Spedizione ateniese in Sicilia

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Spedizione in Sicilia
Mappa della spedizione ateniese in Sicilia.
Mappa della spedizione ateniese in Sicilia.
Data primavera-estate 415 - estate 413 a.C.
Luogo Siracusa
Causa Richiesta di Segesta di un aiuto da parte di Atene contro Siracusa
Esito Grave disfatta ateniese
Modifiche territoriali Nessuno
Schieramenti
Comandanti
Ermocrate
Diomilo
Eracleide
Sicano
Gilippo
Nicia
Alcibiade (solo inizialmente)
Lamaco
Demostene
Eurimedonte
Effettivi
Sconosciute le forze siracusane, 3000 opliti spartani Spedizione (415 a.C.): 134 triremi tra cui 60 navi veloci, 5100 opliti, 700 truppe leggere, 480 arcieri e 700 frombolieri
Primi rinforzi (414 a.C.): 10 o 20 navi, 2000 o 4000 uomini
Ultimi rinforzi (413 a.C.): 73 triremi, 5000 opliti[1]
Perdite
Non si hanno cifre precise Su 12.000 uomini solo 7.000 superstiti, poi fatti schiavi a Siracusa[2]
Alcibiade, dapprima al comando della spedizione ateniese, passò nei ranghi delle forze spartane in difesa di Siracusa.
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(GRC)

« ἐς δὲ τὰς Ἀθήνας ἐπειδὴ ἠγγέλθη, ἐπὶ πολὺ μὲν ἠπίστουν καὶ τοῖς πάνυ τῶν στρατιωτῶν ἐξ αὐτοῦ τοῦ ἔργου διαπεφευγόσι καὶ σαφῶς ἀγγέλλουσι, μὴ οὕτω γε ἄγαν πανσυδὶ διεφθάρθαι »

(IT)

« Allorché Atene fu colta dalla notizia [della sconfitta] la città stette per lungo tempo incredula, perfino contro i lucidi rapporti di alcuni reduci, uomini di garantito stampo militare, che rimpatriavano fuggiaschi dal teatro stesso delle operazioni: l'annientamento dell'armata non poteva davvero esser stato così totale. »

(Tucidide, La guerra del Peloponneso, VIII, 1.)

La spedizione ateniese in Sicilia, o seconda spedizione ateniese in Sicilia o anche grande spedizione ateniese in Sicilia per distinguerla da quella del 427 a.C.,[3] ebbe luogo tra la primavera e l'estate del 415 e l'estate del 413 a.C.[4] Dopo le prime vittorie ateniesi, che misero in seria difficoltà l'esercito siracusano, le sorti della guerra furono capovolte grazie ai rinforzi spartani sotto il comando di Gilippo. La sconfitta della grande armata di Atene causò la prigionia dei soldati nelle latomie siracusane, costretti a vivere tra stenti e sofferenze sino alla morte; pochi furono i superstiti che riuscirono a ritornare in patria. Il fallimento della spedizione segnò l'avvio del definitivo declino militare e politico di Atene, seguito dal colpo di Stato aristocratico del 411 a.C. e dalla definitiva sconfitta nella guerra del Peloponneso (404 a.C.).

Tucidide, storico ateniese, dedica due libri della sua opera Guerra del Peloponneso proprio alla spedizione ateniese, per sottolineare la grandezza ed eccezionalità dell'evento.[5] Egli cominciò così «un nuovo lavoro, un lavoro sulla Sicilia»[6] che divenne lo sfondo della guerra del Peloponneso (431 - 404 a.C.). Le Vite parallele di Plutarco (in particolare la Vita di Nicia) e la Bibliotheca historica di Diodoro Siculo costituiscono altre importanti fonti sulla grande spedizione in Sicilia.[Nota 1]

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra del Peloponneso § La fase Archidamica (431-421 a.C.).

Nel 421 a.C. si era conclusa la prima fase della guerra del Peloponneso grazie alla Pace di Nicia che aveva decretato, teoricamente per 50 anni, la cessazione delle ostilità tra Sparta e Atene ripristinando lo status quo ante bellum. Atene avrebbe dovuto cedere le città di Pylos e Citera in cambio della città di Amphipolis, mentre la città di Scione, che aveva rotto l'alleanza con Atene per allearsi con Sparta durante la guerra del Peloponneso, sarebbe dovuta tornare sotto il controllo ateniese.[7]

Nonostante gli accordi, ben presto sorsero forti attriti tra Spartani e Ateniesi. La pace di Nicia prevedeva, infatti, che una delle due fazioni, scelta a sorte, in segno di buona volontà facesse il primo passo restituendo una delle città che spettavano all'avversario. Quando però toccò a Sparta iniziare per prima, a causa della scarsa fiducia che riponeva in Atene, si rifiutò di restituire Amphipolis e di conseguenza Atene non liberò Pylos.[7] In realtà la pace permise il riarmo delle parti belligeranti che attendevano l'inizio delle ostilità. Fu sin da subito chiaro che due città come Sparta e Atene non potevano coesistere alle stesse condizioni che avevano determinato la guerra del Peloponneso.[8][9] Sia Sparta che Atene incominciarono una "guerra indiretta", ognuna sfruttando i propri alleati per contrastare la polis nemica.[10] Questo spiega le ragioni dell'invio di un'ambasceria in Sicilia nel 422 a.C.: trarre dalla propria parte più poleis possibili prima di tentare la conquista dell'isola. Il piano tuttavia dovette saltare dopo l'inesorabile rifiuto di Gela. Tutto ciò indica che gli Ateniesi, nonostante la disfatta della spedizione del 427 a.C., erano tutt'altro che restii dal compierne una nuova.[11][12]

Casus belli[modifica | modifica wikitesto]

Il pretesto della guerra tra Selinunte e Segesta[modifica | modifica wikitesto]

Busto di Alcibiade

In questo contesto storico e politico nel 416 a.C. scoppiò una guerra sorta per dispute territoriali tra le poleis siceliote di Selinunte e Segesta, la prima alleata di Siracusa e da questa prontamente appoggiata, la seconda alleata di Atene.

Lo scoppio di questo conflitto si rivelò agli Ateniesi come la prófasis (occasione) per poter intervenire con maggiori forze in Sicilia, rispetto alla precedente spedizione, grazie alla tregua per la pace di Nicia (421 - 414 a.C.). Segesta, dopo aver chiesto invano un aiuto da parte dei Cartaginesi, si rivolse ad Atene inviando degli ambasciatori che riuscirono a stringere un accordo di difesa con la città in virtù della precedente alleanza risalente alla metà del V secolo a.C.[Nota 2][13]

Dopo la richiesta di aiuto, Atene inviò a Segesta degli emissari che ottennero un'ottima accoglienza: furono mostrate loro tutte le ricchezze della città e fu offerto un compenso per la loro venuta. In quell'occasione i Segestani raccontarono della possibilità che Siracusa potesse approfittare della situazione per guadagnare maggiore potenza.[14] Gli emissari tornati ad Atene, oltre a spiegare la situazione politica dell'isola riferirono delle grandi ricchezze di Segesta, che costituivano un valido motivo per un intervento militare da cui avrebbero tratto dei benefici economici:[15]

(GRC)

« τοῦ δ᾽ ἐπιγιγνομένου θέρους ἅμα ἦρι οἱ τῶν Ἀθηναίων πρέσβεις ἧκον ἐκ τῆς Σικελίας καὶ οἱ Ἐγεσταῖοι μετ᾽ αὐτῶν ἄγοντες ἑξήκοντα τάλαντα ἀσήμου ἀργυρίου ὡς ἐς ἑξήκοντα ναῦς μηνὸς μισθόν, ἃς ἔμελλον δεήσεσθαι πέμπειν. καὶ οἱ Ἀθηναῖοι ἐκκλησίαν ποιήσαντες καὶ ἀκούσαντες τῶν τε Ἐγεσταίων καὶ τῶν σφετέρων πρέσβεων τά τε ἄλλα ἐπαγωγὰ καὶ οὐκ ἀληθῆ καὶ περὶ τῶν χρημάτων ὡς εἴη ἑτοῖμα ἔν τε τοῖς ἱεροῖς πολλὰ »

(IT)

« La stagione seguente [nel 415 a.C.], all'aprirsi della primavera, l'ambasceria ateniese fece ritorno dalla Sicilia ed al suo seguito tornarono i Segestani, recando con sé sessanta talenti di argento non coniato, che rappresentavano il soldo di un mese per gli equipaggi di quelle sessanta navi di cui avevano in proposito di sollecitare l'invio. L'assemblea si raccolse subito in Atene, e poté udire dalla bocca dei Segestani e degli ambasciatori della propria città, tra il cumulo delle altre affascinanti fandonie, questa di particolare spicco: che quanto a finanze nei tesori dei santuari e in quello statale giacevano depositi ingenti subito disponibili. »

(Tucidide, Guerra del Peloponneso, VI, 8, 1-2)

Quello che però gli emissari di Atene non sapevano era che Segesta si era fatta prestare da altre città molte delle ricchezze mostrate loro e che, quindi, la ricompensa che avrebbero potuto riscuotere era solamente una frazione di ciò che avevano visto. Ad Atene fu riunita più volte l'assemblea per discutere sull'eventuale intervento in favore di Segesta e per decidere i nomi dei capi preposti al comando. L'assemblea quindi voterà: Alcibiade, Nicia e Lamaco.[16][17][18]

Le motivazioni economiche e di prestigio[modifica | modifica wikitesto]

Modello di elmo spartano conservato al British Museum di Londra

Già durante la prima spedizione del 427 a.C., gli Ateniesi avevano armato e inviato in Sicilia un ristretto contingente di soldati a sostegno dell'esercito di Leontini. Una possibile motivazione per giustificare questo soccorso è stata proposta da Tucidide, che scrive: «[gli Ateniesi] volevano impedire che dalla Sicilia fosse importato grano nel Peloponneso». Simili probabilmente furono anche le motivazioni che spinsero Atene ad intraprendere una nuova spedizione a meno di 15 anni dalla prima. Sarebbe scaturito un duplice guadagno dalla conquista della regione: in primo luogo era presente un vantaggio di tipo economico, infatti, seppure gli Ateniesi avevano in parte perso quello slancio imperialista e talassocratico che caratterizzò la politica di Pericle, morto nel 429 a.C., non disdegnavano certo di rivolgere i pensieri su una nuova possibilità di commercio, in speranze di guadagno, di onore e potere.[3] In secondo luogo, minare le fonti di sostentamento di una città come Sparta, avrebbe sicuramente giovato ad Atene nella prospettiva di una ripresa del conflitto, vista anche la labile pace che Nicia era riuscito a stipulare nel 421 a.C.[19]

Gli Ateniesi d'altra parte furono spinti ad entrare in contatto con le genti di Sicilia già nel 427 a.C. per garantire la sicurezza alla navigazione sullo stretto, importante passaggio di commerci nel Mediterraneo.[20] Tuttavia, «su quali fossero le reali motivazioni [che spinsero gli Ateniesi ad intraprendere una spedizione] non si è fatta chiarezza sufficiente».[21]

Qualunque fossero le cause che spinsero gli Ateniesi ad intraprendere questa spedizione, è chiaro come non si possa omettere il fatto che ignoravano le reali condizioni delle poleis di Sicilia, il loro numero di soldati e la resistenza che avrebbero opposto. Simili considerazioni si ritrovano già in Tucidide[22] che nella sua opera cerca di inquadrare al meglio la situazione e i conflitti interni spesso presenti nella polis di Atene. Scrive a tal proposito la storica inglese Mary Frances Williams:

(EN)

« The Athenians made an important decision not only about an expedition but also about a war with very little foresight, actual knowledge of the situation, or planning. »

(IT)

« Gli Ateniesi presero un'importante decisione non solo riguardo a una spedizione ma anche riguardo a una guerra con pochissima lungimiranza e reale conoscenza della situazione, o pianificazione. »

(Mary Frances Williams, Ethics in Thucydides: The Ancient Simplicity, p. 208)

I preparativi ad Atene[modifica | modifica wikitesto]

Una parte dell'oracolo di Ammone nell'oasi di Siwa

La consultazione degli oracoli[modifica | modifica wikitesto]

La consultazione degli oracoli era fondamentale per comprendere il parere degli dèi prima di intraprendere la spedizione. I primi sacerdoti consultati, però, diedero dei responsi negativi. Al che Alcibiade decise di consultare altri indovini che, in questo caso, espressero una posizione diverse: promettendo grande gloria agli ateniesi. Dello stesso parere era l'oracolo di Ammone, che risiedeva nell'oasi libica di Siwa,[23] secondo cui gli Ateniesi trionfanti avrebbero fatti numerosi prigionieri tra i Siracusani. Riguardo all'oracolo di Zeus a Dodoma, gli Ateniesi credettero che la profezia assicurasse la futura occupazione della Sikelía, che, al contrario di quello che a prima vista sembrò ai delegati, per Sikelía l'oracolo intese un colle presso la città di Atene e non la Sicilia (in greco antico Σικελία). Tuttavia, come scrive Plutarco, «si tennero nascoste le profezie avverse per timore del malaugurio» e quindi di non riuscire a raggiungere il consenso che soprattutto Alcibiade auspicava per poter organizzare la spedizione.[24][25] Questa «lotta tra gli indovini», come nota lo studioso Luciano Canfora, era senza dubbio guidata dalla necessità di guadagnarsi il favore di tutte le classi, anche quella più povera dei teti, maggiormente influenzata dai responsi divini: tutto questo faceva parte del "circuito" fondamentale nella presa di una decisione ad Atene.[26]

L'assemblea di Atene[modifica | modifica wikitesto]

« Venne questa impresa in disputa in Atene. Alcibiade e qualche altro cittadino consigliavano che la si facesse, come quelli che, pensando poco al bene publico, pensavono all'onore loro, disdegnando essere capi di tale impresa. Ma Nicia, che era il primo intra i reputati di Atene, la dissuadeva, e la maggiore ragione che nel concionare al popolo, perché gli fusse prestato fede, adducesse fu questa: che non consigliando esso che non si facesse questa guerra, e' consigliava cosa che non faceva per lui; perché stando Atene in pace sapeva come vi erano infiniti cittadini che gli volevano andare innanzi; ma, facendosi guerra, sapeva che nessuno cittadino gli sarebbe superiore o equale. »
(Niccolò Machiavelli, Opere, vol. I, a cura di C. Vivanti, 1997, p. 465.)

La decisione di unirsi ad un'altra guerra in Sicilia, dato che quella del Peloponneso si era temporaneamente fermata, costrinse più volte l'assemblea democratica ateniese a discutere e a votare a distanza di pochi giorni le decisioni da intraprendere tra quelle proposte dalle due fazioni politiche: la fazione contraria alla spedizione, di cui faceva parte Nicia, e l'altra favorevole all'intervento, capitanata da Alcibiade.[27][28]

L'opposizione di Nicia[modifica | modifica wikitesto]

I dubbi di Nicia
Nicia

Un estratto del discorso di Nicia all'assemblea poco prima della decisione da intraprendere sulla spedizione:

« L'assemblea si raccoglie oggi a dibattere l'entità e le forme degli armamenti da assegnarci in dotazione, per la nostra campagna laggiù in Sicilia. Ebbene a mio parere è indispensabile riepilogare i termini della questione e riesaminarne il nocciolo: impegnare la nostra flotta in quei mari è in realtà la scelta più proficua? O non ci conviene piuttosto respingere gli appelli di stati lontani per stirpe da noi, ed esimerci dal suscitare così alla leggera, con un decreto troppo precipitoso rispetto all'immensità dell'impresa, una guerra tanto remota dai nostri interessi?[...] »
(Tucidide, La guerra del Peloponneso, VI, 9.[29])

Dopo che l'assemblea ateniese sentì le parole degli ambasciatori di Segesta, essa votò l'invio in Sicilia di 60 triremi al comando di Nicia, Lamaco e Alcibiade.

Nicia, che secondo Tucidide non aveva mai desiderato avere il comando, colse in questo modo un'occasione propizia rivolgendosi all'assemblea che fu riconvocata cinque giorni dopo la prima votazione.[28] Il primo discorso di Nicia, tramandato da Tucidide,[30] toccò alcune questioni irrisolte riguardanti la situazione in Grecia,[31] e mosse profonde critiche a chi era attratto dal desiderio di conquistare la Sicilia solo per arricchirsi. Parlò della pericolosa alleanza con Segesta, città troppo lontana dagli interessi ateniesi: un solo messaggero avrebbe impiegato quattro mesi per giungere dalla Sicilia ad Atene.[32] Inoltre fece notare che un'eventuale spedizione avrebbe reso momentaneamente debole militarmente la città, che sarebbe stata soggetta ad attacchi nemici.[33]

Ma tutti questi ragionamenti non valsero a contrastare il carisma di Alcibiade che fece «ardere [l'assemblea] dal desiderio di compiere la spedizione».[34] Fallito il tentativo di dissuasione, Nicia, con un secondo discorso rivolto all'assemblea, prese una posizione meno decisa e mise in primo piano i reali pericoli di una spedizione; così propose l'invio di un numeroso corpo di spedizione tra fanti, navi e cavalli in grado di fronteggiare la temibile cavalleria siciliana.[32]

Il ruolo di Nicia nella critica moderna[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni studiosi, tra cui Kagan,[35] de Sanctis[36] e la Sordi,[8] ritengono che Tucidide abbia oscurato la reale posizione di Nicia nei confronti della spedizione, che non fu né priva di colpe né contraria come l'ateniese vuol far credere. Kagan definisce la fase bellica in Sicilia come un continuum naturale della guerra in atto nella Grecia continentale, ciò però non traspare dallo scritto di Tucidide.[35]

Se Nicia avesse avuto una parte delle responsabilità nell'approvazione della spedizione in Sicilia, si potrebbe spiegare perché egli accettò l'incarico di generale contro la sua volontà.[30] Alcuni frammenti di una stele ritrovati sull'acropoli di Atene confermano che, a seguito della prima assemblea, si era designato un solo generale al comando della flotta di 60 navi e Nicia non avrebbe avuto la possibilità, anche se avesse voluto, di proporsi a capo (vista la candidatura in prima linea di Alcibiade).[37]

Alcibiade[modifica | modifica wikitesto]

Le risposte di Alcibiade
Alcibiade

Questa la risposta di Alcibiade ai dubbi di Nicia:

« Conviene a me, Ateniesi, il comando, meglio che a chiunque altro (il tema del mio esordio è obbligato, poiché è quello su cui s'impunta Nicia) e ho chiara coscienza d'esserne degno. Gli atti che fan volare il mio nome sulle labbra del mondo aggiungono prestigio ai miei antenati e alla mia persona, e anche alla patria recano buon frutto. Abbagliai del mio splendore, nella sacra cornice d'Olimpia, i Greci. E quel giorno, di fronte alla schiera dei miei sette cocchi (a nessuno in passato sarebbero bastate le forze d'allinearne un tal numero) quando oltre al trionfo del primo conquistai anche il secondo e il quarto premio, coronando ogni altro momento della cerimonia con un fulgore degno della vittoria, si diffuse magnifica nel pubblico l'immagine di un'Atene superba, mentre cadde dai cuori quella ormai consueta di una città in ginocchio per i sacrifici del suo lungo duello. Impresa che ci cinge d'onore, secondo l'uso attuale [...] »
(Tucidide, La guerra del Peloponneso, VI, 16.[29])

Il discorso di Alcibiade all'assemblea, particolarmente impreziosito da Tucidide che si ispira alle tragedie di Euripide,[38] si incentra soprattutto sulla messa in evidenza dell'inferiorità di tutte le città di Sicilia, divise e in conflitto tra loro, quasi come se fossero barbari. La conquista della regione, secondo Alcibiade, si prospettava priva di difficoltà degne di nota e avrebbe dato ad Atene non solo il potere in Sicilia, ma anche mezzi con cui poter vincere gli Spartani in Grecia. D'altronde lo spirito di arroganza che caratterizzò il personaggio di Alcibiade, che era anche più giovane di Nicia di vent'anni,[39] potrebbe averlo indotto a pensare di eguagliare le imprese dell'alcmeonide Pericle quando affrontò vittoriosamente la spedizione d'Egitto (anni 450 a.C.).[26][40]

La contrarietà di Metone e Socrate[modifica | modifica wikitesto]

Tra chi si oppose ci furono Metone, l'astronomo che inventò il ciclo di 19 anni per far corrispondere l'anno solare a quello lunare, e il famoso filosofo Socrate. In segno di protesta contro la decisione di organizzare una spedizione, Metone incendiò la sua casa fingendo di essere impazzito; secondo Plutarco, Metone in realtà protestò per cercare di salvare suo figlio che era capitano di una trireme.[24] Un'altra versione è narrata nella Varia historia di Eliano, che scrive:

(GRC)

« Μέτων ὁ ἀστρονόμος μελλόντων ἐπὶ τὴν Σικελίαν πλεῖν τῶν Ἀθηναίων ἤδη καὶ αὐτὸς εἷς ᾖν τοῦ καταλόγου. σαφῶς δὲ ἐπιστάμενος τὰς μελλούσας τύχας τὸν πλοῦν ἐφυλάττετο δεδιὼς καὶ σπεύδων τῆς ἐξόδου ἑαυτὸν ῥύσασθαι. ἐπεὶ δὲ οὐδὲν ἔπραττεν, ὑπεκρίνατο μανίαν: καὶ πολλὰ μὲν καὶ ἄλλα ἔδρασε πιστώσασθαι τὴν τῆς νόσου δόξαν βουλόμενος, ἐν δὲ τοῖς καὶ τὴν συνοικίαν τὴν αὑτοῦ κατέπρησεν: ἐγειτνία δὲ αὕτη τῇ Ποικίλῃ. καὶ ἐκ τούτου ἀφῆκαν αὐτὸν οἱ ἄρχοντες. »

(IT)

« L'astronomo Metone, quando gli Ateniesi erano sul punto di navigare per la Sicilia, faceva anche lui parte dell'elenco dei soldati. Ma già vedendo chiaramente i futuri disastri, per paura egli cercò di evitare la spedizione, dandosi alla ricerca dell'uscita. Dopo che non ottenne niente, simulò la pazzia e fece molte altre cose pur di procurarsi una credenza della sua infermità, tra queste costruì un insediamento presso i portici di Atene. I comandanti allora lo lasciarono. »

(C. Eliano, Varia historia, XIII, 12)


Il demone presente nel filosofo Socrate, secondo Plutarco, gli avrebbe predetto la futura rovina della spedizione di Sicilia e Socrate avrebbe confidato questa sorte ai suoi amici più intimi.[41]

Entrambi gli episodi di Metone e Socrate non sono narrati da Tucidide, ma da Plutarco che dà ampio spazio alla descrizione della situazione popolare all'indomani della notizia di una spedizione.[42] Frequenti sono le allusioni a episodio di pazzia e d'irrazionalità, come l'episodio accaduto presso l'altare dei Dodici dèi, nell'agorà di Atene:

(GRC)

« καὶ τοῦτο ἦν, ὡς ἔοικεν, ὃ παρῄνει τῇ πόλει τὸ δαιμόνιον ἐν τῷ παρόντι, τὴν ἡσυχίαν ἄγειν. »

(IT)

« un tale vi saltò su [sull'altare] all'improvviso e vi si mise a cavalcioni, poi con una pietra si evirò. »

(Plutarco, Vita di Nicia, 13, 3-4)

Forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Atene[modifica | modifica wikitesto]

L'acropoli di Atene, centro politico, culturale e religioso della città greca

La flotta inviata durante la prima spedizione in Sicilia ritornò ad Atene con 12 000 uomini e 60 triremi su cui erano caricati 200 uomini. Probabilmente non tutte le navi che giunsero nel 424 a.C. rimasero intatte fino al 415 a.C.[43] Nicia, che comprese la difficoltà di una conquista della Sicilia, suggerì di schierare 100 triremi[Nota 3] e una fanteria pesante composta da non meno di 5000 opliti tra ateniesi e alleati: inoltre, richiese reparti di frombolieri e arcieri ateniesi e cretesi.[44]

Riguardo all'effettivo numero di soldati e navi schierati, si accetta la testimonianza di Tucidide che conta, per quanto riguarda le navi: 134 triremi e 2 navi di Rodi, di cui 100 attiche, 60 erano unità veloci, le rimanenti 74 da trasporto. Gli opliti erano in totale 5100, di cui 750 tra Argivi e Mantinei, che sono tra le migliori unità di fanteria dell'esercito,[45] a cui bisogna aggiungere 700 unità di truppe leggere; gli arcieri erano 480, tra cui 80 cretesi; 700 frombolieri e per ultima una nave che trasportava 30 cavalieri. Inoltre 25000 tra rematori e marinai parteciparono alla spedizione.[45][46]

Inoltre dalle larghe cifre che Atene spendeva per il mantenimento del suo esercito — si parla di oltre 4500 - 5000 talenti in totale — si può ben capire quale poderosa forza bellica rappresentasse l'esercito ateniese.

Siracusa e gli alleati Sicelioti[modifica | modifica wikitesto]

(EN)

« The Sikeliot cities were rich in horses and horsemen, and they, unlike Athens, could feed their horses with corn grown on their own soil, and not brought from afar. »

(IT)

« Le città siceliote erano ricche di cavalli e di cavalieri, ed esse, al contrario di Atene, potevano nutrire i loro cavalli col grano cresciuto nella loro terra e non comprato da lontano. »

(E. A. Freeman, The history of Sicily from the earliest time, v. III, p. 101.)

Nonostante i Sicelioti avessero una potente cavalleria rispetto a quella tessalica o tebana di Atene, la fanteria non poteva sicuramente considerarsi al pari di quella attica. I soldati ateniesi si presentavano quindi, oltre che più forti tecnicamente, anche con più esperienza alla luce della recente guerra del Peloponneso. Purtroppo non si ha nessuna menzione da parte degli storici antichi, e neanche da Tucidide, del numero di unità presenti nell'esercito dei Sicelioti.[47] Per dare una plausibile giustificazione a questo silenzio, in particolare quello di Tucidide, si è supposto che egli abbia volutamente evitato di parlare dell'esercito comandato da Ermocrate, cercando in questo modo di attenuare le responsabilità del generale siracusano che è stato varie volte esaltato dallo storico ateniese.[48]

Scandalo delle erme[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Scandalo delle erme.
Testa di erme conservata presso il museo dell'Agorà dell'antica Atene

Mentre fervevano i preparativi per la partenza della spedizione nella notte tra il 6 e il 7 giugno del 415 a.C. furono mutilate alcune erme ad Atene.[49] Questo atto sacrilego suscitò molto clamore tra il popolo e fu considerato come un segno premonitore di sventura, considerandolo come un atto di sobillazione da parte di Alcibiade contro il governo democratico.

I più erano concordi nel giudicare Alcibiade colpevole, vedendolo «troppo arrogante e troppo ostentatamente dedito a uno stile di vita che dall'ateniese medio era aborrito».[50] Andocide sul noto scandalo, attraverso i suoi scritti, rese le testimonianze di più individui che si dichiaravano colpevoli: giovani ubriachi, incolpati anche della profanazione dei misteri eleusini, cioè di averli rivelati.[Nota 4]

Tuttavia resta comunque incerta l'identità di chi realmente si macchiò di un tale sacrilegio.[51] Lo storico moderno Kagan sostiene che lo scandalo delle erme era rivolto contro Nicia, il quale era notoriamente ritenuto molto sensibile ai responsi degli indovini, e un simile fatto, a pochi giorni dalla partenza, lo avrebbe sicuramente scosso.[52]

Alcibiade, a fronte del grave atto di accusa, chiese di farsi giudicare subito da un tribunale, in modo da eliminare ogni ostacolo alla partenza della spedizione. L'assemblea però decise di rinviare il dibattimento, consentendo ad Alcibiade di partire.[53]

La spedizione[modifica | modifica wikitesto]

Schieramenti[modifica | modifica wikitesto]

Con l'avvio della spedizione lo scenario militare era divenuto questo:

Il viaggio della spedizione[modifica | modifica wikitesto]

La spedizione ateniese partì nella seconda metà giugno del 415 a.C.[55] dal Pireo con una forza di 30.000 uomini,[Nota 5] di cui 6400 truppe da sbarco e ben 134 triremi.

Una trireme greca, chiamata così perché possiede tre file di rematori, utilizzata dalle marinerie greche ebbe un ruolo essenziale nella spedizione.

Il giorno in cui partì era quello delle Adonie, festa in onore del dio della rinascita Adone che ad Atene si svolgeva in primavera. I lamenti di uso presso le donne per commemorare la morte di Adone quel giorno si mischiarono al peana dei soldati in partenza per una spedizione memorabile non tanto: «solo per il numero di navi e uomini, ma per lo splendore dell'equipaggiamento».[56][57]

Dopo la prima tratta, si radunarono tutte le forze in campo a Corfù e la flotta venne divisa in tre parti, ognuna capeggiata da un generale. Tre navi furono inviate tra le poleis d'Italia e di Sicilia per trovare una base amica e conoscere le condizioni in cui versava ogni città.[58][59] La spedizione, attraversato il mar Ionio, non incontrò grande accoglienza tra le città della Magna Grecia, infatti esse non erano disposte ad offrire truppe né, come fecero Taranto e Locri, accoglienza e supporto logistico. Solo Reggio consentì agli Ateniesi di sostare presso le coste e di allestire un campo.[60][61] Ciononostante Reggio, seppure fosse fin dalla spedizione ateniese di Feace (422 a.C.) un'alleata di Atene, scelse di rimanere neutrale. Questa scelta evidenzia bene, come scrive Freeman, qual «era lo spirito di paura e diffidenza» che gli alleati avevano dinanzi a una spedizione di così vasta scala. Questa tendenza ad allontanarsi da Atene costituì una buona premessa per lo sviluppo di un'alleanza anti-ateniese, come Ermocrate auspicava a Siracusa.[62]

L'avversità delle città siceliote (e città come Taranto, alleata di Sparta), caratterizzò il viaggio degli Ateniesi sin dalla partenza da Corfù. Resta tuttavia un mistero la ragione per cui città come Taranto e Siracusa non si coalizzarono contro le navi nemiche, logorate dal lungo viaggio e svantaggiate per il fatto di trovarsi in luoghi e mari poco conosciuti. Le forze di contrapposizione avrebbero potuto affrontare gli ateniesi già da Taranto, come aveva proposto Ermocrate.[63] Il ritardo nella presa di un'iniziativa decisa da parte dei siracusani, giocarono probabilmente un ruolo determinante sulla decisione finale da parte dell'assemblea di non inviare navi d'assalto ma di proseguire i lavori di fortificazione della città.[64]

Le consultazioni prima della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Quando i tre generali della spedizione, dopo aver scoperto che le ingenti ricchezze di Segesta in realtà non esistevano, si consultarono a Reggio per decidere quali nuove azioni intraprendere. Emersero subito delle divergenze.[Nota 6]

  • Nicia pensava di mantenere strettamente gli ordini imposti, difendendo Segesta e intervenendo contro Selinunte: auspicava quindi un impegno breve e limitato.[65][66]
  • Alcibiade, intendeva cercare l'appoggio economico e militare delle città siceliote, incitando le città sottomesse a Siracusa alla rivolta.[67][68]
  • Lamaco, infine, pensava di attaccare direttamente Siracusa, considerando l'effetto sorpresa e la concreta speranza di farla capitolare.[69]

Tuttavia le divergenze si appianarono nel momento in cui si dovette prendere una decisione univoca. Così Lamaco accettò il punto di vista di Alcibiade che, quindi, divenne la strategia degli ateniesi.[70][71] Va però ricordato come la flotta non avesse ricevuto alcun mandato di attaccare direttamente Siracusa, bensì di difendere Segesta e attaccare Selinunte. Alcibiade quindi iniziò la sua campagna diplomatica alla ricerca di una valida alleata in Sicilia. Le città di Messina e Catania si rifiutarono di accogliere le truppe di Atene, temendo le future ritorsioni di Siracusa.

Quando gli Ateniesi decisero di sostare presso la foce del fiume Teria — posizionato probabilmente presso l'attuale comune di Vicari — tra le fila dell'esercito si era già diffusa la notizia che non c'era alcun tesoro a Segesta, e che i Segestani avevano ingannato la delegazione di diplomatici in visita. Questa novità, per i soldati, divenne una ragione in più per sostenere la decisione di un attacco all'opulenta Siracusa.[72][73]

La situazione a Siracusa[modifica | modifica wikitesto]

Il teatro greco di Siracusa dove un tempo avevano luogo le assemblee popolari della polis

Nella città siciliana alla notizia di un possibile attacco ateniese — quando la flotta nemica si trovava nelle acque di Reggio[74] — fu convocato un pubblico consiglio durante il quale si dibatterono le azioni da intraprendere.[75]

Il consiglio convocato non era del tutto diverso da quello esistente ad Atene. La demokratia siracusana non era comunque radicale come quella ateniese, ma di orientamento moderato, se non quasi oligarchico.[76] A Siracusa, a differenza di Atene in cui erano i giovani democratici a sostenere il conflitto, erano gli oligarchi i più favorevoli alla guerra.[77]

La posizione di Ermocrate[modifica | modifica wikitesto]

Il generale siracusano Ermocrate non temé le voci di un grande attacco da parte degli Ateniesi e seppure fiducioso in una grande vittoria, spronò tutti gli uomini ad agire con attenzione:

« Badate che spunteranno in un lampo: disponete di mezzi, si provveda al loro migliore impiego, per respingerli con efficacia più energica. Non fate che per il vostro disprezzo il nemico vi sorprenda indifesi, o che l'incredulità v'induca a lasciar troppo correre. Se poi la verità si fa strada, non ispiri sgomento il loro passo temerario, con quella grandiosa macchina da guerra. [...] Il loro assalto si fonda su una presunzione. »
(Tucidide, La guerra del Peloponneso, VI, 33-34.)

Instillato il coraggio nei propri uomini, Ermocrate suggerì di prepararsi ad un eventuale attacco cercando alleanze tra tutti i possibili alleati: Cartaginesi, Siculi, Spartani, Corinzi e in Italia. Sarebbe inoltre stato necessario un invio di unità navali per contrastare già da Taranto le prime flotte ateniesi in arrivo.[78][79] Anche dopo il discorso di Ermocrate, nell'assemblea non ci fu un unanime consenso alle opinioni espresse: la tattica del generale era prettamente difensiva e non cercò mai tattiche di attacco.[80]

Lo scetticismo di Atenagora[modifica | modifica wikitesto]

Atenagora, membro del partito popolare e scettico riguardo alle proposte di Ermocrate, considerava improbabile, da parte ateniese, l'ipotesi di aprire un altro fronte nella guerra del Peloponneso. Gli Ateniesi, «maestri» della guerra come li definisce, non si sarebbero spinti in una rischiosa spedizione verso una terra lontana per dare sfogo alle loro ambizioni e ai loro interessi.[81] Il discorso di Atenagora si rivolge a chi parlava di «fantasie astratte», di chi metteva paura e confusione con l'intento di ottenere potere e diventare tiranno.[81] Ed è questo il tema centrale del suo discorso accusando, anche se non esplicitamente, Ermocrate, di voler approfittare del timore collettivo di una guerra per avere concessi poteri eccezionali.[81][82]

(GRC)

« οὓς ἐγὼ οὐ νῦν πρῶτον, ἀλλ᾽ αἰεὶ ἐπίσταμαι ἤτοι λόγοις γε τοιοῖσδε καὶ ἔτι τούτων κακουργοτέροις ἢ ἔργοις βουλομένους καταπλήξαντας τὸ ὑμέτερον πλῆθος αὐτοὺς τῆς πόλεως ἄρχειν. »

(IT)

« Non oggi per la prima volta, ma da sempre li conosco, costoro che con simili discorsi o altri ancora più dannosi e con i fatti vogliono spaventare voi, il popolo, per aver loro il comando della città. E certo temo che dopo molti tentativi possano riuscirci. »

(Tucidide La Guerra del Peloponneso VI, 38, 2.)

In ogni caso, al termine della riunione, il consiglio decise di valutare le forze in campo e di allertare le truppe. In altre fonti invece, di dubbia attendibilità per la presenza di imprecisioni (come nell'orazione La pace con i Lacedemoni di Andocide) e per l'identità non chiara dell'autore (come nell'Erissia a opera dello pseudo-Platone), si racconta che all'epoca fossero in corso trattative diplomatiche fra Atene e Siracusa in merito alla questione segestana.[83]

Le fasi iniziali della guerra (415 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

La morfologia di Siracusa[modifica | modifica wikitesto]

Mappa di Siracusa con i porti e alcuni dei sistemi difensivi
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Siracusa.

Il territorio su cui sorge Siracusa è variegato. Il riferimento è senza dubbio l'isola di Ortigia. La conformazione della costa consente la presenza di due porti naturali: il Porto Grande di Siracusa chiuso da un'ampia insenatura a sud di Ortigia e il Porto Piccolo o Lakkios, in una ristretta insenatura a nord dell'isola. Inoltre sono presenti dei luoghi di approdo naturale come il Trogilo e il Leon. Su questi approdi gli studiosi non sono ancora del tutto concordi sull'ubicazione precisa, anche se sulla mappa a lato viene rappresentato a nord di Siracusa; il secondo è sicuramente l'approdo più a nord rispetto la città. Infine all'interno del Porto Grande gli Ateniesi sfruttarono un tratto di costa sabbiosa come riparo per le navi chiamato Dascon.

L'entroterra è composto da un altipiano detto dell'Epipoli, piuttosto brullo e scosceso ai lati che diviene sempre più pronunciato man mano che ci si protrae verso nord sino al punto più alto, identificato oggi con Belvedere di Siracusa e un tempo con il castello Eurialo. Proprio sull'altipiano si sviluppavano i principali quartieri della polis tra i quali: l'Acradina a est, l'Epipoli a nord-ovest, Tyche a nord posto tra l'Epipoli e l'Acradina e infine Neapolis, posto a sud tra l'Epipoli e l'Acradina. A sud del Porto Grande è presente il promontorio del Plemmirio, che si estende verso il porto. A sud della città vi sono anche i fiumi Anapo e Ciane che a sua volta rendevano la zona paludosa e per questa ragione chiamata palude Lysimelia e oggi Pantanelli. A nord nell'attuale territorio di Priolo Gargallo c'è la penisola di Thapsos.

Infine la Portella del Fusco o Contrada Fusco è un'area pianeggiante che oggi si trova nei pressi del Cimitero Comunale, al di sotto dell'altopiano dell'Epipoli in cui è anche presente una porzione di mura che giungeva in direzione del Porto Grande.[84]

L'esplorazione del Porto Grande e l'alleanza con Catania[modifica | modifica wikitesto]

In accordo con i piani che Lamaco aveva espresso nell'assemblea, si decise di inviare sessanta navi a perlustrare il porto di Siracusa. Passata indenne oltre Megara, la penisola di Thapsos e l'isola di Ortigia, la flotta fu fermata all'ingresso del Porto Grande e solo dieci navi riuscirono ad andare avanti in esplorazione.[85][86] Esplorato anche il Porto Piccolo, la flotta rientrò a Reggio; Alcibiade intanto sfruttò la debolezza del partito filo-siracusano a Catania, per intervenire in assemblea con un discorso con cui riuscì a guadagnare il favore dei Catanesi e a siglare un'alleanza con la cittadina, che diverrà la base delle operazioni contro Siracusa.[Nota 7][87]

La partenza di Alcibiade[modifica | modifica wikitesto]

Mentre le truppe ateniesi iniziavano le manovre di guerra, giunse da Atene la nave Salaminia che recava l'invito per Alcibiade a far ritorno in patria per essere processato, dato che risultò colpevole della profanazione dei misteri dopo la testimonianza di Agariste e le confessioni di Tessalo, figlio di Cimone.[88] Alcibiade decise di ottemperare agli ordini ma poi, temendo una possibile congiura da parte dei suoi nemici in patria, scelse di allontanarsi dall'imbarcazione Ateniese all'altezza di Locri; giunto a Sparta, preferì chiedere asilo politico tradendo di fatto la sua patria.[8] A quel punto il tribunale ateniese emanò una sentenza immediata che gli infliggeva la condanna a morte e la confisca dei beni.[89][90][91]

La partenza di Alcibiade determinò, quindi, un doppio comando delle truppe, da una parte quelle di Nicia e dall'altra quelle di Lamaco. In un primo momento le forze ateniesi, sempre mantenendo la base militare a Catania, si mossero verso Segesta, veleggiando lungo la costa tirrenica della Sicilia. Cercarono dapprima rifugio ad Himera senza essere ricevuti, quindi conquistarono Hykkara, nemica di Segesta, schiavizzando gli uomini e le donne, tra cui l'etera Laide.[92][93] Da parte di nessuno storico, però, si ricevono informazioni riguardanti le città puniche della Sicilia. Di Cartagine e di un possibile accordo, aveva già parlato Ermocrate nel suo discorso nell'agorà, ma dallo storico della Guerra del Peloponneso, Tucidide, non giunge una parola sulle mosse dei Cartaginesi alla notizia di una spedizione ateniese.[94]

In ogni caso, rasa al suolo Hykkara, una parte delle truppe di terra tornò verso Catania e un'altra si mosse verso Segesta al comando di Nicia.[95][94]

La battaglia di Siracusa[modifica | modifica wikitesto]

Rappresentazione del tempio di Zeus con lo sfondo del Porto Grande di Siracusa del pittore Ettore De Maria Bergler del 1891
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: battaglia di Siracusa.

Dopo le prime conquiste sul versante tirrenico, le forze si concentrarono su Siracusa cominciando la battaglia con uno stratagemma ateniese: dopo aver atteso la cavalleria siracusana dalle parti di Catania, mossero via mare e sbarcarono senza resistenze a sud della città nel Porto Grande di Siracusa, nei pressi del tempio di Zeus (Olympieion) dove allestirono subito un accampamento[96][97][98].

« I Siracusani schierarono per intero le divisioni di opliti su uno spessore di sedici file: erano sul terreno le forze siracusane al completo e gli alleati presenti (innanzitutto i Selinuntini, con il nerbo più consistente, poi i cavalieri di Gela, duecento uomini in tutto, e la cavalleria di Camarina, circa venti uomini con il rinforzo di una cinquantina d'arcieri). La cavalleria siracusana fu spostata all'appoggio del fianco destro: agivano non meno di milleduecento armati a cavallo. Al loro fianco i lanciatori di giavellotto. Nel campo ateniese dove ci si accingeva per primi alla fase d'attacco, Nicia passando in rivista i contingenti dei diversi paesi, poi rivolto all'intero esercito arringò gli uomini con esortazioni. »
(Tucidide, La guerra del Peloponneso, VI, 67)

Al primo scontro tra i due eserciti, i Siracusani ebbero la peggio perdendo circa 260 uomini contro i 50 del fronte ateniese. Dopo la prima sconfitta la cavalleria fece rapido ritorno tra le mura della città per rafforzare nuovamente l'esercito; i Siracusani, infatti, pur con un esercito meno esperto di quello ateniese possedevano il vantaggio della rapidità di spostamenti.[99][100][101] La sconfitta indusse Ermocrate a prendere i primi provvedimenti: fu imposta la leva obbligatoria, i cittadini più poveri vennero armati a spese dello Stato e per velocizzare le decisioni, il numero di strateghi venne ridotto da quindici a tre, uno dei quali era proprio Ermocrate.[102]

La pausa invernale[modifica | modifica wikitesto]

Giunta la pausa dell'inverno del 415-414 a.C.,[103] i combattimenti cessarono e parte delle truppe ateniesi si ritirarono verso Naxos. Successivamente si trasferirono a Catania e, approfittando della tregua, inviarono una parte degli ambasciatori ad Atene per ottenere altro denaro; inviarono anche degli ambasciatori a Cartagine, presso gli Etruschi e tra i Siculi alla ricerca di nuovi alleati che rinforzassero soprattutto la cavalleria.[104] Uno spunto di riflessione è dato anche dall'invio di ambasciatori presso Camarina, colonia di Siracusa che da sempre rivendicava l'autonomia,[105] quando nella città erano presenti Ermocrate ed alcuni suoi delegati. Questa decisione evidenzia chiaramente quale fosse la «dottrina di espansione e d'impero», come la definisce lo storico inglese Freeman, pronta a creare ribellioni tra gli alleati dei nemici, a favorirne l'indipendenza e, come in questo caso, a tentare di stipulare un'alleanza pur di distaccarli dal vero nemico, Siracusa.[106][107]

Hippeis ateniese del V secolo a.C. dipinto su un vaso da Eufronio e conservato al museo del Louvre

Allo stesso modo degli Ateniesi, i Siracusani poterono approfittare della pausa per riprendersi dalle perdite subite, erigendo bastioni di difesa presso la Neapolis, uno dei quartieri della città e cercando altri alleati in soccorso. Infatti furono mandati degli ambasciatori a Corinto e Sparta (ottobre-novembre 415 a.C.).[108][109] Ma mentre i Corinzi decisero di correre in soccorso dei Siracusani, gli Spartani preferirono inviare soltanto ambasciatori in città per impedire qualsiasi accordo con gli Ateniesi; tale atteggiamento si spiega con la condotta avuta da Siracusa nel 431 a.C. quando questa, di fronte ad una richiesta di aiuto militare da parte di Sparta, aveva deliberato di non concedere né uomini né finanziamenti.[110] Per Corinto invece il soccorso alla ex colonia era una «questione di onore»,[111] dato che era stata fondata da Archia, un Eraclide di Corinto,[112] ma per Sparta un secco rifiuto avrebbe potuto provocare la rottura delle relazioni e un cambio di politica verso gli altri alleati.[111] Come già detto, mentre giungevano gli ambasciatori ateniesi a Camarina, i Siracusani guidati da Ermocrate stavano già intessendo delle trattative con i Camarinesi che alla fine scelsero di aiutare la madrepatria siciliana.[111] Il contingente inviato da Camarina, consistente in pochi cavalieri e pochi arcieri, fu mandato non tanto per difendere Siracusa, ma per la paura di ricevere in futuro una vendetta nel caso in cui fosse riuscita a resistere all'assalto degli invasori.[113] Tutto ciò mostra anche in quali rapporti di alleanza-sudditanza fossero molte colonie greche del Mediterraneo, dato che anche Atene portava avanti questo tipo di politica.

Nel frattempo gli Ateniesi avevano tentato un assalto contro Messina, senza tuttavia riuscire nell'intento, dovendo poi ripiegare su Naxos. La guerra ormai assumeva un'importanza crescente anche per il nuovo ruolo assunto da Alcibiade che, passato tra le file degli Spartani, suggeriva l'invio di truppe per difendere la Sicilia dagli invasori: caduta Siracusa infatti, il dominio ateniese si sarebbe inevitabilmente allargato anche alla regione del Peloponneso[114]. Fu infatti Alcibiade a suggerire nel 413 a.C., l'invio del generale spartano Gilippo a Siracusa: una mossa che avrebbe ribaltato le sorti del conflitto.[115]

L'assedio degli Ateniesi (414 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Mappa dell'assedio ateniese a Siracusa. Risultano visibili il doppio muro ateniese e il contromuro difensivo siracusano principale (anche se le posizioni non sono precise).
  1. Siracusa
  2. Porto grande
  3. Porto piccolo
  4. Cava
  5. Doppio muro ateniese
  6. Anello
  7. Labdalo
  1. Muraglia non completata
  2. Contromuro
  3. Olympeion
  4. Plemmyrion
  5. Eurialo
  6. Palude

Con l'arrivo della primavera giunsero 30 talenti d'argento e nuovi rinforzi ateniesi: 250 cavalieri appiedati, 30 arcieri a cavallo che, trovata sistemazione nel vicino porto di Thapsos, permisero la ripresa degli attacchi contro le città limitrofe per stringere Siracusa in una morsa.[116][117] Essi ebbero inizio a Megara Iblea con l'incendio dei campi e l'aggressione dei borghi vicini, poi a Centuripe fino ad arrivare al fiume Teria, posto tra il territorio siracusano e catanese.[116][117] E così Siracusa, temendo ormai un imminente assedio, designò Diomilo alla testa di un gruppo di 600 opliti per condurre interventi rapidi sul fronte dell'Epipoli, sul fronte nord della città, che diverrà il luogo principale dell'assedio ateniese.[118]

La flotta di Atene infatti era ormeggiata presso la penisola di Thapsos e l'esercito era pronto ad attaccare da nord presso il castello Eurialo come prevedeva il piano di Lamaco.[119] Solo a questo punto, come suggerisce Freeman discostandosi da Tucidide, probabilmente risale l'elezione a generali di Eracleide figlio di Lisimaco e Sicano figlio di Essecesto, insieme a Ermocrate, già designato dall'assemblea del 415 a.C.[120] Nonostante i preparativi, al primo scontro con le truppe terrestri ateniesi i Siracusani, sorpresi nel pieno della notte, persero metà del gruppo di opliti assieme allo stesso Diomilo. Gli Ateniesi, a quel punto, poterono stanziarsi nella fortezza del Labdalo, nell'altopiano dell'Epipoli, dove potevano controllare i movimenti dell'intera città.[Nota 8] Da quella posizione avanzarono verso Tiche ereggendo un muro difensivo che avrebbe dovuto isolare la città, bloccando la fornitura di acqua dagli acquedotti e impedendo qualsiasi comunicazione con l'esterno.[121][122]

Basamento delle mura siracusane nei pressi del cimitero Comunale (contrada Fusco)

La costruzione del muro ateniese[modifica | modifica wikitesto]

Vistisi pericolosamente dominati dall'avanzata ateniese i siracusani cercarono di contrastarli attaccando, senza tuttavia riuscire a sconfiggere la cavalleria ateniese che aveva ricevuto copiosi rinforzi, 300 cavalieri da Segesta, 100 dai Siculi, dai Nassi e da altri.[123] Così contrastata ogni resistenza gli Ateniesi proseguirono celermente alla costruzione del muro che doveva totalmente circondare Siracusa, dal Porto Grande alla costa nord.[Nota 9] Nel punto centrale centrale di tale costruzione, che venne chiamato Syka, fu costruito con gran velocità un torrione rotondo detto kyklos (dal greco antico κύκλος, «cerchio»).[Nota 10] Le mura furono costruite alla base delle colline, su un territorio non troppo scosceso, in modo da velocizzare i tempi di ultimazione, tuttavia non si conosce l'esatta ubicazione del tracciato che doveva essere lungo circa 5 km:[124] secondo la ricostruzione di Holm si sarebbe unito alla fortificazione del colle Temenite (nei pressi del teatro greco).[125][126] Si è comunque certi che il muro ateniese fosse costituito da due livelli e che Nicia riuscì a completare la parte sud solo dopo l'arrivo del generale spartano Gilippo. La parte a nord resterà incompiuta.[127][128]

Il contro-muro siracusano e la morte di Lamaco[modifica | modifica wikitesto]

(GRC)

« οἱ δὲ Συρακόσιοι οὐχ ἥκιστα Ἑρμοκράτους τῶν στρατηγῶν ἐσηγησαμένου μάχαις μὲν πανδημεὶ πρὸς Ἀθηναίους οὐκέτι ἐβούλοντο διακινδυνεύειν, ὑποτειχίζειν δὲ ἄμεινον ἐδόκει εἶναι, ᾗ ἐκεῖνοι ἔμελλον ἄξειν τὸ τεῖχος καί, εἰ φθάσειαν, ἀποκλῄσεις γίγνεσθαι, καὶ ἅμα καὶ ἐν τούτῳ εἰ ἐπιβοηθοῖεν, μέρος ἀντιπέμπειν αὐτοῖς τῆς στρατιᾶς καὶ φθάνειν αὐτοὶ προκαταλαμβάνοντες τοῖς σταυροῖς τὰς ἐφόδους, ἐκείνους δὲ ἂν παυομένους τοῦ ἔργου πάντας ἂν πρὸς σφᾶς τρέπεσθαι. »

(IT)

« I Siracusani frattanto, consigliati in questo senso specialmente da Ermocrate e dagli altri colleghi, erano restii ad arrischiare l'intera armata in campo aperto contro gli Ateniesi: parve allora più conveniente attraversare con una linea di contrafforti la direttrice lungo la quale il nemico si disponeva a protendere la sua cinta, per ostruirla isolando, se la mossa riusciva con tempestività, le truppe ateniesi. A respingere una eventuale azione nemica di disturbo mentre il lavoro era in corso, s'era pensato d'avanzare intanto una parte degli effettivi siracusani, col proposito di guadagnare, se l'espediente riusciva, un duplice vantaggio: assicurarsi il tempo di precludere al nemico, con la tecnica delle palizzate, i punti di accesso allo sbarramento trasversale in costruzione, e insieme costringerlo a sospendere il proprio lavoro per fronteggiare, con uno sforzo generale, il contrattacco siracusano. »

(Tucidide, Guerra del Peloponneso, VI, 99.)
Siracusa assediata dagli ateniesi. Mappa del 1648 che mostra chiaramente la disposizione delle fortificazioni della città

Un nuovo attacco fu lanciato da parte di Ermocrate che non riuscì a sconfiggere la cavalleria ateniese che tenacemente resistette, permettendo così agli Ateniesi di completare anche la sezione nord del muro. A quel punto dovendo rinunciare a nuovi attacchi frontali per evidenti difficoltà tattiche, i Siracusani intrapresero la costruzione un contro-muro di sbarramento che verrà completato solo dopo l'arrivo del generale Gilippo;[129] un muro più "interno" (cioè ad est) di quello nemico che univa il colle Temenite a sud-est dell'Epipoli, al Trogilo, che sta a nord-est dell'Epipoli (vedi la mappa al capitolo successivo).[130] L'ultimazione di questo progetto avrebbe potuto significare la salvezza della città, perciò, per evitare attacchi ateniesi durante la costruzione, furono costruite in pochi giorni alcune fortificazioni in legno; così si permise l'avanzamento dei lavori anche nella zona appena al di fuori dal recinto urbano.[130] D'altra parte, la principale preoccupazione ateniese era quella di mantenere il possesso del Syka che fungeva da vero e proprio anello tra le mura.[131]

Ma a seguito di un rapido attacco al contro-muro siracusano gli Ateniesi vinsero distruggendo le fortificazioni e guadagnando più tempo per fortificare la zona di Portella del Fusco, a sud-est del castello Eurìalo, al fine di completare il muro sino al Porto Grande. Un secondo contro-muro, più a sud del primo, fu costruito dai Siracusani sfruttando in parte le fortificazioni di Gelone presso l'Acradina.[132][133]

Entrati nel pieno dell'assedio, gli Ateniesi chiesero aiuto alla propria flotta, ancora appostata presso la penisola di Thapsos, dando l'ordine di irrompere nel Porto Grande. In un momento così delicato Nicia dovette momentaneamente lasciare il comando, essendo malato di una congenita forma di nefrite di cui soffriva da tempo. A quel punto un ulteriore attacco siracusano consentì la riconquista del primo contro-muro con l'accerchiamento di 300 truppe ateniesi: Lamaco così giunto in soccorso del distaccamento accerchiato, si trovò isolato dal grosso dell'esercito e qui fu ucciso insieme a cinque o sei compagni.[134][135][136] La morte di Lamaco risultò fatale, secondo Freeman, perché senza il suo comando Nicia, benché fosse malato, avrebbe dovuto guidare da solo tutti i soldati per continuare l'assedio di Siracusa, cosa di cui era stato contrario fin dalla partenza della spedizione da Atene.[137]

Amphore - Le jugement de Pâris (face B).jpg Two hoplites.jpg
Un combattimento tra due opliti, su un'anfora attica del VI secolo a.C. conservata al museo delle Belle Arti di Lione (a destra l'utilizzo del dory di un oplita)

Nicia sapeva comunque che il Syka non poteva cadere nelle mani dei Siracusani, e per questa ragione ordinò ai suoi uomini di dare fuoco alle macchine e alla legna ammucchiate nei pressi del contro-muro nemico e, grazie ad opportuni rinforzi da parte della flotta, che nel frattempo era riuscita a penetrare le difese del Porto Grande, contenne l'assalto terrestre siracusano ed impose alla città anche un saldo blocco navale (estate 414 a.C.). In seguito fece erigere un trofeo, e stipulata una tregua riottenne i corpi di Lamaco e dei suoi compagni. Nei giorni seguenti Nicia, dimostrando la sua tattica difensiva, permise l'avanzamento del muro a sud, trascurando però la parte nord che restò incompiuta.[Nota 11][124] Nel frattempo arrivarono i rinforzi dagli Etruschi e da alcune poleis siceliote che si erano schierate con Atene subito dopo i primi successi della spedizione.[138][139]

Nello schieramento siracusano intanto regnava la confusione: il popolo vistosi minacciato dall'avanzata ateniese costrinse alle dimissioni Ermocrate e i suoi accoliti, responsabili di non essersi difesi al meglio contro i nemici, eleggendo come generali Eraclide, Eucle e Tellia. Sfruttando questa situazione di incertezza, il partito filo-ateniese presente in città richiese un colloquio con Nicia, confidando nella stipulazione di un accordo che, a loro modo di vedere, sarebbe stato l'unico modo per salvarsi da una sicura sconfitta.[140][141][142]

L'intervento spartano[modifica | modifica wikitesto]

Mappa del muro ateniese e dei vari contro-muri siracusani[Nota 12]

Nello stesso frangente Gilippo, comandante spartano, fu incaricato dagli Spartani e dai Corinzi, esortati sia da Alcibiade sia dagli ambasciatori siracusani, di mettersi al comando di un contingente di navi e di soldati diretti a Siracusa. Come nota lo storico Freeman, la decisione di inviare rinforzi probabilmente fu presa dopo la consultazione dell'assemblea spartana, il cui responso venne dato immediatamente agli ambasciatori (sul cui ritorno in città Tucidide non fa però nessuna menzione).[143] La ragione per cui furono accolte le richieste di Siracusa non risiede in una mera forma di solidarietà tra città dalla stessa stirpe (Siracusa era una ex colonia fondata dai corinzi), ma dal tentativo di bloccare le ambizioni di Atene che dopo Siracusa non si sarebbero potute estendere all'intera Sicilia.[143]

Gilippo raccolse presso Leucade, al tempo della morte di Lamaco, due navi spartane e due di Corinto. L'obiettivo era di arrivare a Siracusa nel minor tempo possibile nella speranza di intervenire tempestivamente, anche se, al momento di salpare da Leucade, girava la voce che la città stesse per cadere. Gilippo e il suo esercito giunsero a Taranto, dopo essere partiti da Leucade, evitando la navigazione costiera e risparmiando così del tempo prezioso. Prima di raggiungere la Sicilia, Gilippo cercò invano il sostegno di Turi, colonia ateniese spesso soggetta a cambiamenti di regime.[140][144][145]

In Sicilia giunse prima a Himera, città alleata, dove poté arruolare 1000 uomini tra i Siculi e altri 1000 da Himeresi, alcuni geloi e altri 100 cavalieri, oltre al proprio contingente di 700 soldati. Con quel contingente poté mettersi in marcia per Siracusa.[146][147] Nel frattempo era già arrivata a Siracusa una trireme proveniente da Corinto al comando di Gongilo che non solo riuscì ad impedire che i Siracusani decretassero la resa ma annunciando l'imminente arrivo di Gilippo e di altri uomini, riuscì a risollevare il morale già provato degli assediati.[148][149][Nota 13]

Pochi giorni dopo giunse il generale Gilippo che prese subito il comando delle truppe e riprese gli attacchi. I primi furono fallimentari ma gli permisero di impadronirsi del forte ateniese del Labdalo (sito a nord della città), approfittando anche del fatto che tale località non era visibile dalla postazione degli Ateniesi.[150][151][Nota 14] Per quale motivo Nicia non abbia contrastato l'arrivo di Gilippo, nonostante avesse in suo controllo buona parte della città, è una questione a cui Tucidide però non dà spiegazione; sicuramente sottovalutò i pericoli dei rinforzi, non completò l'intero muro ancora in costruzione sia a nord che a sud e non diede ordine di occupare il Porto Grande per impedire l'approdo della flotta di Gilippo che, secondo Freeman, dovette apparire come: «una poco temibile flottiglia preposta ad atti di pirateria».[152]

Prima dell'arrivo di Gilippo, gli Spartani avevano inviato un'ambasceria ai generali ateniesi col proposito di stipulare una tregua con la clausola secondo cui l'esercito aggressore avrebbe lasciato la Sicilia entro cinque giorni. Nicia, ricevuta la delegazione, la rispedì indietro senza una risposta, talmente sicuro dei propri mezzi da chiedere all'araldo se: «era per la presenza di un mantello e di un bastone spartano che le prospettive siracusane erano diventate così favorevoli all'improvviso da indurli a disprezzare gli Ateniesi».[149] Come emerge chiaramente da questo passo, Nicia, comandante di grande esperienza,[Nota 15] era fiducioso nella conquista della città, e ignorò o più verosimilmente, non fu a conoscenza dell'arrivo dei rinforzi spartani di Gilippo.[153]

Le prime vittorie di Gilippo e l'arrivo dei rinforzi ateniesi[modifica | modifica wikitesto]

Punta della Mola, ovvero la zona del Plemmirio in cui gli ateniesi trovarono rifugio per condurre gli attacchi al Porto Grande. L'immagine in particolare mostra una latomia sul mare.

Mentre Nicia avviava anche la fortificazione del Plemmirio (dove era presente un importante accampamento), i Siracusani ripresero la costruzione del contro-muro sull'Epipoli dando il via ad ulteriori scontri:[154] nel primo di essi, in cui morì Gongilo, gli Ateniesi ebbero la meglio poiché la lotta avvenne tra gli spazi ristretti delle due mura, dove la potente cavalleria di Gilippo non poteva intervenire. Nel secondo invece fu grazie alla cavalleria che i Siracusani ottennero un clamoroso successo, dimostrando una grande supremazia tra gli spazi ampi.

Nel frattempo i Siracusani iniziarono la costruzione di un altro contro-muro, il terzo, verso ovest e in direzione trasversale al muro ateniese (probabilmente passante presso il castello Eurialo, punto strategico insieme al già conquistato Ladbalo): questa fu anche una scelta difensiva atta a temporeggiare dato che stavano giungendo delle navi corinzie.[155][Nota 16] Ogni piccola vittoria si dimostrava fondamentale perché permetteva di guadagnare tempo, a danno dello sconfitto, nella costruzione del proprio muro (cioè del muro principale ateniese verso nord e del terzo contro-muro siracusano).[156][157][158]

Seppur galvanizzati dalle ultime vittorie, i Siracusani chiesero comunque ulteriori soccorsi alle città vicine che inviarono dei soldati e alcune navi. Nicia, sempre più scettico riguardo al buon esito dell'impresa, divenne timoroso delle forze avversarie anche a causa delle crescenti difficoltà nel fare arrivare i rifornimenti nonché del cattivo stato delle navi. A quel punto scrisse una lettera agli Ateniesi per informarli della situazione, allo scopo di richiedere o il richiamo degli uomini oppure l'invio di un nuovo contingente assieme ad un comandante, dal momento che non poteva più reggere lo sforzo bellico a causa del suo pessimo stato di salute.[159] Gli Ateniesi non permisero a Nicia di rientrare in patria, ma inviarono un nuovo corpo di spedizione che, partito da Atene con 65 navi e 1200 opliti, giunse a Siracusa (grazie ai rinforzi concessi dalle città alleate) fornito di 73 navi e 5000 opliti, al comando di Demostene.[1] Il primo contingente a presentarsi fu quello di Eurimedonte con 10 navi e 120 talenti; oltre a ciò gli Ateniesi affiancarono a Nicia i generali, già presenti a Siracusa, Menandro ed Eutidemo.[160][161][162]

Il capovolgimento delle sorti della guerra e la disfatta ateniese (413 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

La battaglia nel Porto Grande e la riconquista del Plemmirio[modifica | modifica wikitesto]

(GRC)

« ἐν τούτῳ δ᾽ ὁ Γύλιππος τῶν ἐν τῷ Πλημμυρίῳ Ἀθηναίων πρὸς τὴν θάλασσαν ἐπικαταβάντων καὶ τῇ ναυμαχίᾳ τὴν γνώμην προσεχόντων φθάνει προσπεσὼν ἅμα τῇ ἕῳ αἰφνιδίως τοῖς τείχεσι, καὶ αἱρεῖ τὸ μέγιστον πρῶτον, ἔπειτα δὲ καὶ τὰ ἐλάσσω δύο, οὐχ ὑπομεινάντων τῶν φυλάκων, ὡς εἶδον τὸ μέγιστον ῥᾳδίως ληφθέν. καὶ ἐκ μὲν τοῦ πρώτου ἁλόντος χαλεπῶς οἱ ἄνθρωποι, ὅσοι καὶ ἐς τὰ πλοῖα καὶ ὁλκάδα τινὰ κατέφυγον, ἐς τὸ στρατόπεδον ἐξεκομίζοντο: τῶν γὰρ Συρακοσίων ταῖς ἐν τῷ μεγάλῳ λιμένι ναυσὶ κρατούντων τῇ ναυμαχίᾳ ὑπὸ τριήρους μιᾶς καὶ εὖ πλεούσης ἐπεδιώκοντο: ἐπειδὴ δὲ τὰ δύο τειχίσματα ἡλίσκετο, ἐν τούτῳ καὶ οἱ Συρακόσιοι ἐτύγχανον ἤδη νικώμενοι καὶ οἱ ἐξ αὐτῶν φεύγοντες ῥᾷον παρέπλευσαν. αἱ γὰρ τῶν Συρακοσίων αἱ πρὸ τοῦ στόματος νῆες ναυμαχοῦσαι βιασάμεναι τὰς τῶν Ἀθηναίων ναῦς οὐδενὶ κόσμῳ ἐσέπλεον, καὶ ταραχθεῖσαι περὶ ἀλλήλας παρέδοσαν τὴν νίκην τοῖς Ἀθηναίοις: ταύτας τε γὰρ ἔτρεψαν καὶ ὑφ᾽ ὧν τὸ πρῶτον ἐνικῶντο ἐν τῷ λιμένι. »

(IT)

« Gilippo colse il momento in cui i presidi ateniesi del Plemmirio, calati verso la riva, erano tutti assorti alle vicende alterne dello scontro navale, e li anticipò all'aurora piombando di sorpresa sui forti. Anzitutto invade il principale, poi i due secondari: nulla la resistenza delle scolte vedendo incontrastata la presa del forte principale. Tra i componenti la guarnigione del forte conquistato per primo, quanti cercarono scampo sui mercantili e a bordo di un legno da carico non la passarono liscia nel tragitto verso il campo. Poiché i Siracusani, che stavano dominando lo scontro con le navi nel porto grande, distaccarono una trireme sola, di ottimo corso, per dar loro la caccia. Invece durante la successiva resa dei due fortini, i Siracusani della flotta stavano ormai cedendo, soverchiati, e le guardie di quelle due postazioni ebbero più comoda la fuga, costeggiando. La squadra navale siracusana impegnata alla bocca del porto, con lo sfondamento delle linee ateniesi, effettuava l'ingresso, ma in generale disordine. »

(Tucidide, Guerra del Peloponneso, VII, 23.)
Battaglia navale di Siracusa in una stampa inglese del XIX secolo.

Grazie all'opera di incoraggiamento Gilippo e di Ermocrate, che convinsero i Siracusani ad affrontare gli Ateniesi sul mare (essendo nota la supremazia dei secondi),[Nota 17] si iniziò il riarmo della flotta in modo da contrastare gli Ateniesi nel Porto Grande con l'ausilio delle navi corinzie, per poi tentare la conquista del Plemmirio da dove gli Ateniesi controllavano l'accesso al porto e si garantivano i rifornimenti.[163][164] Una notte, mentre Gilippo si apprestava ad attaccare da terra il Plemmirio, i Siracusani mossero 35 triremi dal Porto Grande e altre 45 dall'arsenale nel Porto Piccolo onde assalire di sorpresa la marina ateniese che sottovalutò la forza avversaria confidando nella propria esperienza.[165][166] Quando gli Ateniesi si accorsero dell'attacco armarono 60 navi ma, nonostante la loro superiorità numerica, i Siracusani riuscirono ad ottenere un'importante vittoria. Il merito di questo risultato fu sicuramente dovuto all'equipaggiamento delle navi corinzie su cui erano stati potenziati i caponi, strutture sporgenti da entrambi le parti della prua che potevano scalfire e perforare le navi avversarie.[167]

Sfruttando il frangente favorevole quando ancora si stava combattendo nel Porto Grande, Gilippo riuscì ad occupare le fortificazioni sul Plemmirio e ad impadronirsi delle attrezzature dei nemici oltre che di grano, denaro e uomini.[168][169] Con la caduta del Plemmirio, Nicia, oltre al controllo sul Porto Grande, perse anche la possibilità di ottenere facilmente rifornimenti dal mare perché la flotta ateniese in cattivo stato di manutenzione e bloccata da alcune palizzate poste in acqua dai Siracusani, non poté proseguire oltre il Daskon. La cavalleria siracusana, nel tentativo di isolare del tutto gli Ateniesi, cominciò ad intercettare anche i viveri provenienti da Catania.[170] A quel punto le truppe ateniesi furono costrette a ripiegare presso le mura, in posizione sfavorevole al proseguo degli attacchi.[171][172] La situazione si era di fatto capovolta, adesso erano i Siracusani a bloccare gli ateniesi nel porto Grande (lo avevano fisicamente chiuso) e da terra avevano raggiunto una posizione di forza.

Il soccorso ateniese[modifica | modifica wikitesto]

Mappa di Siracusa durante l'assedio ateniese

Proprio come avvenne durante la prima pausa invernale del 415 a.C., anche in questo caso si raccolsero i rinforzi (Siracusa aveva già ricevuto altri 1700 opliti da Capo Tenaro e dal golfo di Corinto, e godeva dell'appoggio di quasi tutte le poleis in Sicilia)[173] e si inviarono ambascerie: da queste trasse un vantaggio Siracusa, che, dopo la riconquista del Plemmirio, era riuscita a stipulare alleanze con Camarina, ancora neutrale e Gela.[174]

Nel giugno del 413 a.C., giunsero i rinforzi da Atene guidati da Eurimedonte e Demostene, al quale precedentemente era stato impartito l'ordine di unirsi a Caricle e di prendere parte alle operazioni militari sulle coste della Laconia: 73 triremi, 5000 opliti e numerosi arcieri, frombolieri e tiratori.[175] Per conto della flotta siracusana prese il comando il corinzio Aristone con l'intento di: «privare gli Ateniesi di tutti i vantaggi che le circostanze avevano dato loro in non piccola misura».[176][Nota 18] Tra gli Ateniesi Demostene, essendo Nicia ancora infermo, assunse il comando. Per non dare il tempo di far organizzare gli Ateniesi, i Siracusani compirono un duplice attacco: uno al muro principale ateniese e uno navale. La mossa non solo non diede alcun vantaggio, ma anzi permise agli Ateniesi di lanciare un contrattacco notturno via terra mentre l'esercito nemico si riprendeva dalle perdite.[177][178]

Nel contrattacco gli Ateniesi conquistarono la fortezza dell'Eurialo, raggiunsero il contro-muro siracusano e, messi in fuga i rinforzi nemici, lo distrussero. Nello slancio, però, le forze ateniesi si dispersero su un fronte troppo ampio che diede luogo ad una serie di scontri confusi dove, incapaci di riconoscersi nel buio, gli stessi soldati ateniesi si scompaginarono fino a combattere l'uno contro l'altro.[179][180] Le perdite furono consistenti e i generali ateniesi si riunirono per discutere sul da farsi: Demostene per via delle epidemie, della scarsità di risorse e della sconfitta, consigliava la resa. Nicia, al contrario, confidando nei suoi contatti con gli esponenti filo-ateniesi presenti a Siracusa, insisteva nella necessità di logorare il nemico. Demostene ed Eurimedonte, pur poco convinti, accettarono il parere di Nicia che godeva ancora di ammirazione tra le truppe, così vennero mantenute le posizioni.[181][182][183]

L'eclissi di luna e la morte di Eurimedonte[modifica | modifica wikitesto]

Le fasi di un'eclissi di Luna. Dopo aver osservato il fenomeno del 27 agosto del 413 a.C., Nicia si lasciò influenzare da timori superstiziosi, commettendo il grave errore di rinviare il ritiro delle truppe verso Catania.

Tuttavia le crescenti difficoltà di rifornimento indussero Nicia ad un cambio di strategia, optando per la ritirata proprio quando, il 27 agosto del 413 a.C. alle 10 di sera circa,[184] si verificò un'inattesa eclissi di luna che suscitò il panico tra le sue truppe. Nicia, che aveva ritenuto l'eclissi come segno premonitore di eventi infausti, ascoltando il consiglio dei suoi indovini (forse Stilbides),[185] decise di proseguire la ritirata verso Catania dopo la pausa suggerita dagli indovini,[Nota 19] pur sapendo che le poleis alleate avevano cessato di inviare viveri.[186][184][187]

Sarebbe un errore considerare il fenomeno dell'eclissi come sconosciuto per i Greci, essi erano a conoscenza della sua periodicità e della sua causa: a quel tempo diversi scienziati greci erano in grado di prevedere le eclissi senza cadere necessariamente nella superstizione. Tuttavia ciò che destava stupore e meraviglia negli uomini comuni non era tanto la manifestazione del fenomeno, come già detto, quanto il mistero che stava alla base della repentina perdita di luminosità della luna piena.[188] Nel sapere popolare l'eclissi di luna, risultava: «cosa non facile a capirsi e anzi era giudicata un fenomeno strano, un segno inviato dalla divinità a preannunciare eventi importanti».[188] L'assunzione del sistema geocentrico rendeva appunto l'eclissi una «cosa non facile a capirsi», dato che proprio con questa rappresentazione era più semplice pensare che «la luna potesse frapporsi fra sole e terra che ammettere che la terra poteva frapporsi fra luna e sole», cosa che genera l'eclissi.[189]

Nei giorni seguenti si svolsero numerose schermaglie tra gli eserciti di terra poi, però, i Siracusani mossero le loro 76 navi contro le 86 ateniesi: Eurimedonte, comandante dell'ala destra, nel tentativo di accerchiare la flotta avversaria fu sospinto verso terra e quindi isolato dal centro dello schieramento che, messo in inferiorità, fu disperso.[190] Successivamente gli Ateniesi, convinti che l'unica possibilità di salvezza risiedesse nel forzare il blocco per mare, decisero di caricare tutti i soldati nelle imbarcazioni e di lanciarsi al contrattacco con le 115 navi rimaste (9 settembre 413 a.C.).[Nota 20][191][192] Il 10 settembre del 413 a.C., approfittando di un giorno festivo per Siracusa (dedicato ad Eracle) si decise di cominciare l'azione. Per cercare di forzare il blocco navale nacque all'interno del Porto Grande una caotica battaglia marittima condotta entro ristrettissimi spazi di manovra: la flotta ateniese impedita nei movimenti fu annientata dagli assalti dei soldati siracusani condotti da nave a nave,[193] e oltre all'affondamento e all'incagliamento di molte imbarcazioni si ebbe anche la morte del comandante Eurimedonte. Le navi etrusche, alleate di Atene, che avevano combattuto con gran valore per non esser affondate si schierarono alla fine dalla parte di Gilippo.[194][195]

La fuga mortale via terra[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia dell'Asinaro.
Caduta dell'esercito ateniese in un'illustrazione della fine dell'ottocento

Essendo impossibile qualsiasi fuga via mare a causa della distruzione di quasi tutta flotta e del blocco navale siracusano, gli Ateniesi cercarono di fuggire verso l'entroterra abbandonando negli accampamenti i compagni feriti. Tutta la spedizione rischiava di fallire, gli Ateniesi non avevano subito una semplice sconfitta, in questo caso si trattava di un vero smacco perché battuti sull'acqua due volte, elemento su cui erano ritenuti i più forti.[196][197] Dopo tre giorni di attesa, in seguito alla vana proposta di Demostene di ritentare una battaglia navale, vista la ritrosia dei marinai, le truppe ormai demoralizzate fuggirono verso Catania a piedi, marciando di notte per non essere intercettate: erano ormai rimasti 40.000 uomini.[198] Ma l'attenta cavalleria di Gilippo dopo averli intercettati a ridosso dei monti Climiti costrinse gli Ateniesi a ripercorrere i propri passi per fuggire verso sud in direzione di Gela.[199] I due generali tentarono ogni sforzo per ridare slancio ai soldati ma la situazione diveniva ogni giorno sempre più critica dato che il nemico, grazie al vantaggio della sua cavalleria, poteva decimare la colonna ateniese in fuga mediante continue imboscate e lancio di dardi o giavellotti; per guadagnare tempo provarono ad ingannare i siracusani accesero dei fuochi per far credere d'essere accampati, in realtà fuggivano col buio tra le campagne siracusane.[200][201][202]

Siracusa vista dai Monti Climiti, le campagne sottostanti all'altopiano dell'Epipoli (oggi abitato) furono il luogo di fuga e scontro dell'esercito ateniese.

Inoltre la lunga fila di uomini in cerca di salvezza determinò la separazione in due gruppi: quello più avanzato, comandato da Nicia, era costituito da truppe scelte e molto disciplinate; mentre la parte più arretrata di sei miglia, guidata da Demostene, era composta da truppe scarsamente addestrate ed indisciplinate. Lo spostamento verso Catania, a nord, risultò però impossibile, sicché agli Ateniesi restò solo la fuga a sud verso la costa, nei pressi della Via elorina.

Dopo aver attaccato e vinto un presidio siracusano sul guado del fiume Cacipari, le forze di Nicia oltrepassarono il fiume Erineo ma la retroguardia di Demostene, circondata dalla cavalleria siracusana, bersagliata a distanza e ormai decimata dagli attacchi fu costretta alla resa.[Nota 21] Nicia, senza sapere della resa di Demostene, distante oltre 30 stadi, proseguì la marcia con i suoi 18.000 opliti pesantemente armati per raggiungere le alte e franose sponde del fiume Asinaro.[203][204]

La mappa mostra il percorso delle truppe ateniesi in fuga da Siracusa

Qui i Siracusani e gli Spartani all'inseguimento degli Ateniesi, consigliarono a Nicia di gettare le armi proprio come aveva fatto Demostene: scegliendo di non arrendersi, le truppe furono esposte al continuo fuoco dei dardi e dei giavellotti che ebbero l'effetto di aumentare il caos tra le file dei superstiti. Accalcati sulle rive del fiume, senza aver organizzato alcuna protezione di coda, gli Ateniesi ruppero dapprima le file per dissetarsi causando la morte per annegamento di alcuni o per calpestamento; altri soldati furono successivamente uccisi dalla dissenteria di cui le putride acque del fiume erano un facile veicolo.

Nicia, rimasto solo a comando propose ai Siracusani la pace secondo certe condizioni: le truppe sarebbero potute tornare a casa, Atene avrebbe risarcito i costi della guerra e ogni cittadino avrebbe dovuto versare a Siracusa un talento. I termini però furono rifiutati dai Siracusani e da Gilippo. Nicia così cercò nuovamente una via di fuga di notte, ma scoperto dai Siracusani grazie a 300 soldati nemici passati dalla parte opposta. All'ottavo e ultimo giorno di fuga, il 18 settembre 413 a.C., i Siracusani sconfissero definitivamente l'esercito di Nicia presso il fiume Assinaro, oggi attuale Falcomara o Fiumara di Noto.[205][206]

I prigionieri[modifica | modifica wikitesto]

La latomia del Paradiso presso Siracusa

I 7000 superstiti divennero tutti prigionieri finendo i loro giorni all'interno delle latomie, le cave di pietra siracusane, costretti ai lavori forzati sino alla morte o al meglio venduti come schiavi. Quei luoghi, infatti, privi di riparo dal caldo del giorno e dal freddo della notte, non lasciarono alcuno scampo per i prigionieri che sottoposti a dure condizioni di lavoro, morirono quotidianamente in gran numero tra le malattie e le sofferenze.[207]

« Nelle cave di pietra il trattamento imposto nei primi tempi dai Siracusani fu durissimo: a cielo aperto, stipati in folla tra le pareti a picco di quella cava angusta, in principio i detenuti patirono la sferza del sole bruciante, e della vampa che affannava il respiro. Poi, al contrario, successero le notti autunnali, fredde, che col loro trapasso di clima causavano nuovo sfinimento e più gravi malanni. Per ristrettezza di spazio si vedevano obbligati a soddisfare i propri bisogni in quello stesso fondo di cava: e con i mucchi di cadaveri che crescevano lì presso, gettati alla rinfusa l'uno sull'altro, chi dissanguato dalle piaghe, chi stroncato dagli sbalzi di stagione, chi ucciso da altre simili cause, si diffondeva un puzzo intollerabile. E li affliggeva il tormento della fame e della sete (poiché nei primi otto mesi i Siracusani gettavano loro una cotila d'acqua e due di grano come razione giornaliera a testa). Per concludere, non fu loro concessa tregua da nessuna delle sofferenze cui va incontro gente sepolta in un simile baratro. Per circa settanta giorni penarono in quella calca spaventosa. Poi, escluse le truppe ateniesi, siceliote o italiote che avevano avuto responsabilità diretta nella spedizione, tutti gli altri finirono sul mercato degli schiavi. »
(Tucidide, La guerra del Peloponneso, VII, 87)

Il popolo ateniese, pur non intervenendo direttamente, venne a conoscenza della messa in prigione dei sopravvissuti e ne sono una prova tre diversi e disgiunti frammenti di varie stele: uno ritrovato vicino al teatro di Dioniso, uno sull'Acropoli di Atene e uno a nord dell'agorà,[208] dai quali è possibile ricostruire il testo di un decreto in onore di Epicerde di Cirene (un trierarco?),[209] datato 405/4 a.C.[210][209] Oltre alla stele, in Demostene (Contro Leptine, 42) è presente la dedica che il popolo ateniese offrì a Epicerde:

(GRC)

« τοῖς ἁλοῦσι τότ᾽ ἐν Σικελίᾳ τῶν πολιτῶν, ἐν τοιαύτῃ συμφορᾷ καθεστηκόσιν, ἔδωκε μνᾶς ἑκατὸν καὶ τοῦ μὴ τῷ λιμῷ πάντας αὐτοὺς ἀποθανεῖν αἰτιώτατος ἐγένετο »

(IT)

« Per aver dato 100 mine ai cittadini presi prigionieri in Sicilia a quel tempo [dopo la spedizione] [...] salvandoli dalla morte per fame »

(Demostene, Contro Leptine, 42)

Su quest'affermazione gli storici e i filologi si dividono in chi pensa che la testimonianza di Demostene vada interpretata così com'è[211] e chi considera la donazione delle 100 mine come un riscatto per liberare alcuni prigionieri.[209]

I generali Demostene e Nicia vennero giustiziati dopo un breve processo, nonostante la contrarietà di Gilippo, mentre i restanti sottufficiali vennero venduti come schiavi. Solo pochi sbandati riuscirono a raggiungere Gela e Lentini confondendosi con la folla. Dei 50.000 uomini inviati da Atene, ne sopravvissero solo 7000, ma in pochissimi tornarono in patria per raccontare la strage dell'esercito ateniese. A riguardo, Plutarco racconta un aneddoto secondo cui i prigionieri ateniesi in grado di recitare Euripide venissero rilasciati dai soldati siracusani, segno che il tragediografo greco era molto amato a Siracusa.[212][206]

L'imponente vittoria fu poi ricordata dai Siracusani, che decretarono il giorno 26 del mese Carneo (il 10 settembre del nostro calendario) una celebrazione annua in onore della ricorrenza chiamata Asinarie;[213] fu edificato, inoltre, un monumento nei pressi del fiume Asinaro, molto probabilmente da identificarsi con la cosiddetta Colonna Pizzuta, posta nei pressi dell'antica città di Eloro. È anche possibile che il monumento, un mausoleo circolare, in ricordo della vittoria non sia quello presso l'Assinaro, bensì fosse stato eretto al Plemmirio in una località chiamata "Mondio".[214]

Le ragioni della sconfitta[modifica | modifica wikitesto]

Frontespizio della Guerra del Peloponneso di Tucidide, in una traduzione di Thomas Hobbes

La tesi di Tucidide mette in luce le scelte errate degli Ateniesi, che non conoscevano le reali dimensioni dell'isola né i popoli che vi abitavano, e poi dei generali in Sicilia che agirono per i loro interessi col solo obiettivo di assicurarsi una posizione di prestigio sul popolo: tutte queste decisioni, oltre alla follia, che non viene esclusa da Tucidide,[8] che gli Ateniesi ebbero nel voler compiere una spedizione, lesero alla coordinazione e all'efficacia dell'esercito e portarono il caos.[215]

Altri scrittori cercano di rintracciare le cause della sconfitta ateniese secondo diversi punti di vista:

  • Andocide (Sui misteri, 30) incolpa l'ottusa politica estera degli Ateniesi che avevano la cattiva abitudine di indulgere ad alleanze deboli pretendendo poi di condurre guerre per conto di altri, e rammenta che gli ambasciatori di Siracusa, prima dell'avvio delle ostilità, avevano proposto ad Atene rapporti di amicizia, facendo rilevare che l'opzione della pace avrebbe portato maggiori vantaggi rispetto all'opzione di allearsi con Segesta e Katane;[216]
  • per Isocrate (A Nicocle, 84-85) l'impresa fu un puro atto di follia, perché gli Ateniesi non si vergognarono d'inviare un'armata contro chi mai aveva recato loro offesa, sperando così di dominare facilmente la Sicilia;
  • Plutarco[217] pone l'accento sui contrasti interni: affermava, ad esempio, che gli Ateniesi erano già da tempo pronti ad inviare un'altra spedizione in Sicilia, ma che a frapporre molti indugi fossero state le invidie politiche per i primi successi di Nicia. Così, solo nell'inverno del 414 a.C., si decisero a fornire il necessario aiuto;[216]
  • Cornelio Nepote[218], al pari di Plutarco, sosteneva che la vera causa del fallimento stava nell'estromissione di Alcibiade. Di concorde parere è anche lo storico greco Polibio,[219] che aggiunge come causa la superstizione di Nicia, resa evidente durante l'episodio dell'eclissi di luna.
  • Anche Giacomo Leopardi la pensava come Polibio, egli difatti scriverà a riguardo:
« Questo generale ateniese [Nicia] assediava con poco felice esito Siracusa. Per salvar la sua armata risolvé di scioglier l'assedio e di abbandonare la Sicilia. A mezza notte, mentre si è sul punto di far vela, la luna si eclissa totalmente. Nicia, così superiore ai pregiudizi come fortunato, si spaventa, si confonde, consulta gl'indovini. Questi decidono che fa d'uopo differir la partenza di tre giorni [...]. Si ubbidisce all'autorevole decisione: ma i nemici mostrano ben tosto che quei lunatici interpreti hanno errato nel loro calcolo. La sventura presagita dalla eclissi arriva prima del tempo destinato alla partenza: i nemici escono dalla città, attaccano gli Ateniesi, li sconfiggono, fanno prigionieri i loro due generali, Nicia e Demostene, e li condannano a morte dopo aver distrutto tutto il loro esercito. »
(Giacomo Leopardi, Storia dell'Astronomia)

Se da una parte Plutarco e le fonti da cui attinge forniscono una "visione d'insieme" della spedizione, considerandola uno dei tanti eventi della guerra; dall'altra Tucidide, come anche Isocrate, accusano duramente il velleitario progetto di Alcibiade le cui decisioni risultavano offuscate dal desiderio di conquista della Sicilia e di Cartagine.[220][221] Tuttavia, secondo lo storico Ugo Fantasia, queste testimonianze fanno apparire tutta la spedizione come un lontano miraggio e contemporaneamente un «desiderio smodato»;[Nota 22] se è vero che ci fu chi la sostenne in pieno, continua, è anche vero che la decisione ha comunque avuto il suo corso, è stata discussa, più volte riproposta e solo dopo un attento esame è stato emesso il decreto finale.[222]

La grande varietà di motivazioni presentate da ogni scrittore è stata diversamente colmata da alcuni storici moderni dando minore importanza ad alcune[Nota 23] o addirittura depennandone altre.[Nota 24] Alcune critiche sono state mosse all'affermazione che Tucidide fa riguardo le conoscenze che gli Ateniesi avevano della Sicilia:

(GRC)

« ἄπειροι οἱ πολλοὶ ὄντες τοῦ μεγέθους τῆς νήσου καὶ τῶν ἐνοικούντων τοῦ πλήθους καὶ Ἑλλήνων καὶ βαρβάρων, καὶ ὅτι οὐ πολλῷ τινὶ ὑποδεέστερον πόλεμον ἀνῃροῦντο ἢ τὸν πρὸς Πελοποννησίους. »

(IT)

« Per la folla d'Atene era un mistero la grandezza di quest'isola e il numero preciso delle sue genti, Greci o barbari: e s'ignorava d'addossarsi uno sforzo bellico non troppo più lieve di quello spiegato contro il Peloponneso.[29] »

(Tucidide, La Guerra del Peloponneso, VI, 1, 1.)

La dimensione di quest'affermazione è sicuramente esagerata, volta a mettere in risalto l'incoscienza che gli Ateniesi dimostrarono nell'approvare la spedizione. D'altra parte, e lo stesso Tucidide a ne fa menzione, gli Ateniesi erano già giunti in Sicilia durante la spedizione del 427 a.C., e prima ancora avevano siglato dei trattati con le poleis di Segesta, Alicie e Leontini.[223] Oltretutto, come nota lo studioso Luigi Piccirilli, nel V secolo a.C. erano già presenti le carte geografiche locali.[216][224] Se in merito alle ragioni della sconfitta non emergono delle opinioni simili, risulta chiaro pensare che nemmeno gli scrittori antichi compresero appieno ciò che successe durante la spedizione e questa parziale cecità è probabilmente dovuta alla complessità delle cause che la scatenarono, numerose e non del tutto chiare.[216]

Le conseguenze politiche[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra deceleica.
Le città greche in Anatolia alleate di Atene e obbiettivo di conquista di Tissaferne. In blu sono segnate le colonie ioniche, in rosso quelle doriche, in giallo le eoliche

La disfatta di Atene ebbe un'enorme eco in patria e in tutta la Grecia, più che nella stessa Sicilia.[225] Atene perse completamente la flotta, la cavalleria fuggita a Catania, e quasi tutti i soldati; in totale circa:[226] 160 triremi e 10 000 uomini (fra un terzo e un quarto dei cittadini ateniesi).[227] Le innumerevoli perdite non fecero che aumentare le critiche nei confronti della condotta dei generali, oltre che dei politici e persino degli indovini, responsabili di una sconfitta dalle proporzioni inaccettabili. La prestigiosa città attica aveva profuso un grande impegno nella ricerca della vittoria, dando fondo a molte delle sue risorse, sia in termini di armamento, che di denaro; risultò quindi quasi necessario trovare dei colpevoli.

Enormi furono le conseguenze politiche di questa disfatta, tra le quali: la rinuncia di Atene a ulteriori mire espansionistiche nel Mediterraneo lasciando, ad esempio, lo spazio ai Cartaginesi per riprendere le loro conquiste in Sicilia. Anche Agrigento, che restò neutrale, ebbe una grande crescita economica e culturale dato che Siracusa, la maggior rivale, era impegnata nell'assedio.[54]

Ad Atene venne a mancare, inoltre, la credibilità, nonché la sua fama di protettrice delle città della Ionia che Atene aveva affrancato al termine della seconda guerra persiana. Sfruttando il momento di debolezza di Atene, i re persiani ebbero l'occasione per riannettere le città finanziando, su proposta di Tissaferne, la rivale di Atene, Sparta.[228] Le attese persiane non vennero deluse, infatti molte delle città ioniche optarono per un'alleanza con Sparta, considerando imminente la vittoria di quest'ultima su Atene. Ancora prima dell'annuncio del fallimento della spedizione ateniese, non mancarono casi di defezione dalla lega delio-attica, prima da parte dell'Eubea e poi da altre isole come quella di Lesbo.[227]

La disfatta ateniese rappresentò una grande perdita per le casse della lega delio-attica, determinando tra i membri una catena di ribellioni. Si può certamente dire che la disfatta ateniese fu l'inizio di un processo che si concluderà nel 411 a.C., col colpo di Stato oligarchico, in seguito alla decisione dei democratici di utilizzare il tesoro di 1000 talenti di Pericle per il riarmo.[229]

In Sicilia invece nel 412 a.C. salirà al potere Diocle che attuerà alcune riforme tese a eguagliare la costituzione di Siracusa a quella di Atene, approvando, per esempio, l'elezione a sorte dei magistrati. Nel 409 a.C. i Cartaginesi inizieranno nell'isola una nuova campagna, dopo più di 70 anni dall'ultima, che darà l'opportunità a Dionisio (406/5 a.C.) di emergere come tiranno a Siracusa.[230]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Annotazioni
  1. ^ Oggi Tucidide è l'unica fonte, insieme a Diodoro Siculo, che narra interamente le vicende della spedizione ateniese in Sicilia. Due importanti opere sulla storia della Sicilia, quali i Sikelikà di Timeo di Tauromenio e di Filisto, sono andate perdute nel corso del tempo; tuttavia si è certi che entrambe trattassero in qualche libro della spedizione e ne sono prova i frammenti ritrovati: per l'opera di Timeo bastino i fr. 105 e 107 della sua opera, collocabili nel XIII libro (G. De Sanctis, Scritti minori, 1970, p. 115), dove si tratta dell'etera Laide di Hykkara. Per quanto riguarda l'opera omonima di Filisto, il fr. 25 è chiaramente attribuile alla spedizione in Sicilia e può essere collocato nel VI libro (G. De Sanctis, ib.).
  2. ^ Questo si deduce da ciò che scrivono le fonti primarie, in particolare Diodoro (XIII, 83), ma la reale data del primo trattato tra Atene e Segesta è tutt'oggi oggetto di dispute. Ciò che potrebbe dare una conferma è un'iscrizione su una pietra in pessime condizioni sulla quale sono leggibili in finale di parola le lettere greche -ον che indicano il nome dell'arconte (IG I219 = GHI, 37). Tra i nomi possibili ci sono: Abrone (458/7 a.C.), Aristone (454/3 a.C.), Epaminonda (429/8 a.C.), Aristione (421/0 a.C.) e Antifone (418/7 a.C.). Per approfondire si vedano: D. Kagan, The peace of Nicias and the Sicilian expedition, p. 159; D. W. Bradeen e M. F. McGreegor, Studies in fifth-century attica epigraphy, p. 71-81. Abbastanza chiara rimane comunque la data dell'ultimo trattato risalente al 418-17 a.C. (IG I3 11.). Cfr. Ugo Fantasia, op. cit., p. 126.
  3. ^ Una flotta imponente come appunto suggerisce Erasistrato nell'Erissia dello pseudo-Platone (392 d).
  4. ^ Si vedano ad esempio le dichiarazioni in Sui misteri, 1, 11.
  5. ^ 36 000 uomini secondo Adolf Holm, The History of Greece, II, 1909, p. 470.
  6. ^ È forse da escludere la versione di Diodoro (XIII, 2) secondo il quale i generali, anziché tenere una riunione a Reggio, in Sicilia, avessero tenuto un consiglio segreto ad Atene in cui si decise di imporre un tributo a tutte le poleis in Sicilia. S. v. Ugo Fantasia, op. cit., p. 132 e nota 1; S. Hornblower, Commentary on Thycidides, III, pp. 27-28.
  7. ^ Alcuni studiosi hanno tentato di sostenere la validità di Andocide (Sui misteri, 30) che fa risalire a prima della spedizione ateniese un'alleanza di Atene con Catania. Alcune argomentazioni sono portate a sostegno della tesi: Tucidide (V, 4) annovera al tempo della spedizione di Feace del 422 a.C. un'alleanza tra Atene e Catania, il rifiuto di accogliere le truppe dell'esercito ateniese, durante la spedizione, non significa che tra le due città non ci fosse un'alleanza. Tutte queste argomentazioni però non spiegano per quale motivo gli Ateniesi non furono accolti, né perché, se Catania era già alleata di Atene, quest'ultima avesse ora stipulato un'alleanza. Cfr. S. Alessandrì, Gli Elimi dalla spedizione ateniese in Sicilia del 415 al trattato siracusano-punico del 405, in «Atti delle Seconde Giornate Internazionali di Studi sull'area Elima, Gibellina 1994», PisaGibellina 1997, 9-40, in part. 30-32 n. 18; per contro L. Piccirilli, La tradizione extratucididea relativa alla spedizione ateniese in Sicilia del 415-13, p. 828-30.
  8. ^ È oggetto di dibattito tra gli storici la posizione del Labdalo. G. Grote (History of Greece, 1862, vol. VII, p. 558) pone il Labdalo appena a nord-est del colle di Belvedere, discostandosi dalla mappa di Arnold (The History of the Peloponnesian War by Thucydides) in cui il Labdalo appare decisamente lontano dal colle. Seguendo le considerazioni di Grote e Arnold, lo storico tedesco Holm (Geschichte Siciliens im Alterthum, II, p. 387) fa importanti considerazioni sulle altezze dei vari colli, dimostrando come dalla presunta posizione di Arnold, che è a ridosso della costa, ad est, gli Ateniesi non avrebbero potuto vedere l'Epipoli. Un interessante ipotesi, senza però alcuna prova, viene da Schubring (S. 629) che crede di aver trovato la collocazione del Ladbalo appena ad ovest della parte nord delle mura dionisiane. Resta comunque certo che il Labdalo si trovi nei pressi dell'Epipoli, molto probabilmente a nord-ovest di queste (D. Kagan, The Peloponnesian War, pp. 288-90). Per approfondire s. v. Freeman, op. cit., p. 661-62.
  9. ^ Più precisamente il muro ateniese iniziava presso l'odierna Scala greca, passando per il quartiere di Tiche e terminando a Portella del Fusco (Freeman, p. 215).
  10. ^ Il passo di Tucidide (VI, 98) in cui si menziona questo kyklos può lasciare dei dubbi riguardo al significato della parola, che è di ambito specialistico. Infatti, come sostengono storici quali Holm (op. cit., p. 388) e Grote (op. cit., VII, p. 559), kyklos non può essere definito il muro attorno alla città (che non sarà completato), ma il muro costruito attorno alla Syka (e questo significato ha anche in Polieno, Stratagemata, I, 39, 3); a maggior ragione il sostantivo kyklos, nella frase tucididea, è retto da un verbo che dà l'idea dell'azione terminata: queste considerazioni smentiscono ciò che scrive il biografo Plutarco a proposito delle mura. Ciò che genera un'incongruenza è il passo II, 13 dove Tucidide utilizza il termine kyklos per indicare le fortificazioni attorno alla polis di Atene. Per approfondire s. v. Freeman, op. cit., pp. 665-68; per un significato generale: Church Alfred, op. cit., p. 69.
  11. ^ La scelta di Nicia di non terminare il muro principale ateniese a nord, permetterà in seguito ai Siracusani di costruire un contro-muro, il terzo, trasversale a quello ateniese e pregiudicherà irrimediabilmente le possibilità di vittoria degli assedianti.
  12. ^ La mappa è stata tratta da Paul Bentley Kern, Ancient Siege Warfare, Indiana University Press, 1999, p. 125, ISBN 9780253335463. Per un cfr. la mappa di C. Orrieux, P. Schmitt Pantel, Storia greca, Bologna, 2003, p. 224; Kagan, 2004, p. 289.
  13. ^ Sembra comunque piuttosto improbabile il racconto di Plutarco (Nicia, 19) e di Tucidide (VII, 2). Come per primo ha notato Freeman, senza però dare una soluzione, che in ogni caso non avrebbe avuto prove a sostegno: «è davvero così plausibile che i Siracusani si siano risollevati e abbiano preso il coraggio per "disprezzare" gli Ateniesi (Plutarco) alla vista di una sola trireme e sentendo le parole del comandante che prometteva aiuti?». S. v. Freeman, p. 243.
  14. ^ Anche questa motivazione sarà alla base della conquista del Plemmirio, zona da cui si può facilmente vedere l'isola di Ortigia (Freeman, op. cit., p. 250-51).
  15. ^ Già stratego ai tempi di Pericle (Plutarco, Nicia, 2).
  16. ^ È da ricordare che il punto forse più importante da controllare per gli Ateniesi era il forte di Syka. I Siracusani avevano lentamente iniziato a circondarlo con una serie di muri: il primo, senza forse un preciso obiettivo, ebbe per lo più un'azione di "contenimento", impedendo l'accerchiamento della città; il secondo che passava a sud del primo, pur contenendo ancora una volta il muro avversario, tagliò la strada al muro ateniese verso sud (anche se gli Ateniesi, poco dopo la costruzione del secondo contro-muro, completarono la parte sud del loro muro e resero inefficace quello siracusano); un pericolo maggiore fu sicuramente dato dalla costruzione dell'ultimo muro ad ovest, che tagliò nettamente la strada al muro ateniese verso nord (Freeman, op. cit., p. 258-59 e la mappa al paragrafo L'intervento spartano).
  17. ^ Disse Ermocrate per incitare le truppe che: «persino gli Ateniesi erano anche più dei Siracusani gente di terra, costretti a divenire marinai dai Persiani» (VII, 21).
  18. ^ Il Porto Grande non dava alcun vantaggio agli Ateniesi che, oltre a trovarsi in un luogo nemico con coste ostili, non dava spazio a manovre elaborate, vero punto di forza della tattica ateniese (cfr. Battaglia di Salamina, 480 a.C.). Oltre a questo un altro punto a vantaggio dei Corinzi era la loro conoscenza della costruzione di una trireme ateniese e dei limiti di questa imbarcazione (Tucidide II, 84 e 91). S. v. Freeman, op. cit., p. 293-94.
  19. ^ Resta un dubbio su cosa effettivamente decretarono gli indovini. Le fonti principali (Tucidide e Plutarco) divergono: il primo (VII, 50) scrive che gli indovini prescrissero di aspettare «tre volte nove giorni», mentre Plutarco (Nicia, 23) scrive che gli indovini ne prescrissero tre, ma Nicia si impuntò affinché se ne aspettassero ventisette. Altri come Diodoro (XIII, 12) menzionano sempre, forse sulla scia di Filisto, i tre giorni e la seguente decisione procrastinatrice di Nicia. Una semplice soluzione può essere quella proposta da Grote (op. cit., VII, p. 433) che considera vera la versione di Tucidide, dato che Nicia non aveva alcuna ragione di modificare il responso degli indovini. Un'altra soluzione può essere quella di Thirlwall (op. cit., III, p. 441-42) secondo il quale alcuni indovini avrebbero proposto di fermarsi ventisette giorni e altri invece tre giorni. S. v. Freeman, op. cit., p. 690-93.
  20. ^ Il numero esatto di navi risulta discusso. Per quanto riguarda quelle ateniesi: 115 è proveniente da Diodoro, che in questa situazione dà le indicazioni più precise (XIII, 14). Plutarco (Nicia, 24) dà 110, Tucidide (VII, 52) dà il numero di 86. Per quanto riguarda le perdite degli Ateniesi è Diodoro (XIII, 17) a fornire il dato di 60 triremi perse (per i Siracusani 8 perse e 16 danneggiate); con queste indicazioni le navi sopravvissute dovrebbero essere 55 ateniesi e 50 siracusane (non si sa se fossero inizialmente 74 come scrive Diodoro o 76 se si dà fede a Tucidide). S. v. Freeman, op. cit., p. 698. Un'altra spiegazione è che tra le 86 navi degli Ateniesi, dopo che furono arrivati i rinforzi, Tucidide non conti le navi da trasporto tra le 73 arrivate con Demostene. Cfr. S. Hornblower, Commentary on Thycidides, III, p. 1063.
  21. ^ Sul vero luogo in cui effettivamente i soldati di Demostene si arresero non c'è un accordo tra gli storici. Lo storico Thirlwall (op. cit., III, p. 455) è dell'avviso che la resa sia stata decretata esattamente a metà strada tra il fiume Cacipari e l'Erineo; non sembra però essere della stessa opinione Grote (op. cit., VII, p. 467) secondo il quale la resa avvenne ancora a nord del Cacipari. Un approccio più cauto è adoperato dallo storico tedesco Holm (Topografia, p. 235) in cui sostiene che le distanze in stadi scritte da Tucidide rappresenterebbero una distanza minore rispetto al normale, ognuno equivalente in questo caso a circa 150 m. La questione sta nella conversione degli ultimi 50 stadi del percorso di Demostene (VII, 81): equivalenti a 4,5 miglia (= 7,2 km), come scrivono Grote e Holm, oppure a 6 miglia (= 9,6 km), come sostenuto da Thirlwall? S. v. Freeman, op. cit., p. 708.
  22. ^ Come nota anche in questo caso lo studioso, il desiderio smodato è reso anche da Tucidide che utilizza due sole volte nell'opera parole derivate da eros, il desiderio irrefrenabile, proprio con gli Ateniesi (VI, 13 e 24). Cfr. Ugo Fantasia, op. cit., p. 127.
  23. ^ Come per il passo di Tucidide riguardante la spedizione in Sicilia (II, 65), posto però in una bizzarra posizione dato che la trattazione completa dell'evento è presente nei libri VI e VII. Ciò ha fatto supporre che il passo sia stato scritto posteriormente alla stesura del libro. Si veda Luigi Piccirilli, Il disastro ateniese in Sicilia, nota 13.
  24. ^ Come le testimonianze di Andocide, Plutarco e Platone. Si veda Luigi Piccirilli, Il disastro ateniese in Sicilia, nota 14
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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Fonti online
Documentari televisivi

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