Berengario del Friuli

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Berengario I
Berengario emperador.jpg
Berengario del Friuli, ritratto seicentesco
Re d'Italia
Stemma
In carica gennaio o febbraio 888 –
7 aprile 924
Predecessore Carlo il Grosso
Successore Rodolfo II di Borgogna e Ugo di Provenza
Imperatore dei Romani
In carica dicembre 915 –
7 aprile 924
Predecessore Ludovico il Cieco
Successore Titolo vacante
Altri titoli Marchese del Friuli
Nascita Cividale del Friuli, 850?
Morte Verona, 7 aprile 924
Dinastia Unrochingi
Padre Eberardo del Friuli
Madre Gisella
Coniugi Bertilla
Anna
Figli Gisla, Berta
Religione Cristianesimo Cattolico
Berengario I del Friuli e la sua corte

Berengario I (Cividale del Friuli, 850 circa – Verona, 7 aprile 924) fu Marchese del Friuli (874 - 924), Re d'Italia (888 - 924) e Imperatore dei Romani (915 - 924). Appartenne alla casata degli Unrochingi. Fu uno dei protagonisti del periodo dell'Anarchia feudale, quando i più importanti feudatari della penisola lottarono per avere il controllo dei territori del carolingio Regno d'Italia.

Per questo «alcuni storici e una certa retorica nazionalistica hanno fatto di lui un campione e un assertore dell'unità d'Italia».[1]

Sfondo storico[modifica | modifica wikitesto]

Carlo il Grosso, oltre ad essere insignito del titolo imperiale, era investito dei titoli di Re dei Franchi Occidentali, di Re dei Franchi Orientali e di Re d'Italia. La sua deposizione da parte di Arnolfo di Carinzia durante la dieta di Francoforte (887) rese vacanti tutti questi titoli. In Italia i principali contendenti all'investitura regale furono i feudatari dotati della potenza militare sufficiente ad ambire al controllo dei territori soggetti un tempo all'influenza carolingia: i Marchesi del Friuli, della Toscana e di Camerino, quest'ultimo unito al Ducato di Spoleto, ai quali successivamente si aggiunse il Marchesato d'Ivrea.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La lotta per il Regno d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Incoronazione[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di Eberardo del Friuli e di Gisella (o Gisla), figlia di Ludovico il Pio, ottenne il titolo marchionale attorno all'874 alla morte del fratello Unroch. A seguito della deposizione di Carlo il Grosso e in mancanza di eredi diretti di quest'ultimo, poteva vantare un diritto dinastico sul Regno d'Italia per linea femminile. Inoltre godeva della disponibilità militare della sua marca, creata per difendere i confini orientali del Sacro Romano Impero dalle incursioni degli Slavi.

Nell'888, riuscì a convincere un'apposita dieta di Conti e Vescovi riunitasi a Pavia, allora considerata capitale del Regno, a farsi eleggere successore di Carlo il Grosso sul trono italiano.

Contro Guido II di Spoleto[modifica | modifica wikitesto]

Un altro pretendente diretto al titolo regale fu Guido II di Spoleto potendo vantare anche lui diritti dinastici in linea femminile. Inizialmente pose la sua candidatura alla corona di Francia, ma i Franchi lo respinsero e scelsero come loro re il duca Eude (o Oddone). Deluso da questo insuccesso, Guido nell'889 rientrò in Italia e, violando i precedenti accordi, mosse con un suo esercito contro Berengario pretendendo per sé la corona d'Italia[2].

Guido sottraeva forza a Berengario non solo dai suoi di Camerino e Spoleto, ma ance dalla Francia, dai conti longobardi Maginfredo di Milano e Sigifredo di Piacenza. Berengario mosse da Verona e si attestò nei pressi di Brescia, dove in ottobre riuscì ad intercettare il rivale ed a respingerlo senza però risolvere definitivamente lo scontro.[3] Dopo una tregua, per l'Epifania, i due eserciti si scontrarono nuovamente sulla Trebbia, vicino a Piacenza.[4]

Entrambi gli schieramenti erano estremamente variegati, con la presenza dei rispettivi vassalli ed alleati. Berengario poteva contare su circa 3000 uomini della Marca del Friuli, condotti da Gualfredo, e 2000 fanti pesanti agli ordini del duca di Lombardia Suppone, i cui figli Leutone, Bernardo ed Alberico comandavano la cavallerie germanica. Lo scontro fu più duro del precedente e si mantenne per lungo tempo in equilibrio. Lo stesso Berengario fu ferito durante la battaglia, forse da Alberico di Spoleto o da Ildebrando, conte di Lucca.[3]

Berengario subì una disastrosa sconfitta e Guido ne approfittò per farsi eleggere re da un'assemblea di vescovi riunita a Pavia[5]. Berengario tuttavia non rinunciò formalmente al titolo regale frutto di una consacrazione vescovile che poteva essergli revocata solo con scomunica.

La lontananza fra Spoleto e Verona, sede della marca del Friuli ai tempi di Berengario, fece sì che questi poté operare autonomamente nel nord della penisola. Nell'893 dovette affrontare nuovamente Guido, deciso a ripristinare il proprio potere nei territori a nord dell'Appennino, e chiese appoggio al Re dei Franchi orientali Arnolfo che gli inviò un esercito condotto dal figlio. L'equilibrio delle forze in campo convinse Arnolfo a scendere in Italia e farsi nominare Re dalla dieta pavese. Berengario gli porse omaggio feudale ed ottenne in cambio il governo della penisola a nome del nuovo Re. Chiamato da Papa Formoso, Arnolfo scese successivamente a Roma allo scopo di farsi incoronare Imperatore ed affrontare l'imperatore rivale Lamberto, figlio di Guido, che minacciava il Patrimonio di San Pietro.

Un attacco reumatico costrinse Arnolfo a riparare in Carinzia, quando era sul punto di muoversi verso Spoleto. Lamberto, definito dai detrattori l'Imperatore di Spoleto, perché il suo potere di fatto era esteso solamente ai suoi possedimenti diretti, ne approfittò per riappacificarsi con Berengario.

Contro gli ungari[modifica | modifica wikitesto]

Alla morte di Lamberto, questi partì alla volta di Pavia e si fece rieleggere Re d'Italia dalla dieta dei feudatari, mentre Arnolfo era impegnato con le prime invasioni ungariche. Nell'899, toccò all'Italia subire la prima scorreria degli Ungari che attraversarono le Alpi, superarono le forti città di Aquileia e Verona e si spinsero fin sotto le mura di Pavia seminando distruzione nella pianura padana. Berengario intervenne solo dopo aver raccolto un numero sufficiente di truppe (circa 15.000 uomini, numeri non più raggiunti fin da Carlo Magno)[6] per fronteggiare il nemico.[3] Gli ungari, impauriti dall'entità elle forze nemiche si dettero alla fuga superando l'Adda incalzati dal sovrano. Seguì quindi una fase di trattative durante la quale i barbari arrivarono ad offrire la restituzione del bottino in cambio del libero passaggio verso casa. Ma l'intransigenza di Berengario, forse motivata dal bisogno di mostrare ai propri vassalli la sua fora, provocò uno scontro nei pressi di Verona, dove l'avanguardia italica venne salvata solo dall'intervento del resto dell'esercito. Poco dopo le due armate si accamparono sulle sponde del Brenta. Gli ungari fecero sapere di essere ancora disposti a trattare offrendo ance la consegna di prigionieri, armi e cavalli, nonché la promessa di non rimettere più piede in Italia, ma Berengario rifiutò ancora una volta.[3]

Il 24 settembre quindi i magiari attraversarono improvvisamente il fiume sul guado tra Nove e Cartigliano piombando sul campo italico sorprendendo le truppe del re appiedate. L'eterogeneo esercito messo in piedi dal re si sfaldò subito anche a causa dell'insofferenza di molti vassalli i quali lo avevano seguito di malavoglia e si rifiutarono di dargli manorte al fine di trarre profitto dalla sua sconfitta.[3] Berengario, dopo essersi trincerato a Pavia, fu costretto a pagare un forte riscatto. Per secoli il luogo conservò il nome di “vadus Ungherorum”.

Il pesante rovescio militare squalificò Berengario agli occhi dei suoi feudatari e dei suoi avversari politici, perché dimostrò incapacità nel difendere la penisola dagli attacchi esterni. Morto Arnolfo, il titolo imperiale era tornato vacante, per cui il Marchese di Toscana Adalberto e Papa Benedetto IV proposero la corona imperiale a Ludovico Re di Provenza. Questi scese in Italia, sconfisse Berengario, si fece eleggere Re d'Italia dalla dieta pavese (900) e si fece incoronare Imperatore dal Papa (901). Nel 902 Berengario, rafforzò il proprio esercito con mercenari di origine magiara e affrontò una seconda volta il nuovo Imperatore, sconfiggendolo e costringendolo a tornare in Provenza. Nel 905 Ludovico scese nuovamente in Italia, affrontò Berengario che lo sconfisse una seconda volta e lo imprigionò a Verona. Ludovico, accusato dal Marchese di spergiuro e quindi accecato, dovette tornare in Provenza e rinunciò ai titoli imperiali e regali, lasciando il regno provenzale nelle mani di Ugo.

Berengario rimase quindi l'unico Re.

Re d'Italia e Imperatore[modifica | modifica wikitesto]

Il titolo imperiale[modifica | modifica wikitesto]

Berengario cercò di stabilizzare la situazione distribuendo benefici e feudi e si rappacificò con la Marca d'Ivrea, dando in sposa al Marchese Adalberto la propria figlia Gisla. Il suo potere di fatto si estendeva solamente nel nord d'Italia. I grandi margravi dell'Italia centrale, Adalberto II di Toscana e Alberico (marchese di Camerino) praticavano politiche autonome. Non poteva quindi ambire al titolo imperiale la cui investitura era appannaggio del Papa.

L'occasione gli venne fornita da Papa Giovanni X deciso ad espellere una forte comunità musulmana posta presso il Garigliano che minacciava la città romana. Egli chiese a Berengario un appoggio militare, offrendogli in cambio il titolo imperiale e questi accettò, inviando una forza composta da feudatari dell'Italia settentrionale. Dopo la vittoria delle forze cristiane nella Battaglia del Garigliano, scese a Roma ottenendo sia l'incoronazione imperiale, nel dicembre del 915, sia l'omaggio feudale dei marchesi. Secondo l'Anonimo Panegirista che scrisse le sue gesta, durante l'incoronazione di Berengario il popolo acclamò il sovrano "nativa voce" invece che in latino, lingua usata dagli eruditi; questa è una delle prime testimonianze dell'uso della lingua volgare in Italia.

Contro Rodolfo II di Borgogna[modifica | modifica wikitesto]

Il periodo di pace ebbe termine nel 922, quando ci fu una congiura dei grandi del regno, tra cui il Marchese d'Ivrea, mirante a portare il Re di Borgogna Rodolfo sul trono italiano. Grazie all'ingaggio di alcuni mercenari ungheresi Berengario riuscì a catturare tutti i cospiratori tranne Adalberto d'Ivrea che riuscì a fuggire presso Rodolfo.[3] Questi scese in Italia e a febbraio del 923 si fece eleggere Re a Pavia. Berengario, ritrovatosi da solo, si trincerò a Verona. Tuttavia Rodolfo perse presto consenso mentre Berengario cominciava lentamente recuperarlo e quando i due arrivarono allo scontro entrambi disponevano di armate consistenti.[3] I due si affrontarono presso Fiorenzuola d'Arda (o presso Fidenza).

Lo scontro si aprì con le cariche delle due cavallerie in cui prevalse quella di Berengario. La fanteria di Rodolfo, ormai esposta sui fianchi, fu salvata dalla riserva di cavalieri composta dai contingenti di Camerino e Spoleto agli ordini del marchese Bonifacio e del conte Gariardo. I due uscirono all'attacco permettendo alla cavalleria di Borgogna di radunarsi e tornare all'attacco. Berengario fu sconfitto (scampò miracolosamente alla morte, nascosto sotto uno scudo coperto di cadaveri) e dovette ritornare a Verona dove fu costretto a riconoscere il titolo regale all'avversario.

L'occasione per vendicarsi fu offerta a Beregario quando Rodolfo dovette rientrare in Borgogna per fermare le mire del Duca Burcardo di Svevia sui suoi possedimenti. Lanciò alla volta di Pavia un esercito mercenario composto da 5000 Ungari, che assediarono la città. Proprio durante l'assedio il lancio di proiettili infuocati scatenò un incendio che distrusse completamente la parte orientale della città (la Faramannia), incluso il Palazzo Regio, e parte di quella occidentale; presi tra il fuoco e i pagani, i Pavesi pagarono un immenso prezzo in vite umane[7]. Il rogo di Pavia rappresentò un capitolo orribile della storia di quegli anni, e sin dall'inizio la responsabilità degli eventi fu attribuita a Berengario, che aveva scatenato gli Ungari contro la popolazione del regno: per questo alcuni Veronesi, capeggiati dallo sculdascio Flamberto, ordirono un complotto contro Berengario, che fu ucciso a Verona nel 924, trafitto alle spalle mentre pregava durante la messa.

Matrimoni e discendenza[modifica | modifica wikitesto]

La prima moglie di Berengario fu Bertilla, appartenente al potente lignaggio dei Supponidi. Il matrimonio fu celebrato nell'875, e da esso nacquero due figlie:

Dopo la morte per avvelenamento di Bertilla, avvenuta all'inizio del 915, Berengario sposò Anna, forse di origine greca e legata all'aristocrazia di Costantinopoli. Il matrimonio fu celebrato a Roma alla fine del 915, ma non generò figli.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Montanelli & Gervaso, Storia d'Italia, vol. 6, Da Carlomagno all'anno 1000, pag. 139, Fabbri editori, 1994.
  2. ^ Wido, quondam Francorum rex esse nequibat, frangere quod Berengario fecerat iusiurandum deliberat, collectoque prout potuit exercitu, Italiamque concite ingressus, Berengario bellum parat (Liutprandi Antopodosis, I, 17, p. 281).
  3. ^ a b c d e f g Andrea Frediani, La storia del mondo in 1001 battaglie, Newton Compton.
  4. ^ Iuxta fluvium Trivium, qui quinque Placentia miliariis extat, (…) Berengarius fugam petiit, triumphum Wido obtinuit (ibidem, 18, p. 281)
  5. ^ FASOLI, Re d'Italia, pp. 12-15
  6. ^ Marco Scardigli, Le battaglie dei cavalieri, Mondadori.
  7. ^ Aldo A. Settia, Peter Hudson, Storia di Pavia, Volume II - L'alto medioevo (1987)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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