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Siglo de Oro

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La difesa di Cadice contro gli inglesi olio su tela di Francisco de Zurbarán

El Siglo de Oro (in italiano: Secolo d'oro) fu un periodo che coincise con l’ascesa politica dei Re Cattolici di Spagna e degli Asburgo spagnoli, durante il quale le arti e la letteratura conobbero un eccezionale sviluppo. È tradizionalmente associato ai regni di Isabella I, Ferdinando II, Carlo V, Filippo II, Filippo III e Filippo IV.

Il Siglo de Oro è generalmente fatto iniziare nel 1492, anno simbolico segnato dalla conclusione della Reconquista, dai viaggi di Cristoforo Colombo e dalla pubblicazione della Grammatica della lingua castigliana di Antonio de Nebrija. La sua conclusione viene solitamente collocata intorno al 1659, con il Trattato dei Pirenei, anche se alcuni studiosi ne prolungano la durata fino al 1681, anno della morte di Pedro Calderón de la Barca.

Questo straordinario periodo di fioritura culturale fu caratterizzato dalla presenza di importanti mecenati: l’Escorial divenne un centro di attrazione per artisti di primo piano, tra cui El Greco, contribuendo alla definizione di uno stile propriamente spagnolo. L’epoca comprende inoltre il Plateresco, il Rinascimento e le prime espressioni del Barocco spagnolo, con figure di assoluto rilievo come Miguel de Cervantes, Lope de Vega, Luis de Góngora, Diego Velázquez, nonché compositori quali Tomás Luis de Victoria e Francisco Guerrero.

Contesto storico

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La Spagna emerse da secoli di Reconquista contro i musulmani, con l'unione dinastica tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona che pose fine alle divisioni interne e favorì una monarchia centralizzata. L'arrivo di Carlo V e poi Filippo II ereditò un vasto mosaico territoriale, inclusi possedimenti in Italia, Paesi Bassi e colonie americane, rendendo la Spagna egemone in Europa e oltre. Fu un'era di fervore cattolico, con l'Inquisizione a garantire unità ideologica contro protestanti e ottomani, mentre il mecenatismo regio stimolò un fiorire artistico senza precedenti, da Cervantes a Velázquez.

Cause del dominio politico

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Il dominio politico nacque da eredità dinastiche e superiorità militare: gli Asburgo unirono attraverso matrimoni strategici un impero "su cui non tramontava il sole", con i tercio vincenti in battaglie chiave come Lepanto contro i turchi. La Controriforma rafforzò l'alleanza con il Papato, mentre il controllo coloniale tramite vicereami e encomiendas assicurò fedeltà ai territori d'oltremare, estendendosi dalle Americhe alle Filippine.

Cause del dominio economico

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Economicamente, le scoperte colombiane e le conquiste in Messico e Perù inondarono la Spagna di oro e argento dalle miniere come Potosí, finanziando eserciti e corti lussuose. Il monopolio commerciale della Casa de Contratación a Siviglia, con flotte di galeoni protette, e l'unione temporanea col Regno del Portogallo aprirono rotte globali per spezie e schiavi, incarnando il bullionismo mercantilista dove il metallo prezioso equivaleva a potenza.

Il Siglo de Oro spagnolo fu un periodo di straordinario sviluppo della poesia, della prosa e del teatro, alimentato dal profondo coinvolgimento della Spagna nei correnti letterari e filosofici europei, in particolare dai suoi solidi legami con l’Italia rinascimentale. La fondazione di un collegio spagnolo a Bologna negli anni Sessanta del Trecento permise a studiosi come Antonio de Nebrija di formarsi all’estero, mentre Alfonso V d’Aragona trasformò Napoli in un importante centro culturale a partire dal 1442. Gli intellettuali spagnoli viaggiarono in Italia, assimilando le influenze di Petrarca, Boccaccio e Sannazaro, mentre studiosi italiani furono accolti in Spagna. Questo intenso scambio favorì anche una rinnovata attenzione per la letteratura classica (Virgilio, Orazio, Ovidio) e per il Neoplatonismo, contribuendo in modo decisivo all’arricchimento della lingua e del pensiero spagnoli.[1] Francisco de Medrano, poeta lirico originario di Siviglia, è considerato uno dei migliori imitatori spagnoli di Orazio, e in questo ambito viene spesso accostato, per qualità, a Luis de León.[2][3]

Cervantes e il Don Chisciotte

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Lo stesso argomento in dettaglio: Miguel de Cervantes e Don Chisciotte della Mancia.

Considerato da molti una delle più grandi opere mai scritte in qualsiasi lingua, El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha di Miguel de Cervantes è ritenuto il primo romanzo pubblicato in Europa; un’opera che valse al suo autore, nel mondo ispanofono, una statura paragonabile a quella del suo contemporaneo William Shakespeare per la lingua inglese. Il romanzo, come la Spagna stessa, si colloca in una fase di transizione fra il Medioevo e l’età moderna. Veterano della battaglia di Lepanto, protagonista di una duplice carriera en las armas y en las letras, Cervantes attraversò un periodo di gravi difficoltà economiche alla fine degli anni Novanta del Cinquecento e nel 1597 fu incarcerato per debiti; secondo alcuni studiosi, proprio in quegli anni egli avrebbe iniziato a lavorare alla sua opera più celebre. La prima parte del romanzo fu pubblicata nel 1605, la seconda nel 1615, un anno prima della morte dell’autore.

Don Chisciotte richiama al tempo stesso i romanzi cavallereschi medievali e le forme narrative del primo mondo moderno. L’opera parodizza la morale e l’ideale cavalleresco tradizionali, trova nella cavalleria una fonte di comicità e offre una critica delle strutture sociali e della presunta follia di una società spagnola rigida e inflessibile. Giunta fino a noi come una pietra miliare della storia della letteratura mondiale, l’opera conobbe già al suo tempo un successo internazionale, venendo interpretata di volta in volta come commedia satirica, commento sociale e precorritrice della letteratura autoreferenziale.

Lope de Vega e la commedia

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Lo stesso argomento in dettaglio: Lope de Vega.

Contemporaneo di Cervantes, Lope de Vega ebbe un ruolo fondamentale nello sviluppo del teatro commerciale spagnolo, noto come comedia, definendone i generi essenziali e le strutture portanti nel corso del XVII secolo. Tutte le comedias erano sottoposte alla revisione del dottor Sebastián Francisco de Medrano, commissario dell’Inquisizione spagnola, che ne svolgeva la funzione di censore ufficiale.

Sebbene si sia dedicato anche alla prosa e alla poesia, Lope de Vega è ricordato soprattutto per la sua produzione teatrale, in particolare per i drammi ispirati alla storia spagnola. Come Cervantes, prestò servizio nell’esercito spagnolo e mostrò un vivo interesse per il mondo della nobiltà. La sua vastissima opera — che spazia dalla Bibbia e dalla mitologia classica alla storia leggendaria e contemporanea della Spagna — integra spesso elementi umoristici, in modo non dissimile da Cervantes. Lope de Vega rielaborò di frequente i tradizionali drammi morali, arricchendoli di arguzia, cinismo e comicità, con l’obiettivo primario di intrattenere il pubblico. La sua straordinaria capacità di fondere moralità, commedia, pathos drammatico e consenso popolare ha portato molti critici a paragonarlo a Shakespeare.

In qualità di critico sociale, Lope de Vega, ancora una volta in sintonia con Cervantes, mise in discussione istituzioni tradizionali della Spagna, come l’aristocrazia, l’ideale cavalleresco e i rigidi codici morali. Il suo approccio artistico si colloca in netto contrasto con l’ascetismo religioso di Francisco Zurbarán. Le sue commedie di capa y espada, che intrecciano intrighi, amore e comicità, esercitarono una profonda influenza sul suo erede letterario Pedro Calderón de la Barca, il quale proseguì questa tradizione fino alla fine del XVII secolo.

Questo periodo diede inoltre origine ad alcune delle più importanti opere della poesia spagnola. L’introduzione e l’influsso del verso rinascimentale italiano risultano particolarmente evidenti nelle opere di Garcilaso de la Vega e testimoniano un’impronta profonda sulla produzione dei poeti successivi. La letteratura mistica in lingua spagnola raggiunse il suo apice con le opere di San Juan de la Cruz e di Teresa d’Ávila. La poesia barocca fu invece dominata dagli stili contrastanti di Francisco de Quevedo e Luis de Góngora, entrambi destinati a esercitare un’influenza duratura sugli scrittori delle generazioni successive e persino sulla stessa lingua spagnola.

Lope de Vega fu a sua volta un poeta di straordinario talento, e accanto a lui operò un vasto numero di autori notevoli, sebbene oggi meno conosciuti: Francisco de Rioja, Bartolomé Leonardo de Argensola, Lupercio Leonardo de Argensola, Bernardino de Rebolledo, Rodrigo Caro e Andrés Rey de Artieda. Un’altra figura poetica di rilievo fu Sor Juana Inés de la Cruz, proveniente dalle colonie spagnole d’oltremare della Nuova Spagna (l’odierno Messico).

In quest’epoca conobbe grande sviluppo anche il genere picaresco, che descriveva le vicende dei pícaros, costretti a sopravvivere grazie all’astuzia in una società decadente. Tra gli esempi più significativi si annoverano El buscón di Francisco de Quevedo, Guzmán de Alfarache di Mateo Alemán, Estebanillo González e il Lazarillo de Tormes (1554), pubblicato anonimamente, opera fondativa del genere.

Rinascimento e mistica cristiana

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Con le opere poetiche di santa Teresa d'Avila, san Giovanni della Croce, Luigi di Granata e il rinascentista agostiniano Pedro Malón de Chaide, la Spagna vide la produzione una letteratura mistica cristiana, della quale secondo Benedetto Croce «l'Italia, poco incline ai rapimenti estatici a Dio, ebbe scarsa e debolissima conoscenza» e le prime traduzioni comparvero al «tramonto del lungo e gloriosissimo Rinascimento», pubblicate a Venezia e Firenze solamente alla fine del secolo.[4] Il contatto con gli spagnoli diffuse un anticipo del preziosismo francese di fine secolo unitamente ai modi della cavalleria-galanteria ispanica (l'inchino e la figura del corteggiatore), oltre al parlare ossequioso e magniloquente, gli abiti e i cerimoniali di corte.[4]

Prima dei fiorenti scambi commerciali coi Liguri e dei primi insediamenti liguri in Spagna, la penisola iberica era immaginata come:

«un paese fantastico, remoto, dove si menavano dei colpi di spada, e si sospiravano nei castelli le belle principesse. Veniva a noi, come in tutto il mondo allora conosciuto, la fama della scuole di Toledo, paradiso o inferno delle scienze occulte, officina laboriosissima di traduttori, attivi pure nelle scuole di Cordova e di Murcia. E qualche dotto italiano vi capitò pure già nel primo millennio, e cooperò a volgarizzare la scienza degli arabi e dei rabbini, ed a dischiudere i tesori della filosofia orientale, che apriva l'unico varco al pensiero ellenico. A questa scienza ebraica e musulmana, ci inchiniamo...»

Tutte le opere tradotte in italiano di Luigi di Granata fu la prima stampa in lingua italiana, edita a Venezia nel 1568. Malgrado dal titolo sembri un'opera omnia, il Libro dell'orazione e della contemplazione apparve a parte, «ordinata un po' a capriccio», curato dal filologo Giovanni Miranda a Venezia, nello stesso anno (p. 48[4]). Alcuni libri di nautica, farmacia, medicina e igiene, non risparmiarono la censura del Rinascimento italiano che «trascinavasi dietro il carro trionfante della sua invidiatissima cultura, poco fruttifera, in verità, per lo sviluppo successivo, e da avvertirsi appena nella storia del pensiero e dell'arte italiana»[4].

Durante il Rinascimento italiano, pochi grandi artisti provenienti dall’Italia si recarono in Spagna; tuttavia, i possedimenti italiani e i legami politici instaurati da Ferdinando d’Aragona, consorte della regina Isabella e in seguito unico sovrano di Spagna, favorirono un costante scambio di intellettuali attraverso il Mediterraneo, in particolare tra Valencia, Siviglia e Firenze.

Luis de Morales, uno dei principali esponenti della pittura manierista spagnola, mantenne nelle sue opere uno stile marcatamente iberico, con evidenti richiami all’arte medievale. L’arte spagnola, e in particolare quella di Morales, si distinse per il suo intenso misticismo e per la centralità dei temi religiosi, incoraggiati dalla Controriforma e sostenuti dal mecenatismo dei monarchi cattolici e dell’aristocrazia spagnola.

Il dominio spagnolo su Napoli ebbe inoltre un ruolo fondamentale nel rafforzare i rapporti tra arte italiana e spagnola, poiché numerosi amministratori iberici riportarono in patria opere realizzate in Italia.

Toledo, dipinto di El Greco

Celebre per il suo inconfondibile stile espressionistico, capace di suscitare al tempo stesso sconcerto e ammirazione, El Greco (“il Greco”) era originario dell’isola di Creta. Non era spagnolo, bensì greco di nascita. Durante il suo soggiorno in Italia, tra il 1568 e il 1577, studiò i grandi maestri del suo tempo — Tiziano, Tintoretto e Michelangelo.

Secondo la leggenda, El Greco arrivò a sostenere che avrebbe potuto dipingere un affresco pari a uno di Michelangelo, a patto che prima ne fosse demolito uno dell’artista italiano. Dopo essere caduto in disgrazia in Italia, trovò una nuova patria a Toledo, nella Spagna centrale.

In quel periodo la Spagna rappresentava un ambiente ideale per un pittore formatosi alla scuola veneziana: l’arte fioriva in tutto l’impero e Toledo offriva numerose opportunità di committenza. Le sue vedute della città divennero modelli per una nuova tradizione europea del paesaggio e influenzarono l’opera dei successivi maestri olandesi.

In vita, El Greco esercitò un’influenza decisiva nello sviluppo di uno stile fondato sull’impressione e sull’emozione, caratterizzato da figure dalle dita allungate e da un uso vibrante del colore e della pennellata. Le sue opere si distinguono per i volti, capaci di esprimere atteggiamenti malinconici e introversi, pur mantenendo i soggetti saldamente ancorati alla dimensione terrena.

Diego Velàzquez

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Las Meninas, di Diego Velázquez al Museo del Prado

Diego Velázquez nacque il 6 giugno 1599 a Siviglia, da una famiglia appartenente alla piccola nobiltà, ed era il primogenito di sei figli. Considerato unanimemente uno degli artisti più importanti e influenti della storia spagnola, divenne pittore di corte del re Filippo IV, ottenendo una fama sempre più vasta in tutta Europa grazie ai suoi ritratti di statisti, aristocratici ed esponenti del clero. Le sue effigi del sovrano, del suo primo ministro, il conte-duca di Olivares, e di papa Innocenzo X testimoniano una profonda adesione al realismo artistico e rivelano uno stile affine a quello di molti maestri della pittura olandese.

All’indomani della Guerra dei Trent’anni, Velázquez conobbe il marchese di Spinola e realizzò il celebre dipinto La resa di Breda (1635), che celebra la vittoria di Spinola nella città olandese nel 1625. Il marchese rimase colpito dalla straordinaria capacità dell’artista di trasmettere emozioni attraverso un realismo intenso, tanto nei ritratti quanto nei paesaggi, genere che esercitò un’influenza duratura sulla pittura occidentale. L’amicizia con Bartolomé Esteban Murillo, protagonista della generazione pittorica successiva, contribuì a garantire la continuità e la diffusione dell’approccio artistico velazqueziano.

Il dipinto più celebre di Velázquez è il capolavoro Las Meninas (1656, Museo del Prado, Madrid), nel quale l’artista si autoritrae includendosi tra i soggetti rappresentati.

Francisco de Zurbarán

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La nascita della Vergine, di Zurbarán

L’elemento religioso nell’arte spagnola acquistò grande rilevanza in molti ambienti durante la Controriforma. Le opere austere, ascetiche e severe di Francisco de Zurbarán incarnarono in modo emblematico questa tendenza dell’arte spagnola, in parallelo con le composizioni di Tomás Luis de Victoria. Filippo IV sostenne attivamente quegli artisti le cui convinzioni erano in sintonia con la sua visione della Controriforma e della religione. Il misticismo presente nell’opera di Zurbarán, influenzato da Santa Teresa d’Avila, divenne una caratteristica distintiva dell’arte spagnola nelle generazioni successive. Influenzato da Caravaggio e dai maestri italiani, Zurbarán si dedicò a un’espressione artistica della religione e della fede. I suoi dipinti raffiguranti san Francesco d’Assisi, l’Immacolata Concezione e la Crocifissione di Cristo riflettono un aspetto fondamentale della cultura spagnola del XVII secolo, sullo sfondo dei conflitti religiosi che attraversavano l’Europa. Zurbarán si discostò dall’interpretazione realistica e incisiva di Velázquez e, in certa misura, trasse ispirazione dall’intensità emotiva di El Greco e dei primi pittori manieristi. Ciononostante, egli rispettò e mantenne l’attenzione alla luce e alla resa fisica tipiche dello stile di Velázquez.

Non è noto se Zurbarán abbia avuto l’opportunità di studiare direttamente le opere di Caravaggio; tuttavia, ne adottò l’uso realistico del chiaroscuro. Il pittore che probabilmente esercitò la maggiore influenza sulle sue composizioni, caratterizzate da un severo rigore formale, fu Juan Sánchez Cotán. Inoltre, la scultura policroma — che a Siviglia aveva raggiunto un altissimo livello di raffinatezza al tempo dell’apprendistato di Zurbarán, superando quello dei pittori locali — costituì un ulteriore importante modello stilistico per il giovane artista. In particolare, l’opera di Juan Martínez Montañés presenta una profonda affinità spirituale con quella di Zurbarán.

Zurbarán dipingeva direttamente dal vero e ricorreva frequentemente al manichino nello studio dei panneggi, ambito nel quale dimostrò una straordinaria abilità. Possedeva un talento particolare nella resa delle stoffe bianche, come testimoniano le numerose raffigurazioni dei certosini vestiti di bianco presenti nella sua produzione. Si ritiene che egli abbia mantenuto questi metodi rigorosi per tutta la carriera, che fu coronata dal successo e si svolse interamente in Spagna. I suoi soggetti furono prevalentemente scene religiose austere e ascetiche, spesso improntate all’idea dello spirito che domina la carne. Le composizioni risultano frequentemente semplificate fino alla rappresentazione di una singola figura. Il suo stile appare più contenuto e sobrio rispetto a quello di Caravaggio, con una gamma cromatica spesso tendente ai toni azzurrati. Effetti di grande intensità sono ottenuti attraverso primi piani rifiniti con estrema precisione, basati principalmente sull’uso sapiente della luce e dell’ombra.

Bartolomé Esteban Murillo

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La Vergine del Rosario (1675–80) di Bartolomé Esteban Murillo

Bartolomé Esteban Murillo iniziò la sua formazione artistica a Siviglia, sotto la guida di Juan del Castillo. La grande importanza commerciale della città in quel periodo lo mise a contatto con influssi provenienti da altre regioni europee, permettendogli in particolare di conoscere la pittura fiamminga. Le sue prime opere risentono dell’influenza di Zurbarán, Jusepe de Ribera e Alonso Cano, con i quali condivideva un marcato orientamento realistico. Con il maturare del suo linguaggio pittorico, tuttavia, Murillo approdò a uno stile più levigato e armonioso, capace di rispondere ai gusti della borghesia e dell’aristocrazia del tempo, soprattutto nelle opere di soggetto religioso cattolico.

Nel 1642, all’età di ventisei anni, si trasferì a Madrid. Durante il soggiorno nella capitale è molto probabile che abbia conosciuto l’opera di Velázquez e che abbia potuto ammirare, nelle collezioni reali, i capolavori dei maestri veneziani e fiamminghi; l’influsso di entrambe queste tradizioni è evidente nella ricchezza cromatica e nella morbida resa dei volumi delle sue opere più tarde. Murillo fece ritorno a Siviglia nel 1645 e, nello stesso anno, realizzò tredici tele per il monastero di San Francisco el Grande, un lavoro che contribuì in modo decisivo a consolidarne la fama. Dopo aver completato una coppia di dipinti per la Cattedrale di Siviglia, si specializzò nei temi che gli avrebbero assicurato i maggiori successi: la Vergine con il Bambino e l’Immacolata Concezione.

Dopo un ulteriore periodo trascorso a Madrid tra il 1658 e il 1660, rientrò definitivamente a Siviglia. Qui fu tra i fondatori dell’Accademia di Belle Arti, della quale condivise la direzione nel 1660 con l’architetto Francisco Herrera il Giovane. Questo fu il momento di massima attività della sua carriera, segnato da numerose e prestigiose commissioni, tra cui le pale d’altare per il monastero agostiniano e i dipinti per Santa María la Blanca, completati nel 1665. Murillo morì nel 1682.

Palazzo di Carlo V

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Lo stesso argomento in dettaglio: Palazzo di Carlo V.

Il Palazzo di Carlo V è un edificio rinascimentale situato sulla sommità del colle dell’Assabica, all’interno della fortificazione nasride dell’Alhambra. Fu commissionato da Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, che desiderava stabilire la propria residenza accanto ai palazzi dell’Alhambra. Sebbene i Re Cattolici avessero già modificato alcune stanze dell’Alhambra dopo la conquista della città nel 1492, Carlo V intendeva costruire una dimora permanente degna di un imperatore. Il progetto fu affidato a Pedro Machuca, un architetto di cui si conoscono pochi dettagli biografici e le cui influenze restano in gran parte oscure. Anche accettando le testimonianze che collocano Machuca nell’atelier di Michelangelo, al momento della costruzione del palazzo nel 1527 quest’ultimo non aveva ancora realizzato la maggior parte delle sue opere architettoniche. In quell’epoca, l’architettura spagnola era immersa nello stile plateresco, ancora con tracce di matrice gotica. Machuca edificò un palazzo che, stilisticamente, appartiene al Manierismo, una corrente allora agli albori in Italia.

Lo stesso argomento in dettaglio: Monastero dell'Escorial.

El Escorial è la storica residenza dei re di Spagna. Fa parte dei siti reali spagnoli e svolge diverse funzioni: monastero, palazzo reale, museo e scuola. Si trova a circa 45 chilometri a nord-ovest della capitale Madrid, nel comune di San Lorenzo de El Escorial.

El Escorial comprende due complessi architettonici di grande rilevanza storica e culturale: il Real Monasterio de El Escorial e La Granjilla de La Fresneda, un padiglione di caccia reale e rifugio monastico situato a circa cinque chilometri di distanza. Questi luoghi presentano una duplice natura: nei secoli XVI e XVII, infatti, rappresentavano sia il potere temporale della monarchia spagnola sia il predominio ecclesiastico della Chiesa cattolica in Spagna, trovando una comune espressione architettonica. El Escorial fu quindi allo stesso tempo un monastero e un palazzo reale spagnolo. Originariamente proprietà dei monaci geronimiti, oggi ospita un monastero dell’Ordine di Sant’Agostino.

Filippo II di Spagna, reagendo alla Riforma protestante che attraversava l’Europa nel XVI secolo, dedicò gran parte del suo lungo regno (1556–1598) e una significativa quantità di argento proveniente dal Nuovo Mondo a contrastare l’espansione protestante, mentre contemporaneamente affrontava l’Impero Ottomano islamico. I suoi sforzi prolungati furono, a lungo termine, parzialmente efficaci. Tuttavia, lo stesso impulso di contro-riforma ebbe un’espressione molto più positiva circa trent’anni prima, nella decisione di Filippo di costruire il complesso di El Escorial.

Filippo incaricò l’architetto spagnolo Juan Bautista de Toledo come collaboratore nel progetto di El Escorial. Juan Bautista aveva trascorso la maggior parte della sua carriera a Roma, lavorando alla Basilica di San Pietro, e a Napoli, dove prestò servizio presso il viceré del re, la cui raccomandazione attirò l’attenzione di Filippo. Nel 1559 fu nominato architetto reale, e insieme idearono El Escorial come monumento al ruolo della Spagna quale centro del mondo cristiano.

Plaza Mayor di Madrid

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Lo stesso argomento in dettaglio: Plaza Mayor (Madrid).
La Plaza Mayor de Madrid, costruita al regno di Filippo III

La Plaza Mayor di Madrid, costruita durante il periodo degli Asburgo, rappresenta una delle piazze centrali della città spagnola. Si trova a pochi isolati da un’altra celebre piazza, la Puerta del Sol. La Plaza Mayor ha una pianta rettangolare, misurando 129 per 94 metri, ed è circondata da edifici residenziali di tre piani, che vantano complessivamente 237 balconi affacciati sulla piazza. Presenta nove ingressi principali, mentre la Casa de la Panadería, che ospita funzioni municipali e culturali, domina la scena architettonica della piazza.

Le origini della Plaza risalgono al 1589, quando Filippo II di Spagna incaricò Juan de Herrera, rinomato architetto rinascimentale, di elaborare un progetto per riorganizzare l’area caotica e trafficata dell’antica Plaza del Arrabal. Herrera aveva già progettato, nel 1581, il primo piano di ristrutturazione, ma i lavori iniziarono solo nel 1617, durante il regno di Filippo III. Il sovrano affidò allora a Juan Gómez de Mora il completamento del progetto, che portò a termine con la realizzazione dei portici nel 1619. Tuttavia, la Plaza Mayor come la conosciamo oggi è il frutto del lavoro dell’architetto Juan de Villanueva, incaricato della sua ricostruzione nel 1790, dopo una serie di grandi incendi. La statua equestre di Filippo III, opera di Giambologna, risale al 1616, ma fu collocata al centro della piazza solo nel 1848.

Cattedrale di Granada

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Lo stesso argomento in dettaglio: Cattedrale di Granada.

A differenza della maggior parte delle cattedrali spagnole, la costruzione di questa cattedrale dovette attendere la conquista del regno nazarita di Granada dai suoi governanti musulmani nel 1492. I primi progetti avevano uno stile gotico, come si può osservare nella Cappella Reale di Granada, opera di Enrique Egas; tuttavia, la costruzione principale della chiesa avvenne in un periodo in cui il Rinascimento stava progressivamente soppiantando il gotico, dominante nell’architettura spagnola dei secoli precedenti. Le fondamenta della cattedrale furono posate dall’architetto Egas tra il 1518 e il 1523, sul sito della principale moschea della città; nel 1529 Egas fu sostituito da Diego de Siloé, che lavorò per quasi quattro decenni alla struttura, dal livello del terreno fino alla cornice, progettando un triforio e cinque navate anziché le tre consuete. Particolarmente originale è la scelta di una capilla mayor circolare anziché di un’abside semicircolare, probabilmente ispirata alle teorie italiane suigli "edifici perfetti" (come nelle opere di Alberti). La cattedrale integra inoltre differenti ordini architettonici. La sua costruzione si protrasse per 181 anni.

Tra gli architetti successivi figurano Juan de Maena, seguito da Juan de Orea e Ambrosio de Vico. Nel 1667, Alonso Cano, collaborando con Gaspar de la Peña, modificò il progetto originario della facciata principale, introducendo elementi barocchi. La grandiosità dell’edificio sarebbe stata ancor più imponente se le due grandi torri previste di 81 metri fossero state realizzate; tuttavia, il progetto rimase incompleto per varie ragioni, tra cui motivi finanziari.

La cattedrale di Granada era stata concepita per diventare il mausoleo reale di Carlo I di Spagna, ma Filippo II decise di trasferire la sepoltura del padre e dei successivi sovrani a El Escorial, nei pressi di Madrid.

Cattedrale di Valladolid

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Lo stesso argomento in dettaglio: Cattedrale di Valladolid.

La Cattedrale di Valladolid, come tutti gli edifici del tardo rinascimento spagnolo realizzati da Herrera e dai suoi seguaci, è rinomata per la sua decorazione purista e sobria, espressione tipica del classicismo spagnolo, noto anche come stile "Herreriano". Utilizzando motivi decorativi di matrice classica e rinascimentale, gli edifici herreriani si distinguono per la loro estrema sobrietà, l’austerità formale e la propensione alla monumentalità.

Le origini della cattedrale risalgono a un collegio tardo-gotico avviato alla fine del XV secolo. Prima di diventare capitale di Spagna, Valladolid non era sede vescovile e quindi non possedeva il diritto di edificare una cattedrale. Tuttavia, il collegio divenne presto obsoleto a causa dei cambiamenti di gusto dell’epoca e, grazie all’istituzione della nuova diocesi in città, il Consiglio comunale decise di costruire una cattedrale che potesse confrontarsi architettonicamente con le capitali vicine.

Se l’edificio fosse stato completato, sarebbe stata una delle più grandi cattedrali di Spagna. Al momento dell’inizio dei lavori, Valladolid era di fatto la capitale del regno, ospitando il re Filippo II e la sua corte. Tuttavia, per motivi strategici e geopolitici, negli anni Sessanta del Cinquecento la capitale venne trasferita a Madrid, facendo perdere a Valladolid la sua rilevanza politica ed economica. Alla fine del XVI secolo, l’importanza della città era notevolmente diminuita e molti dei progetti monumentali avviati durante gli anni di prosperità, come la cattedrale, dovettero essere modificati a causa della mancanza di adeguati finanziamenti.

L’edificio attuale, quindi, non è mai stato completato integralmente e, a causa delle varie aggiunte costruite nel corso del XVII e XVIII secolo, manca della coerenza stilistica originariamente voluta da Herrera. Pur rimanendo sostanzialmente fedele al progetto di Juan de Herrera, la cattedrale ha subito numerose modifiche nel tempo.

Tomás Luis de Victoria

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Lo stesso argomento in dettaglio: Tomás Luis de Victoria.
Stampa contemporanea degli spartiti per l'Officium Defunctorum di Tomás Luis de Victoria

Tomás Luis de Victoria, compositore spagnolo del XVI secolo, attivo principalmente nel campo della musica corale, è ampiamente considerato uno dei più grandi compositori classici spagnoli. Aderì alla causa di Ignazio di Loyola nella lotta contro la Riforma e nel 1575 fu ordinato sacerdote. Visse per un breve periodo in Italia, dove entrò in contatto con la tradizione polifonica di Giovanni Pierluigi da Palestrina.

Come Zurbarán, Victoria seppe fondere le raffinate qualità tecniche dell’arte italiana con la profonda religiosità e la cultura della sua Spagna. Arricchì le sue composizioni di intensa forza emotiva, di un ritmo mistico e sperimentale e di un uso espressivo del coro. Si distaccò dalla tendenza dominante tra i suoi contemporanei evitando il contrappunto complesso e privilegiando melodie più lunghe, semplici, meno tecniche e più enigmatiche, ricorrendo alla dissonanza in modi che i compositori italiani della Scuola romana tendevano a evitare.

Dimostrò una notevole originalità di pensiero musicale, legando strettamente il tono e l’emozione della musica a quelli del testo, in particolare nei suoi mottetti. Come Velázquez, anche Victoria fu al servizio della monarchia, nel suo caso, della regina. L’Officium Defunctorum (Requiem), composto in occasione della sua morte nel 1603, è considerato una delle sue opere più durature e complesse.

Francisco Guerrero

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Lo stesso argomento in dettaglio: Francisco Guerrero.

Francisco Guerrero fu un compositore spagnolo del XVI secolo. Nella seconda metà del Cinquecento fu considerato, per importanza, secondo soltanto a Tomás Luis de Victoria tra i grandi autori spagnoli di musica sacra. A differenza di altri compositori rinascimentali iberici come Cristóbal de Morales e lo stesso Victoria, che trascorsero lunghi periodi della loro carriera in Italia, Guerrero visse e operò prevalentemente in Spagna.

La sua produzione musicale comprende sia opere sacre sia profane, caratteristica che lo distingue da Victoria e Morales, gli altri due massimi esponenti spagnoli del XVI secolo. Accanto a messe, mottetti e passioni, compose numerosi canti profani e brani strumentali. Nella sua musica seppe esprimere una sorprendente varietà di stati d’animo, passando dall’esaltazione alla disperazione, dal desiderio alla malinconia, fino alla più intensa devozione.

Le sue composizioni rimasero popolari per secoli, in particolare nelle cattedrali dell’America Latina. Dal punto di vista stilistico, Guerrero predilesse una scrittura prevalentemente omofonica, distinguendosi così da molti suoi contemporanei spagnoli. Un tratto peculiare del suo linguaggio musicale è la precoce anticipazione di un uso funzionale dell’armonia: ne è testimonianza un Magnificat rinvenuto a Lima, in Perù, inizialmente attribuito a un autore anonimo del XVIII secolo, ma successivamente riconosciuto come opera di Guerrero.

Cristóbal de Morales

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Lo stesso argomento in dettaglio: Cristóbal de Morales.

Considerato uno dei più grandi compositori d’Europa intorno alla metà del XVI secolo, Cristóbal de Morales nacque a Siviglia nel 1500 e fu attivo a Roma dal 1535 al 1545 al servizio della Cappella vaticana. Quasi tutta la sua produzione musicale è di carattere sacro ed esclusivamente vocale, sebbene nelle esecuzioni fosse probabilmente previsto anche l’impiego di strumenti con funzione di accompagnamento.

Morales compose inoltre due messe basate sulla celebre melodia di L’homme armé, ampiamente utilizzata dai compositori tra la fine del XV e il XVI secolo. Una di queste messe è scritta a quattro voci, l’altra a cinque. Nella messa a quattro voci la melodia è impiegata come cantus firmus rigorosamente strutturato, mentre nella versione a cinque voci il trattamento è più libero, con il tema che passa di volta in volta da una voce all’altra.

  1. (EN) Gethin, Spain. Golden Age Literature. Innovations and Originality., su spainthenandnow.com. URL consultato il 9 febbraio 2026.
  2. Chandler B. Beall, Francisco de Medrano's Imitations from Tasso, in Hispanic Review, vol. 11, n. 1, 1943, pp. 76–79, DOI:10.2307/469592. URL consultato il 9 febbraio 2026.
  3. Biografia de Francisco de Medrano, su www.biografiasyvidas.com. URL consultato il 9 febbraio 2026.
  4. 1 2 3 4 5 Benedetto Croce, La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza (estratto), in Rassegna Bibliografica, LVVI, Torino, Loescher-Chiantore, 1º semestre 1918, pp. 248, 284-6. URL consultato il 20 luglio 2019 (archiviato il 20 luglio 2019)., estratto da Benedetto Croce, La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza, Giuseppe Laterza e Figli, 1917. (8°, pp. VIII, 293)
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  • Carlos Alvar, José-Carlos Maine, Rosa Navarro, "Storia della letteratura spagnola", il Medioevo e l'Età d'oro, Milano, Einaudi, 2000.
  • Pier Luigi Crovetto, "Cultura spagnola", Editori Riuniti Univ. Press, 2010.
  • Vega, Lope, "Arte nuevo de hacer comedias [1609]", ed. de Evangelina Rodriguez, Madrid, Castalia, 2011.
  • Profeti, Maria Grazia, "L'età d'oro della letteratura spagnola. Il seicento", La Nuova Italia, 1999.

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