Carolingi

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

I carolingi sono una dinastia di sovrani franchi che regnò in Europa dal 750 fino al X secolo; discendono dai pipinidi (da Pipino di Landen) e dagli arnolfingi (da Arnolfo di Metz). I figli dei potentissimi nobili dell'Austrasia Pipino e Arnolfo (rispettivamente Begga e Ansegiso) ebbero come figlio a loro volta Pipino di Herstal, il primo sovrano della dinastia. Dalle gesta di Carlo Martello, prese poi il nome di dinastia carolingia, nome rinsaldato anche dalla figura di Carlo Magno.

Dinastia Carolingia (751 - 1002)

Re dei Franchi


Re dei Longobardi


Lotaringia


Aquitania


Francia Orientale


Francia Occidentale

Storia della dinastia[modifica | modifica sorgente]

Origini della dinastia carolingia[modifica | modifica sorgente]

Il re merovingio Clotario II riuscì a unificare il regno dei Franchi dopo che questo si era diviso in almeno quattro regioni secondo la spartizione tra i figli di re Clodoveo I. Clotario (della Neustria) riuscì nell'impresa grazie all'appoggio della nobiltà austrasiana, capeggiata da Pipino di Landen e Arnolfo di Metz. A differenza della regina Brunechilde, Clotario lasciò ampi poteri alla nobiltà, e sia Arnolfo che Pipino furono figure chiave del suo regno. Alla morte di Clotario (629), Arnolfo si ritirò in un monastero, morendo poco dopo in odore di santità, mentre il nuovo re Dagoberto, sentendo forse l'oppressione della nobiltà austrasiana, spostò la corte da Metz a Lutezia (Parigi), portandosi con sé Pipino, che nella nuova capitale aveva meno appoggi ed era più facilmente controllabile. Nel 639 Dagoberto morì lasciando dei figli bambini e un anno dopo morì anche Pipino.

Nel 631 Grimoaldo, figlio di Pipino di Landen, riprendeva la carica di Maestro di Palazzo, credendo i tempi maturi per un colpo di mano, che intendeva assicurare il trono a suo figlio Childeberto. Ma l'opposizione della nobiltà reagì duramente trucidando nel 656 circa sia Grimoaldo che suo figlio.

Dal matrimonio dei figli di Pipino e Arnolfo nacque Pipino di Herstal, padre di Carlo Martello. I Maestri di Palazzo avevano già un grande potere politico e amministrativo, quali responsabili della domus del Re, cioè del suo patrimonio personale che all'epoca era niente meno che l'intero regno. Essi nominavano i duchi, i conti, negoziavano gli accordi con i paesi vicini, dirigevano l'esercito, estendevano il territorio del regno (particolarmente in Frisia) e arrivavano perfino a scegliere i re merovingi.

Il regno che iniziava a essere definibile come Francia era attaccato sia da gruppi germanici fino ad allora pacifici (come Alamanni e Bavari), sia dai musulmani, che avendo conquistato la Spagna visigota erano ormai ai confini con i Franchi, contro i quali eseguivano razzie e saccheggi sempre più frequenti, arrivando a innestare dei nidi sulla costa mediterranea di Provenza. Fu in questo quadro preoccupante che la nobiltà franca si rese conto di aver bisogno di una guida forte e stanca dei merovingi (ormai definiti inequivocabilmente come "re fannulloni") si riconobbe con coesione nella forte dinastia dei maggiordomi di palazzo di Pipino di Herstal, che da lui prese il nome di pipinidi. Essendo anche nipote di Arnolfo di Metz venne detta anche arnolfingia.

Carlo Martello e la "battaglia" di Poitiers[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Carlo Martello e Battaglia di Poitiers (732).

I Carolingi devono il loro nome al loro antenato diretto, Carlo Martello, figlio illegittimo di Pipino di Herstal, "maggiordomo di palazzo" dell'Austrasia. Egli si trovò a capo di una milizia coinvolta nel 732 o nel 733 nella cosiddetta battaglia di Poitiers, un evento secondo le tesi storiche più moderne di portata relativamente modesta, ma ingigantito in secoli di storiografia come l'evento cardine del Medioevo che bloccò l'espansione islamica in Europa e legittimò la dinastia carolingia.

Lo scontro in sé dovette essere di modeste dimensioni, di durata giornaliera e senza vincitori né vinti.[1] La "battaglia" non fermò le scorrerie saracene nella Gallia-Francia, piuttosto arrestò le incursioni che gli stati arabi indipendenti nella penisola iberica settentrionale (in primis Saragozza), effettuavano periodicamente in Aquitania; nel 734 infatti veniva presa Avignone e contemporaneamente veniva saccheggiata Arles. Nel 737 gli arabi arrivarono a saccheggiare la Borgogna, dove prelevarono un'enorme quantità di schiavi da portare in Spagna. Carlo Martello era impegnato nelle continue campagne nel sud della Francia, ma i continui doppi giochi di alleanze trasversali e di tradimenti rende impossibile una netta divisione tra i due schieramenti, tanto che ad alcuni franchi i raid musulmani fecero anche comodo, all'interno di una lotta per il potere molto complessa. L'esaurirsi della spinta araba fu graduale e probabilmente fu la conclusione di un processo naturale di esaurimento delle forze. Se si dovesse scegliere un evento significativo dell'arresto sarebbe più sensato indicare la distruzione della flotta araba durante l'assedio a Costantinopoli del 717, ma il fatto che fosse riuscito grazie ad un imperatore "eretico" Leone III, mise già da allora in una luce secondaria l'evento agli occhi degli occidentali.

Comunque è rilevante come man mano che il potere della dinastia merovingia andava diminuendo, durante il periodo detto dei "re fannulloni", i maggiordomi di palazzo Pipinidi accrebbero il loro potere, al quale mancava ormai il solo titolo. Importante fu invece la riorganizzazione del regno dei Franchi in vista di una militarizzazione, ristrutturando la proprietà agraria in maniera da poter disporre da una classe di guerrieri dotati di cavallo, rapidi e forti grazie anche a nuove tecniche come l'introduzione della staffa che permetteva uno scontro frontale a cavallo tramite l'ancorazione delle lance. Mise come proprietari dei terreni più importanti esponenti di famiglie a lui fedeli, spianando la strada a un consenso per una futura appropriazione del trono. Incontrò una forte resistenza ecclesiastica, avendo egli espropriato molte terre di diocesi e monasteri, alla quale rispose in maniera dura contro i più ostili oppositori, esautorandoli e sostituendoli con persone di fiducia, e più prudente nei confronti della Chiesa franca in generale, cercando un miglior rapporto diretto con il papato sostenendo per esempio le campagne missionarie verso i frisoni, gli alamanni e i turingi.

I re merovingi, per quanto "fannulloni", godevano della sacralità dell'antica tradizione germanica. Carlo Martello, avvalendosi delle prerogative del maggiordomo, riuscì a far sì che Teodorico IV morisse nel 737 senza eredi.

Pipino il Breve, primo re[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pipino il Breve.

Alla morte di Carlo Martello (741) la Francia era priva di re, ma non di maggiordomi, coi figli di Carlo Pipino il Breve e Carlomanno più forti che mai. Essi misero sul trono Childerico III, dalla genealogia incerta, eloquentemente soprannominato il re fantasma, essendo solo un fantoccio nelle mani dei Pipinidi. Il regno era di fatto comandato da Carlomanno (il nord con Austrasia, Alemannia e Turingia) e Pipino (il sud con Neustria, Borgogna e Provenza). Carlomanno si ritirò in seguito in un'abbazia, così che Pipino si trovò ad essere di fatto l'unico uomo di potere. In questo contesto Pipino si decise a fare il passo fondamentale, inviando a papa Zaccaria degli ambasciatori nel 751 per saggiarne la disponibilità a incoronarlo re.

Assodata la disponibilità del papa, che proprio in quegli anni era in cerca di alleati contro la minacciosa espansione dei longobardi verso Roma, Pipino fece rinchiudere il suo signore Childerico III e si proclamò re al suo posto. La fine del regno dei merovingi fu marcata, secondo la tradizione franca dei "re capelluti", dalla rasatura che venne imposta a Childerico. Pipino divenne così il primo re dei Franchi carolingi, per prima cosa secondo le tradizioni del suo popolo e in seguito per la Chiesa cattolica.

Fu cruciale per la storia europea l'atto, giuridicamente illegittimo, dell'incoronazione papale (fino ad allora i re erano stati solo benedetti, mentre lo status giuridico a regnare doveva provenire dall'unico erede dell'Impero romano, il sovrano bizantino), sia che Pipino stesse usurpando un titolo di sovrano "sacrale" verso i Germani, sia che il papa si stesse arrogando un potere di legittimazione che non aveva fondamento giuridico definito. Ma nella pratica la sacralità del papa compensò la fine della sacralità della dinastia merovingia, inoltre la presenza di un imperatore "eretico" (iconoclasta) come Leone III sul trono di Bisanzio causava un vuoto di potere che il papa aveva già manifestato di volersi arrogare (nacque proprio in quegli anni il documento falso della Donazione di Costantino).

Nacque in quegli anni anche la cerimonia dell'unzione regale con uno speciale olio benedetto, un atto estraneo al mondo germanico o romano, che si rifaceva direttamente all'unzione dei Re d'Israele presente nella Bibbia. In quel periodo nacque probabilmente per analogia anche la leggenda dell'unzione di Re Clodoveo con un olio benedetto portato miracolosamente da una colomba all'arcivescovo di Reims san Remigio per volere dello Spirito Santo.

La nuova sacralità arrogata dai carolingi era "più alta" della tradizionale sacralità con risvolti pagani arrogata dai merovingi.

Papa Stefano II si recò in Francia per chiedere il sostegno di Pipino il Breve, che ricevette con la nomina per sé e per i suoi figli a patrizi romani (cioè protettori di Roma), ed inviò i suoi eserciti in Italia nel 754 e nel 756, sconfiggendo le truppe di re Astolfo dei Longobardi.

La benevolenza del papato e l'energia dei nuovi sovrani cancellarono presto dalla memoria collettiva qualsiasi ricordo di usurpazione.

Carlo Magno e l'impero carolingio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Carlo Magno e Impero carolingio.

Carlo Magno, figlio di Pipino il Breve, fu senza alcun dubbio il sovrano che segnò maggiormente l'epoca carolingia, per la longevità del suo regno, ma anche grazie al suo carisma, alle sue conquiste militari (riuscì ad estendere il regno dai Franchi a tutta la Gallia, eccetto la Bretagna, alla maggior parte della Germania, all'Italia e alla Spagna) e alle sue riforme (nel campo dell'educazione, dell'economia, e l'inizio della restaurazione dello Stato).

Carlo Magno divise il suo impero in contee; nelle zone meno pacifiche creò i ducati (a carattere militare), e fece controllare le zone di frontiera da uomini di sua fiducia, che più tardi diventarono i marchesi.

La contea era la più importante di queste circoscrizioni: alla sua testa, Carlo Magno mise un funzionario reale, scelto generalmente tra le più potenti famiglie di proprietari terrieri franchi; questo funzionario esercitava il potere militare e giudiziario (potestas), normalmente per delega, e riscuoteva le tasse per conto del sovrano. Era aiutato nel suo compito da dei visconti. Solitamente era anche destituibile dall'imperatore.

Parallelamente, per controbilanciare il potere dell'aristocrazia, Carlo Magno si appoggiò alla Chiesa, che riorganizzò privilegiando l'autorità dei vescovi metropoliti (gli arcivescovi); per quello che concerne il monachesimo, diede alle principali abbazie delle terre da coltivare e pose gli abati sotto la sua diretta autorità.

Un'altra misura andò nella stessa direzione: a uomini laici di confidenza, che erano i suoi inviati, ne aggiunse un altro, generalmente un chierico, attraverso una nuova istituzione: i missi dominici (letteralmente gli inviati del signore). Questi inviati erano incaricati di risolvere i conflitti tra i nobili e di portare gli ordini del re presso i detentori delle cariche, ma anche di raccogliere il giuramento di fedeltà dei suoi sudditi. Non si sa la reale portata delle loro azioni, ma questo sembra indicare che, già in questo periodo, il re avesse delle difficoltà a far rispettare la propria autorità.

Sotto l'influenza dei numerosi cristiani letterati della sua corte, il re era anche legislatore: egli faceva già applicare la legge attraverso il bando germanico, e la riallacciò anche con la concezione romana del diritto e rinnovò l'importanza degli atti scritti nel regno. Dopo le assemblee che riunirono i nobili del regno furono emesse dalla cancelleria del Palazzo delle ordinanze, divise in capitoli (da qui il nome di capitolari): queste sono delle importanti e precise fonti per lo studio di quel periodo storico.

A un altro livello, più ideologico che politico, si deve ai letterati cristiani la nascita di una nuova concezione dello Stato. Si trattò di una restaurazione dell'impero romano, anche se essa in realtà poggia su dei fondamenti molto differenti per legittimare la monarchia: era una concezione profondamente cristiana, che faceva del re dei Franchi addirittura un nuovo Davide. Si presentò la rinascita dell'Impero romano d'Occidente nel Natale dell'800.

Dal punto di vista culturale, l'epoca di Carlo Magno, di suo figlio Ludovico il Pio e dei suoi nipoti è conosciuta con il nome di "rinascita carolingia". L'insegnamento classico, particolarmente quello del latino, venne rivalorizzato, dopo essere stato snaturato e trascurato alla fine del regno dei Merovingi. Tuttavia, la lingua latina era ormai quasi esclusivamente la lingua del clero, mentre negli ambienti militari è preferito il francone: questa evoluzione inevitabile andava a fare del latino una lingua morta e faceva nascere gli antenati delle lingue nazionali odierne: il romanico e il teutonico, rispettivamente del francese e del tedesco.

Problemi sotto Ludovico il Pio[modifica | modifica sorgente]

Ludovico il Pio non aveva un carattere deciso e battagliero, come suo padre. Forse fu anche per quello che da i suoi sudditi era visto più come uomo che come imperatore: di questo spesso si approfittò l'aristocrazia franca che in più occasioni ignorò la sua autorità. Devoto e interessato alla vita spirituale (da cui l'appellativo noto fin dall'epoca medievale), seppe anche essere spietato, eliminando dalla scena tutti i pretendenti alla corona ovvero figli illegittimi, cugini ed altri parenti.

Ludovico aveva ormai quarant'anni quando morì la sua prima moglie, Irmingarda, e stava per lasciare il regno in mano ai tre figli legittimi, avuti dalla defunta moglie: Lotario, Pipino e Ludovico. Gli fu consigliato di risposarsi con la giovane Giuditta, che dopo il matrimonio si rivelò astuta e abilissima in affari politici. Fu proprio lei a dare alla luce il quarto figlio di Ludovico, che chiamò Carlo in onore del nonno. Giuditta fece molto per lui, riuscì persino a metterlo nella stessa posizione de fratellastri, scatenando un guerra civile tra i fratelli, che con alterne vicende, durò fino al trattato di Verdun dell'843.

La spartizione dell'impero[modifica | modifica sorgente]

Dopo la morte di Ludovico il Pio, il trattato di Verdun divise il regno tra i suoi figli in tre regioni, formate da fasce che andavano da nord a sud:

  • Lotario I ereditò il titolo imperiale e la parte centrale del regno (Italia, Provenza e la Lotaringia, che comprende i territori tra la Schelda e il Reno); il suo regno comprendeva inoltre la capitale politica (Aquisgrana) e religiosa (Roma). Tuttavia, il titolo imperiale perse la sua importanza: dopo il trattato di Verdun, Lotario conservò la dignità imperiale, ma in pratica non fu che un titolo pro forma, che non corrispondeva più ad alcun potere che fosse superiore a quello degli altri re. Bisognò quindi attendere il 962 affinché il titolo d'imperatore rinascesse in occidente: Ottone il Grande, della dinastia sassone in Germania, venne incoronato dal papa Giovanni XII a Roma, e nacque la denominazione di Sacro Romano Impero;

L'indebolimento della dinastia carolingia[modifica | modifica sorgente]

La scomparsa della Lotaringia[modifica | modifica sorgente]

Lotario fu il primo dei tre fratelli a morire, lasciando l'impero alla mercé degli altri due. Finalmente, dopo parecchie peripezie, la Lotaringia venne annessa nel 925 alla Francia Orientale, e la Schelda segnò il confine tra la Francia Orientale ed Occidentale. Inoltre, il re della Francia Orientale riottenne, nella stessa occasione, il titolo d'imperatore.

Invasioni scandinave[modifica | modifica sorgente]

Il primo attacco dei Normanni (o impropriamente noti anche come Vichinghi) toccò nel 793 le coste britanniche; quindi, la pressione dei Vichinghi si accentuò: essi risalirono i fiumi a bordo delle loro imbarcazioni a fondo piatto, impropriamente dette drakkar e saccheggiarono i tesori delle abbazie prima di tornare in Scandinavia; tuttavia, alcuni dei loro insediamenti costieri durarono nel tempo. Nell'841, attaccarono l'abbazia di Jumièges e la città di Rouen; i monaci dovettero fuggire dai pericoli delle razzie, portando con loro le reliquie dei loro santi. Alla fine del IX secolo, delle vere e proprie armate normanne portarono devastazione fino al cuore del regno occidentale.

I re carolingi sembravano impotenti: Carlo il Calvo cercò di costruire delle fortificazioni aggiuntive e chiese ai capi dell'aristocrazia di difendere le regioni minacciate. Roberto il Forte venne messo dal re alla testa di una marca occidentale: morì combattendo contro i normanni nell'866. Il conte Oddone difese Parigi contro un attacco venuto dalla Senna nell'885. Questi nobili acquistarono un immenso prestigio grazie alla lotta contro l'invasore scandinavo, prestigio che partecipò d'altro canto all'indebolimento del potere reale: le vittorie militari erano ormai attribuiti ai marchesi e ai conti.

L'incapacità dei Carolingi di risolvere il problema normanno era manifesta: nel 911, con il trattato di Saint-Clair-sur-Epte, il re carolingio Carlo il Semplice cedette la Bassa Senna (futura Normandia) al capo normanno Rollone, e si rimise a lui per difendere l'estuario e il fiume, in aiuto di Parigi. Questa decisione fu alla base della creazione del ducato di Normandia. I Carolingi erano quindi costretti a cedere territori e a pagare tributi ai popoli scandinavi, per contrastare i loro danni, mentre erano inoltre impegnati in questioni familiari. Questo clima d'insicurezza accelerò la disgregazione del potere carolingio.

Nuove minacce ad Est[modifica | modifica sorgente]

Ad est si profilò una nuovo minaccia con l'arrivo dei Magiari nella scena europea.

Questo popolo delle steppe occupò la Pannonia, lasciata libera dopo la distruzione degli Avari sotto il regno di Carlo Magno all'inizio del IX secolo. Fecero le loro prime incursioni ai margini dell'impero, come in Moravia nell'894, poi all'interno di esso, come in Italia nell'899. Nel 907, il regno slavo della Grande Moravia cedette a causa dei nuovi invasori.

Regni troppo corti[modifica | modifica sorgente]

A partire dalla fine del IX secolo, i re carolingi regnarono troppo poco tempo per essere efficaci:

Quindi gli ultimi re carolingi non riuscirono ad imporre alcuna politica a lungo termine.

L'ascesa dell'aristocrazia[modifica | modifica sorgente]

Dalla fine del IX secolo, alcuni aristocratici (duchi e conti) che non facevano direttamente parte della famiglia dei Carolingi accedettero al potere: nell'888, dopo la morte di Carlo il Grosso, Berengario I, discendente dai Carolingi per linea femminile, gli succede sul trono d'Italia.

Nel X secolo, alcune dinastie che si imposero dappertutto nel territorio carolingio non discendevano più da quella carolingia.[senza fonte] Nel 911, il duca Corrado I di Franconia, la cui moglie discendeva per linee femminili dai Carolingi, fu eletto re della Germania. In Francia, i Robertingi, discendenti dei Capetingi e quindi dei Carolingi, formano una stirpe potente, scelta per regnare nel 888-898 nella persona di Oddone.

Le principali fasi dell'ascesa dell'aristocrazia furono:

  • I regna esistevano già ai tempi dei Merovingi e si prolungarono fino sotto i Carolingi. Si trattava di territori dove l'unità poggiava in una forte identità etnica e culturale. Un regnum poteva essere affidato ad un figlio di un re, senza per questo diventare indipendente: questo fu il caso, in epoche diverse, dell'Aquitania, la Provenza, la Borgogna, la Sassonia, la Turingia e la Baviera.
  • I conti: questa parola deriva dal latino comes, che significa compagno (del re); i conti esistevano già nell'epoca merovingia: i re dava loro alcune terre, dei regali o una carica per ricompensarli dei loro servizi; ma i conti assunsero la loro massima importanza sotto i Carolingi: funzionari, venivano designati e revocati dal re che li reclutava nell'aristocrazia; garantivano l'ordine pubblico presiedendo il tribunale, riscuotevano le tasse ed organizzavano le truppe in un pagus, circoscrizione territoriale, la quale era sotto la loro responsabilità. Nel corso del IX secolo, i conti diventarono via via più autonomi nei confronti del re.
  • I duchi: la parola ha un'etimologia latina che significa "conduttore dell'esercito". Il duca era una sorta di conte che raccoglieva più pagi per lottare contro le invasioni scandinave. I Robertingi ottennero nel X secolo il titolo di "duchi dei Franchi" (dux Francorum). Questi personaggi furono i più potenti tra i "principi territoriali" come i duchi di Aquitania, di Borgogna e di Normandia.
  • Il marchese, in latino marchio, è un conte che custodiva una regione di confine chiamata marca e la difendeva in caso d'attacco.

Alla fine del IX secolo, come conseguenza della capitolare di Quierzy (877) queste cariche di conte, duca e marchese diventarono ereditarie: i re carolingi non potevano più destituirli, quindi il loro controllo s'indebolì. Si assistette allora alla costituzione di dinastie locali di conti, duchi e vassalli del re. Il vassallaggio, che era stato ben controllato sotto Carlo Magno e serviva per i suoi interessi politici, si ritorce contro l'autorità dei suoi successori. L'aristocrazia laica ed ecclesiastica fu quindi in posizione predominante a metà del Medioevo, in Francia e in Germania.

I conti erano fisicamente più vicini al popolo dei Carolingi. L'autorità del re sembra lontana ai contadini. La maggior parte degli uomini liberi del regno viveva a contatto diretto del conte e del suo delegato: essi li potevano sentire, per esempio, durante le sedute del tribunale. La loro autorità era quindi più immediata di quella del re. Si instaurò per questo un rapporto stretto e personale: i contadini si mettevano sotto la protezione dei nobili ed entravano alle loro dipendenze.

Nel X secolo, i segni dell'autonomia dei principi si moltiplicarono: i conti e i duchi si attribuirono le funzioni pubbliche e i diritti fino ad allora riservati al re. Costruirono torri e forti, e in seguito veri e propri castelli in pietra, senza autorizzazione. Dopo la fine delle invasioni scandinave, il castello dominava un territorio che era caduto sotto le mani di un signore. Inoltre essi coniavano proprie monete con la loro effigie e il loro nome, e prendevano sotto la loro protezione il clero, controllando le investiture episcopali.

In tutto, alla fine del X secolo, l'autorità centrale carolingia sparì, a tutto vantaggio degli aristocratici, in particolare dei prìncipi territoriali; fu la fine della dinastia carolingia e il trionfo delle stirpi aristocratiche.

L'ultimo discendente di linea maschile fu Oddone di Vermandois, figlio di Erberto IV di Vermandois, morto intorno al 1085. Pr linea femminile vi descendono invece i Capetingi in primo luogo, poiché la nonna materna di Ugo Capeto, Beatrice di Vermandois, era figlia di Erberto I di Vermandois, e tramite loro tutti gli attuali regnanti europei.

L'ascesa degli Unrochidi in Italia (875-925)[modifica | modifica sorgente]

L'esempio dell'ascesa degli Unrochidi in Italia illustra pienamente il modo in cui avvenne il trasferimento del potere dei Carolingi ai "Grandi" dell'aristocrazia imperiale e, poi, la frantumazione che conobbe il potere regale nelle mani di questi ultimi.

Sotto il regno del carolingio Ludovico II il Giovane (850-875), titolare della dignità imperiale, il potere reale potrebbe sembrare per un certo periodo rafforzata in Italia. Ma egli morì senza eredi e la dominazione finì di fatto nelle mani della dinastia bavarese dei Widonidi, l'esponente della quale deteneva la carica di duca di Spoleto, ed in quelle della dinastia degli Unrochidi, il cui esponente è marchese del Friuli.

I membri di questa famiglia erano dei Franchi: Evrardo, loro progenitore, aveva ricevuto la marca del Friuli fin dalla sua costituzione ad opera di Lotario I (837), mentre essi sono uniti alla stirpe carolingia tramite l'imparentamento con una figlia di Ludovico il Pio. Nell'875 gli Unrochidi consideravano ancora il nord della Francia (la regione di Lilla) come uno dei centri del proprio potere. Se, almeno all'inizio, essi non avevano mai avuto la pretesa di conquistare il potere reale, la vacanza di tale potestà in Italia e le difficili circostanze della fine del X secolo portarono uno di essi (Berengario del Friuli) prima sul trono d'Italia e poi su quello imperiale.

Berengario, unico erede maschio della propria casata nell'874, infatti, sostenne in un primo momento le pretese del carolingio di Francia Orientale al trono d'Italia. Gli eredi possibili, allora, sarebbero stati Carlomanno, figlio di Ludovico II il Germanico, e suo fratello, Carlo il Grosso. Alla morte del secondo, tuttavia, non c'era più nessun carolingio che fosse in grado di affermare la propria autorità in Italia.

I rivali tradizionali degli Unrochidi nella penisola, cioè i Widonidi di Spoleto, che avevano alcuni possedimenti vicino Nantes, apparivano allora come dei candidati potenziali al trono della Francia occidentale. Perciò, Berengario accedette personalmente al trono dell'Italia nel 887: per contrastare le ambizioni dei Widonidi, mise così fine, in pratica, all'idea dell'unità carolingia.

Tuttavia, in questo momento esso non disponeva di un appoggio che andasse oltre l'ambito regionale ed era ancora contestato, particolarmente a causa dell'influenza che i Windonidi prendono sul papato (durante la cosiddetta pornocrazia). Fino alla morte del suo rivale, il duca Lamberto II di Spoleto, nell'898, non controllava ancora tutto il territorio italiano ed in più era obbligato a contrastare la minaccia ungara.

All'epoca dell'invasione del regno d'Italia nell'899, dovette quindi venire a patti con gli ambiti militari carolingi, cioè dovette riunire l'armata: gli italiani subirono una sanguinosa sconfitta. A seguito di questo evento, la strategia di Berengario cambiò: accettò da questo momento in avanti numerosi compromessi con i poteri locali: vennero costruite delle mura e alcune zone sfuggirono al controllo reale; l'autorità pubblica venne conferita, senza alcuna contropartita, a vescovi, ecc. Il risultato di questa nuova politica fu uno sbriciolamento cospicuo ed irreversibile dell'autorità del re nella penisola.

Facendo appello a mercenari ungari contro gli italiani che si ribellano contro la sua autorità, Berengario ottenne finalmente la dignità imperiale, cui egli ambiva, nel 915, ma nelle sue mani essa non fu che un'ombra superata.

Arte[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Arte carolingia.

La rinascita europea promossa dai Carolingi influenzò anche la sfera artistica, determinando il recupero del linguaggio classico. Nelle grandi chiese abbaziali (Saint-Denis, Corvey, Reichenau, Castel San Vincenzo), si affermò una nuova tipologia basilicale a tre navate con abside, cripta e facciata tra torri (Westwerk), mentre nella Cappella Palatina ad Aquisgrana si usò la pianta centrale di derivazione bizantina.

Genealogia[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, cit., pag. 144.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]