Teodorico il Grande

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Teodorico
Teodorico re dei Goti (493-526).png
Medaglione aureo con busto e nome di Teodorico. Si notano i baffi, secondo l'usanza gotica[1].
Re degli Ostrogoti
In carica 474 –
30 agosto 526
Incoronazione 478
Predecessore Teodemiro
Successore Atalarico
Patrizio d'Italia
sottoposto formalmente all'Impero d'Oriente
In carica 15 marzo 493 –
30 agosto 526 per cause sconosciute
Predecessore Odoacre
Successore Atalarico
Nascita Pannonia, 12 maggio 454
Morte Ravenna, 30 agosto 526
Sepoltura Ravenna
Dinastia Amali
Padre Teodemiro
Madre Ereleuva
Consorte Rossana
Figli Amalasunta
Religione Arianesimo

Flavio Teodorico, detto il Grande, più correttamente Teoderico (in goto Þiudareiks; in greco: Θευδέριχος; in latino: Flāvius Theodoricus; Pannonia, 12 maggio[senza fonte] 454Ravenna, 30 agosto 526), è stato re degli Ostrogoti dal 474, Re d'Italia, patrizio d'Italia sotto l'imperatore bizantino Zenone dal 493 al 526, secondo dei re barbari di Roma.

Primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Teodorico (il cui nome in norreno e islandese è Þiðrekr af Bern, mentre in tedesco è Dietrich von Bern, dove Bern è il nome di Verona nel tedesco altomedioevale) nacque in Pannonia, fra le attuali Ungheria e Austria.

Era figlio del re ostrogoto Teodemiro e di una sua concubina, Erelieva e nacque circa due anni dopo che suo padre con i suoi fratelli Valamiro e Videmiro il Vecchio aveva conquistato l'indipendenza degli Ostrogoti sconfiggendo gli Unni. Suo padre con i fratelli governò il popolo degli Ostrogoti come discendenti della stirpe reale degli Amali.

All'età di otto anni fu inviato come ostaggio a Costantinopoli, presso la corte dell'imperatore Leone I, a garanzia della pace tra Bizantini e Ostrogoti; lì visse per dieci anni. Nella capitale dell'Impero romano d'Oriente venne educato, apprese il latino e il greco. Nel 473, all'età di diciotto anni, gli fu concesso di tornare presso il suo popolo: l'imperatore bizantino sperava così di ottenere l'appoggio militare degli Ostrogoti con questo atto di fiducia. Durante la sua permanenza a Costantinopoli il padre Teodemiro era diventato l'unico sovrano degli Ostrogoti, da quando Valamiro era caduto in battaglia e Videmiro il Vecchio, il più giovane dei fratelli, aveva marciato in Italia e Gallia alla testa di un esercito di barbari.

Teodorico era stato addestrato con cura a Costantinopoli in tutti gli esercizi marziali e, nonostante l'effeminatezza della corte greca, non aveva perso lo spirito combattivo tipico del suo popolo. Ben presto dopo il suo ritorno si radunò attorno a lui un corpo di volontari e, all'insaputa di suo padre, discese il Danubio e uccise in battaglia un re sarmata.

Successivamente Teodorico fu con suo suo padre e gli Ostrogoti, quando lasciarono i loro insediamenti per trasferirsi in un territorio più fertile messo a disposizione dall'impero bizantino. Il trasferimento avvenne nell'ultimo anno di regno dell'imperatore Leone e il successore, Zenone l'Isaurico, che gli successe nel 474, si affrettò a garantirsi l'appoggio degli Ostrogoti, cedendo loro la parte meridionale della Pannonia e della Dacia in cambio della difesa del Danubio inferiore. Gli Ostrogoti ebbero appena il tempo di impossessarsi del loro nuovo territorio, quando, nel 474, la morte di Teodemiro portò Teodorico sul trono.

La successione[modifica | modifica wikitesto]

Asceso al trono, Teodorico seguì la politica paterna di alleanza con il vicino Impero, dal quale otteneva compensi per i servigi di protezione dei confini. L'imperatore bizantino, alleandosi con Teodorico, sperava che questi riuscisse a porre sotto il controllo ostrogoto le nuove popolazioni barbariche che spingevano ai confini dell'Impero, assicurando così a Bisanzio una zona di influenza che fungesse da cuscinetto tra l'Impero e le popolazioni barbariche.

Teodorico fu per qualche tempo un fedele alleato dell'imperatore Zenone; gli fu di grande aiuto nel riportarlo sul trono dopo la cacciata del 476; inoltre condusse la guerra, a nome di Zenone, contro Teodorico Strabone un altro principe goto. Ma il tradimento di Zenone, che non gli fornì provviste e rinforzi delle che aveva promesso, portarono il nostro Teodorico a concludere la pace con Teodorico Strabone. Per punire l'imperatore e maggiormente per soddisfare l'appetito dei suoi sudditi per il saccheggio, il nostro Teodorico mise a ferro e fuoco l'intera Macedonia e la Tessaglia, che erano domini bizantini. Verso la fine del 483 l'imperatore Zenone raggiunse un accordo con Teodorico: gli conferì i titoli di Patrizio e di Praefectus militiae, gli fece numerosi e preziosi doni, lo adottò come suo figlio, fece erigere la sua statua di fronte al palazzo imperiale e, infine, lo nominò console per l'anno successivo, il 484.

Ma tutti questi onori non mantennero a lungo la fedeltà di Teodorico; lo spirito irrequieto del suo popolo lo spingeva sempre a nuove imprese e nel 487 marciò nuovamente su Costantinopoli. Per salvare se stesso e la sua capitale, Zenone offrì a Teodorico la possibilità di invadere l'Italia ed espellere l'usurpatore Odoacre dal paese. La proposta fu accolta volentieri dal re degli Ostrogoti, però sembra che le condizioni con cui avrebbe amministrato il paese conquistato furono lasciate intenzionalmente ambigue: per i greci aveva promesso di conquistare il paese per l'imperatore bizantino; mentre per gli Ostrogoti Zenone aveva ceduto espressamente l'Italia al loro re.

La spedizione in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Conquista dell'Italia di Teodorico.
Teodorico sconfigge Odoacre. Particolare del Codice Palatino Vaticano (XII secolo) conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana.

Teodorico iniziò la sua marcia verso l'Italia nel 488. La reputazione del leader e le ricchezza e bellezze d'Italia attrassero dalla sua parte una vasta schiera di Goti. Erano, inoltre, accompagnati dalle loro mogli e figli e portarono con sé tutte le loro proprietà mobili: era, infatti, l'emigrazione di tutta la nazione. Dopo aver affrontato numerosi ostacoli e pericoli e dopo aver combattuto con varie tribù di bulgari, gepidi e sarmati, Teodorico varcò le Alpi orientali nell'estate del 489 con al seguito un esercito di circa 100.000 Ostrogoti.

Odoacre aveva raccolto un potente esercito per opporsi a lui. La prima battaglia fu combattuta sulle rive del fiume Isonzo, non lontano da Aquileia (28 agosto 489). Odoacre fu sconfitto con gravi perdite, ma raccolse di nuovo le sue truppe nel città di Verona e si oppose a Teodorico in campo aperto una seconda volta (27 settembre 489). Questa seconda battaglia, ancora più disastrosa della prima, costrinse Odoacre a rinunciare alla difesa dell'Italia ed a ripararsi all'interno delle poderose fortificazioni di Ravenna.

L'anno seguente, cambiata la situazione per il tradimento del generale Tufa, Odoacre uscì con l'esercito da Ravenna e inizialmente riuscì a mettere in difficoltà Teodorico, tanto da metterlo sotto assedio in Pavia, ma il re gotico, anche grazie al supporto del re visigoto Alarico II, radunò un nuovo esercito e sconfisse Odoacre in una terza e decisiva vittoria sulle rive dell'Adda (agosto 490). Odoacre ancora una volta si rifugiò a Ravenna, dove sostenne un assedio di tre anni, mentre i generali di Teodorico gradualmente conquistavano tutta l'Italia. Alla fine, nel 493, Odoacre accettò di arrivare ad un compromesso con gli Ostrogoti per concludere le ostilità: lui e Teodorico avrebbero governato congiuntamente sull'Italia. Il trattato fu confermato da un giuramento, ma dopo alcuni giorni Odoacre, nel bel mezzo di un banchetto, fu pugnalato da Teodorico stesso (5 marzo 493). Altre fonti riferiscono che Odoacre venne passato per le armi dopo un rapido processo nel palazzo reale, in quanto cercava ancora di insidiare la vita di Teodorico corrompendo i suoi luogotenenti. L'uccisione di Odoacre segnò l'inizio del dominio degli Ostrogoti in Italia, dominio che rappresentò un lungo periodo di pace e stabilità.

I rapporti tra Ostrogoti e Romani[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo di Teodorico a Ravenna, mosaico nella basilica di Sant'Apollinare Nuovo.

Teodorico seguì le linee guida già tracciate da Odoacre, lasciando ai Romani, che gli si dimostrarono fedeli, gli impieghi amministrativi e politici che già possedevano, riservando nel contempo esclusivamente ai Goti i compiti di sicurezza e difesa. Inoltre, per pacificare l'Italia, riscattò i cittadini romani fatti prigionieri da altri popoli barbari e procedette alla distribuzione delle terre. Tale liberalità e avvedutezza nella ripartizione dei terreni è da attribuire all'esiguo numero di Ostrogoti rimasti dopo aver varcato le Alpi. Tuttavia, più di uno storiografo nutre dubbi sull'effettivo buongoverno da parte di Teodorico. Se le intenzioni del re Ostrogoto erano buone, non si poteva dire lo stesso per quelle dei suoi conti e luogotenenti, che puntavano a consolidare il loro potere mettendo a tacere le rivendicazioni dei latini.

I governanti Romani, in più di un caso, si rivelarono incapaci di venire incontro alle esigenze della popolazione favorendo per contro i loro interessi personali, fatto già largamente diffuso nel Tardo Impero. In questo periodo fu autorizzata una legge, mutuata dai costumi germanici, che permetteva ai contadini vittime di atti di schiavismo di uccidere i loro padroni come atto di legittima difesa. Più di un proprietario terriero latino venne cruentemente ucciso in ottemperanza a questa norma, e le loro proprietà passarono nelle mani dei proprietari goti oppure di latini collaborazionisti e rinnegati, alimentando un clima di sospetto. L'eliminazione di questi proprietari terrieri, ripresa con ulteriore violenza sotto Vitige e Totila, provocò enormi danni anche alla produzione agraria, in quanto i nuovi padroni pensavano principalmente al sostentamento personale e dei propri uomini. La loro generale inesperienza in agricoltura, inoltre, provocò una sostanziale riduzione dei terreni coltivati, destinata ad aggravarsi con la Guerra gotica.

Tra il 423 e il 426 molti latini della Dalmazia, a seguito della crescente prepotenza degli Ostrogoti che avevano occupato la maggioranza dei possedimenti agricoli, preferirono riparare nei territori dell'Impero Bizantino. A ciò si aggiunga il clima di tensione che si creò tra i rimanenti militi italici, costretti a cedere le armi ai nuovi venuti, e quelli Ostrogoti. A più riprese si verificarono incidenti che non sfociarono in aperto conflitto solo per mezzo di complesse trattative diplomatiche: molti dei soldati latini vennero indennizzati, altri poterono continuare a prestare servizio sia pure con capacità ridotte. A compromettere il progetto di Teodorico fu anche il comportamento di alcuni funzionari reali, che si resero protagonisti di innumerevoli ruberie ai danni degli italici e dei pochi barbari di Odoacre superstiti. I pagamenti in natura tramite beni agrari e capi di bestiame furono in talune circostanze talmente esosi da ridurre la popolazione alla fame, smentendo le cronache del tempo che parlavano di grande abbondanza di cibo per l'intera popolazione. Nel Bruzio, negli ultimi anni del regno di Teodorico, le angherie degli Ostrogoti furono tali da spingere la popolazione di Locri alla rivolta aperta. Un latino collaborazionista, un certo Protadio, tentò disarmato di bloccare i tafferugli ma fu linciato. La rappresaglia gotica fu rapida e molto violenta, e i reparti al comando del futuro re Vitige schiacciarono la sommossa nel sangue. Volendo evitare un estendersi della rivolta, e grazie anche alla mediazione di Cassiodoro, Teodorico proibì a Vitige azioni ai danni della rimanente popolazione.

Rapporti con altri popoli barbari[modifica | modifica wikitesto]

Grazie alle conquiste raggiunte, le altre nazioni germaniche considerarono Teodorico il più potente re dell'Occidente e lo stesso re goto rafforzò la sua posizione cementando i rapporti ne con matrimoni con la maggior parte delle altre famiglie reali. Così fece sposare le sue due figlie, di nome Teodogota e Ostrogota, rispettivamente ad Alarico II, re dei Visigoti, e a Sigismondo, figlio di Gundobado, re dei Burgundi; invece sua sorella Amalafrida, vedova di un nobile gotico, sposò Trasamondo, re dei Vandali e sua nipote Amalaberga sposò Ermanafrido, ultimo re dei Turingi.

Un "nuovo Traiano"?[modifica | modifica wikitesto]

Teodorico conosceva bene e ammirava la civiltà romana e si pose l'obiettivo di farla tornare all'antica grandezza. A questo scopo emanò provvedimenti di ampio respiro e della vita cittadina. Da tempo l'Italia non poteva più contare sui rifornimenti di grano dall'Africa e dall'Egitto, a causa della presenza dei Vandali. Furono allora avviati importanti progetti di bonifica per recuperare all'agricoltura le terre che durante le invasioni si erano degradate; furono ripristinate alcune strade e favoriti i commerci. La politica fiscale di Teodorico, molto gravosa, indusse i proprietari terrieri a uno sfruttamento maggiore dei coloni, per garantire il rifornimento di grano alle città e rendere possibili le distribuzioni alimentari che il re introdusse, come ai tempi dell'impero. Come un imperatore della tradizione fece coniare monete con la sua immagine, organizzò giochi nel Circo Massimo e nel Colosseo, indossò la porpora secondo l'uso imperiale. Il suo ministro e cancelliere Cassiodoro lo celebrò per questo come un "nuovo Traiano".

Opere pubbliche[modifica | modifica wikitesto]

Gli interventi più importanti furono riservati alla sua capitale, Ravenna. La città aveva cominciato ad arricchirsi di monumenti ai tempi di Onorio e Galla Placidia e a Ravenna avevano regnato gli ultimi imperatori d'Occidente. Al tempo di Odoacre la città era stato un ricordo di ciò che fu solo pochi decenni prima, assediata dalle paludi e dalle mura cadenti. Con Teodorico però tornò a riprendersi. Fu bonificata l'area circostante, e diede inizio a un vasto piano edilizio. Fece edificare il palazzo imperiale in stile imperiale come quello di Diocleziano a Spalato, la Basilica di Sant'Apollinare Nuovo, la Chiesa dello Spirito Santo, il Battistero degli Ariani.

Ristrutturò l'acquedotto costruito da Traiano che dall'Appennino, attraverso la località di Galeata (dove sono stati recentemente ritrovati i quartieri termali di un palazzo da caccia appartenuto a Teodorico), scende verso Forlì e Ravenna. L'importanza di tale opera pubblica è testimoniata anche dalla attuale presenza di toponimi come quello della Pieve di Santa Maria in Acquedotto, presso il casello autostradale di Forlì. Queste e altre misure permisero all'economia italica di riprendersi dal lungo ristagno a cui era stata soggetta.

Si ha notizia di due Palazzi di Teodorico: il più noto e del quale rimane forse qualche resto è a Ravenna; un secondo Palazzo di Teodorico fu fatto erigere dal re ostrogoto a Pavia[2]. Fuori Pavia, fece realizzare una villa per la caccia a Villaregio[3].
Teodorico fece costruire, inoltre, il Mausoleo destinato a custodire le sue spoglie. Il Mausoleo è formato da due ambienti sovrapposti, con una pesantissima copertura monolitica a calotta in pietra d'Istria che non ha eguali nell'architettura tardo-antica e bizantina. Questo enigmatico edificio, infatti, si inserisce nella tradizione dei monumenti imperiali. Molti edifici e acquedotti di Roma furono pure soggetti ad accurata riparazione dei danni subiti a causa dei terremoti e dei saccheggi del secolo precedente.

Dispute religiose[modifica | modifica wikitesto]

In ambito religioso Teodorico, seguace dell'arianesimo, lasciò una relativa libertà alla fede cattolica, seguendo anche in questo l'esempio di Odoacre, ma nell'ultimo scorcio della sua vita, in reazione a una decisione dell'imperatore bizantino Giustino I, finì per perseguitare, imprigionare e far uccidere alcuni dei cattolici più in vista, tra cui il papa, che morì di stenti in prigione.

Il nuovo imperatore Giustino I, che ambiva a un nuovo ruolo dell'Impero anche in relazione alle questioni religiose che agitavano il cristianesimo, dette inizio alla sua personale crociata contro l'arianesimo, visto come inconciliabile con la fede cattolica e del resto dichiarata eretica ben due secoli prima, al Concilio di Nicea. Fedele a questa sua linea ostile nei confronti dell'eresia ariana, nel 524 decretò che i luoghi di culto allora usati dagli ariani venissero consegnati alla Chiesa cattolica.

Teodorico, convinto che ci fosse un'intesa segreta tra l'impero di Costantinopoli e gli abitanti romani d'Italia, reagì con violenza: fece uccidere alcuni dei suoi più preziosi collaboratori, tra cui il filosofo Severino Boezio. In seguito Teodorico costrinse Papa Giovanni I a recarsi a Costantinopoli per chiedere la revoca del decreto a Giustino I e chiedere per giunta che gli ariani convertiti forzatamente al cattolicesimo potessero riabbracciare la fede ariana. Papa Giovanni ottenne la revoca dell'ordine, ma si rifiutò anche solo di chiedere all'imperatore il permesso per gli ariani convertiti al cattolicesimo di tornare all'arianesimo. Così, quando tornò a Roma, Giovanni I fu imprigionato e lasciato morire in carcere nel 526 da Teodorico.

Teodorico, sconvolto dagli avvenimenti degli ultimi mesi e ormai vecchio, morì nello stesso 526 lasciando l'Italia, apparentemente pacificata, al nipote Atalarico sotto la reggenza della figlia Amalasunta.

Fine e morte di Teodorico[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di Teodorico.

Il progetto di integrazione di Teodorico e del suo consigliere Cassiodoro era difficile da attuare per due motivi: il primo era la difesa che l'aristocrazia senatoria romana faceva del suo potere. Molti erano contrari ad ammettere i Goti nella classe dirigente del regno e speravano che l'imperatore d'Oriente sarebbe intervenuto per ristabilire il suo governo in Italia. L'altro motivo era religioso, dovuto alla difficile convivenza fra i Goti di fede ariana e la Chiesa cattolica romana. In un primo momento ci fu una pacifica convivenza tra ariani e cattolici ma più tardi, quest'ultimi sembrò che potessero coalizzarsi con i Bizantini contro i goti ariani. Teodorico, cominciò a sospettare di congiure e tradimenti, ne fecero le spese il suo amico e collaboratore Severino Boezio che fu giustiziato e papa Giovanni I, incarcerato e morto poco dopo. Cassiodoro fu uno dei pochi risparmiati e consigliò al re di tornare al governo moderato. Teodorico accettò i consigli del suo ministro, ma poco dopo morì nel suo palazzo imperiale a Ravenna, all'età di 72 anni. Si dice che nell'ora della morte, gli sia apparso il fantasma di Severino Boezio. Gli succedette Atalarico, tuttavia, il regno fu portato avanti da Amalasunta, la quale lo tutelava.

La leggenda[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Þiðrekssaga.

Teodorico fu protagonista di numerose leggende. Una leggenda romantica sulla morte vuole che a Teodorico sia giunta un giorno la notizia che era stata avvistata nei boschi una cerva dalle corna d'oro. Armatosi di arco e frecce, il sovrano s'incamminò alla sua ricerca, ma improvvisamente il cavallo che lo trasportava, imbizzarritosi, cominciò a correre senza fermarsi, fino ad arrivare (scavalcando lo Stretto di Messina con un salto spettacolare) al cratere dell'Etna, dentro al quale si gettò con il re in groppa. La leggenda è stata ripresa con qualche variante dal Carducci, che ne scrisse un poemetto in versi a quartina doppia: La leggenda di Teoderico, nella raccolta pubblicata con il titolo Rime nuove. Secondo la poesia di Carducci, il cavallo si gettò in Vulcano, col cavaliere in groppa e non nell'Etna.

Una variante di questa leggenda è quella che narra che Teoderico avesse paura dei fulmini e un giorno, durante un temporale, avesse deciso di fare un bagno nella vasca del suo mausoleo per essere al sicuro. Cadde tuttavia un grosso fulmine sul mausoleo, che ne spaccò la volta creando una crepa a forma di croce e uccidendo Teoderico. Poi dal cielo scese un cavallo nero che lo caricò in groppa e andò a gettarlo nel cratere dell'Etna.[senza fonte]

Un altro episodio dà una versione "leggendaria" dell'uccisione del rivale Odoacre il quale, dopo essere stato sconfitto da Teodorico in battaglia, sarebbe stato invitato amichevolmente a cena da quest'ultimo che, approfittando del fatto che erano soli, lo avrebbe fatto uccidere a tradimento da un servo con una pugnalata alle spalle. Da quest'episodio sarebbe derivato il celebre proverbio: A tavola non si invecchia[4].

Nel folklore delle popolazioni alpine vi sono numerose leggende che menzionano Teodorico di Verona.

A Galeata, si racconta che cercando di mandare via un eremita di nome Ellero, il cavallo si sia inchinato dinanzi al monaco, che è diventato patrono di Galeata.

A Brescia, invece, una delle leggende sorte attorno al Mostasù dèle Cosére, rilievo in pietra dalle dubbie origini, vi vedrebbe un ritratto abbozzato di Teodorico, scolpito sul posto[5], mentre a Bolzano si trova un imponente ciclo pittorico dedicato alla leggenda di re Laurino, eseguito nel 1911 dall'artista Bruno Goldschmitt di Monaco di Baviera. La scultura in marmo bianco raffigura il re degli Ostrogoti Teodorico il Grande (Dietrich von Bern nella Þiðrekssaga), che sottomette il re del popolo delle Dolomiti, re Laurino.

A Ravenna nel 1854, non lontano dal Mausoleo di Teodorico, venne rinvenuto un insieme orafo - composto da ornamenti in oro e almandini - denominato "corazza di Teoderico", considerato il massimo esempio di arte orafa romano-barbarica mai scoperto. Il cimelio, esposto inizialmente nel Museo Municipale Classense di Ravenna, fu traslato nel 1896 nel Museo nazionale di Ravenna, dove venne trafugato, assieme ad altri monili, nella notte tra il 19 e il 20 novembre del 1924. Nonostante gli sforzi investigativi, la "corazza di Teoderico" e gli oggetti trafugati non vennero mai rinvenuti e il furto ha ispirato il romanzo La corazza di Teoderico di I. L. Federson[6], pubblicato nel 2014. Studi recenti ritengono che l'insieme orafo in questione non sarebbe stato la corazza di Teodorico il Grande ma, più verosimilmente, un ornamento per bardatura di cavallo dell'inizio del VI secolo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La moda dei baffi era del tutto ignorata nell'antichità greca e romana (non esiste la parola latina per "baffi"), venendo ritenuta un'usanza barbarica. Unico a sottrarsi a quest'usanza risulta essere stato Eliogabalo (busto Musei Capitolini), di cui però sono note le stravaganze.
  2. ^ Pavia capitale del regno longobardo: strutture urbane e identità civica, su academia.edu.
  3. ^ Il sepolcro di Boezio, su academia.edu.
  4. ^ Menzionato in Dai barbari ai capitani di ventura, Arnoldo Mondadori, Milano, 1978, 1996, primo volume del progetto Storia d'Italia a fumetti di Enzo Biagi.
  5. ^ Braga, Simonetto, pp. 56-57.
  6. ^ I. L. Federson: Benvenuti

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA. VV., Teoderico il grande e i Goti d'Italia. Atti del XIII Congresso internazionale di studi sull'Alto Medioevo (Milano, 2-6 novembre 1992), CISAM, Spoleto 1993.
  • Marina Braga, Roberta Simonetto, Il quartiere Carmine in Brescia città museo, Brescia 2004
  • G. Garollo, Teodorico re dei Goti e degl'Italiani, Tip. Gazzetta d'Italia, Firenze 1879.
  • W. Ensslin, Theoderich der Grosse, B. F. Bruckmann, München 1947.
  • P. Lamma, Teoderico, La Scuola Editrice, Brescia 1951; II ed., Ar, Padova 2018
  • J. Moorhead, Theoderic in Italy, Oxford University Press, Oxford 1992.
  • P. Amory, People and identity in Ostrogothic Italy, 489-554, Cambridge University Press, Cambridge 1997.
  • M. Cristini, Eutarico Cillica successore di Teoderico, in Aevum 92 (2018), pp. 297-307.
  • A. Giovanditto, Teodorico e i suoi goti in Italia (454-526), Jaca Book, Milano 1998.
  • B. Saitta, La «civilitas» di Teodorico: rigore amministrativo, «tolleranza» religiosa e recupero dell'antico nell'Italia ostrogota, L'Erma di Bretschneider, Roma 1999.
  • William Smith, Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology, Boston: Little, Brown and Company, Vol 3 p. 1043-1045

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