Papa Giovanni XII

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Papa Giovanni XII
GiovanniXII.jpg
130º papa della Chiesa cattolica
Elezione 16 dicembre 955
Fine pontificato 14 maggio 964
Cardinali creati vedi categoria
Predecessore papa Agapito II
Successore papa Benedetto V
Nome Ottaviano dei conti di Tuscolo
Nascita Roma, 937 circa
Morte Roma, 14 maggio 964
Sepoltura Basilica di San Giovanni in Laterano
(LA)

« Puer inquid, est, facile bonorum immutabitur exemplo virorum. »

(IT)

« Il Papa è ancora un ragazzo e si modererà solo con l'esempio di uomini nobili. »

(Liutprando, p. 900, frase attribuita all'imperatore Ottone sulle dissolutezze di Giovanni XII)

Giovanni XII, nato Ottaviano dei conti di Tuscolo (Roma, 937 circa – Roma, 14 maggio 964), è stato il 130º papa della Chiesa cattolica dal 16 dicembre 955 al 6 novembre 963, quando fu deposto, oltre ad un breve rientro dal febbraio 964 alla morte. Fu il secondo papa della storia ad assumere un nuovo nome al momento dell'elevazione al soglio pontificio, dopo papa Giovanni II.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La famiglia e l'educazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Saeculum obscurum.

Ottaviano dei conti di Tuscolo nacque intorno al 937[1][2], figlio di Alberico di Roma. Sua madre era probabilmente Alda[1], figlia del re d'Italia Ugo di Provenza, anche se non si esclude che la vera madre fosse una concubina[3]. La sua educazione fu quella dei suoi coetanei aristocratici romani e crebbe nel palazzo di famiglia, nella Via Lata[4][5]. Nel 932 il padre Alberico aveva preso il potere nell'Urbe e vi aveva istituito una signoria de facto destinata a durare oltre vent'anni[3][6]. Il figlio Ottaviano sarebbe stato il suo successore nella carica di princeps, ma era ben consapevole che la diarchia instauratasi in Roma tra papato e principato poteva persistere soltanto grazie alla sua forte volontà. Infatti, le mire imperiali di Ottone di Sassonia del 951[7] avevano spinto Alberico ad unificare potere spirituale e potere temporale in un'unica figura, capace di coagulare le forze religiose e quelle civili-militari, quella del figlio appunto. Rendina riassume così il piano del princeps:

« Alberico si rendeva conto che la separazione del potere temporale da quello spirituale non sarebbe durata a lungo; temeva l'intervento di Ottone I che già aveva messo in mostra le sue aspirazioni imperiali. Riponeva ogni estrema speranza nel figlio, affinché almeno il dominio su Roma restasse legato alla sua famiglia. »
(Rendina, p. 326)

Prima di morire, fece dunque giurare alla nobiltà e al clero romani di eleggere Ottaviano al Soglio pontificio appena dopo la morte di Papa Agapito II[3].

Il princeps Ottaviano diventa papa[modifica | modifica wikitesto]

Nell'agosto 954 morì Alberico ed Ottaviano gli successe come Princeps di Roma[3]. L'elezione al Soglio papale avvenne un anno dopo, quando Papa Agapito II morì in dicembre[7], nonostante Ottaviano non avesse l'età canonica per diventarlo, essendo solo diciottenne[1]. È probabile anche che egli non avesse avuto fino a quel momento alcuna formazione ecclesiastica. Peraltro si può pensare che, dato il suo potere, avesse bruciato le tappe in vista dell'elezione a pontefice ottenendo facilmente il titolo di diacono o sacerdote, che erano il minimo necessario[2]. Comunque, Ottaviano fu consacrato pontefice il 16 dicembre[1][2][8] e fu il secondo papa a cambiare nome dopo la sua elezione[2][9].

Il pontificato (955-963)[modifica | modifica wikitesto]

Il potere spirituale e quello temporale si riunificavano di nuovo.

Giovanni XII, benché fosse divenuto papa, non mutò le sue abitudini principesche, conducendo una vita lasciva e totalmente estranea allo spirito evangelico, facendo del palazzo del Laterano la sede delle sue dissolutezze[10].

Così ne parla il Gregorovius:

« Venuto in giovinezza immatura al possesso di una dignità che gli dava diritto alla reverenza di tutto il mondo, smarrì la moderazione dell’intelletto, e si gettò nel vortice dei piaceri più sfrenati. Le sue case del Laterano diventarono un ridotto di piaceri, un vero harem; la gioventù ragguardevole di Roma diventò sua compagnia favorita; passava tutto il suo tempo in cacce, in giuochi, in amorazzi, a mensa col bicchiere alla mano. Un tempo, Caligola aveva fatto senatore il suo cavallo;adesso Giovanni XII dava in una stalla di cavalli la consecrazione ad un diacono, forse in quella che erasi alzato ubbriaco fradicio da tavola, dove, con lepidezza pagana, aveva fatto frequenti libazioni ad onore dei numi antichi. »
(Gregorovius, p. 32)

Gestione del Patrimonium Sancti Petri[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Donazione di Pipino.

Inoltre, il giovanissimo papa avviò delle campagne militari di conquista volte ad ampliare e recuperare i territori del Patrimonium Sancti Petri, abbandonando l'equilibrata e saggia politica paterna. Nell'VIII secolo infatti la Santa Sede aveva ricevuto in dono vasti territori dell'Italia centrale e settentrionale dai sovrani carolingi (Donazioni carolinge), ma dopo lo smembramento dell'impero carolingio (887) se ne erano impadroniti i Re d'Italia.

Nel 957 Giovanni attaccò Sigulfo di Benevento e Pandolfo di Capua, ma le milizie pontificio-spoletine furono respinte e, per evitare il disastro, fu anche costretto a trattare una pace per lui svantaggiosa[1][11][12]. Si volse allora verso nord e organizzò una campagna per la conquista dell'Esarcato, cioè della Romagna bizantina che gravitava intorno all'ex capitale Ravenna[1], ben sapendo che si sarebbe scontrato con il re d'Italia (che dal 952 era Berengario II, reintegrato nel suo titolo da Ottone re di Germania[13][14]) e, probabilmente, anche con la nobiltà romana, che non avrebbe gradito un sovvertimento degli equilibri diplomatici nella Penisola[11].

Relazioni con Ottone di Sassonia[modifica | modifica wikitesto]

Anonimo, Ottone I incontra Giovanni XII, Laboratorio di Diebold Lauber, 1450.

Le trattative e l'incoronazione del 2 febbraio 962[modifica | modifica wikitesto]

Il Pontefice cercò fuori d'Italia un possibile alleato, cosa che urtò ulteriormente la sensibilità del partito filo-italiano[12]. Nel 960 si rivolse dunque al re di Germania Ottone I, al quale offrì la corona imperiale attraverso il cardinale Giovanni e un altro dignitario della corte pontificia, tale Azzone[1]. Ottone, che era già stato incoronato anche re d'Italia sotto il pontificato di Agapito II[7][13] (per poi riconsegnare la corona a Berengario, cui impose di giurare come suo vassallo[13]) e che, negli anni '50, era stato lontano dalla penisola italiana per combattere in Germania contro gli Ungari, accettò e promise di ergersi a difesa della Sede Apostolica in nome degli antichi patti stipulati tra gli imperatori carolingi e i pontefici[1][12].

Ottone scese in Italia. Le truppe di Berengario si rifiutarono di combattere, costringendolo ad asserragliarsi presso la fortezza di San Leo. Ottone lo depose formalmente dal titolo regale e, giunto a Roma il 31 gennaio del 962, dopo due giorni si fece incoronare Imperatore da Giovanni XII, insieme a sua moglie Adelaide, in San Pietro[1][11][13]. La vacanza del trono imperiale era durata trentotto anni [15].

All'incoronazione fece séguito un sinodo, nel quale si discusse dell'evangelizzazione dei popoli slavi: fu scelta la città di Magdeburgo come centro della missione evangelizzatrice[13].

Il Privilegium Othonis[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Privilegium Othonis.

Il 13 febbraio[1] papa e imperatore conclusero un patto, noto come Privilegium Othonis, con il quale l'imperatore prometteva di restituire al pontefice i territori che due secoli prima Pipino il Breve e Carlo Magno gli avevano donato ma poi i Re d'Italia gli avevano sottratto; Giovanni XII, da parte sua, prestò giuramento, assieme all'aristocrazia romana e al popolo, di alleanza all'imperatore (secondo quanto rivendicava la costituzione di Ludovico il Pio dell'824)[16]. Il punto decisivo però consisteva nell'elezione pontificia, la quale era sì mantenuta secondo i canoni antichi (elezione da parte del clero, dell'aristocrazia e del popolo), ma doveva essere sottoscritta dall'imperatore[11][17].

Papa Giovanni XII, disegno tratto da Bartolomeo Sacchi detto il Platina, Vite De' Pontefici, a cura di Onofrio Panvinio, per i tipografi Turrini, e Brigonci, Venezia 1663

Il tradimento di Giovanni e la vendetta di Ottone[modifica | modifica wikitesto]

Ma Giovanni XII non seppe tenere fede al proprio impegno, intimorito dal predominio tedesco su Roma e la Penisola intera[12] e pressato dall’aristocrazia romana che mal soffriva quella che considerava una sottomissione ad un imperatore straniero. Appena partito Ottone cominciò infatti a trattare con il figlio di Berengario, Adalberto[18], che già stava cercando di organizzare una resistenza anti-imperiale a nord di Verona. Nella primavera del 963[11] Ottone si insediò a Pavia, capitale del Regnum Italiae. Ivi, l'imperatore ebbe le prove concrete delle tresche del pontefice con Adalberto, il quale si sarebbe messo in contatto addirittura con i saraceni e con i potentati dell'Italia meridionale per contrastare l'avanzata imperiale[1]: si trattava di una corrispondenza tra il papa e Adalberto, che il partito imperiale romano aveva intercettato. Pare risalga a questa circostanza il commento sprezzante dell’imperatore, riferito da Liutprando e riportato sopra, sulla giovane età del pontefice.

Inviati dei messi a Roma che lo tenessero informato della situazione, Ottone nell'estate mise sotto assedio la fortezza di San Leo, dove Berengario era trincerato da oltre un anno e, davanti alle lamentele dei messi pontifici (il protoscrinario Leone e l'aristocratico Demetrio[19]), che gli rimproveravano di aver invaso i territori del Patrimonium Sancti Petri, Ottone rispose mostrando loro le lettere che comprovavano il tradimento del pontefice[19]. Nell'ottobre, dopo aver espugnato San Leo e catturato Berengario, Ottone si mosse contro Roma[1], dove peraltro si era rifugiato Adalberto che si era posto alla testa del partito nazionalista. Di fronte all'esercito dell'imperatore, le forze pontificie fuggirono e a Giovanni non rimase altro che scappare nella Campagna romana[18]. Si rifugiò nel castello di Tivoli e da qui, non sentendosi ancora al sicuro, riparò in Corsica[1]. Il 2 di novembre Ottone prese possesso dell'Urbe[16][18], e come primo atto si fece giurare fedeltà dal clero e dal popolo, e li impegnò a non eleggere per il futuro alcun papa senza il consenso imperiale: una mossa che gli inimicò maggiormente l’élite romana, come spiega chiaramente il Gregorovius: «egli rapiva ai Romani quel diritto che eglino in tutti i tempi avevano conservato come gemma preziosa, come atto unico di libertà cittadina, quello che nessuno dei Carolingi aveva osato di toccare.»[20].

La deposizione[modifica | modifica wikitesto]

Il Concilio in San Pietro[modifica | modifica wikitesto]

L'imperatore convocò quindi un concilio in San Pietro (il 6 novembre[1]), durante il quale Giovanni XII fu condannato in contumacia per alto tradimento e deposto dal pontificato per la sua condotta, ritenuta indegna di un pontefice. La testimonianza principale di tale sinodo ci proviene dal De rebus gestis Ottonis magni Imperatoris del fedele servitore dell'imperatore, il vescovo di Cremona Liutprando. Il cronista riporta le varie accuse:

(LA)

« Tunc consurgens Petrus cardinalis presbiter, se vidisse illum missam celebrasse et non communicasse testatus est. Johannes episcopus Narniensis, et Johannes cardinalis diaconus, se vidisse illum diaconem ordinasse in equorum stabulo, non certis temporibus, sunt professi. Benedictus cardinalis diaconus cum ceteris condiaconibus et presbiteris dixerunt se scire quod ordinationes episcoporum praecio faceret, et quod annorum decem episcopum in Tudertina civitate ordinaret. De sacrilegio dixerunt non esse necesse percontari, quia plus videndo quam audiendo scire potuissemus. De adulterio dixerunt, quod oculis non viderent, sed certissime scirent viduam Rainerii et Stephanam patris concubinam et Annam viduam cum nepte sua abusum esse, et sanctum palatium lupanar et prostibulum fecisse. Venationem dixerunt publice exercuisse; Benedictum spiritalem suum patrem lumine privasse, et mox mortuum esse; Johannem cardinalem subidaconem virilibus amputatis occidisse; incendia fecisse, ense accinctum, galea et lurica indutum esse testati sunt. Diaboli in amorem vinum bibisse, omnes tam clerici quam laici acclamarunt. In ludo aleae, Jovis, Veneris ceterarumque demonum adiutorium poposcisse dixerunt. Matutinas et canonicas horas non enim celebrasse, nec signo crucis se monisse professi sunt. »

(IT)

« Allora, alzandosi il cardinale presbitero Pietro, testimoniò di averlo visto celebrare messa senza essersi comunicato. Giovanni, vescovo di Narni, e il cardinale diacono Giovanni, giurarono di averlo visto ordinare un diacono nelle scuderie, non in momenti consoni. Il cardinale diacono Benedetto, con altri diaconi e presbiteri, dissero di sapere che consacrò vescovi dietro pagamento, e che ordinò un bambino di dieci anni come vescovo di Todi. Dissero che non fosse necessario venire a conoscenza del sacrilegio, poiché più vedendo che ascoltando potremmo sapere. Dissero dell'adulterio che non vedevano con gli occhi, ma che sapevano con esatta certezza, cioè che ci fosse stato l'abuso della vedova di Raniero, della concubina del padre Stefania e della vedova Anna con sua nipote, e che avesse ridotto il sacro palazzo (del Laterano) alla stregua di un lupanare e di un prostibulo. Dissero che: si fosse dedicato pubblicamente alla caccia; che avesse accecato il suo padre spirituale Benedetto, che presto fosse morto; che avesse ucciso il cardinale subdiacono Giovanni, dopo averlo castrato; testimoniarono che avesse suscitato incendi, che avesse cinto la spada e che avesse indossato l'elmo e la corazza. Tanto i chierici quanto i laici tutti proclamarono che avesse brindato al Diavolo. Dissero che al gioco dei dadi avesse invocato l'aiuto di Giove, Venere e di altri demoni. Testimoniarono che non avesse celebrato i mattutini e le ore canoniche, né di essersi fatto il segno della croce. »

(Liutprando, pp. 903-904)

Davanti a questa serie di accuse Giovanni XII, dal suo esilio in Corsica, inviò un breve[21][22] ai padri conciliari in cui li minacciò di scomunica:

(LA)

« Nos audivimus dicere quia vos vultis alium papam facere; si hoc facitis, excommunico vos de Deo omnipotenti, ut non habeatis licentiam nullum ordinare et missam celebrare. »

(IT)

« Abbiamo sentito dire che voi volete fare un altro papa; se fate ciò, vi scomunico in nome di Dio Onnipotente, affinché non abbiate alcun permesso di ordinare e di celebrare l'eucaristia. »

(Giovanni XII, Joannis Papae XII rescriptum ad episcopus synodi romanae")

L'intimidazione di Giovanni fu pressoché ignorata all'unanimità e, dopo averlo ancora invitato al Concilio perché facesse atto di sottomissione, Ottone e i prelati (in assenza di qualsiasi ulteriore risposta) lo dichiararono definitivamente decaduto dal pontificato[22].

L'elezione del laico Leone[modifica | modifica wikitesto]

Subito dopo l'imperatore impose come successore di Giovanni un uomo degno e profondamente religioso, il protoscrinario Leone[23], che però, benché fosse degno della Cattedra di Pietro, difettava di due qualità fondamentali per diventare papa: era un laico e non era stato scelto dal popolo romano. Ottone pensava di mantenere la situazione sotto controllo e impose al clero romano l'elezione di Leone: eletto il 4 dicembre[23], in due giorni il protoscrinario ricevette sommariamente, dalle mani dei vescovi Sicone di Ostia, Benedetto di Porto e Gregorio di Albano gli ordini sacri minimi per accedere al pontificato [24]. Il 6 dicembre[23], Leone fu intronizzato come Papa Leone VIII. Di nuovo il Gregorovius stigmatizza l’enormità dell’atto imperiale: «… al suo comando obbediva un sinodo che, per la prima volta, giudicava e deponeva un papa, senza pure ascoltarne le discolpe; indi esaltava a successore di lui un candidato dell’imperatore.»[25]. Ma d’altra parte, come osserva il P.Brezzi, “Avendo Ottone poggiata l’amministrazione del suo governo sul clero, era urgente avere anche in mano il capo di tutta la gerarchia affinché questi non desse ordini che contrastassero quelli regi creando dolorose e dannose scissioni nell’animo dei vescovi e, viceversa, le direttive ottoniane avrebbero acquistato un prestigio infinitamente superiore qualora avessero ottenuto la sanzione universalistica che poteva dare loro un pontefice romano.”[26].

Il breve ritorno di Giovanni (febbraio-14 maggio 965)[modifica | modifica wikitesto]

Dal rifugio in Corsica Ottaviano preparò il suo ritorno a Roma. Dopo aver suscitato una rivolta contro Ottone e Leone VIII (3 gennaio 964[1]), prontamente repressa nel sangue, Giovanni riacquistò stima da parte del popolo romano. Il 14 gennaio[23] Ottone si allontanò da Roma verso Spoleto, ma la notizia del ritorno di Giovanni, il clima di ostilità e una nuova rivolta spinsero anche Leone VIII a fuggire dall'Urbe presso l'accampamento imperiale. Giovanni, ritornato con tutti gli onori nel mese di febbraio[1][23], convocò un concilio (26 febbraio[1][22]) per far dichiarare nullo il processo che lo aveva condannato e far deporre il nuovo papa Leone VIII, nonché per reintegrare se stesso come legittimo pontefice. Si vendicò dei sostenitori di Leone, facendo tagliare a uno (Azzone) la mano destra; a un altro (Giovanni) il naso, la lingua e due dita[27][28]. I tre vescovi che ordinarono Leone furono altrimenti condannati, così come lo furono tutti gli altri prelati ordinati da Leone, retrocessi nelle loro cariche e nei ministeri in cui furono ordinati[24].

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Morte di Papa Giovanni XII, disegno tratto da Franco Mistrali, I Misteri del Vaticano o la Roma dei Papi, vol.1, 1861. La scena adotta l'ipotesi dell'omicidio del papa, scaraventato fuori da una finestra dopo essere stato colto in flagrante adulterio con Stefanetta.

Morì appena tre mesi dopo, il 14 maggio 964[1][8][22], a soli 27 anni, secondo alcuni per un colpo apoplettico, ipotesi accettata da Gregorovius per il grande stress accumulato[29]; altri riferiscono invece che fu sorpreso in flagrante adulterio con Stefanetta, moglie dell'oste presso cui alloggiava, e che il marito (ironicamente identificato nel demonio che l'avrebbe ucciso, secondo le dicerie popolari[29]) lo gettò da una finestra[23]. Gregorovius aggiunge che il colpo non fu mortale all'istante: il papa sarebbe rimasto in coma per otto giorni, prima di spirare[29].

È sepolto a San Giovanni in Laterano[1][23].

La figura di Giovanni XII[modifica | modifica wikitesto]

Una vita scandalosa[modifica | modifica wikitesto]

Come persona, Giovanni XII si dimostrò totalmente inadeguato alla carica. Non pensò minimamente di interrompere la vita lussuosa cui si era abbandonato fino all’elezione al Soglio pontificio, seguitando a vivere tra sfrenati piaceri. Il palazzo del Laterano, da quando divenne papa, si tramutò in una vera e propria casa di piacere[30]. Il Papa amò circondarsi di belle donne e bei ragazzi conducendo una vita depravata, indegna della carica di pastore della Cristianità[11].

Sulla condotta libertina del pontefice sono concordi tutte le fonti storiche coeve e successive[31]:

  1. Il Liber pontificalis è impietoso nei confronti di questo pontefice. Oltre all'incipit riportato all'inizio della sua biografia («totam vitam suam in adulterio et vanitate duxit»[32]) e che, quando fu espulso da Roma in seguito all'arrivo di Ottone di Sassonia, "Campaniam fugiens, ibi in silvis et in montibus more bestie latuit"[32].
  2. Il vescovo di Cremona Liutprando, nel suo De rebus gestis Ottonis magni Imperatoris, affermò che Giovanni morì, colpito dal demonio, mentre commetteva adulterio con una certa Stefania: «...dum se cum viri cuiusdam uxore oblectaret, in temporibus adeo a diabolo est percussus, ut infra dierum octo spacium eodem sit vulnere mortuus. Sed eucharistiae viaticum, ipsius instinctu qui eum percusserat, non percepit...»[33].

Pur tuttavia Gregorovius, che pure non lesinò critiche feroci alla condotta e all’operato di Giovanni XII, ne concluse il racconto con una sorta di assoluzione:

« ... il figlio del glorioso Alberico cadeva vittima delle sue dissolutezze e altresì di quel dualismo che si accoglieva in lui, principe e papa ad un’ora medesima. Però la sua giovinezza, la origine che aveva da Alberico, i tragici contrasti della sua vita gli dànno qualche diritto ad una sentenza più mite; né la storia gliela rifiuta. »
(Gregorovius, p. 45)

È doveroso ricordare che le fonti dell'epoca erano avverse al principato laico che a Roma si era instaurato negli ultimi decenni, il quale è stato fortemente rivalutato dalla storiografia contemporanea come un'entità che permise a Roma e al Lazio di prosperare sia in termini politici che economici[1].

Tavola genealogica[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni XII è, per certo, il primo membro della famiglia dei conti di Tuscolo a diventare papa, secondo fonti storiche attestate. Ma taluni storici ipotizzano che egli avesse legami di parentela con Adriano I e i suoi (presunti) pronipoti Adriano III e Sergio III, nonché con Anastasio III e Giovanni XI, (presunti) figli illegittimi di Sergio III. Al di là delle ipotesi, altri pontefici furono certamente parenti di Giovanni XII: Benedetto VII, Benedetto VIII, Giovanni XIX, Benedetto IX, Benedetto X.

Papa Giovanni XII Padre:
Alberico II di Spoleto
Nonno paterno:
Alberico I di Spoleto
Bisnonno paterno:
?
Bisnonna paterna:
?
Nonna paterna:
Marozia, Regina d'Italia
Bisnonno paterno:
Teofilatto, senatore romano
Bisnonna paterna:
Teodora I
Madre:
Alda d'Arles
Nonno materno:
Ugo di Provenza
Bisnonno materno:
Tebaldo d'Arles
Bisnonna materna:
Berta di Lotaringia
Nonna materna:
Ada
Bisnonno materno:
?
Bisnonna materna:
?

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t Pauler
  2. ^ a b c d Rendina, p. 327
  3. ^ a b c d Arnaldi
  4. ^ Liber Pontificalis, p. 247
  5. ^ Platina, p. 240
  6. ^ Bihlmeyer-Tuechle, pp. 78-79
  7. ^ a b c Cfr. Agapito II
  8. ^ a b Giovanni XII, vatican.va. URL consultato l'11/1/2015.
  9. ^ Il primo fu Giovanni II (533-535), al secolo Mercurio
  10. ^ Libero Pontificalis, p. 246:
    (LA)

    « Iste denique infelicissimus, quod sibi peius est, totam vitam suam in adulterio et vanitate duxit. »

    (IT)

    « [Giovanni] fu, in breve, scelleratissimo, poiché fu il peggiore, e trascorse tutta la sua vita nell'adulterio e nella vanità. »

  11. ^ a b c d e f Rendina, p. 328
  12. ^ a b c d Moroni, p. 53
  13. ^ a b c d e Ottone I il Grande Imperatore e re di Germania, Treccani.it. URL consultato l'8 novembre 2015.
  14. ^ Bihlmeyer-Tuechle, p. 80
  15. ^ Sestan-Bosisio, p. 237
    « Così, dopo una parentesi di quasi quarant'anni, si riprendeva la tradizione carolingia e si restaurava l'Impero, ma in un sovrano tedesco. »
    .Ll'ultimo imperatore era stato infatti Berengario I del Friuli, che era morto nel 924. Da quel momento in poi, i papi "cortigiani" di Marozia e di Alberico II non procedettero a nessuna nuova elezione, timorosi che la presenza di un imperatore potesse limitare lo strapotere su Roma dei loro "protettori".
  16. ^ a b Bihlmeyer-Tuechle, p. 81
  17. ^ Sestan-Bosisio, p. 238
  18. ^ a b c Rendina, p. 329
  19. ^ a b Liutprando, p. 901
  20. ^ Gregorovius, p. 39
  21. ^ SS Ioannes XII, Joannis Papae XII rescriptum ad episcopos synodi romanae (PDF), su Documenta Catholica Omnia, Migne, p. 1037. URL consultato il 12/1/2015.
  22. ^ a b c d Rendina, p. 330
  23. ^ a b c d e f g Rendina, p. 332
  24. ^ a b Moroni, p. 54
  25. ^ Gregorovius, p. 39
  26. ^ Brezzi, p. 70
  27. ^ Pauler
    « G[iovanni] tornò e si vendicò. Fece mutilare i due prelati che, nella veste di inviati pontifici, avevano stretto il patto con Ottone: ad Azzone fu tagliata la mano destra, al cardinal Giovanni il naso, la lingua e due dita (ibid. nrr. 244-469). »
  28. ^ Gregorovius, p. 44
  29. ^ a b c Gregorovius, p. 45
  30. ^ altro che il papa di sorrentino che mostra le chiappe: storia dei pontefici più efferati. URL consultato il 17 gennaio 2017.
  31. ^ "Tutti gli storici, che si sono occupati di lui, concordano che G. condusse una vita dissoluta" (Giovanni XII in Enciclopedia dei Papi)
  32. ^ a b Liber Pontificalis, p. 246
  33. ^ Liutprando, p. 908

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]


Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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