Guelfi e ghibellini

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Immagine fantasiosa di famiglie di partito guelfo e ghibellino, opera novecentesca di Ottavio Baussano per l'aula consiliare di Asti
« L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’altro segno; ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte;

e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello. »

(Dante, Divina Commedia, canto VI del Paradiso, 100-108[1])

Guelfi e Ghibellini erano le due fazioni opposte nella politica italiana dal XII secolo fino alla nascita delle Signorie nel XIV secolo. Le origini dei nomi risalgono alla lotta per la corona imperiale dopo la morte dell'imperatore Enrico V (1125) tra le casate bavaresi e sassoni dei Welfen (pronuncia velfen, da cui la parola guelfo) con quella sveva degli Hohenstaufen, signori del castello di Waiblingen (anticamente Wibeling, da cui la parola ghibellino). Successivamente, dato che la casata sveva acquistò la corona imperiale e, con Federico I Hohenstaufen, cercò di consolidare il proprio potere nel Regno d’Italia, in questo ambito politico la lotta passò a designare chi appoggiava l'impero (Ghibellini) e chi lo contrastava in appoggio al papato (Guelfi).

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

L'imperatore svevo Federico Barbarossa, sostenitore dei ghibellini

I termini "guelfo" e "ghibellino" vengono generalmente utilizzati in relazione alle opposte fazioni fiorentine e toscane[senza fonte]. Le prime menzioni dei due termini appaiono negli Annales Florentini.

Nel 1239 compare per la prima volta la parola "guelfi", nel 1242 la parola "ghibellini". Negli anni successivi le attestazioni si fanno più consistenti: ad esempio, si ha un'epistola dei capitani della pars guelforum fiorentina (1246) oppure una menzione della cronaca di Giovanni Codagnello del 1248.

Ciò porterebbe a soffermarsi sul tema dei guelfi e dei ghibellini solo nell'ottica toscana-fiorentina, se non fosse che una tale divisione in fazioni si inserisce nel più ampio problema dello sviluppo delle partes all'interno dei comuni nell'epoca di Federico II. Infatti, tra la fine del XII secolo e la metà del successivo, si formarono, all'interno di quasi tutte le città, due partes che si schieravano da una parte o dall'altra nella contesa tra papato e Impero.

Anche a Firenze nei primi decenni del Duecento esistevano le premesse che stavano portando in tutta Italia alla formazione delle parti. Più che nella contesa tra Buondelmonti e Amidei del 1216, il fatto che le fazioni si svilupparono in questa fase è testimoniato dai nomi stessi, che fanno riferimento alla contesa, nella successione a Enrico V, tra la casa di Baviera (Welfen), rappresentata da Ottone IV, e quella di Svevia (originaria del castello di Waiblingen), a cui apparteneva Federico II. A Firenze, le contese locali trovarono una nuova ragione di scontro in questa lotta.

All'interno della città esistevano, come ovunque, una serie di conflitti, che avevano dato luogo a quella che Davidsohn chiamò una guerra civile per il controllo del consolato, cioè del comune, tra i gruppi opposti degli Uberti e dei Fifanti. I conflitti privati sfociarono poi nella creazione di vasti e tendenzialmente polarizzati schieramenti, come suggerisce la vicenda di Buondelmonti e Amidei (1216).

Ritratto di Federico II con il falco
(dal De arte venandi cum avibus)

Fu l'intervento di Federico II a scatenare la formazione di schieramenti destinati a durare. Quando l'imperatore fu incoronato, nel 1220, il comune di Firenze era impegnato in una disputa con il proprio vescovo attestata sin dal 1218. Inoltre Firenze, alleata con Lucca, anch'essa in vertenza con il vescovo e con il papa, era in guerra per motivi di confine con Pisa (che aveva cercato e ottenuto l'appoggio di Federico II) alleata di Siena e Poggibonsi. Così, quando l'imperatore aveva elargito concessioni ai suoi fedeli, Firenze era stata gravemente penalizzata a differenza di altre città toscane. Ciononostante, nel 1222, l'alleanza fiorentino-lucchese aveva riportato un'importante vittoria a Casteldelbosco.

La stipulazione di una nuova alleanza nel 1228 tra Pisa, Siena, Poggibonsi e Pistoia in funzione antifiorentina fece proseguire il conflitto tra Firenze e le altre città toscane, concentrandolo sulla Val di Chiana e Montepulciano. Sia il papato sia l'Impero tentarono la pacificazione con vari mezzi nel corso dei primi anni Trenta. Il legato imperiale Geboardo di Arnstein fallì una mediazione e poi bandì Montepulciano, governata da un podestà fiorentino, Ranieri Zingani dei Buondelmonti. Gregorio IX, approfittando della morte del vescovo fiorentino, insediò un suo fedele, Ardingo, a cui fece emanare costituzioni contro gli eretici. Nel 1232 Firenze, che continuava a rifiutarsi di venire a patti con Siena, fu interdetta e subì il bando imperiale.

Fu chiamato in città un podestà milanese, Rubaconte da Mandello, mandato dal Papa in funzione antimperiale. Il nuovo magistrato però si fece promotore di una politica di difesa dei diritti del comune, anche in contrasto con il vescovo (che lo accusò di eresia) e trovò quindi il consenso del "popolo". Quando Federico II, forte della vittoria di Cortenuova, chiese l'invio di truppe per combattere nel Nord, nella milizia scoppiarono disordini tra Giandonati e Fifanti che si estesero all'intera città, portando alla cacciata di Rubaconte. L'ingresso del nuovo podestà, il romano filoimperiale Angelo Malabranca, riaprì i disordini che erano stati temporaneamente sedati.

Nella seconda metà del Duecento i termini guelfi e ghibellini, grazie anche all'egemonia regionale e sovraregionale di Firenze, divennero le parti favorevoli al Papato e all'Impero in tutte le realtà urbane italiane.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Stemma della famiglia Hohenstaufen
Stemma di Manfredi, Re di Sicilia

I termini guelfi e ghibellini, derivate dalle due famiglie rivali dei Welfen e degli Staufer (signori del castello di Waiblingen) in lotta per la successione imperiale nella prima metà del XII secolo, denominarono nella penisola italiana della seconda metà del medesimo secolo due fazioni politiche che sostenevano rispettivamente Papato e Impero. In un primo momento, quindi, i due partiti non ebbero il significato che poi acquistarono successivamente. Furono ambedue partiti imperiali: uno, quello che poi prese il nome di Guelfo, sostenne vari pretendenti della casa di Baviera, tra cui, alla morte di Enrico VI (1198), Ottone IV di Brunswick; l'altro, che poi prese il nome di Ghibellino, portava sugli scudi Federico II.

Soltanto più tardi, i Guelfi si sarebbero schierati, non più dalla parte di un Imperatore, ma da quella del Papa. La stessa denominazione di Guelfi e Ghibellini fu un'invenzione linguistica di Firenze, che ebbe straordinaria diffusione in Italia prima, poi in tutta l'Europa. Come gli Hohenstaufen erano diventati gli Stuffo e gli Svevi, i Soavi, nella stessa maniera il nome di Welf divenne Guelfo, e quello di Weibling, Ghibellino.[2]

I guelfi e i ghibellini sono diventati così popolari nelle città italiane forse perché, com'è stato rilevato da un celebre medievalista, Christopher Wickham, l'Italia è una nazione che celebra

« come momento di cristallizzazione (…) nel Medioevo la sua divisione più che la sua unificazione »

[3][4]

In Italia tradizionalmente guelfi furono i comuni di Milano, Mantova, Bologna, Firenze, Lucca, Padova; famiglie guelfe furono i bolognesi Geremei, i genovesi Fieschi, i milanesi Della Torre, i riminesi Malatesta, i ravennati Dal Sale e le dinastie di origine obertenga come i ferraresi Este e alcuni rami dei Malaspina.

Tradizionalmente ghibellini, cioè filoimperiali e filosvevi, furono i comuni di Pavia, Asti, Como, Cremona, Pisa, Siena, Arezzo, Parma, Modena. In Italia famiglie ghibelline furono i bolognesi Lambertazzi e Carrari, i comaschi Frigerio e Quadrio, i milanesi Visconti, gli astigiani Guttuari, i toscani conti Guidi e gli Ubaldini di Arezzo, i ferraresi Torelli-Salinguerra, i forlivesi Ordelaffi, i fiorentini degli Uberti e Lamberti, i pisani Della Gherardesca, i trevigiani Da Romano, i senesi Salimbeni e Buonconti, i marchesi Aleramici del Monferrato, e le dinastie di origine obertenga come i Pallavicino e alcuni rami dei Malaspina.[5]

Molto frequenti furono comunque i cambi di bandiera, per cui città e famiglie tradizionalmente di una parte non esitarono, per opportunità politica, a passare alla fazione opposta.

Le origini del conflitto[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Amidei e Buondelmonti.
« La casa di che nacque il vostro fleto,
per lo giusto disdegno che v'ha morti,
e puose fine al vostro viver lieto,

ora onorata, essa e i suoi consorti:
o Buondelmonte quanto mal fuggisti
le nozze sue per li altrui conforti!

Molti sarebber lieti che son tristi,
se Dio t'avesse conceduto ad Ema
la prima volta ch'a città venisti.

Ma convenìesi a quella pietra scema
che guarda 'l ponte, che Fiorenza fesse
vittima nella sua pace postrema. »

(Dante, Divina Commedia, canto XVI del Paradiso, 136-147)
Matrimonio medievale - le nozze di Buondelmonte, olio su tela di Saverio Altamura, 1858-1860 ca.

Il conflitto fazioso sarebbe stato innescato da una faida, il "Convito" del 1216 tra alcune famiglie dell'aristocrazia fiorentina, specialmente Buondelmonti, Amidei e Fifanti. Il racconto ci è stato tramandato da vari autori, tra i quali Dante, Giovanni Villani e Dino Compagni. Due consorterie, ovvero due gruppi di nobili legati da parentele e relazioni di clientela, fecero sfociare un litigio privato in un vero e proprio conflitto politico. Un matrimonio, previsto originariamente per ravvicinare due famiglie rivali, i Fifanti-Amidei ed i Buondelmonti, andò a monte: lo sposo, Buondelmonte de' Buondelmonti, rifiutò la donna a lui promessa, figlia di Lambertuccio Amidei, e preferì contrarre un'altra alleanza matrimoniale. Lo scontro familiare finì col coinvolgere tutta la società nobile fiorentina. Gli Amidei decisero di vendicare l'affronto subito e il giorno di Pasqua del 1216, insieme ad alcuni alleati, attesero il passaggio di Buondelmonte in una zona non lontana da Ponte Vecchio (probabilmente l'attuale Por Santa Maria) per assalirlo ed ucciderlo.

Con gli Amidei si coalizzarono, quindi, gli Uberti e i Lamberti, che avevano tutti le proprie case nel settore cittadino più a meno tra il Ponte Vecchio e piazza della Signoria; dall'altro i Buondelmonti, i Pazzi e i Donati, che gravitavano tra via del Corso e la Porta San Piero. La forte fedeltà degli Uberti all'imperatore fece sì che i due schieramenti cittadini si raccordarono a quelli sovracittadini delle contese tra papato e impero, anche se in realtà in origine "guelfo" ebbe un significato semplicemente di "anti-ghibellino", indipendentemente dall'appoggio al papato.[6]

L'omicidio di Buondelmonte è considerato un evento molto importante della storia medioevale di Firenze. Fu uno degli avvenimenti che letterati e storici dell'epoca riportarono maggiormente, poiché questo assassinio, secondo i contemporanei, avrebbe rappresentato il pretesto iniziale delle lotte tra Guelfi e Ghibellini. La discordia tra fazioni portò sangue e distruzione e sottolineò uno dei periodi più difficili della città del giglio.

Prime lotte civili[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi decenni del Duecento i Ghibellini erano protetti dall'imperatore Federico II, mentre per i Guelfi la tutela politica era meno definita. I Ghibellini fiorentini misero a segno una prima vittoria con la cacciata nel Giugno del 1238 di Rubaconte da Mandello, il Podestà lombardo, che si era acquistato tante benemerenze e che aveva fatto costruire il terzo ponte fiorentino, chiamato Ponte di Rubaconte.

Ponte a Rubaconte (XVII secolo)
attuale Ponte alle Grazie

Nonostante ciò i Guelfi non abbandonarono la lotta e combatterono tra torre e torre. In questa pesante atmosfera di terrori e prepotenze, nella quale i Ghibellini avevano quasi sempre la meglio, giunse il fulmine della scomunica che Gregorio IX lanciò contro Federico II, la domenica delle Palme del 1239. I due partiti venivano a distinguersi nettamente: i Ghibellini, dietro lo scomunicato Federico II; i Guelfi, dietro lo scomunicante Gregorio IX. Poiché i Guelfi di Firenze non potevano contenere le forze ghibelline sempre più forti per l'aiuto degli imperiali, fu deciso l'esodo, in volontario esilio, dei partigiani del Papa. Fu così che nei giorni della Pasqua 1239, i più irriducibili Guelfi abbandonarono le case-torri uscendo dalla città e accampandosi come un esercito nemico sopra Signa, nei pressi di Gangalandi e di Castagnolo. Ma prima che si fossero fortificati e ordinati in un forte campo trincerato, i Ghibellini, con l'ausilio di truppe imperiali, furono loro addosso e li disfecero. Molti rientrarono in città per salvare il salvabile; altri si dispersero.

Dopo la loro prima vittoria, i Ghibellini si mostrarono blandamente tolleranti: non si ha notizia di vendette efferate né di spietate rappresaglie. Forse nella speranza che il loro governo raggiungesse una certa stabilità e durata, cercarono di attrarre dalla loro parte la cittadinanza non schierata, compreso qualche Guelfo.

Le lotte civili dentro le mura non erano tuttavia cessate anche in relazione alle guerre di Firenze contro le due città sue rivali: Pisa e Siena.[7]

Coi Pisani, i Fiorentini avevano avuto a che fare anche a Roma, nel 1220, in occasione dell'incoronazione di Federico II. I contrasti successivi con Pisa del 1220-1222 si conclusero con la sconfitta dei Pisani a Castel del Bosco.

Più lunga e accanita fu invece la guerra contro Siena, cominciata dieci anni dopo, e durante la quale i fiorentini catapultarono, con molti proiettili di pietra, carogne d'asini dentro le mura della città nemica in segno di grande disprezzo. Tanto il Papa che l'Imperatore avrebbero voluto che la guerra contro Siena cessasse, ma i Fiorentini non diedero retta né all'uno né all'altro. La guerra esterna aveva il merito di far sopire momentaneamente le lotte di parte.

Nel 1246 Federico II, approfittando del successo dei Ghibellini di Firenze, aveva dato alla città come Podestà un suo figlio naturale, Federico d'Antiochia. Costui non ebbe sede stabile a Firenze, ma si fece rappresentare dai suoi legati, i quali, naturalmente, favorirono la parte dei Ghibellini, di fatto padroni della città.

Nel 1248 i Guelfi credettero di poter risollevare la testa. Bologna tendeva loro la mano attraverso l'Appennino. Si sperò di poter ribaltare la situazione con una rivolta e, rotti gli indugi, le torri ghibelline furono assalite da ogni lato. La città andò a ferro e fuoco in ogni quartiere. Firenze divenne una città terribilmente tormentata e devastata dalle lotte intestine e le notizie che giungevano dalle rive dell'Arno preoccuparono anche il Papa. I Ghibellini resistettero, rigettando dai loro "torrazzi" gli assalti dei Guelfi. Ai piedi della torre di Scarafaggio, presso San Pancrazio, cadde il capo del partito guelfo, Rustico Marignolli. Intanto, Federico d'Antiochia, richiamato dal tumulto della sua città, raccolse armati nel castello di Prato per accorrere in aiuto dei Ghibellini asserragliati nelle loro torri. Alla testa di 1600 cavalieri si presentò alle porte, mentre i Ghibellini, caricati dalla sua presenza, uscivano al contrattacco.

Re Enzo scortato dalle truppe bolognesi all'interno delle mura cittadine (XIII sec.)

I Guelfi resistettero per due giorni, ma nella notte della Candelora, il 2 febbraio, del 1248 deliberarono d'uscire dalla città, portando prima a seppellire il corpo del loro capo, Rustico Marignolli, nella chiesa di San Lorenzo. Presero la via dell'esilio, riparando nei castelli guelfi di Capraia, di Pelago, di Ristonchi e di Montevarchi, giungendo anche a Lucca, dove però non furono accolti con grande entusiasmo. L'ombra di Federico si stendeva minacciosa su tutta la Toscana e tutti temevano rappresaglie e vendette. Federico d'Antiochia ordinò al suo seguito di radere al suolo le torri appartenenti ai Guelfi fuggiaschi.[8]

Il predominio dei Ghibellini in Firenze non durò a lungo. Con la sconfitta toccata a Fossalta (1249), da re Enzo, figlio di Federico II, caduto prigioniero dei Bolognesi, la forza dell'Impero cominciò a calare anche in Toscana. I Ghibellini di Firenze, dopo l'esodo dei loro rivali Guelfi, avevano sperato di snidare i fuggiaschi dai Castelli dove si erano rifugiati, ma le loro spedizioni furono vane. Ebbero sempre la peggio, specialmente presso Figline, dove vennero rigettati e costretti ad abbandonare il Castello d'Ostina. Rientrando in città trovarono la cittadinanza in rivolta. Mercanti e borghesi erano stanchi delle lotte fra torri e torri, che turbavano sempre gli interessi cittadini e portavano sempre nuovi gravami fiscali.[9]

Il "Primo Popolo"[modifica | modifica wikitesto]

Trentasei cittadini, né Guelfi né Ghibellini, sei per sestiere, col favore di tutta la popolazione, si riunirono perciò nelle torri di Marignolli e degli Anchioni, presso San Lorenzo, per dare alla città un nuovo governo,. Il 20 ottobre 1250 uscì l'ordinamento politico detto del "Primo Popolo". La caratteristica della costituzione consisteva nella doppia magistratura, del Podestà e della nuova figura del Capitano del Popolo, assistito da dodici Anziani. Era evidente l'intento di porre sotto il controllo popolare l'autorità podestarile, che in quel momento era tendenzialmente ghibellina. Per dare al Capitano un'effettiva forza di fronte all'autorità podestarile, tutta la cittadinanza venne ordinata militarmente, fu cioè posta "sotto i gonfaloni"[10]. In mezzo e al di sopra di questi gonfaloni, quello del Capitano del Popolo che portava i colori del Comune, a due strisce, bianca e rossa. Lo stemma della città era stato fino ad allora un giglio bianco in campo vermiglio. Non potendo mutare quel simbolo, il nuovo governo ne invertì i colori, come avevano già fatto i Guelfi, e si ebbe, da allora, non più come emblema di parte, ma come stemma comune dei fiorentini, il giglio rosso in campo bianco.[11]

La lotta tra Guelfi e Ghibellini fu raffigurata simbolicamente con un'aquila, insegna dell'Impero, che artigliava un leone e con un leone, animale araldico avversario dell'aquila, che sbranava un'aquila.[12]

L'imperatore Federico II morì proprio nell'anno in cui costituì a Firenze il Primo Popolo (1250), e la sua scomparsa indubbiamente contribuì al rinfrancamento del partito guelfo. I Guelfi esiliati e banditi rientrarono in città e ripresero la loro azione, sostenuti dal Capitano del Popolo e, in questa circostanza, anche dal Podestà, Uberto di Mandello, anch'egli guelfo, figlio di quel Rubaconte costruttore del terzo ponte fiorentino. Ben presto le sorti s'invertirono, e nell'agosto del 1251, furono i Ghibellini a uscire dalle porte, in volontario esilio. I Ghibellini fuggiaschi dovettero perciò rifugiarsi nei Castelli di Romena e di Montevarchi, vicini alla ghibellina città di Arezzo.

La battaglia di Montaperti[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Montaperti.
Battaglia di Montaperti
G.Villani XIV sec.

Nel 1251 i Senesi erano legati ai guelfi di Firenze in un patto di reciproca assistenza. Nella guerra del 1255, Siena ebbe la peggio ed venne spinta a sottoscrivere un impegno a non ospitare alcun esiliato dalle città di Firenze, Montepulciano e Montalcino. Tuttavia, nel 1258, la città aveva accolto i Ghibellini fuggiaschi da Firenze, rompendo così i patti giurati: questo episodio viene considerato il casus belli del successivo scontro.[13]

Ovviamente, gli interessi delle due città erano da tempo in conflitto, sia per questioni economiche che di pura egemonia sul territorio. Nella prima metà del XIII secolo, i confini fiorentini, infatti, si spingevano a sud fino a pochi chilometri da Siena. La rivalità economica si traduceva anche in una rivalità politica. A Firenze avevano la supremazia i guelfi, che sostenevano il primato papale, mentre a Siena il partito predominante era quello ghibellino, alleato dell'Imperatore, che in quel periodo era il re di Sicilia Manfredi di Svevia, figlio naturale di Federico II.

Un'ambasceria di fuoriusciti ghibellini, con a capo Manente, detto Farinata degli Uberti, corse in Puglia da Manfredi per ottenere un rinforzo di cavalieri tedeschi. Non ne ottennero che cento - comandati dal vicario regio, il conte Giordano d'Agliano – pur avendone richiesti più di mille. L'idea era che, una volta che le bandiere di Manfredi fossero state coinvolte nello scontro, questi sarebbe stato costretto a inviare ulteriori rinforzi.[14]

La battaglia fu combattuta a Montaperti, pochi chilometri a sud-est di Siena, il 4 settembre 1260, tra le truppe ghibelline capeggiate da Siena e quelle guelfe capeggiate da Firenze.

La lega guelfa comprendeva, oltre a Firenze, Bologna, Prato, Lucca, Orvieto, Perugia, San Gimignano, San Miniato, Volterra e Colle Val d'Elsa. Il suo esercito si mosse verso Siena, con la giustificazione della necessità di riconquistare Montepulciano e Montalcino. Per quanto consigliati altrimenti da Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, i comandanti fecero passare l'esercito alle porte di Siena e si accamparono nelle vicinanze del fiume Arbia, a Montaperti, il 2 settembre 1260.

Piramide posta in ricordo della battaglia di Montaperti

Le forze ghibelline ammontavano a ventimila unità, composte da ottomila fanti senesi, tremila pisani e duemila fanti e ottocento cavalieri germanici di re Manfredi. A loro, si aggiungeva la storica e più accanita città ghibellina umbra: Terni. A questa si aggiungevano altre città e fazioni toscane: i fuorusciti fiorentini, Asciano, Santafiora e Poggibonsi.

La mattina del 4 settembre l'esercito ghibellino, superato il fiume Arbia, si preparò alla battaglia. A determinare la disfatta dei Fiorentini fu il tradimento dei Ghibellini che si erano infiltrati nella cavalleria e avevano avuto coi fuoriusciti segrete intese. Bocca degli Abati, appena i Senesi attaccarono i Fiorentini, con un colpo di spada tagliò la mano a Jacopo de' Pazzi, reggente l'insegna di Firenze. Fu il segnale del tradimento. Gli altri Ghibellini, che si trovavano tra le file della cavalleria fiorentina, strappandosi le rosse croci guelfe, le sostituirono con quelle bianche ghibelline; e si volsero a ferire i loro stessi commilitoni. I Fiorentini furono poi attaccati alle spalle dalla cavalleria tedesca e il comandante generale Iacopino Rangoni da Modena fu ucciso; l'episodio causò l'inizio della rotta dei guelfo-fiorentini.[15] I ghibellini si lanciarono all'inseguimento e iniziarono "lo strazio e 'l grande scempio che fece l'Arbia colorata in rosso"[16] durato fino all'arrivo della notte. Si calcola che le perdite siano ammontate a diecimila morti e quindicimila prigionieri in campo guelfo (solo i fiorentini ebbero 2500 caduti e 1500 furono catturati) a fronte di 600 morti e 400 feriti in campo ghibellino.[17]

La notizia della disfatta di Montaperti, in quel 4 settembre 1260, si diffuse ovunque molto velocemente. I Ghibellini rimasti celatamente a Firenze si sollevarono abbattendo i gigli rossi e strapazzando il Leone, simbolo della potenza guelfa.

I Guelfi rimasti in città non pensarono neppure alla resistenza contro l'esercito ghibellino, che certamente si sarebbe rovesciato su Firenze. Essi videro scampo solo nella fuga, timorosi non tanto dei nemici di fuori, quanto degli avversari di dentro. Il 13 settembre del 1260 i guelfi fiorentini abbandonarono la loro città e si rifugiarono a Bologna e a Lucca.[18]

Congresso di Empoli[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Congresso di Empoli.
Piazza Farinata degli Uberti
(detta anche Piazza dei leoni)

Alla fine dello stesso mese fu convocata a Empoli una dieta delle città e dei signori della Toscana di parte ghibellina per discutere come rafforzare il ghibellinismo toscano e consolidare nella regione l'autorità del re. Ad Empoli, il Vicario generale, conte Giordano di Agliano, portò nel consiglio la volontà del Re: Firenze doveva essere cancellata dalla faccia della terra. Molti capi ghibellini, chi per odio verso Firenze, chi per compiacenza verso Manfredi, acconsentirono al progetto. Alla base di una simile scelta si possono con facilità individuare ben precise ragioni politiche ed economiche: per Manfredi ed altre città toscane si trattava di eliminare la città che fino ad allora si era opposta più fermamente allo sviluppo del dominio ghibellino e che deteneva una posizione strategica al centro della penisola.[19] Da anni Firenze sfidava impunemente l'autorità regia e tra i molti episodi di tale sfida, non certo solo militare, si segnalava la coniatura del fiorino d'oro, autentica usurpazione di un privilegio fino ad allora esclusivamente imperiale. È dunque comprensibile come Manfredi scrivesse, congratulandosi, ai vittoriosi senesi: “E non basti a voi ed ai vostri discendenti che Firenze sia deflorata del fiore della sua giovinezza, la spada vincitrice non si fermi se non quando il fuoco da essa scaturito non distrugga ed annichilisca, affinché non possa più avvenire che risorga”.[20]

L'incontro di Dante con Farinata degli Uberti in una miniatura del 1478 ca.(Biblioteca Apostolica Vaticana cod.Urbinate lat.365)

Per Siena distruggere Firenze significava eliminare per sempre quella che già era ed ancor più sarebbe divenuta in futuro l'odiata egemone della regione. Solo la ferma opposizione dei Ghibellini fiorentini salvò Firenze. Farinata degli Uberti chiese e ottenne la parola come capo dei Ghibellini di Firenze. Egli avrebbe protetto, contro tutti, la propria città. La coraggiosa presa di posizione di Farinata salvò Firenze dalla totale distruzione e a lui fruttò l'ammirazione di tutti i cittadini, compresi i guelfi. Tutti i cronisti, Dante con i suoi celebri versi ed anche la tradizione storiografica, indicano concordi in Farinata degli Uberti colui che "solo", "a viso aperto", difese Firenze dalla certa rovina.[21] La battaglia di Montaperti fu decisiva per la nascita dell' “animo” guelfo: « (...) il popolo di Firenze ch'era più guelfo che ghibellino d'animo per lo danno ricevuto, chi di padre, chi di figliuolo, e chi di fratelli alla sconfitta di Monte Aperti (...) ».[22]

Tra il 1260 e il 1266, tra la battaglia di Montaperti e quella di Benevento – si crearono in effetti a Firenze le premesse per la formazione di un'identità guelfa. Nell'aprile del 1267 i Guelfi rientrano in città e in quell'occasione la parte guelfa e Carlo d'Angiò iniziarono a giocare un ruolo da protagonisti nel governo della città.

Intanto, il 27 settembre 1260, i Ghibellini vittoriosi di Montaperti avevano fatto il loro ingresso veramente trionfale da Porta di Piazza, e i Guelfi non avevano neppure atteso di vederli spuntare dalla salita di San Gaggio. Si insediarono al governo della città e a tutti i cittadini fu fatta giurare fedeltà al re Manfredi. I Ghibellini, dopo la partenza dei Guelfi, stavano facendo quello che già avevano fatto i Guelfi, dieci anni prima, cioè abbattevano le case e le torri dei loro avversari. Centotré palazzi, cinquecentottanta case e ottantacinque torri completamente rase al suolo; due palazzi, sedici case e quattro torri demoliti in parte. E poi mulini, tiratoi, in città; castelli e corti nel contado. E insieme con le case e con le torri, venne demolita la costituzione del Primo Popolo. Abbattuta l'insegna e l'autorità del Capitano del Popolo; abolito il Consiglio degli Anziani, dispersi i Buonomini. Il Podestà, di nomina imperiale, venne reintegrato in tutte le sue prerogative e nella piena autorità di primo magistrato cittadino. Alla carica di Podestà fu eletto il conte Guido Novello, che aveva comandato l'esercito ghibellino nella battaglia di Montaperti.[23]

Il governo guelfo, detto del Primo Popolo, era durato dieci anni, dal 1250 al 1260, cadendo a Montaperti sotto i colpi dei cavalieri di Manfredi; quello ghibellino durò sei anni, dal 1260 al 1266, cadendo a Benevento sotto i colpi di re Carlo d'Angiò.

La battaglia di Benevento e i tre gruppi politici[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Benevento (1266).

La battaglia di Benevento fu combattuta il 26 febbraio 1266 fra le truppe guelfe di Carlo d'Angiò e quelle ghibelline di Manfredi di Sicilia. La sconfitta e la morte di quest'ultimo portarono alla conquista angioina del Regno di Sicilia.

Nel 1267 finì per sempre la dominazione del partito ghibellino in Firenze e la fortuna politica di quelle grandi famiglie che con esso si erano identificate. Tre gruppi politici dunque si contesero in questi mesi il dominio del più importante centro della Toscana: i Ghibellini che tentarono a tutti i costi di mantenere il potere, fidando anche sul notevole deterrente costituito dal forte nucleo di cavalieri tedeschi al soldo del conte; il Popolo[24], che si trovò insperatamente in una posizione di privilegio, dal momento che, al contrario dei Guelfi, molti dei suoi membri più in vista erano rimasti in città e avevano più immediate possibilità di tornare alla guida del Comune, sfruttando lo stato di insicurezza e di crisi dei Ghibellini; i Guelfi, infine, sebbene in esilio, potevano contare sull'appoggio del Papa Clemente IV e si aspettavano un aiuto militare da parte di Carlo d'Angiò, non appena questi avesse consolidato la conquista dell'Italia Meridionale.

I primi a muoversi furono i Ghibellini, che in un Consiglio unanime, pochi giorni dopo Benevento, decisero di inviare quattro ambasciatori al Papa per cercare di togliere le scomuniche che da anni gravavano sul Comune. Dal canto suo Clemente IV, dotato di notevole accortezza politica, non disdegnò questo atto di sottomissione preventivo: in cuor suo avrebbe certamente preferito cacciare i Ghibellini da Firenze e dalle altre città della Toscana, ma al momento non aveva forze militari disponibili, poiché non poteva contare sull'aiuto dell' Angioino, ancora impegnato nel Sud.[25] Egli volle innanzi tutto che l'ubbidienza dei Fiorentini fosse garantita pecuniariamente da sessanta mercanti. Un'altra garanzia, ben più precisa politicamente, venne inoltre richiesta: l'assoluzione definitiva fu subordinata infatti alla riconciliazione delle autorità fiorentine con i Guelfi esiliati; se alla data del 16 maggio, giorno di Pentecoste, la pace non fosse stata conclusa, sarebbe stato lo stesso Pontefice a fissarne le condizioni.

Sembrava dunque tutto risolto, ma i contrasti erano ben lungi dall'essere appianati: i Ghibellini nonostante le minacce papali rimandavano di mese in mese la pacificazione con i Guelfi e si rifiutavano di licenziare i cavalieri tedeschi mal visti dal Papa. Clemente IV dal canto suo andava a rilento nell'assolvere i Ghibellini più potenti e pericolosi.[26] Si instaurò così sulla scena politica fiorentina una sorta di gioco delle parti nel quale ogni attore, sia esso il Papa o i Ghibellini o il Popolo, cercò di mantenere o di riconquistare il dominio della città. Fu una situazione di precario equilibrio che si protrasse ad alterne vicende fino all'11 novembre 1266, quando una mossa avventata eliminò definitivamente i Ghibellini da questa scena.

Si suppone che dopo la battaglia di Benevento si sia creata in Firenze una sorta di alleanza tra il Popolo e i Ghibellini, attraverso la quale il primo tendeva a riconquistare i privilegi perduti nel 1260 e gli altri, venuto a mancare il principale sostenitore esterno, cercavano nuovi accordi interni per evitare, o almeno rimandare il più possibile, il ritorno dei Guelfi. In virtù di questa alleanza i Ghibellini riuscirono a resistere alle imposizioni del Papa, trattenendo in città i cavalieri teutonici e lasciando confinati i Guelfi. Come contropartita il Popolo doveva aver chiesto probabilmente la restaurazione del Consolato delle Arti e di tutti i diritti connessi, cioè tutte quelle prerogative che i Ghibellini avevano abolito nei sei anni precedenti ed ora erano costretti a ripristinare.[27]

Decapitazione di Corradino (G.Villani)

Il tumulto dell'11 novembre 1266 (in cui, a seguito di un moto popolare, Guido Novello con una schiera di cavalieri, molti dei quali tedeschi, abbandonò la città) segnò il tramonto della stella ghibellina nel cielo di Firenze. Contemporaneamente all'eclisse ghibellina si ebbe il breve ed effimero ritorno al potere degli esponenti popolari. Subentrarono invece i Guelfi, che si erano dati una struttura associativa saldamente organizzata, cementata nel corso dei sei anni di esilio. Quando le truppe angioine consegnarono nelle mani dei loro sostenitori fiorentini il potere del Comune, la parte guelfa era, probabilmente, l'organismo più robusto ed efficace che si trovasse dentro le mura della città e fu così che divenne a partire dal 1267 un vero organo di governo, influente in patria ed eminente nelle sue relazioni con l'estero.[28]

Sua prima preoccupazione fu quella di sopprimere le magistrature popolari, sostituendo ad esse i propri istituti, come il Capitano della Massa di Parte Guelfa che doveva rappresentare, agli occhi del popolo, una sorta di beffa nei confronti del precedente Capitano del Popolo. Era la prima volta che il nome di un partito appariva negli ordinamenti repubblicani, in luogo del "comune" o del "popolo". Ciò significava che il governo della Repubblica si trovava nelle mani di una sola "parte" e non di tutta la città. In più voleva dire che dipendeva esclusivamente da Carlo d'Angiò, il quale non dissimulava il progetto di assoggettare tutta la Toscana con le forze e con le ricchezze di Firenze, specialmente quando le speranze dei Ghibellini caddero con la testa dell'ultimo degli svevi, Corradino (1268).[29]

Gli anni dal 1267 al 1280 rappresentarono un periodo in cui le vecchie famiglie del guelfismo fiorentino dominarono la città senza contrasti troppo acuti. Accanto a questo gruppo convisse, abbastanza pacificamente, tutto un vasto ceto che proveniva dall'attivissimo mondo mercantile di Firenze e che contese fin dall'inizio del secolo la guida del Comune ai vecchi governanti. Furono questi i gruppi sociali che formarono di fatto la classe dirigente guelfa: la vecchia aristocrazia, i futuri magnati e i popolani più ricchi e potenti.

"Rampini" e "Mascherati" nella Repubblica di Genova[modifica | modifica wikitesto]

Le lotte tra guelfi e ghibellini, che nella Repubblica presero il nome rispettivamente di "rampini" e "mascherati"[30], iniziarono già ai tempi di Federico Barbarossa e progredirono fino al 1270, anno in cui Oberto Doria e Oberto Spinola, a seguito di un'insurrezione ghibellina, divennero di fatto "diarchi" e riuscirono a governare la città per circa 20 anni, in pace. Il pretesto per la rivolta venne dopo la sfortunata ottava crociata in cui, a seguito di un'epidemia, trovò la morte Luigi IX di Francia. Carlo d'Angiò prese le redini della crociata il cui obiettivo fu Tunisi invece della Terrasanta e fece rapidamente la pace con l'emiro per proseguire il suo piano di consolidare il potere in Italia e attaccare Costantinopoli per ripristinare l'Impero Latino. Questa minaccia all'antico alleato bizantino oltre alla crescente supremazia guelfa in italia, alla disfatta della crociata effettuata con navi genovesi e al tentativo di imporre su Ventimiglia un podestà anch'egli guelfo, furono le cause dell'insurrezione ghibellina a Genova. All'insediamento dei diarchi e all'istituzione di un "abate del popolo" in affiancamento ai due Capitani, con funzione di rappresentante della borghesia e dei ceti popolari, seguì l'espulsione della nobiltà guelfa cittadina, guidata tradizionalmente dalle casate Grimaldi e Fieschi. I primi si rifugiarono nel ponente ligure, mentre i Fieschi trovarono riparo nei loro feudi dello spezzino. I Doria e gli Spinola condussero con successo campagne militari contro ambedue le casate guelfe e ripristinarono l'ordine nella Repubblica, grossomodo fino alla fine del secolo.

La Pace sull'Arno[modifica | modifica wikitesto]

Quando Clemente IV morì nel 1268, invece di un papa francese come sperava Carlo d'Angiò, venne eletto nel 1271 il piacentino Tebaldo Visconti, che prese il nome di Gregorio X. Egli perseverò nella politica di pacificazione, che significava anche limitazione del potere di Carlo d'Angiò. Difese così i Ghibellini dall'eccessiva persecuzione guelfa. Nell'illusione di comporre l'insanabile dissidio, arrivò egli stesso a Firenze nell'estate del 1273, in compagnia di re Carlo e di Baldovino II imperatore di Costantinopoli. Il papa volle che in una vasta piazza sotto il ponte di Rubaconte si svolgesse la cerimonia di pacificazione. Quel tentativo sul greto dell'Arno non durò neppure un giorno. La sera stessa si diffuse la voce, fatta spargere da Carlo d'Angiò, contrario alla concordia, che tutti i capi ghibellini sarebbero stati presi e uccisi. Nella nottata essi fuggirono, rompendo i patti giurati. Il papa, fortemente adirato, se ne andò da Firenze.[31]

La Pace del Cardinale Latino[modifica | modifica wikitesto]

Latino Malabranca Orsini, Tommaso da Modena, Sala del Capitolo del Seminario di Treviso, 1352

Fallita la pace sul greto, tentata da Gregorio X, ne fu tentata un'altra, sei anni dopo, sulla piazza vecchia di Santa Maria Novella. Sedeva sulla cattedra di San Pietro un romano, della famiglia Orsini. Per ristabilire un certo equilibrio, Niccolò III si fece così, in qualche modo difensore dei Ghibellini perseguitati, nei confronti dei Guelfi persecutori, protetti e sorretti dal re Carlo. Ma l'intento del papa non era quello di rovesciare le sorti: desiderava, come Gregorio X, la pacificazione delle due parti, o la coesistenza dei due partiti, in un bilanciato equilibrio di cui egli, che aveva ricevuto dall'imperatore Rodolfo d'Asburgo il territorio della Romagna, sarebbe stato l'imparziale arbitro. Pochi giorni dopo la sua elezione, si era presentato a lui l'abate di Camaldoli, il quale gli aveva fatto presente la condizione di Firenze, ancora divisa, ancora discorde, e dove gli stessi guelfi, rimasti padroni della città, avevano tra di loro continue brighe.

Niccolò III fece ritogliere dall'imperatore Rodolfo il Vicariato della Toscana a re Carlo d'Angiò, e assunse egli stesso l'arbitrato su quella città troppo importante per essere lasciata in balia delle discordie e alla mercé di un sovrano straniero. Era evidente nel papa Orsini l'intenzione, non tanto di dominare Firenze, quanto di pacificarla, per farne una grossa pedina tra Roma e Bologna. A tale scopo inviò come paciere il cardinale Latino Malabranca Orsini, che già si trovava nella Romagna, dove aveva dato prova di saggezza e di ferma autorità.[32]

Il Cardinale paciere per la grande cerimonia della pacificazione scelse la piazza di Santa Maria Novella nella quale esortò i Fiorentini alla concordia, esaltò il dono della pace, chiese al popolo che gli venissero concessi tutti i poteri legislativi, esecutivi e giudiziari. Convocò inoltre gli esponenti dei due partiti; con un “lodo” fece richiamare in città molti Ghibellini esiliati, restituendo loro i beni confiscati. Anch'egli combinò nuovi sposalizi tra giovani d'avverse famiglie, e quando gli parve che la pace fosse finalmente matura, nel gennaio del 1280, ritornò sulla medesima piazza, per la solenne e pubblica cerimonia della conclusa pace.

L'intervento del cardinale Latino in Firenze apportò notevoli mutamenti al quadro politico della città. Più che una reale pacificazione tra le parti che nel cinquantennio precedente si erano accanitamente date battaglia, il risultato della lunga opera di mediazione attuata durante il periodo di permanenza del cardinale in Firenze fu un sostanziale mutamento costituzionale e l'inizio di un nuovo clima politico.[33]

Torre di Corso Donati

Dopo la pace del gennaio - febbraio 1280, infatti, cominciò un periodo di transizione che terminò con l'istituzione del Priorato. Il nuovo ordine costituzionale istituito dal cardinale paciere, basato su una teorica pariteticità tra Guelfi e Ghibellini, se da una parte contribuì in maniera notevole ad incrinare l'indiscussa egemonia della parte guelfa che aveva dominato il Comune nei tredici anni precedenti, dall'altra favorì all'interno della città la formazione di un nuovo ceto sociale. L'obiettivo del cardinale e quindi del Papa Niccolò III era quello di instaurare un nuovo e stabile equilibrio di potere, che trovò la sua espressione nella Magistratura dei XIV, aperta ad entrambe le opposte fazioni e all'elemento popolare, e nell'ufficio del Capitano Conservatore della Pace, che aveva il compito di mantenere l'ordine così faticosamente raggiunto. Si volevano eliminare, una volta per sempre, abolendo tutte le organizzazioni di parte, gli antichi rancori e le antiche divisioni che avevano costituito gran parte della storia interna della città fino ad allora. La pace però era solo fittizia e diversi fattori contribuirono a vanificarla: le organizzazioni di parte, ad esempio, e soprattutto la parte guelfa restarono meno potenti politicamente, ma pur sempre influenti.

I Ghibellini riuscirono così, dopo molti anni di esilio, a rientrare in una città che aveva ormai preso un indirizzo guelfo, soprattutto nel suo settore più vitale, quello dei commerci.[34]

La convivenza forzata tra i vecchi nemici, d'altra parte, indeboliva in generale la classe più alta della popolazione a favore del ceto più produttivo. Si stava dunque attuando progressivamente non solo una profonda trasformazione istituzionale, ma, di pari passo, un ricambio all'interno della classe dirigente.

Palazzo Mozzi

Il significato della pace del cardinale Latino stava nella vittoria di quella politica papale antiangioina che, iniziatasi con Gregorio X, si era potuta concludere con il Pontificato di Niccolò III, che aveva saputo barcamenarsi tra le opposte forze di Carlo d'Angiò e del nuovo imperatore Rodolfo d'Asburgo. Sul piano interno questo si traduceva in una sostanziale diminuzione di potere per i seguaci fiorentini di Carlo d'Angiò, che rappresentavano il guelfismo intransigente e facevano capo alla famiglia dei Donati.[35] In quel periodo ebbero particolare influenza certe famiglie dell'alto ceto mercantile come i Mozzi[36], che favorirono i trattati di pacificazione e quindi il ritorno dei ghibellini.

Il momento era dunque favorevole per l'attuazione del nuovo mutamento costituzionale, che seguiva di poco un altro rivolgimento di rilevanza internazionale: i Vespri Siciliani. Il 30 marzo 1282 infatti, scoppiò a Palermo un tumulto che liberava la Sicilia dai francesi, mettendo in crisi la potenza angioina in Italia.

Il Priorato e l'ascesa del ceto mercantile[modifica | modifica wikitesto]

L'istituzione del Priorato, determinata in parte dal declino della potenza angioina in Italia, ma soprattutto dall'emergere in Firenze di un nuovo ceto, espressione della parte più attiva del mondo mercantile, era la logica conclusione di un processo che, iniziato con la pace del cardinale Latino, aveva visto un lento spostamento all'interno della classe dirigente a favore della grande "borghesia" mercantile e artigiana. I mercanti, gli artigiani maggiori, avevano il vantaggio rispetto ai grandi di essere meno divisi politicamente, poiché se è vero che esistevano mercanti di tendenza guelfa e mercanti di tendenza ghibellina, il comune interesse commerciale e la consapevolezza di rappresentare il ceto produttivo della città, rendevano ormai superati i contrasti di partito. In questo senso essi rappresentavano una classe, sia pure dai confini non troppo rigidi, di fronte al discorde blocco delle grandi famiglie.

I Bardi, protetti di Carlo d'Angiò, gli Spini, protetti del Papa, i Becchenugi, ricchi mercanti di Calimala, si erano politicamente affermati durante i tredici anni della dominazione guelfa. Il loro processo di ascesa, che li aveva visti salire ai vertici della classe dirigente, si consolidò in questo periodo e se in precedenza questi casati avevano svolto il ruolo di comprimari nell'élite dirigente guelfa, essi arrivarono a detenere in prima persona le sorti del Comune.[37]

Il Priorato, più che una magistratura rivoluzionaria, fu quindi la necessaria trasformazione costituzionale che i mutati rapporti sociali e le mutate condizioni politiche ed economiche rendevano ormai inevitabile.

Se la parte guelfa e i suoi prestigiosi sostenitori riuscirono a mantenere un notevole ascendente nelle decisioni politiche che si presero all'interno dei consigli e degli organi di governo della città, altrettanto non si può dire di quelle famiglie che, dal 1260 al 1266, avevano formato l'élite ghibellina. Il peso delle numerose sanzioni politiche e degli esili di massa aveva ormai indebolito e disperso le forze dei vecchi sostenitori filo-svevi, impedendo loro di ricostituire su basi sufficientemente solide una parte ghibellina che potesse contrastare in Firenze quella dei tradizionali nemici. L'influenza politica delle grandi famiglie ghibelline era, di conseguenza, praticamente nulla dopo il 1280, cosicché alcuni casati come i Caponsacchi, i Guidi, i Lamberti, gli Ubriachi, i Bogolesi- Fifanti, i Cappiardi, i Galli e gli Schelmi, gran parte cioè della nobiltà ghibellina, non comparivano più in alcun incarico politico. La parte ghibellina mancava dunque dei suoi tradizionali capi, condannati ad un esilio che si protraeva ormai da quasi una generazione e destinati a scomparire per sempre dalla storia della classe dirigente fiorentina.[38]

La battaglia di Campaldino[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Campaldino.
Diorama della battaglia di Campaldino, Museo della Casa di Dante, Firenze

In Toscana rimaneva un unico focolaio di ghibellinismo: Arezzo. Nel maggio del 1289 vennero drizzate le insegne di guerra alla Badia di Ripoli, in direzione del Valdarno. Ciò significava dichiarazione di guerra di Firenze ad Arezzo.

L'esercito attaccante non era formato da soli fiorentini. Sotto i gonfaloni gigliati si trovavano anche Guelfi di Bologna, di Pistoia, di Prato, di Volterra, di Siena che, nel frattempo, era diventata guelfa. Era tutta la Toscana guelfa che muoveva contro Arezzo ghibellina.

L'11 giugno 1289 si combatté nella piana di Campaldino, fra Poppi e Pratovecchio: i fiorentini, guidati da Neri de' Cerchi, Corso Donati e altri, riportarono una grande vittoria contro gli aretini e gli altri ghibellini guidati dal vescovo di Arezzo e da Buonconte da Montefeltro. Tra i combattenti si trovava anche Dante Alighieri, come feditore a cavallo. Guido Novello comandava la cavalleria di riserva ghibellina, Corso Donati quella guelfa.[39]

La mattina di sabato 11 giugno cominciò la battaglia. Dopo vari scontri, la cavalleria ghibellina fu accerchiata. Guglielmino degli Ubertini affrontò i nemici con i suoi fanti e fu abbattuto dopo un aspro combattimento. Caddero anche Buonconte da Montefeltro e Guglielmo Pazzo. La battaglia era ormai giunta a conclusione in favore dei Guelfi.

Si cominciarono a raccogliere e a cercare di riconoscere i moltissimi caduti: da parte ghibellina si contarono circa 1700 morti; da parte guelfa se ne contarono circa 300. Vennero sepolti in grandi fosse comuni in prossimità del convento di Certomondo.

Furono condotti, inoltre, più di mille prigionieri a Firenze che in parte furono rilasciati in cambio di un riscatto. Chi non fu riscattato morì in breve tempo nelle prigioni fiorentine: furono alcune centinaia. Questi furono sepolti a lato della via di Ripoli, a Firenze, in un luogo che ancora oggi si chiama "Canto degli aretini". Il luogo della battaglia è oggi ricordato da un monumento, detto "Colonna di Dante".[40]

Gli Ordinamenti di Giano della Bella[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Ordinamenti di giustizia.
Giano della Bella
G.Villani, Nuova Cronica

Nello stesso anno tornò a Firenze, ricco di sostanze e d'esperienza acquistate in Borgogna, Gianni Tedaldi della Bella, che era stato tra i Priori, nel 1289. Venne rieletto anche nel 1292, e fu allora che, con destrezza e decisione, operò il suo colpo di mano, in favore delle Arti minori e di quello che fu chiamato "il secondo popolo".[41] Ormai nella città non si poteva più parlare né di guelfi né di ghibellini. Firenze era tutta guelfa, ma comunque divisa in varie fazioni. Approfittando della loro rivalità, varò prima nel Consiglio dei Cento, poi nel Consiglio speciale del Capitano, una deliberazione con la quale anche le Arti minori venivano ammesse nel governo della città. Ciò gli assicurò immediatamente il favore dei popolani e suscitò le ire dei Magnati, che lo considerarono traditore della propria classe. Perché costoro, ricevuto il duro colpo, non rialzassero la testa, Giano della Bella, il 15 febbraio 1289, chiamò tre giuristi ad elaborare una nuova costituzione, detta poi degli Ordinamenti di giustizia.[42]. Per applicare immediatamente ed efficacemente gli Ordinamenti, fu istituita la nuova magistratura del Gonfaloniere di Giustizia, al quale venne data "l'arme del popolo", cioè la croce rossa nel campo bianco, e che doveva vigilare che i grandi non recassero ingiurie ai popolani.[43]

Guelfi bianchi e neri[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guelfi Bianchi e Neri.

Firenze, ormai stabilmente guelfa, risultava comunque divisa in due fazioni: i Bianchi, riuniti intorno alla famiglia dei Cerchi, fautori di una moderata politica filo papale, che riuscirono a governare dal 1300 al 1301; e i Neri, il gruppo dell'aristocrazia finanziaria e commerciale più strettamente legato agli interessi della chiesa, capeggiato dai Donati, che salirono al potere con l'aiuto di Carlo di Valois, inviato dal papa Bonifacio VIII.

« Queste due parti, Neri e Bianchi, nacquono d'una famiglia che si chiamava Cancellieri, che si divise: per che alcuni congiunti si chiamarono Bianchi, gli altri Neri; e così fu divisa tutta la città »
((Dino Compagni, Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi, Libro I, 25))

Le fazioni prendono nome dai due partiti in cui si divideva la città di Pistoia, chiamati i cancellieri bianchi e neri. Le principali famiglie di Firenze si schierarono tutte con l'una o l'altra fazione. Giunse a Firenze il cardinale Matteo d'Acquasparta, legato pontificio. Ma poiché i Bianchi rifiutarono di dimettersi dagli uffici, il cardinale legato lasciò Firenze, lanciando l'interdetto sulla città. Si crearono disordini in città al termine dei quali il Comune mandò in esilio i capi delle fazioni. I Neri, con Messer Corso Donati, furono confinati a Castel della Pieve, i Bianchi a Sarzana. Fra i Bianchi costretti all'esilio c'era Dante.

Siena[modifica | modifica wikitesto]

A Siena, la pace del cardinale Orsini (1280) aveva riammesso in città i ghibellini, ma dal 1289, a causa degli intrighi orditi da costoro alla morte di Carlo d'Angiò, venne ripristinato un governo guelfo di ricche famiglie popolari e mercantili, il cosiddetto “governo dei Nove”, che durò fino al 1355, mantenendo rapporti di amicizia con Firenze. Fu il miglior governo di Siena: la città raggiunse la maggiore prosperità e grandezza, con più di 70.000 abitanti.

Pisa[modifica | modifica wikitesto]

Castruccio Castracani, Biblioteca Statale di Lucca

Il comune di Pisa era in declino. Sul finire del XII secolo, alla storica rivalità marittima con Genova, soprattutto per il controllo della Sardegna e della Corsica, si era aggiunto il contrasto con Firenze. Fin dal primo scontro, conclusosi con la conquista fiorentina di Empoli nel 1182, Firenze, seppe trarre vantaggio dalla debolezza interna del comune pisano, spaccato dal conflitto di interesse fra gli industriali e il ceto mercantile (ai primi la concorrenza di Firenze nuoceva, i secondi dal transito delle merci fiorentine per il porto traevano lauti guadagni). Lacerata da conflitti interni e indebolita dai decenni di pressione di Firenze e Genova, Pisa subì nel 1284 la definitiva sconfitta della Meloria, nei pressi di Livorno.

Primi decenni del Trecento[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi decenni del Trecento Firenze subì ripetuti attacchi dalle città toscane ghibelline; mentre Siena, retta stabilmente dal governo guelfo dei Nove, era passata fra gli alleati. Nel 1315, a Montecatini, Firenze fu sconfitta dalle truppe di Pisa, capeggiate da Uguccione della Faggiola e da Castruccio degli Antelminelli, detto Castracani per l'ardore della combattività. Dallo stesso Castruccio, divenuto nel frattempo signore di Lucca, Firenze subì nel 1325 anche la disfatta di Altopascio. Nominato nel 1327 Duca e Vicario imperiale da Ludovico IV il Bavaro, Castruccio minacciò seriamente la supremazia di Firenze, progettando un ampio dominio territoriale. Solo la sua morte, nel 1328, al termine dell'estenuate assedio di Pisa, consentì a Firenze di riprendere le proprie mire espansionistiche, a danno di Pistoia (1331), Cortona (1332), Arezzo (1337), Colle Val d'Elsa (1338).[44]

Terni, la "spettro" Signoria ghibellina di Andrea Castelli e i Banderari[modifica | modifica wikitesto]

Terni-Stemma.png

I Banderari a Terni, come nel resto del Patrimonium Sancti Petri, furono istituiti dopo il ritorno dei Papi dalla Cattività avignonese; la loro funzione iniziale fu di natura soltanto militare, poiché avevano il compito, oltre che di difendere la città da nemici esterni, di sorvegliare che le fazioni politiche in lotta, cioè i Guelfi e i Ghibellini, non ricorressero più alle violenze del passato.

Nel giro di qualche decennio, però, i Banderari subirono modifiche al loro ruolo nella società del tempo. A Terni, alla fine del XIV secolo, la popolazione del Comune si articolava su due ceti principali: i Cittadini, composti di proprietari terrieri, famiglie di stirpe nobiliare, giureconsulti, militari di alto grado, uomini di scienza; i Banderari, in cui erano compresi artieri, agricoltori, mercanti. Anche se questa suddivisione non fosse molto rigida, un'istituzione neutrale, destinata alla conservazione dell'equilibrio e della pace sociale, era stata fatta diventare il partito della borghesia, contravvenendo alle Constitutiones Aegidianae.

Queste due classi partecipavano, con 24 loro rappresentanti ciascuna, alla formazione del Consiglio di Cerna, o Consiglio Minore, che era un organo deliberante su proposte formulate dai Priori o dai Banderari.

Il Consiglio Maggiore, cioè l'antica assemblea di tutto il popolo, aveva competenze esclusive sulle questioni di maggior rilevanza o in sostituzione del Consiglio di Cerna, quando questo si fosse dimostrato incerto sulle decisioni da prendere. Con le riforme istituzionali dell'Albornoz l'arengo fu sostituito dall'assemblea di 100 persone.

I Priori, in numero di 6, erano eletti, per estrazione, ogni due mesi, soltanto fra le file dei Cittadini e non dei Banderari; a loro volta i 6 Priori eleggevano il Sindaco, che rappresentava l'intero Comune nelle delibere amministrative e negli affari ordinari. Al termine del mandato, l'operato dei Priori era soggetto alla 'sindacazione' di una commissione, composta da Cittadini e Banderari, che aveva il compito di verificare se il comportamento tenuto e gli atti predisposti da costoro avevano arrecato danno alla comunità.

Il Podestà era eletto ogni 6 mesi dal Consiglio di Cerna, doveva essere forestiero e aveva il dovere di amministrare la giustizia, far rispettare i regolamenti comunali con un suo corpo di polizia e riscuotere le tasse cittadine. In teoria, era soggetto alla sua autorità qualsiasi illecito prodotto da amministratori, pubblici ufficiali o comuni cittadini.

Infine, fra le cariche minori, risultavano i Castellani delle cinque rocche che delimitavano il contado.

Nel 1387 fu elaborato un regolamento sulle funzioni e sull'elegibilità dei Banderari. Con esso fu stabilito che: ognuno dei 24 componenti doveva contare su 14 militi armati, i comandanti dovevano essere eletti ogni 6 mesi, potevano essere riconfermati per un massimo di 2 anni e avevano l'inderogabile compito di obbedire ai Priori e al Podestà. Come pubblici ufficiali erano immuni dalla tortura se avessero commesso delitti nell'esercizio della loro funzione, così come la pena per offese nei loro confronti era raddoppiata. Queste prerogative dei Banderari facevano sì che la parte di popolazione che si riconosceva in questa fazione godesse di obiettivi vantaggi sul resto dei concittadini.

Cincinnato (possibile ritratto di Andrea Castelli?), Sala dei Giganti, Palazzo Trinci (Foligno)

In quel primo decennio del Quattrocento, in città, cominciava a crescere il potere di Andrea Castelli, detto anche Andrea di Joannuccio o Andrea Giannuzio, figura di alto livello in tutto lo Stato Pontificio, già famoso perché aveva svolto ruoli di carica podestarile dapprima nella sua città, Terni, poi a Fermo, distinguendosi in primo piano nella lotta e poi nella cacciata ai danni del tiranno Rinaldo da Monteverde, a Siena fu onorato del titolo di: Magnificus miles de Interamna. Egli era anche grandissimo amico di papa Gregorio XII e in particolar modo del suo vicario per la guelfa città di Narni, Paolo Orsini. Il Castelli, definito dai suoi coevi: «...uomo mirabile di rare e nobili virtù d'onore...», ebbe di sua iniziativa l'idea di liberare la cittadina di Narni che in quel tempo era caduta preda di un tal Bacciolo. Quest'ultimo si era autoproclamato signore della cittadina e non smetteva di minacciare e inveire guerra contro il suo vicario apostolico. Il Castelli allora, radunati a se un un gran numero delle sue migliori milizie ternane, riuscì in poco tempo a liberare Narni, conquistando così maggior onori agli occhi della Santa Sede, pur essendo ghibellino. Il precedente papa Bonifacio IX, prima di morire, nominò il "Magnifico et potenti viro Andrea Jannutij de Castellis", podestà di Perugia perché di lui aveva una prediletta stima e un'ammirazione tale, tanto che lo onorò suo cavaliere con lo stocco e il cappello ghibellino, insignendolo del titolo onorario di "Signore dei ghibellini d'Umbria"[45], un favore di altissimo pregio. Finito il suo incarico a Perugia e tornato a Terni - dove aveva il patrimonio e i possedimenti di famiglia a cui badare - si mise al centro di diversi episodi di vita politica ternana, come la scelta del podestà, l’esilio dei guelfi (che avevano parenti nelle vicine città nemiche), il recupero delle rocche nel contado e la redazione della tabula gabellarum, diventando anche castellano fisso di Colleluna, la più importante rocca difensiva fuori della città.

Rea Silvia condannata a morte, Loggia di Romolo e Remo, Palazzo Trinci (Foligno)

Andrea di Joannuccio, il “magnificus miles” sembra risultare - dal profilo che ne delineano i vari documenti sparsi in giro per l'Italia - un uomo particolarmente deciso, autorevole e spesso autoritario, un astuto e impareggiabile politico, un nobile cavaliere molto esperto nell'arte marziale e disposto di ampi poteri militari in uomini e autorità. Infatti a Terni, pur facendo parte del Collegio dei Priori, poteva imporre la propria volontà. Tuttavia, pur avendo i mezzi e il diritto per farlo, non si impossessò mai della città. Andrea Castelli - già importante per antico lignaggio e per affermazione - era anche sposato da tempo con una Trinci di Foligno: Pellegrina, figlia di Ugolino, che fu il secondo Signore di Foligno.

È in questo contesto che Braccio da Montone, in quel momento insieme a Muzio Attendolo Sforza al servizio dell’antipapa Alessandro V, il 14 settembre 1410 assediò la ghibellina Terni, con un esercito in cui militavano gli storici nemici guelfi: gli Spoletini (rimasti fedeli alla Chiesa) e i Narnesi, ponendo il suo accampamento a nord della città (tra le mura e Rocca San Zenone). Ma la città resisté eroicamente anche se vide i Bracceschi portarsi via il catenaccio di Porta Spoletina e alcuni prigionieri, contadini e mugnai extra portas. Nei giorni a seguire la fazione ghibellina al potere si dilaniò con scontri tra i Castelli e i Camporeali. Alla base di questi scontri c’erano evidentemente disaccordi sulla linea politica “internazionale” da tenere, e cioè sull'opportunità di arrendersi a Braccio da Montone, qualora si fosse ripresentato a muover battaglia. Prevalse in questo caso, coi Castelli, la “linea dura”, cioè della contrapposizione al capitano montonese. Nel frattempo Galeotto Castelli, figlio maggiore di Andrea Castelli venne insignito del ruolo di supervisore e difensore delle rocche e dei territori ternani.

Siamo negli anni in cui il celebre condottiero montonese avviò il suo tentativo di creazione di una signoria personale in Umbria: nel 1416 gran parte dell’attuale regione (il nord e il centro in particolare) fu sottomessa al suo dominio, sia pure ancòra, nominalmente, in nome dell’Antipapa. Braccio ritentò la conquista di Terni poco dopo, ma sta volta la città si arrese, dopo un iniziale tentativo di opposizione - vista anche l’insostenibilità di un’altra guerra con la sterminata armata mercenaria del condottiero, e senza sostegni esterni immediati, ovviamente. Una volta sottomessa la città il Fortebraccio nominò un suo procuratore, il luogotenente Ruggero di Antognolla e il suo cancelliere, il ternano Giovanni de Gregoriis che ebbe il compito di riscuotere le taglie dovute dalle città soggette. Nel frattempo riemerse la secolare disputa tra Ternani e Reatini per la delicata questione idrologica della Cascata delle Marmore. I Reatini volendo il Cavo Curiano ben scavato iniziarono dei tentativi di attestarsi sul piano delle Marmore: nello stesso anno (il 1416) occuparono Monte Sant’Angelo, che Terni riconquistò però l’anno dopo con Giovanni di Martale di Vitalone. Infatti, le riformanze ternane riportarono che il 3 settembre del 1417 ci fu la popolare arringa del banderaro Giovanni di Martale di Vitalone, con la decisione di dare l’assalto alla Rocca delle Marmore invitando gli abitanti ad andare a mano armata alle Marmore “a vincere o morire”. Andreasso Castelli, nipote di Andrea Castelli venne incaricato di coadiuvare l’attacco. Ripresa la Rocca di Monte Sant’Angelo, si rimise la decisione delle risoluzioni da prendere, nelle mani di Braccio Fortebraccio da Montone, che, dal canto suo, intervenne a favore dei Ternani, restituendo loro le Marmore. Ben presto però Braccio, che intanto si impossessò anche di Roma, spinto da forti ideali di unificazione nazionale, cominciò a far valere sempre più il suo ruolo di signore delle città dell’Umbria, in particolar modo della riottosa Terni. Questa stretta si evidenziò soprattutto nella pretesa di entrare in possesso delle rocche suburbane ternane (Colleluna, prima fra tutte, ma poi anche Papigno, Monte Sant’Angelo, Acquapalombo). Ruggero di Antognolla impose al comune di consegnargliele, e il comune chiese a Andrea Castelli, che con i suoi figli, aveva continuato a mantenere un forte ruolo militare negli anni precedenti, di abbandonarle. Costui, dopo aver preteso, il pagamento di arretrati dovutigli, si barricò in Colleluna con i tre figli Galeotto, Iannotto e Paolo insieme ad alcuni miliziani. Braccio, con l'inganno e un falso pretesto di armistizio, li fece subito attirare a se, costoro in buona fede deposero le armi e appena si avvicinarono, furono strangolati senza pietà. La ragione che mosse questo tiranno di pensare allo sterminio della famiglia Castelli, o almeno ad una grossa fetta del casato, era dovuta al fatto che il "concorrente" numero uno della sua fazione. Quest'ultimo infatti, in virtù delle sue ottime gesta militari e politiche e della sua collaborazione pacifica con la Santa Sede era diventato il "Signore dei ghibellini dell'Umbria, un ostacolo non indifferente al sete di prestigio di Braccio, era il problema principale da far fuori. Tuttavia c'era anche un altro fatto in gioco, una questione personale molto più di carattere meramente umano più che di strategia militare d'occupazione o d'affermazione personale: Andrea era anche, di fatto, Signore di Terni quindi se Braccio, per saziare la sua cupidigia, voleva ottenere la Signoria di tutta l'Umbria, e quindi anche di Terni e del suo contado, doveva eliminarne il suo Signore, con l'inganno. Importanti storici del calibro di Francesco Angeloni, Elia Rossi Passavanti, Edoardo D'Angelo, Luisa Miglio, Vladimiro Coronelli, Francesco Zazzera e tanti altri affermano che Braccio da Montone invitò il Castelli con i suoi figliuoli a pranzo nella rocca di Colleluna, dopodiché avendoli attirati nel maschio di detta torre li fece sterminare tutti. Gli unici che si salvarono furono la moglie di Andrea, Pellegrina Trinci, Andreasso, Brunotto, Carlo e Tristano suoi nipoti con le mogli di Iannotto e Paolo. Quando in città vennero riportate le salme con gran fasto e pompa, a Terni ci fu grande rammarico. Il "fattaccio" non fu dimenticato. Sappiamo infatti che diversi anni dopo, Ser Andreasso, uno dei già citati capi della lotta contro Rieti che era nipote del potente Andrea e figlio di Iannotto, nel 1424 nei pressi dell’Aquila, dopo la famosa battaglia, avrebbe provocato la morte di Braccio già moribondo vendicando, così, la morte del padre, del nonno e dei suoi due zii Galeotto e Paolo.

Nel 1426 tornerà ad occupare la scena l'importante questione del Cavo Curiano: i Reatini, in accordo coi Pedelucani, aprirono un varco che consentì loro di raggiungere Miranda senza pagare il dovuto pedaggio ai Ternani. Questi, per ristabilire le cose, inviarono a Marmore la cavalleria cittadina capitanata da Ser Antonio di Petruccio. Perfino i frati parteggiarono nella lotta, sempre nelle riformanze di Terni si riporta l’episodio nel quale il convento di San Pietro in città inviò quattro barili di vino del cellario per "ringargliardire" i Ternani impegnati al Cavo Reatino. Il podestà di Terni, Romano di Abbiamonte di Orvieto, nel processo contro i contravventori reatini, riconobbe alla città di Terni il possesso dei territori che dalle Marmore andavano a Piediluco, il lago e fino a Miranda, ribadendo così i confini del comune ternano.[46]

Nel 1418 un breve di Papa Martino V stabilì che non potessero essere eletti, fra i Banderari, parenti di Banderari entro il terzo grado, fermo rimanendo che in numero di 24 non dovessero durare in carica più di 6 mesi. È evidente, in questo provvedimento, l'intenzione del Papa di limitare il nepotismo delle cariche pubbliche soltanto per l'ufficio dei Banderari.

Nel 1432 negli statuti comunali fu sancito che un terzo dei Priori fosse di parte guelfa e due terzi di parte ghibellina, mentre i Banderari e i Castellani dovevano essere soltanto di parte ghibellina. Inoltre, i Priori dovevano convocare il Consiglio di Cerna o il Consiglio Maggiore, fare proposte a costoro, collaborare con il Podestà, impiegare il denaro del Comune soltanto per l'interesse pubblico. Se questi provvedimenti furono presi allo scopo di bilanciare i privilegi dei Banderari non è dato di sapere, ma è sicuro che non rispettavano le disposizioni delle Constitutiones Aegidianae, ancora seconde soltanto alle Constitutiones papali, perché introducevano un principio politico nella selezione dei candidati a cariche pubbliche.

Nel 1440 fu stabilito che: i Priori risiedessero continuativamente nel palazzo comunale e fossero esentati da qualsiasi altro lavoro, il Consiglio di Cerna non potesse restare in carica oltre 1 anno, l'elezione dei Castellani, quindi di uomini esperti nell'esercizio delle armi, dovesse avvenire fra i Banderari e i Cittadini.

Nel 1524 la municipalità ternana decise di mettere le mani sull'insieme di carte riguardanti l'amministrazione comunale accumulate fino ad allora e di redigere uno statuto che raccogliesse in una serie di disposizioni chiare le norme che dovevano regolare la vita del Comune. Per motivi a noi ignoti il nuovo statuto comunale, approvato molto probabilmente senza il necessario avallo del popolo, registra un evidente sovvertimento delle regole precedenti, introducendo novità ancora più irrispettose delle Constitutiones Aegidianae e delle pregresse disposizioni papali. Il Consiglio di Cerna non è più formato automaticamente da 24 Cittadini e da 24 Banderari, ma da 48 persone la cui età minima è di 25 anni e il cui patrimonio accertato al catasto è superiore alle 100 libbre. Il Consiglio Generale risulta formato dai 6 Priori, dai 48 Consiglieri di Cerna e da 96 persone, scelte in numero di 2 da ognuno dei 48 Consiglieri di Cerna, fra coloro che hanno oltre 25 anni di età ed un patrimonio catastale accertato di almeno 50 libbre.

Queste risoluzioni indicano che l'appartenenza alle magistrature non avveniva più per distinzione di ceto o di fede politica o di ruolo funzionale,

ma per distinzione di possedimenti, prevalentemente fondiari.[47] Il provvedimento ottenne, come risultato, che quelle attività che non comportavano l'accumulo di un capitale catastale erano automaticamente escluse dall'eleggibilità. Il fatto era tanto più grave se si pensa che il numero dei poderi o delle mole disponibili ad essere acquistate, in un contado molto piccolo come quello di Terni, era irrilevante. Ciò nonostante, Papa Clemente VII sottoscrisse, senza batter ciglio, il nuovo statuto, nell'Ottobre del 1524.

Ma la macroscopica alterazione del precedente ordinamento non passò inosservata al Cardinale Mario Grimani, Legato a latere per l'Umbria, il quale con atto proprio, nel 1537, restituì piena legittimità all'istituto dei Banderari. Questo provvedimento, nella scala dei valori delle leggi, avrebbe dovuto portare ad una radicale modifica dello statuto, in quanto il breve di Clemente VII, ad esso accluso, non dava valore di Constitutio papale al medesimo. Ciò nonostante, la municipalità rimase sorda alle disposizioni del Legato e non modificò il modo di costituire il Consiglio di Cerna.

Nel 1544 il Cardinale Ascanio Parisiano, successore del Grimani, per ovviare alle gravi irregolarità vigenti nell'elezione dei Banderari e dei Priori, sentì il bisogno di ritornare sulla questione e di emanare delle disposizioni in merito: con i due terzi dei voti, i Priori e i Banderari in carica eleggevano quelli destinati a subentrare, con il limite che i Banderari, a differenza dei Priori, non avrebbero potuto eleggere un consanguineo fino al quarto grado di parentela né chi avesse ricoperto l'incarico entro i due anni.

Che cosa sia successo dopo le Constitutiones parisianae non è chiaro. Sappiamo che nel 1546 lo statuto cittadino fu ricopiato in bella copia da quello di due anni prima, senza che vi fossero apportate sostanziali modifiche.

Quindi, i Banderari erano stati esclusi dal Priorato, dal Consiglio di Cerna e dal vantaggio della famigliarità della carica, tutti privilegi, invece, non vietati ai Cittadini.

La rivolta e la punizione dei Banderari ternani[modifica | modifica wikitesto]

La notte del 22 agosto del 1564 sicari forestieri, e forse anche qualche mandante, si introdussero nelle case di alcune famiglie di Cittadini ed uccisero, a colpi di archibugio, adulti e bambini. Furono prese di mira la famiglia di Gabriele Ranieri, rappresentante della Camera Apostolica in Terni e congiunto di un Ranieri cameriere segreto di Papa Pio IV, la famiglia di Sisto Mazzancolli, già ambasciatore a Roma, la famiglia di Angelo Manassei e quella di Sidonio Gigli, due illustri casate da tempo solite a ricoprire le più alte magistrature del Comune. Dopo la strage, i sicari fuggirono tutti oltre confine, riparando nel contado di Firenze.

All'informativa dei Priori ternani rispose Monsignor Bosio, Governatore della Provincia dell'Umbria, che il giorno 24 si recò sul posto, accompagnato dall'Uditore Giacomo Pachini e da un inquirente, Cesare Balzelli. Costoro accertarono che fra i promotori della strage erano compresi individui di varia estrazione sociale, alcuni appartenenti ai Banderari, e che la causa di tutto questo misfatto era da attribuire al comportamento irresoluto delle autorità comunali nello stroncare le recidivanti violenze che altre volte avevano insanguinato la città.

I Priori mandarono lettere anche all'ambasciatore di Terni a Roma perché si facesse portavoce della gravità dell'accaduto presso la corte papale.

Papa Pio IV non rimase insensibile: inviò con pieni poteri, in qualità di Governatore e Commissario per Terni, Monsignor Monte dei Valenti di Trevi, con una nutrita scorta armata. Ebbe l'obbligo di: individuare i colpevoli, fossero essi mandanti o complici o autori materiali della strage, applicare la legge a suo piacimento, anche con pene più severe, fare in modo che per il futuro non potessero sorgere ulteriori discordie.

L'azione di Monte dei Valenti fu durissima: riempì le carceri di Terni, Narni e, in parte, di Roma, liberò soltanto dietro una pesante cauzione i semplici sospettati, riuscì ad assicurare al patibolo i fuggitivi, confiscò i beni dei condannati e dei complici, la maggior parte Banderari, devastò i loro campi, demolì le loro case, fece appendere le teste dei decapitati sopra il portone del Palazzo del Governatore; Cipriano Piccolpasso le poté osservare ancora al loro posto un anno dopo.

Ma soprattutto avallò le conclusioni di Monsignor Bosio: il Comune avrebbe dovuto farsi carico di tutte le spese processuali, di mantenimento dell'apparato inquisitorio, delle opere di ricostruzione degli edifici abbattuti, di fortificazione di alcuni Palazzi del potere. Questo castigo fu ritenuto necessario perché il Comune si era reso colpevole di mancata sorveglianza e mancata applicazione delle leggi esistenti a tutela della pace pubblica e a persecuzione dei colpevoli di gravi delitti. Questa conclusione, sebbene avversata dagli storici locali del primo ottocento, sembra essere quantomai legittima se ci si attiene strettamente ai fatti.

Araldica di Guelfi e Ghibellini toscani[modifica | modifica wikitesto]

Parte Guelfa[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1265, papa Clemente IV fece dono a una delegazione di Guelfi fiorentini fuoriusciti, del proprio personale stemma: un'aquila rossa su campo bianco che artiglia un drago verde.[48] Dalla Cronica del Villani, che è l'unica fonte disponibile circa la notizia dell'esistenza di uno stemma personale di papa Clemente IV e il dono da lui elargito, emerge come, successivamente, la Parte Guelfa di Firenze vi aggiunse un piccolo giglio rosso - simbolo del Comune fiorentino dal 1251[49] - collocato sopra la testa dell'aquila. Tale bandiera, fu quella sventolata dal pistoiese Corrado da Montemagno sulla piana di Grandella nella battaglia di Benevento il 26 Febbraio del 1266.[50]

Nell'Apocalisse, il Drago rappresenta

« l'antico serpente che si chiamava Diavolo e Satana, il seduttore del mondo intero »

.[51]

L'immagine dell'aquila che artiglia un serpente è, comunque, un tema antico che simboleggia la lotta tra il Bene e il Male. Risulta dunque chiaro come il simbolo prescelto fosse un messaggio di crociata contro gli Svevi e contro Manfredi e i suoi alleati ghibellini. Ma l'Aquila, per dirla con Dante, era il "pubblico segno", "il sacrosanto segno" dell'Impero e, pertanto, l'Aquila rappresentata nell'atto di artigliare il Drago risulta essere un'appropriazione pontificia del simbolo peculiare dell'Impero. Essa appariva, nel vessillo di Clemente IV, di colore rosso, anziché nero, e con il capo rivolto verso sinistra, invece che verso destra. Lo stemma corretto era, per l'Impero, l'Aquila nera su campo oro. A Terni invece, la parte guelfa era rappresentata da un angelo crucifero.

Parte Ghibellina[modifica | modifica wikitesto]

Un sigillo della fazione ghibellina, datato agli ultimi decenni del XIII secolo e conservato presso il Bargello, viene descritto nel volume dedicato ai Sigilli Civili del Museo del Bargello: "Ercole a cavallo del Leone Nemeo, in atto di sganasciarlo; nel fondo alcune pianticelle con trifogli".[52]

Lo stemma raffigurato sul sigillo fiorentino raffigura un uomo vestito che, a cavalcioni della bestia, ne disarticola le fauci prendendolo alle spalle. L'interpretazione di tale sigillo risulta controversa: inizialmente, nel personaggio viene identificato Ercole e nel leone la fiera di Nemea, la prima delle fatiche erculee. Dunque Ercole sarebbe stato scelto come simbolo della Parte Ghibellina per la sua forza e il suo coraggio contro il maligno Leone. Successivamente, si giunge ad una diversa lettura della raffigurazione: il personaggio rappresentato non è Ercole, e il leone non è la fiera di Nemea. Si tratta, invece, di Sansone che smascella il leone. L'animale era diventato, infatti, il simbolo della città, in cui la Repubblica si riconosceva. A rafforzare il legame tra la città e l'animale contribuì l'alluvione del 1333 che spazzò via la statua di Marte, considerato il protettore di Firenze, posta presso Ponte Vecchio. Per questo, l'etimologia più probabile del Marzocco, è quella della contrazione di un diminutivo di Marte, Martocus.

Resta il dubbio sul motivo per cui i Ghibellini fiorentini avessero scelto di rappresentare la morte del Leone. Secondo alcune ipotesi, per simboleggiare la fine della Firenze popolare e filoguelfa; secondo altre, rappresentava la vittoria del Bene sul Male poiché spesso l'animale è divenuto simbolo di superbia, ferocia e forza incontrollata, in Dante[53] come nel Vecchio e nel Nuovo Testamento.

Se dunque lo stemma di Parte Guelfa sottendeva il simbolismo della lotta della Giustizia contro il Demonio, altrettanto valeva per il sigillo della Parte Ghibellina. Dall'interpretazione dei due vessilli, risulta evidente come entrambe le fazioni combattevano sotto l'egida di Dio per scardinare un sistema guidato dal Maligno.[54]

Evoluzione dei termini[modifica | modifica wikitesto]

[55] I due termini, guelfo e ghibellino, che così tanto successo hanno avuto nella storia italiana, hanno però subìto un'evoluzione semantica complessa e molto interessante. Se i Guelfi e i Ghibellini sono legati, almeno nell'immaginario collettivo, alle vicende del XIII secolo ed eternati dalle parole del guelfo Dante Alighieri, ancora nel XV secolo Bernardino da Siena[56] richiedeva l'eliminazione dei due epiteti. E altrettanto faceva il vescovo di Venezia, Pietro Barozzi[57], nel suo De factionibus extinguendis; obiettivo non conseguito affatto se Andrea Alciato[58], quasi un secolo più tardi, affermava che il conflitto tra Guelfi e Ghibellini era giunto sino ai suoi tempi. Bisogna poi ricordare la ripresa Ottocentesca dei due termini, quando sorsero il partito Neoguelfo e il movimento Neoghibellino, capitanati da figure come Gioberti o Guerrazzi e che indicavano sostanzialmente un atteggiamento filopontificio o decisamente laico se non anticlericale nell'Italia risorgimentale.

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

«I maladetti nomi di parte guelfa e ghibellina si dice che si criarono prima in Alamagna, per cagione che due grandi baroni là aveano guerra insieme, e aveano ciascuno un forte castello l'uno incontro all'altro, che l'uno avea nome Guelfo e l'altro Ghibellino».[59] In realtà il nome della fazione guelfa non derivava dal maniero familiare, ma dal nome stesso del duca Welf, mentre Weiblingen era proprio il nome del castello degli Hohenstaufen. L'origine dei nomi fu oggetto di studio molto presto e però, già nel corso del '300, diverse e fantasiose versioni legavano i due epiteti chi a nomi di demoni, chi di cani, chi di castelli, chi, infine, li legava a citazioni bibliche.

Firenze e Federico II (1220-1250)[modifica | modifica wikitesto]

Le ripetute discese di Federico Barbarossa in Italia scatenarono, specie nei comuni del Centro Nord, idee nuove sull'atteggiamento da tenere nei riguardi dell'Impero, specie in materia di autonomia. Le due fazioni, una più condiscendente, l'altra più contraria alla volontà imperiale, non sono però ancora denominate coi nomi di Guelfi e Ghibellini. Con l'arrivo sulla scena politica italiana di Federico II (1250) iniziano ad essere citate nelle fonti «le parti della Chiesa e dell'Imperio». Queste due denominazioni andarono a complicare decisamente il panorama comunale italiano che sino ad allora aveva solo utilizzato i nomi delle famiglie preminenti come etichetta di gruppi contrapposti: Lambertazzi e Geremei a Bologna, Uberti e Buondelmonti a Firenze e così via. Ma proprio a Firenze, i due gruppi familiari contrapposti assunsero i nomi di Guelfi e Ghibellini. La divisione del Comune fiorentino in Guelfi e Ghibellini divenne poi sinonimo di lotta tra Papato ed Impero, tra filopapali e filoimperiali, se non, in qualche caso, fra cattolici ed eretici.

L'eclissi sveva[modifica | modifica wikitesto]

Con l'insuccesso politico e la morte di Federico II il significato dei due termini cambiò notevolmente. Federico e i suoi erano stati al centro di una serie di campagne diffamanti da parte della Curia culminanti nella crociata indetta contro l'Anticristo, identificato nello Svevo. In questa fase il discrimine non era essere filopapali e buoni cristiani o meno. Il clima era quello di uno scontro di tipo religioso. Non fu perciò un caso che papa Clemente IV dotasse la Lega Guelfa di uno stemma inequivocabile: l'Aquila rossa che artiglia il Drago, dove quest'ultimo, simbolo biblico del Male per eccellenza, rappresentava certamente i Ghibellini. Ma negli stessi anni la Lega Ghibellina rispondeva fregiandosi del simbolo di Ercole che strangola il Leone. Questo, più che al Marzocco fiorentino, rinvia a uno degli animali venefici del bestiario medievale. In questo vibrante ventennio, che possiamo far concludere col 1268, con la morte dell'ultimo Hohenstaufen a Napoli, l'opposizione era dunque non tanto tra filopontifici e filoimperiali, quanto piuttosto tra i filosvevi e gli antisvevi o, meglio, i filoangioini.

Uso religioso dei termini[modifica | modifica wikitesto]
Scena della battaglia di Tagliacozzo

L'uso dello strumentario religioso nelle guerre, che oramai riguardavano tutta l'Italia, assume toni di vera e propria strategia politica a ridosso della duplice vittoria di Carlo d'Angiò, a Benevento (1266) e Tagliacozzo[60] (1268). Negli anni successivi vennero intentati alcuni processi religiosi per eresia contro i Ghibellini, il cui nome era ora associato sia all'opposizione politica al nuovo sovrano come all'opposizione ai precetti della Chiesa. Così, nella fase che coincise col successo guelfoangioino, se l'essere guelfo tornava a significare essere "Parte della Chiesa", l'essere Ghibellino, che già significava essere avverso a Carlo di Angiò, divenne sinonimo di nemico della vera fede e quindi eretico.

Il caso della famiglia di Farinata diventò il simbolo dell'accanimento contro il ghibellinismo fiorentino: tra il 1283 e il 1285 furono riesumate e bruciate le ossa di alcuni membri della famiglia Uberti, accusati di essere eretici patarini.

Nuove lotte (dal 1330 in poi)[modifica | modifica wikitesto]

Nel XIV secolo, i due epiteti avevano perduto buona parte i loro significati originari. Agli inizi del '300, papa Giovanni XXII, affermò che rimane il vulgus ad utilizzare tali nomi, un uso che oramai da tempo non era più limitato alla Toscana, ma esteso a tutta l'Italia. I nomi erano rimasti, i significati, decisamente mutati. Dante, nel VI canto del Paradiso prega i Ghibellini, e probabilmente si riferisce a quelli di Firenze, a far «lor'arte sot-t'altro segno» che non sia l'aquila imperiale, un simbolo grandioso e sacro dietro cui invece ormai si nascondevano per lo più solo interessi di poche e sfortunate famiglie fiorentine esuli. Non è possibile fornire una definizione soddisfacente dei due termini, poiché da essi sorsero tanti e variegati significati utilizzati nei modi più svariati.

Sviluppi successivi[modifica | modifica wikitesto]

I sostantivi di guelfo e ghibellino sono stati utilizzati nei secoli successivi per definire, nel primo caso, posizioni politiche prossime al potere papale e al regno di Francia e, nel secondo, al Sacro Romano Impero. Ad esempio, Cesare Hercolani, "colpevole" di aver procurato agli imperiali l'occasione della vittoria di Pavia (1525) contro Francesco I di Francia, venne poi ucciso da attentatori guelfi.

Nel XIX secolo, poi, in Italia rinascono i contrasti, con la contrapposizione fra Neoguelfi e Neoghibellini, anche se questo scontro è completamente diverso da quello del Medioevo.

Nel XXI secolo, la Parte Guelfa di Firenze, istituita da Papa Clemente IV per gratitudine verso i cavalieri fiorentini presenti in forze alla Battaglia di Benevento nel 1266 e dopo l'interruzione seguita alla soppressione di Pietro Leopoldo I di Toscana con motuproprio granducale del 22 giugno 1769, in virtù dell'antico possesso di stato giuridico in Firenze, con l'approvazione del Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo Metropolita di Firenze, e col consenso di Dario Nardella, Sindaco di Firenze, è stata ricostituita con Atto Pubblico il 25 marzo 2015 e giuridicamente ristabilita come Arciconfraternita, ovvero associazione di volontariato d'ispirazione cristiana, presso la storica sede di Palagio dei Capitani di Parte Guelfa in Piazza di Parte Guelfa a Firenze. Originata da una magistratura marziale, la Parte Guelfa di Firenze, era costituita come ordine cavalleresco gerarchicamente strutturato e, unica accanto alla Signoria, possedeva sigilli propri e l'autorità di creare cavalieri. Il mantello dei cavalieri fiorentini è sempre stato verde scuro mentre l'insegna, visibile in moltissimi edifici pubblici e religiosi fiorentini, è d'argento all'aquila di rosso brancante un drago verde e sormontata dal giglio fiorentino in quanto benignamente concessa da Clemente IV ai consoli dei cavalieri fiorentini per riconoscenza. L'Arciconfraternita di Parte Guelfa gode del privilegio di rappresentante il Comune di Firenze per gli eventi di cerimoniale a cavallo come Cavalleria della Repubblica Fiorentina e ha come Santo patrono San Ludovico d'Angiò, Vescovo di Tolosa. La Parte Guelfa si adopera oggi per la valorizzazione delle tradizioni popolari con speciale attenzione alle espressioni tradizionali cristiane, si impegna nella protezione e nella valorizzazione delle risorse naturali e paesaggistiche e si adopera per la custodia delle istituzioni ecclesiastiche.

In seguito i due nomi di partito hanno generato diversi toponimi e nomi di persona o di famiglia riconducibili ad essi. Un esempio per entrambi i casi: Guffanti = Guelfi-fanti; Giubellini = Ghibellini.

Maggiori città ghibelline[modifica | modifica wikitesto]

Maggiori città guelfe[modifica | modifica wikitesto]

Città con schieramento variabile[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giustiniano invita Dante a giudicare l'operato di Guelfi e Ghibellini che è causa dei mali del mondo: i primi si oppongono al simbolo imperiale dell'aquila appoggiandosi ai gigli d'oro della casa di Francia; i secondi se ne appropriano per i loro fini politici, per cui è arduo stabilire chi dei due sbagli di più. I Ghibellini dovrebbero fare i loro maneggi sotto un altro simbolo; lungi da quello divino, poiché è un pessimo seguace del pensiero di Dio chi separa il Segno della perfetta infallibile Giustizia Celeste da quella terrena. Carlo d'Angiò, d'altronde, non creda di poterlo abbattere coi suoi Guelfi, dal momento che l'aquila coi suoi artigli ha scuoiato leoni più feroci di lui.
  2. ^ Raveggi, L'Italia dei Guelfi e Ghibellini, Mondadori, 2009
  3. ^ C.Wickham, Legge, pratiche e conflitti. Tribunali e risoluzione delle dispute nella Toscana del XII secolo, Roma 2000, p.43
  4. ^ Rosa Maria Dessì, Guelfi e Ghibellini, prima e dopo la battaglia di Montaperti(1246-1358), Siena, Accademia degli Intronati, 2011, pp.21-32
  5. ^ Raveggi, Tarassi, Medici, Parenti, Ghibellini, Guelfi e Popolo Grasso, La Nuova Italia, 1978, pp.70-72 162-164
  6. ^ E. Faini, Il convito del 1216. La vendetta all'origine del fazionalismo fiorentino, «Annali di storia di Firenze», 1 (2006)
  7. ^ Villani, Nuova Cronica, VII, III e VI
  8. ^ R.Davidsohn, Storia di Firenze, Firenze, 1956-1968, vol.I
  9. ^ Villani, Nuova Cronica, VII, IV
  10. ^ Vessilli
  11. ^ Aristocrazia e popolo nelle città italiane. Il caso di Firenze (il comune e il popolo). Reti medievali. G.Villani, Nuova Cronica, VIII
  12. ^ Federico Canaccini, Restano i termini, mutano i significati: Guelfi e Ghibellini. L'evoluzione semantica dei nomi delle fazioni medioevali italiane. pp. 89-90
  13. ^ Franco Cardini, Storie fiorentine, Ed. Loggia de' Lanzi, Firenze, 1994, ISBN 88-8105-006-4
  14. ^ Villani, Nuova Cronica, VII, LXXIV
  15. ^ Villani, Nuova Cronica, VII, LXXVIII
  16. ^ Dante, Divina Commedia, Inferno, Canto X, 85
  17. ^ Rosa Maria Dessì, Guelfi e Ghibellini, prima e dopo la battaglia di Montaperti(1246-1358), Siena, Accademia degli Intronati, 2011
  18. ^ Villani, Nuova Cronica, VII, LXXIX
  19. ^ Raveggi, Tarassi, Medici, Parenti, Ghibellini, Guelfi e Popolo Grasso, La Nuova Italia, 1978, pp. 7-8
  20. ^ R.Davidsohn, Forschungen zur Geschichte von Florenz, IV, Berlin 1908, p.159
  21. ^ Raveggi, Tarassi, Medici, Parenti, Ghibellini, Guelfi e Popolo Grasso, La Nuova Italia, 1978, p.8
  22. ^ Villani, Nuova Cronica, VIII, XIII, p.430
  23. ^ Raveggi, Tarassi, Medici, Parenti, Ghibellini, Guelfi e Popolo Grasso, La Nuova Italia, 1978, pp. 13-21
  24. ^ Per "popolo" si intende quei numerosi esponenti della parte popolare non troppo legati alle due fazioni. G.Salvemini, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295, Milano 1966, Excursus I, pp. 198-231
  25. ^ Raveggi, Tarassi, Medici, Parenti, Ghibellini, Guelfi e Popolo Grasso, La Nuova Italia, 1978, p.78
  26. ^ R.Davidsohn, Storia di Firenze, II, Firenze, 1969, pp. 814 e ss.
  27. ^ Salvemini. Cfr. anche G.Villani, Cronica, ed.Magheri, Firenze 1823, VII, 13; L.Bruni, Istoria fiorentina, trad. a cura di D.Acciaioli, Firenze 1861, p.99
  28. ^ Della politica estera condotta da questa Parte fa menzione Davidsohn; ad esempio, nel 1274, i Guelfi aiutarono, a Bologna, la fazione dei Geremei contro i ghibellini Lambertazzi (Storia, V, P.193). Anche Villani si occupa di questo argomento (Cronica, VII, 20.)
  29. ^ Villani, Nuova Cronica, VIII, XIII
  30. ^ Martini - Gori, La Liguria e la sua anima, Savona, Sabatelli, 1967, ISBN 8875451893.
  31. ^ Davidsohn, Storia di Firenze, II, pp.114-115
  32. ^ Raveggi, Tarassi, Medici, Parenti, Ghibellini, Guelfi e Popolo Grasso, La Nuova Italia, 1978, pp. 207-209
  33. ^ R.Davidsohn, Storia di Firenze, II, Firenze, 1969, pp. 205 e ss.
  34. ^ Raveggi, Tarassi, Medici, Parenti, Ghibellini, Guelfi e Popolo Grasso, La Nuova Italia, 1978
  35. ^ Accanto ai Donati, vi erano famiglie come i Bardi, i Becchenugi, i Frescobaldi, gli Scali, i della Tosa e i Pazzi, legati alla corte angioina per i loro interessi economici.
  36. ^ Banchieri ricchissimi che ebbero anche la gestione della tesoreria pontificia
  37. ^ Raveggi, Tarassi, Medici, Parenti, Ghibellini, Guelfi e Popolo Grasso, La Nuova Italia, 1978, p. 183
  38. ^ R.Davidsohn, Storia di Firenze, II, Firenze, 1969, pp. 283-295
  39. ^ Antonio Bartolini, La Battaglia di Campaldino: Racconto dedotto dalle cronache dell'ultimo periodo del secolo XIII. Con note storiche intorno ad alcuni luoghi del Casentino, Firenze, Tipografia Polverini, 1876
  40. ^ Franco Cardini, Storie fiorentine, Firenze, Loggia de' Lanzi, 1994
  41. ^ R.Davidsohn, Storia di Firenze, II, Firenze, 1969, pp. 537 e ss.
  42. ^ R.Davidsohn, Storia di Firenze, II, L'egemonia guelfa e la vittoria del popolo, Firenze 1957, pp.622-644
  43. ^ Dino Compagni, Cronica, I, 11
  44. ^ Bussotti, Grotti, Moriani, Storia della Toscana, Ed. il capitello
  45. ^ Della nobiltà dell'Italia parte prima. Del signor D. Francesco Zazzera
  46. ^ Terni medievale. La città, la chiesa, i santi, l'agiografia. Di Edoardo D'Angelo
  47. ^ Si pensi che una mola da olio o un mulino valevano circa 1000 denari, o poco più di 14 libbre.
  48. ^ Villani, Nuova Cronica cit. (nota 6), VIII, 2.
  49. ^ R.Davidsohn, Storia di Firenze, Firenze, 1956-1968, vol. II, pp. 547-548
  50. ^ Federico Canaccini, Battaglie di immagini tra Guelfi e Ghibellini nella Toscana comunale. Sull'uso storico di fonti sfragistiche ed araldiche circa la lotta di fazione in Toscana. «Studi medievali», s. III, 53(2012), p. 639
  51. ^ Apoc. 12, 3
  52. ^ Federico Canaccini, Battaglie di immagini tra Guelfi e Ghibellini nella Toscana comunale. Sull'uso storico di fonti sfragistiche ed araldiche circa la lotta di fazione in Toscana. «Studi medievali», s. III, 53(2012), p. 642
  53. ^ Dante, Divina Commedia, Inferno, I, vv.31-54
  54. ^ Federico Canaccini, Battaglie di immagini tra Guelfi e Ghibellini nella Toscana comunale. Sull'uso storico di fonti sfragistiche ed araldiche circa la lotta di fazione in Toscana. «Studi medievali», s. III, 53(2012), p. 653
  55. ^ Federico Canaccini, Restano i termini, mutano i significati: Guelfi e Ghibellini. L'evoluzione semantica dei nomi delle fazioni medioevali italiane
  56. ^ Al secolo Bernardino degli Albizzeschi (Massa Marittima, 8 settembre 1380 – L'Aquila, 20 maggio 1444), fu un religioso italiano appartenente all'Ordine dei Frati Minori: è stato proclamato santo nel 1450 da papa Niccolò V.
  57. ^ Pietro Barozzi (Venezia, 1441 – Padova, 10 gennaio 1507) è stato un vescovo cattolico e umanista italiano
  58. ^ Giovanni Andrea Alciato o Alciati (Milano, 8 maggio 1492 – Pavia, 12 gennaio 1550) è stato un giurista e insegnante italiano, nato nel Ducato di Milano
  59. ^ Villani, Cronache
  60. ^ La battaglia di Tagliacozzo, fu combattuta il 23 agosto 1268 tra i ghibellini sostenitori di Corradino di Svevia e le truppe angioine di Carlo I d'Angiò, di parte guelfa.
  61. ^ Agenore Bassi, Storia di Lodi, Lodi, Edizioni Lodigraf, 1977, pagg. 39-44. ISBN 88-7121-018-2.

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