Mausoleo di Teodorico

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Coordinate: 44°25′30″N 12°12′33″E / 44.425°N 12.209167°E44.425; 12.209167

UNESCO white logo.svg Bene protetto dall'UNESCO
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Monumenti paleocristiani di Ravenna
(EN) Early Christian Monuments of Ravenna
Mausoleo di Teodorico
(EN) Mausoleum of Theodoric
Front view - Mausoleum of Theodoric - Ravenna 2016 (2).jpg
TipoCulturale
Criterio(I) (II) (III) (IV)
PericoloNon in pericolo
Riconosciuto dal1996
Scheda UNESCO(EN) Scheda
(FR) Scheda
Interno del piano superiore
Interno del piano inferiore

Il Mausoleo di Teodorico, a Ravenna, è la più celebre costruzione funeraria degli Ostrogoti. Non sappiamo con precisione quando e da chi fu costruito, vale a dire se alla sua realizzazione provvedesse lo stesso Teodorico il Grande ancora in vita (pertanto prima del 526), o se vi provvedesse la figlia Amalasunta a ridosso della morte del padre.

Il mausoleo è inserito, dal 1996, nella lista dei siti italiani patrimonio dell'umanità dall'UNESCO, all'interno del sito seriale "Monumenti paleocristiani di Ravenna" ed è gestito dal Polo museale dell'Emilia-Romagna.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il monumento fu costruito all'esterno della cerchia muraria della città, in una zona da tempo occupata da una necropoli, che forse aveva un settore riservato ai Goti.

Dopo la "Prammatica Sanzione" (a. 560) l'edificio entrò a far parte dei beni della Chiesa di Ravenna. Non sappiamo se l'edificio fosse riconsacrato in quella occasione. Il Protostorico Andrea Agnello, che visse nella prima metà del IX secolo, informa che ai suoi tempi l'edificio era adibito al culto con il nome di "Santa Maria ad Farum", per la vicinanza di un porto dotato di faro.[1]

Oggi il mausoleo è inserito in un parco nell'immediata vicinanza del centro di Ravenna.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La costruzione si distingue da tutte le altre architetture ravennati per il fatto di non essere costruito in mattoni, ma con blocchi di pietra d'Istria per ricordare il palazzo di Diocleziano a Spalato; il mausoleo presenta una pianta decagonale[senza fonte] e l'impostazione a pianta centrale riprende la tipologia di altri mausolei romani (come il Mausoleo di Cecilia Metella), ed è caratterizzato da due ordini:

  • Il primo è esternamente decagonale, con nicchie su ciascun lato coperte da solidi archi a tutto sesto, mentre all'interno ha un vano cruciforme, forse con destinazione di camera sepolcrale;
  • Il secondo è più piccolo, raggiungibile da una scala esterna e anticamente circondato da un deambulatorio con colonnine che lo rendevano più aggraziato e del quale restano solo tracce nell'attaccatura di archi alla parete. È anch'esso a forma decagonale all'esterno, ma diviene circolare al livello del fregio. Il vano interno è circolare, con una sola nicchia ad arco provvisto di croce. Oggi vi si trova la vasca di porfido rosso, priva di lastra superiore e che conteneva il corpo del re, i cui resti furono rimossi durante la dominazione bizantina.

La caratteristica più sorprendente dell'edificio è costituita dalla copertura formata da un enorme unico monolite a forma di calotta, anch'esso in pietra d'Istria, di 10,76 metri di diametro e 3,09 di altezza, per un peso di circa 230 tonnellate.[2] Fu trasportato per mare e issato sull'edificio tramite le sue dodici anse (occhielli). Il forte senso di massa dell'edificio dovuto all'utilizzo della pietra segnala la continuità di questo con gli heroon di tradizione romana[3] (la calotta presenta una spaccatura che diede origine a diverse leggende riguardanti Teodorico). Come si sia riusciti a posizionare il monolite in cima alla costruzione non è ancora oggi del tutto chiaro; due possibili ipotesi potrebbero essere che esso sia stato alzato sull'edificio man mano che questo veniva costruito, o che gli architetti fecero costruire una specie di diga, una "piscina", attorno al mausoleo completato e che quindi abbiano trasportato con una zattera il monolite fino alla cima.

Inoltre qui si trova all'esterno una fascia decorativa con un motivo "a tenaglia", l'unica testimonianza a Ravenna di una decorazione desunta dall'oreficeria gota invece che dal repertorio romano-bizantino.

Oltre che rifarsi alla tradizione romana e nordica (gota), l'edificio presenta influssi siriaci nell'accentuata cornice di coronamento.[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Enrico Cirelli, Roma sul mare e il porto augusteo di Classe (PDF), in Ravenna e l’Adriatico dalle origini all’età romana. URL consultato il 7 gennaio 2013.
  2. ^ Mausoleo di Teoderico, Ministero per i Beni e le Attività Culturali. URL consultato il 19 marzo 2015.
  3. ^ AAVV, Lineamenti di storia dell'architettura, Sovera Editore, Roma 1996, pag. 176
  4. ^ Emilia Romagna, Touring Editore , 2010, pag. 236.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Das Grabmal Theoderichs zu Ravenna, Untersucht und Gedeutet von Robert Heiden reich und Heinz Johannes ; unter Mitarbeit von Christian Johannes und Dieter Johannes, Wiesbaden 1971.
  • Raffaele Santillo, Il "Saxum ingentem" a Ravenna a copertura del mausoleo di Teoderico. Problemi e soluzioni, "Opuscola Romana 20., Acta instituti romani regni sueciea", pp. 106-133.
  • Manolis Korres, Wie kam der kuppelstein auf den mauerring? Die einzigartige bauweise des grabmals Theoderichs des grossen zu Ravenna und das bewegen schwerer lasten, in Zwischen Rom und Karthago : beiträge fur Friederich Rakob zum 25. juli 1996, sonderdruck aus mittelungen des deutschen archaeologischen instituts roemische abteilung, b. 104, 1997, pp. 220-258.
  • Giordano Conti, Michele Berti, Lacune e integrazioni murarie nel mausoleo di Teodorico a Ravenna, "Scienza e beni culturali", 13 (1997), pp. 362-378.
  • Pierluigi De Vecchi, Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, vol. 1, Milano 1999.
  • Louis Hautecoeur, Mistica e architettura. Il simbolismo del cerchio e della cupola, edizione italiana a cura di Guglielmo Bilancioni, Torino 2006, pp. 153, 363-364.
  • Jean-Jacques Terrin, Cupole, Milano 2006, pp. 46, 100, 161-162.
  • Deborah Mauskopf Deliyannis, Ravenna in late antiquity, Cambridge 2010, pp. 124-136.

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