Tassa

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La tassa, nell'ordinamento tributario italiano, è una tipologia di tributo ovvero una somma di denaro dovuta dai privati cittadini allo Stato che si differenzia dall'imposta in quanto applicata secondo il principio della controprestazione cioè legata a un pagamento, dovuto da un soggetto come corrispettivo per la prestazione a suo favore di un servizio pubblico offerto da un ente pubblico (ad es. tasse portuali e aeroportuali, concessioni, autorizzazioni, licenze).

La tassa è relativa a un servizio di cui ciascun contribuente può decidere se avvalersi o meno, e in generale, non è dipendente né dal reddito né dal costo del servizio richiesto; tramite le imposte si realizza la copertura finanziaria delle leggi e la spesa pubblica. Il finanziamento di opere o atti previsti per legge attraverso una tassazione è contraria al principio di eguaglianza e all'obbligo generale di contribuzione alla spesa pubblica (artt. 3 e 53 della Costituzione).

Questo strumento tende a perdere importanza, nei moderni sistemi tributari, a favore di altri strumenti, quali la tariffa (vedi passaggio dalla TARSU alla TIA) o l'imposta.

Spesso il termine "tasse" viene usato nel linguaggio corrente per indicare genericamente l'imposizione fiscale. In questo caso è più corretto il termine generico "tributi".

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

La distinzione tra tassa e imposta è ereditata dal diritto romano ed è tipica dei Paesi di diritto latino. Nei Paesi di Common Law (Regno Unito e Stati Uniti) vige da tre secoli il principio del "no taxation without representation", ideato all'inizio della Rivoluzione americana. Si tratta di un principio in base al quale i cittadini che pagano i tributi devono essere rappresentati in Parlamento, e i tributi debbano derivare da una decisione parlamentare, in merito a un servizio di cui beneficiano i contribuenti. Questo principio è recepito nell'ordinamento italiano dove è vietata tramite decreto governativo l'estensione o l'imposizione di nuovi tributi (art. 4 della legge n. 212/2000 - Statuto dei diritti del Contribuente).

Nei Paesi democratici esiste un dibattito sulle modalità di prelievo e sull'impiego delle tasse. Le tasse, al contrario del pensiero comune, non servono a ripagare il debito pubblico, finanziare servizi come scuole, sanità, assistenza. Le tasse (o imposte nei Paesi come l'Italia), negli Stati a moneta sovrana (cioè una moneta fluttuante e non convertibile), servono a dare valore alla moneta priva di valore intrinseco (il sistema prende il nome di "Tax Driven Money"), regolare la domanda aggregata, ovvero il potere di spesa dei cittadini, e drenare liquidità che potrebbe portare a inflazione nel caso di aumenti di domanda aggregata. Questo perché la tassazione è sempre una fase successiva alla spesa pubblica dello Stato. L'economista americano Warren Mosler ha descritto questo procedimento con un esempio molto semplice: «La moneta è emessa dallo Stato, che è l'unico che la può creare legalmente dal nulla. La moneta è emessa nel momento in cui lo Stato attua la spesa pubblica. Finché lo Stato non spende, dunque, i cittadini non potranno avere il denaro necessario per pagare le tasse. Una volta che lo Stato avrà emesso moneta per la spesa allora i cittadini avranno il denaro necessario per pagare le tasse».

Nei Paesi a moneta non sovrana, come quelli dell'Eurozona, invece, le tasse servono a finanziare la spesa pubblica e a ripagare il debito. Questo perché lo Stato, non potendo più emettere la moneta, deve prenderla in prestito dai mercati di capitali privati, che chiedono il pagamento di interessi.

Alcuni Paesi hanno adottato un sistema di flat tax, ad aliquota unica o con poche aliquote per le principali imposte. Alcuni ritengono che la semplificazione fiscale, la riduzione delle aliquote riducano l'elusione e l'evasione al limite che in base alla curva di Laffer un'aliquota unica, opportunamente scelta, massimizzi il gettito fiscale. Altri ritengono l'aliquota unica e la riduzione degli scaglioni profondamente iniqua verso i ceti medi e contro il principio di progressività del prelievo fiscale, affermato in varie Costituzioni.
Altri propongono una Tobin tax un prelievo minimo sulle transazioni finanziarie, che darebbe comunque un gettito enorme, visti i volumi di denaro movimentati ogni giorno.

I servizi pubblici divisibili, quali ad esempio l'istruzione e la sanità, possono essere finanziati mediante tasse. Ne sono esempi in Italia le tasse scolastiche e universitarie o i ticket sanitari. Tuttavia, non si deve confondere la tassa con il prezzo di questi servizi. Almeno nell'ordinamento attuale italiano le tasse non coprono completamente il costo di questi servizi, che quindi ricade sulla fiscalità generale e viene finanziato con le imposte. Le giustificazioni, provenienti dalla dottrina economica per tale scelta, sono diverse.

In primo luogo essa si giustifica con la teoria delle esternalità, secondo cui il consumo di determinati servizi produce benefici indiretti, non solo al consumatore, ma all'intera società, giustificandone così il contributo alla copertura dei costi con la fiscalità generale. Facciamo un esempio: l'istruzione universitaria produce benefici per lo studente ma anche per la società di cui viene accresciuto il livello culturale.

In secondo luogo essa si richiama al principio costituzionale della capacità contributiva nel concorso a finanziare le spese pubbliche. Pertanto si ritiene necessario consentire la fruizione dei servizi ai meno abbienti fissando l'importo della tassa al di sotto del costo (o addirittura esentando alcune categorie dal pagamento) e contribuendo per la differenza con la fiscalità generale, che tiene conto di questo principio.

La questione se privilegiare il cosiddetto principio di capacità contributiva affidando il finanziamento dei servizi pubblici, anche divisibili, alle imposte con evidenti vantaggi in termini di redistribuzione della ricchezza, ma con lo svantaggio di svincolare il costo dei servizi stessi dal loro consumo, incoraggiando quindi fenomeni di free riding e di spreco, o passare invece, ove possibile, a una stretta applicazione del principio della controprestazione, accantonando così in parte l'idea redistributiva con una penalizzazione nell'accesso ai servizi dei meno abbienti ma con un maggiore controllo sul loro corretto utilizzo, è al centro del dibattito politico, economico e sociale di molti paesi e molto spesso non ha trovato soluzioni univoche.

Tasse e proprietà dei beni pubblici[modifica | modifica sorgente]

Le tasse dovrebbero essere utilizzate per realizzare opere e fornire servizi, utili per i contribuenti.

In un secondo momento, sorge il problema della proprietà delle opere, e di chi abbia eventualmente il diritto a incassare un prezzo dai servizi finanziati con le tasse.

La proprietà di un bene è solitamente in capo a chi ne ha sostenuto l'onere finanziario. Analogamente, la proprietà di un'opera pubblica o di un servizio pagato con le tasse dei contribuenti dovrebbe essere in capo allo Stato, che rappresenta gli stessi finanziatori-contribuenti.

Gli eventuali utili dovrebbero essere corrisposti ai proprietari nella forma di un reinvestimento per migliorare il servizio oppure distribuiti in termini di uno sconto fiscale o di una somma direttamente erogabile. Questi diritti sono elementi che distinguono proprietà e gestione sia di beni pubblici sia privati.[senza fonte]

Dirigenti e politici che ricevono in gestione tali forme di bene pubblico possono indurre scelte che riguardano l'assetto proprietario, quali la privatizzazione o trasferimento ad altri enti pubblici dell'opera e che devono comunque essere assunte e deliberate dal soggetto proprietario dell'opera o del bene pubblico. Decisioni di questo tipo, invece, in un'azienda privata richiedono un parere vincolante dei proprietari.

Fra le proposte di tassazione ad aliquota unica, quella della tassazione sull'utilizzo dei terreni, muove da considerazioni riguardo al bene pubblico.

Nel 1933, l'economista americano Henry George pubblica "Progress and poverty", nel quale propone una tassazione unica dei possidenti terrieri e l'abolizione di qualsiasi tassazione sul reddito, profitto o sul lavoro. Il presupposto era quello che la terra è di proprietà dell'intera collettività, ragione per cui il privato dovrebbe cedere parte della rendita allo stato con un contributo per l'occupazione del suolo pubblico.

Il "Single Tax Movement" che ne nacque aveva lo scopo di incoraggiare gli investimenti nei fattori della produzione esenti da tasse, il capitale e il lavoro, facendo pagare l'utilizzo del suolo pubblico, indipendentemente dalla capacità del singolo di utilizzarlo in modo efficiente e di trarvi un profitto.

Prelievo diretto e tassa da inflazione[modifica | modifica sorgente]

Il debito pubblico è la risultante della differenza di entrate e uscite. Le entrate possono essere aumentate con un incremento delle tasse oppure con nuovo debito. Lo Stato, in questo secondo caso, emette nuovi titoli di debito in cambio di liquidità, e si impegna a pagare i relativi interessi.[senza fonte]

Ne deriva una "tassa da inflazione" per la quale il contribuente incontra un aumento dei prezzi in conseguenza dell'aumento dell'offerta di moneta circolante. Rispetto al prelievo diretto, il finanziamento della spesa pubblica con l'emissione di nuovi debiti, ha un costo maggiore legato agli interessi da ripagare i titoli di Stato, ed eventualmente ai nuovi debiti da contrarre per onorare tali interessi.

Se la decisione di finanziare la spesa in deficit spetta ai Governi, col veto della Banca centrale, esiste una deroga al principio del "no taxation without representation", che il potere politico può comunque usare laddove le ragioni del prelievo diretto non sono condivise dai cittadini. [senza fonte]

La tassa può essere collegata anche a un provvedimento amministrativo (tassa sul passaporto, sul porto d'armi; tasse sulle concessioni governative).

L'indicatore della pressione fiscale non considera la cosiddetta tassa da inflazione, essendo pari al rapporto fra le entrate e il PIL.

Non esiste un limite massimo all'aliquota per il prelievo fiscale, indipendentemente dalla fascia di reddito, ma solamente quello definito di volta in volta dalle normative fiscali. Una possibile soglia critica si può individuare intorno a un'aliquota massima del 50%, che equivarrebbe a dire che il contribuente lavora 6 mesi all'anno per lo Stato.

In questo caso, la finalità al bene comune che dovrebbe avere il prelievo fiscale lederebbe i diritti di proprietà di una persona sulla ricchezza da essa prodotta.[senza fonte]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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