maggiore, oggi perso a seguito della ricostruzione vanvitelliana, contemporaneamente fu attivo in più fasi nella Basilica di San Lorenzo Maggiore con il cappellone di Sant'Antonio e la Cappella Cacace. Dal 1639 realizzò gli altari di Santa Maria di Costantinopoli, di San Domenico Maggiore e San Pietro a Maiella. Dal 1637, presso il Gesù Vecchio, con la collaborazione di Costantino Marassi e Andrea Lazzari progettò ed eseguì il Cappellone di Sant'Ignazio. A partire dal 1640 lo si trova presso il Palazzo Donn'Anna come direttore dei lavori e come progettista e nel frattempo losi trova attivo nella Cappella di Santa Teresa d'Avila nella Chiesa di Santa Teresa degli Scalzi e considerata uno dei suoi capolavori di arte decorativa. La fama che acquisì il Fanzago crebbe sempre più e nel 1643, a seguito della morte del regio ingegnere ed architetto Bartolomeo Picchiatti, la carica di Ingegnere maggiore del Regno rimase vuota per breve tempo e il Nostro, approfittando della situazione, chiese di avere per sé la carica. In tale occasione fu scritto un memoriale in difesa dell'ingegnere Onofrio Antonio Gisolfi che recita testuali parole:

« Quelli che concorrono con lui hanno questi difetti, videlicet: Primo sono vassalli dei Veneziani [Clusone faceva parte della Repubblica di Venezia], a quali cose della guerra non si possono confidare. Il concorrente è inabile penitus alle cose della Militia et Architettura Militare e Architettura Civile, come inesperto e distruttore delle regole et inventore delle nuove chimere e schisme in quella professione »

Nello stesso decennio scoppiò la rivoluzione che condusse all'istituzione della Repubblica Napoletana di Masaniello. Cosimo Fanzago rimase coinvolto nella vicenda tanto da figurare molte volte nei documenti legati ai rivoluzionari, fu autore del gesto eroico che salvò la vita allo scultore Giuliano Finelli dalla condanna a morte avanzata da Gennaro Annese. A seguito dei casini gli fu commissionato dal viceré Duca di Arcos il famoso Cenotaffio del Mercato dove fu stabilita la cancellazione della Gabella che aveva provocato i tumulti; il cenotaffio era costituito da una parte scritta dove erano annunciati i diritti del popolo e da una parte statuaria dove vi dovevano essere le statue del viceré, il cardinale Ascanio Filomarino e il re Filippo IV di Spagna. A seguito della commessa dell'opera fu tacciato dal popolo di essere filo-spagnolo e a fuggire a Roma nel 1648 e per i successivi quattro anni con brevi ritorni a Napoli. Nella città papalina realizzò le acquasantiere nella Basilica di Sant'Agostino in Campo Marzio, la facciata dello Spirito Santo dei Napoletani (demolita nel 1853 e ricostruita da Antonio Cipolla), una porta nel refettorio del convento della Santissima Trinità dei Pellegrini e i restauri per la Basilica di San Lorenzo in Lucina, dove ridusse le tre navate in una con cappelle laterali, e la Basilica di Santa Maria in Via Lata. Secondo la Cantone fu influenzante il suo progetto per il concorso della Chiesa di Sant'Agnese in Agone[3]. L'impianto proposto a Roma venne ripreso poi per la Chiesa di Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone a Napoli, contemporaneamente presero avvio anche i lavori per la Chiesa di Santa Teresa a Chiaia e il completamento delle fabbriche iniziate nei decenni precedenti.

Gli ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1667 lo si ritrova ad Avellino, su commissione di Francesco Marino Caracciolo, dove lavorò al palazzo della Dogana, al monumento a Carlo II di Spagna. Nel 1669 restaurò ed ampliò la Fontana di Bellerofonte. Anche dopo l'estromissione forzata dal cantiere di San Martino ebbe numerosi contrasti e vertenze con i monaci arrivando a chiedere anche la scomunica dello scultore ed architetto per la pessima condotta lavorativa con la committenza. Continuavano intanto i completamenti delle opere lasciate incompiute tra questi la ricostruzione della Chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, iniziata nel 1653, nel pieno della sua attività, e lasciata incompiuta per la sopraggiunta morte nel 1678. Il 13 febbraio 1678 morì lasciando ancora incompiute diverse opere che vennero continuate dai suo più stretti collaboratori come Lorenzo Vaccaro e diversi altri. Alla sua morte gli dedicata un'ode dove vennero esaltate le sue più importanti opere e il Principe di Spezzano don Antonio Muscettola gli dedicò un sonetto.

« Ferì Cosimo le pietre, e quelle stesse
Pietre che egli ferì, rese immortali
E delle pietre al suo ferir più frali
Trofei perenni alla sua gloria eresse
Qualor le fere e qualor l'Uomo le impresse
Co' ferri in sua virtù fatti vitali,
Sciolse il Leone il piè, l'Aquila
l'ali, E l'uom per li occhi le parole espresse.
Pur chi die' vita ai sassi, orbo di vita
giace tra questi sassi e 'n chiari carmi
Nostra sventura a lacrimar ne invita.
Ah che estinta non è, che mentre l'armi
Vibrar contrar' a lui la Morte ardita,
Eternato il mirò dei propri marmi. »

È noto che il Fanzago avesse un carattere generoso con la committenza e grazie alle sue intercessioni diversi artisti poterono esprimere il loro estro creativo in totale autonomia come avvenne per il pittore Francesco Solimena che poté brillantemente iniziare a soli diciott'anni la sua carriera con lavori nella chiesa del Gesù Nuovo, perché il Fanzago, che aveva intuito il valore del giovane artista, si era fatto garante presso i committenti dei buoni risultati della sua opera. Fu selpolto con molta probabilità nella chiesa vicino la sua abitazione in vico dei Cavaioli, la Chiesa di Santa Maria Ognibene. La vertenza contro i certosino fu conclusa solamente il 27 aprile 1700 con la figlia Caterina Vittoria.

Le opere[modifica | modifica wikitesto]

Fu attivo soprattutto a Napoli, dove creò una originalissima versione locale del barocco, fatta di ricchissimi intarsi di marmi colorati che ornano strutture ancora permeate di rigore manierista. Nel 1647, subito dopo la rivolta di Masaniello, abbandonò Napoli per un breve periodo e si recò a Roma, dove restaurò le chiese di San Lorenzo in Lucina e Santa Maria in Via Lata. Tra le sue moltissime opere si segnalano guglie, cappelle, altari, chiese, conventi, palazzi

Opere sue anche ad Avellino, Pescocostanzo, Piedimonte Matese (chiesa del SS. Salvatore), Venezia (altare di S. Nicolò al Lido) e in Spagna (a Salamanca)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dopo la Sfinge, tornano le Virtù di Santa Patrizia: ritrovati bronzetti del Fanzago - Corriere del Mezzogiorno
  2. ^ http://territorio.comune.bergamo.it/PGT/VarPGT_2/IBCAA/IBCAA_00085.pdf
  3. ^ Gaetana Cantone, Napoli barocca, Napoli, Laterza, 2002.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • D'Agostino Paola, "Cosimo Fanzago scultore", Paparo Edizioni, 2011, Napoli, pagg. 494
  • Giuseppe Ceci, "Il primo passo di Cosimo Fanzago", in Napoli Nobilissima, S.N., II, 1921, pp.142-143
  • G. Dolcetti, "Il libro d'argento delle famiglie venete", 1922-28, Bologna (rist. anast.) Forni Editore vol. IV pag. 34-39 (Fanzago e Cartolari).
  • Aliprando Fanzago degli Aliprandi, "I conti di Bergamo ed i discendenti Aliprandi, Rosmini, Fanzago e Fanzago-Cartolari", pag.120-127
  • D’Arpa Ciro, "La committenza dell’arcivescovo Martino Leon y Cardenas per la Cattedrale di Palermo (1650-1655): un intervento inedito dell’architetto Cosimo Fanzago", in «Palladio», n.21, 1998, pp.35-46
  • Gaetana Cantone, Napoli Barocca, Napoli, Laterza, 2002
  • A cura di Aurora Spinosa, Protagonisti nella storia di Napoli. Grandi Napoletani. Cosimo Fanzago, Napoli, Elio de Rosa editore, 1996

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN35942570 · LCCN: (ENn86136544 · SBN: IT\ICCU\NAPV\048319 · ISNI: (EN0000 0001 1620 0072 · GND: (DE118686089 · ULAN: (EN500007050 · NLA: (EN36020375 · BAV: ADV10110467