Partenope (sirena)

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La sirena Partenope nella fontana della Sirena, collocata al centro della napoletana piazza Sannazaro.
La sirena Partenope.
(DE)

«So sang Parthenope; mit süßen Schmerzen
Fuhr ihrer Stimme Pfeil zu meinem Herzen.»

(IT)

«Così cantava Partenope, che provava un dolore dolce
La sua voce era una freccia che colpì il mio cuore.»

Partenope (in greco antico: Παρθενόπη?; in latino Parthenŏpe) era, nell'antica mitologia greca, una sirena.

Il mito classico[modifica | modifica wikitesto]

Secondo Esiodo, era figlia di Forco, mentre altre fonti indicano che fu generata da Acheloo e la Terra oppure dalla musa Melpomene.

Secondo la tradizione raccolta nelle Argonautiche orfiche (V secolo d.C.), le tre sirene, Partenope, Ligea e Leucosia, vengono battute nel canto da Orfeo e per la disperazione si buttano in mare, dove vengono trasformate in scogli. Nelle più note Argonautiche di Apollonio Rodio (III secolo a.C.), la loro morte viene attribuita all'insensibilità di Ulisse alla malia del loro canto.

In origine le tre sirene erano tre fanciulle, ancelle della dea Persefone e vivevano nell’antica Hipponion (odierna Vibo Valentia). Dopo il rapimento della dea da parte di Ade che la portò nel suo regno per sposarla, le tre fanciulle vennero trasformate in sirene dalla dea Demetra per non aver impedito il rapimento della figlia Persefone. Le tre sirene persa la loro umanità iniziarono ad ammaliare i marinai che passavano lungo la costa vibonese per poi divorarli, fino all’incontro con Ulisse. In tale occasione le sirene non riuscirono nel loro intento e si suicidarono gettandosi in mare per la frustrazione. I loro corpi vengono trasportati dal mare, sicché Ligea finisce a Terina, Leucosia a Posidonia e Partenope alle foci del fiume Sebeto[1], dove poi i Cumani, con l'espulsione degli oligarchi nell'ambito del clima di stasis presente sotto il tiranno Aristodemo, avrebbero fondato Neapolis[2].

Partenope e Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Il corpo esanime della sirena sarebbe giunto nel luogo in cui oggi sorge Castel dell'Ovo e proprio lì le sarebbe stata dedicata una corsa con le fiaccole, che ogni anno si compiva in suo onore (le cosiddette Lampadedromie)[3]. Il Suida, lessicografo bizantino del decimo secolo, ci fa sapere che a Napoli fu eretta una statua della sirena («Νeapolis, urbs Ιtalie celebris, in qua Parthenopes Sirenis statua collocata est»), ma non spiega se ai suoi tempi detto monumento era ancora esistente[4].

A Napoli Partenope era venerata come dea protettrice; per esempio, Virgilio utilizzava il suo nome in senso metonimico[5] e, da qui a partire dalla prima età moderna, con storici e cronisti aragonesi e barocchi, la sirena veniva utilizzata come esempio antonomastico della doppiezza della natura dei meridionali o della loro lascivia[6].

Il cantante Liberato ha intitolato Partenope una delle sette canzoni che ha pubblicato il 9 maggio 2022. La protagonista del video musicale è una sirena.[7]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ O. Elia, Partenope, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 16 ottobre 2017.
  2. ^ L. Cerchiai, Meta ton enchorion men enaumachesan. Neapolis e la seconda battaglia di Cuma, Academia.edu, p. 213.
  3. ^ A. D'Andria, Biografie impossibili. Mito delle origini e valore della “biografia” di Partenope in Giovanni Antonio Summonte, in «Rassegna Storica Lucana», n. 45-46, 2006, pp. 127-130.
  4. ^ Suida, Lexicon, graece et latine. T. II, p. 603. Halle e Brunswick, 1705.
  5. ^ Virgilio, Georgiche IV, 564.
  6. ^ A. D'Andria, Biografie impossibili. Mito delle origini e valore della “biografia” di Partenope in Giovanni Antonio Summonte, in «Rassegna Storica Lucana», n. 45-46, 2006, pp. 127-142.
  7. ^ Ilaria Urbani, Musica, Liberato canta ancora: ecco il nuovo singolo Partenope, su La Repubblica, 10 maggio 2022. URL consultato l'11 maggio 2022.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • A. D'Andria, Biografie impossibili. Mito delle origini e valore della “biografia” di Partenope in Giovanni Antonio Summonte, in «Rassegna Storica Lucana», n. 45-46, 2006, pp. 127-142.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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